NON C’E’ POSTO IN PARADISO. NEPPURE IN QUELLI ARTIFICIALI.

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Anni fa mi capitò di fare un viaggio. Di quelli organizzati: sette giorni cinque notti in resort extra-lusso a Sharm-el Sheik, in quel momento uno dei posti più trendy dove andare in vacanza e spararti la posa del “VIP” che si permette il lusso di andare al caldo d’inverno. Pacchetto low-coast, all-inclusive, talmente conveniente da non potervi proprio rinunciare.

Tralascio l’excursus sulla rottura di scatole di far le valigie andando prima a tirar giù dall’armadio le scatole con i vestiti estivi, che questo non è il post adatto per lamentarsi delle “vacanze intelligenti”, ma un accenno è doveroso: a me tutta questa meraviglia di andare al caldo d’inverno non ha mai fatto presa, si sappia.

Insomma, era un viaggio organizzato da me e mio marito al quale si aggregarono un po’ di amici e i loro figli. Fu un bel viaggio – io continuo a chiamarlo “viaggio” ma per me i “viaggi” son altra roba, questo piuttosto fu una “vacanza al caldo con amici e figli” – perché ci permise di stare tutti insieme e trascorrere intere giornate in compagnia di persone e parenti con allegria, serenità, e relax. Dopo un autunno pesante di lavoro e preoccupazioni e un inizio di inverno altrettanto carico di responsabilità, quella pausa ci sembrò più che meritata.

La prima cosa che mi saltò agli occhi, nei giorni seguenti il nostro arrivo, fu il fatto che, a parte le receptionist europee al bancone della direzione, gli animatori e il tour operator, tutti i lavoratori – inservienti e non – che gravitavano attorno alla macchina turistica del resort erano uomini. E anche in città, nei negozi e nei locali, solo e soltanto uomini. Pensai, senza bisogno di chiedermelo, che le donne musulmane mogli e sorelle e figlie di quegli uomini lavoratori fossero a casa ad accudire al focolare.

Ma allo stesso tempo, non potei fare a meno di notare uno sguardo di disapprovazione negli stessi che ci pulivano le camere, che sistemavano i giardini, che ci servivano il pranzo all’ora di punta: sguardi di disapprovazione a noi donne, che andavamo in giro in costume da bagno e coperte, quando proprio con un po’ di pudore, con un solo pareo.

Ricordo di essermi sentita colpevole: eravamo in un paese che nella maggior parte dei casi obbliga le proprie donne ad andare vestite coperte dalla testa ai piedi anche sotto 40°all’ombra, e non solo per una questione di costume, ma soprattutto per un fatto religioso. Non stavamo in qualche modo usurpando quel territorio, umiliando quelle tradizioni, imbrattando con i nostri costumini succinti e la nostra sicurezza nel muoverci poco vestite il loro credo religioso?

Lessi poi che in Egitto, all’epoca, e soprattutto nella nuova Sharm-el Sheik costruita proprio per il turismo, quel turismo comportava il quasi 80% dell’economia nazionale e che dava lavoro a non ricordo più quante decine di migliaia di famiglie. Quindi, pur di sopravvivere, pur di avere un lavoro, questa gente chiudeva un occhio (forse tutti e due) ai dettami della loro religione.

Ma non era questo il punto: il punto era andare in un paese con ideali e costumi diversi dai nostri e imporre i nostri ai loro, solo perché per loro era fonte di sostentamento e per noi invece, bisogno di pausa e svago.

Non accettai più di fare quel tipo di viaggio in quei posti, da allora. Certo, le circostanze di vita me lo impedivano, ma a poter scegliere, avrei optato per le Canarie, o per le Baleari, paesi europei dove la “mia” cultura e la “mia” tradizione non cozzava con quella del luogo.

Oggi guardo le foto di Sousse, della ragazza che piange davanti ai lettini di plastica che circondano il luogo del massacro di due giorni fa e vedo quegli ombrelloni di paglia, così uguali a quelli del resort dove trascorsi una settimana divertente con i miei figli e i miei amici. Sorvolo sulle foto dei cadaveri esposti in spiaggia, coperti solo da un pareo e da un telo di spugna. L’indugiare su quelle immagini mi pare quasi immondo. Eppure quei corpi potrebbero essere il mio o quelli dei miei amici di allora. Leggo di un ragazzo di 16 anni che ha perso genitori e nonna in quella che avrebbe potuto – dovuto – essere una piccola vacanza premio dopo un anno di lavoro e fatica, magari la promozione all’ultimo anno di liceo, magari la voglia di mostrare alla nonna quanto bello  è il mare della Tunisia.

Sì, lo so. Ci sono i morti nelle Filippine, in India per il terremoto, ad Haiti eccetera eccetera. Ci sono i profughi che sono morti in mare scappando dalla Siria e io non ho mai scritto nulla a proposito. E poi, per “due turisti” europei che vengono uccisi a mitragliate sulla spiaggia di un resort di lusso, magari mi commuovo. E’ vero. E’ pressapochismo e qualunquismo da bigotta borghese il mio.

Ma in realtà è un pensiero che si accomuna al mio vivere. Piccolo borghese, bigotto, assolutamente sbagliato e deprecabile. Ma è il mio pensiero. Quello di andare a violare un sigillo, un accordo, un credo con il proprio comportamento, ancorché innocente (quanto può essere malvagio il prendere il sole in costume da bagno e farsi una nuotata al largo della barriera corallina, o giocare a tamburello sulla riva del mare?) l’andare a disturbare un modo di vivere e di pensare, e soprattutto in un periodo così forte e importante, da un punto di vista religioso, come il Ramadan.

Non dico che sia stata colpa dei turisti. La colpa è di tutti e di nessuno. Quello che penso è che ormai questo mondo è martoriato dalla violenza, di stampo religioso soprattutto. Da quell’11 settembre famoso di tantissimi anni fa ormai, viaggiare non è più una cosa che si possa fare a cuore leggero. La violenza è ormai ovunque. E salirà sempre di più sulle coordinate geografiche delle cartine mondiali.

Il mondo è pieno, carico di odio.
Odio per chi non segue il tuo credo religioso.
Odio per chi non segue il tuo modus comportamentale.
Odio per chi non condivide le tue idee e magari cerca di rivendicare diritti che dovrebbero esser fondamento universale.

Sono nata negli anni ’60 con la convinzione che la “Libertà” fosse dovuta e per tutti e che in questo mio paese, questa mia parte di mondo, ormai, fosse una cosa assodata.
Dopo cinquant’anni scopro che non è così.
Non lo è affatto.

E quello che mi faceva sentire sicura, che mi faceva dire a me stessa “Almeno, su questo non ci piove”, oggi diventa una sorta di nebbia che copre tutto e rende tutto più confuso se non più oscuro.

E non posso fare a meno di tornare con la mente a quei giorni, di quella breve settimana – nemmeno, sette giorni e cinque notti – in un paese pieno di sole, con l’acqua cristallina e i pesci colorati oltre la barriera corallina, e rivedere i sorrisi, le schiamazzate dei figli piccoli, le risate e la serenità che abbiamo vissuto per qualche ora, qualche giorno, ormai tanti anni fa.
Anche di ricordi si vive e di quelle ore farò tesoro.
Perché non è più così, ormai, da nessuna parte del mondo.

TOGETHERNESS

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#LoveWins

 

SIRENA ALL’ORIZZONTE: BABETTE BROWN SVELA COME E’ NATA

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L’intervista integrale di Babette Brown qui, sul suo ottimo blog

 

Ho chiesto ad Amneris Di Cesare di parlarci del suo romanzo, appena pubblicato, e lei non si è fatta pregare (una pistola puntata alla tempia è sempre un ottimo incentivo).

Sirena all’orizzonte è stato il mio primo romanzo.  Il primo che io abbia mai terminato di scrivere, con tanto di parola “Fine”. Altri giacciono incompiuti – e forse mai vedranno la luce – nel mio HD, ma Sirena è stato un amore folle, incontrollabile, una sorta di “trance” che mi impediva di smettere di pensare ai personaggi, parlare, interagire, litigare persino con loro.

Io amo scrivere di sentimenti. Se non c’è una storia d’amore, anche solo imbastita, all’interno del romanzo che vorrei scrivere io stessa, non mi diverto al punto da accettare la disciplina che lo scrivere comporta. E Sirena trasuda storie d’amore da tutti i pori.

I romanzi che fino a ora ho scritto e che ho pubblicato avrebbero dovuto essere semplicemente racconti brevi. Tutti e tre sono nati in questo modo. Un racconto che non mi riusciva bene. Un personaggio o più che avevano molte più cose da raccontarmi di dieci semplici cartelle dattiloscritte.

Sirena all’orizzonte doveva essere solo la storia, breve, di un ragazzino desideroso di innamorarsi e di scoprire “come si sta quando si è innamorati persi”. Ma da quella domanda che fa Marco ai suoi compagni di viaggio e di vacanza sono nate così tante risposte, ognuna diversa dall’altra a seconda del personaggio che la dava, che ho dovuto accettare l’idea che da racconto avrei dovuto scrivere un romanzo.  E così, alla storia di Marco si sono intrecciate quelle di Luisa, misteriosa e ombrosa, Cecilia, la “sirena dello scoglio” che trattiene i tre ragazzi sulle rive della Calabria senza farli più partire per altre mete vagabonde, e quella di Marco, di Federico e Gaetano. Cinque storie tutte annaffiate dalla musica disco dell’estate 1984.

Gli anni ’80 sono gli anni che più sento ancora vivi sulla mia pelle. Erano gli anni del “tutto è possibile”, della “Milano da bere”, dei sogni che si tramutavano in realtà. Erano anni di grande libertà di costumi e allo stesso tempo di grande timidezza e pruderie. Anni in cui si sperimentava, si osava, ma sempre con un pizzico di senso di colpa, di voglia di preservare un po’ di quell’innocenza che l’educazione puritana delle mamme e delle nonne ci aveva inculcato così bene. Anni in cui l’amore si scriveva ancora con la A maiuscola. E sono gli anni in cui i “miei ragazzi”, tre uomini e due donne, vivono le loro illusioni e le loro passioni, bruciandole in un mese afoso e torrido come il mese di agosto.

Sirena ha avuto una sua storia personale: inviata a tanti editori, è stata sempre rigettata, con però grandi complimenti. Uno in particolare, da uno scrittore famoso che mi disse “E’ un’ottima opera prima”. Poi vinse un premio letterario, “Cercasi Jane”, indetto da una piccola Casa Editrice: primo premio e pubblicazione. La piccola – ma serissima – casa editrice NOEAP chiuse i battenti solo un anno dopo l’uscita del libro e ritornai in possesso dei diritti d’autore. Non senza aver prima ottenuto un dignitosissimo secondo posto al Premio Magiche Rose al DeeCon15 di Fiuggi nel 2013. Insomma, questo romanzo che nessuno sembrava prendere davvero sul serio, in fondo ai lettori piaceva e riceveva anche prestigiosi riscontri.

E poi l’incontro con Amarganta, piccola, giovane e freschissima realtà editoriale che sa cogliere il succo vero e gustoso dei libri di esordienti ed emergenti di nicchia. Il libro esce in ebook, formato snello, veloce, e ultimamente davvero al top nel gradimento dei lettori voraci. E il mio augurio è quello che la storia – le storie – di questa Sirena ammaliatrice e dei suoi uomini stregati possa arrivare lontano e raccontare anche ad altri le sue inebrianti avventure.

SIRENA ALL’ORIZZONTE: UN NUOVO INIZIO!

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Marco, Federico e Gaetano, trascorrono insieme una calda estate in una località scoperta per caso. Legati da fili visibili e invisibili, uniti dall’amicizia e dal desiderio di amare, incontreranno Cecilia. Cecilia, la bionda sirena che si crogiola al sole su uno scoglio, illuminerà le loro giornate sul bagnasciuga e abiterà i loro sogni, dissolvendo infine i loro incubi. Quando ogni nodo verrà sciolto, davanti a ciascuno di loro si aprirà un orizzonte denso di promesse.

Pagine: 170
Prezzo cartaceo: 12,00 Euro
Prezzo ebook: 2,49 euro
booktrailer: https://youtu.be/Gff7_yKFzkY

L’amore passionale, quello fraterno, quello che nasce da bambini o che scocca da un incontro occasionale, l’amore dunque nelle sue mille sfaccettature, è al centro di Sirena all’orizzonte. Il romance di Amneris di Cesare conduce il lettore a Roma e a Bologna, e avanti e indietro nel passato dei tre protagonisti. Marco, Federico e Gaetano affronteranno insieme un viaggio senza meta con l’illusione di liberarsi delle scorie della loro vita recente. Nel paese incantato in cui si fermeranno, conosceranno Cecilia, misteriosa e seducente, pura e tentatrice. Ciascuno di loro subirà il fascino della bionda sirena, ciascuno di essi riceverà da lei la chiave per fugare le ombre e affrontare il futuro.

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Amneris Di Cesare, nata a San Paulo del Brasile, vive a Bologna. Free-lance per riviste femminili, dal 2005 gestisce il F.I.A.E. (Forum Indipendente Autori Emergenti). Autrice di saggi, autrice e coordinatrice di raccolte a scopo benefico, editrice e vincitrice di contest e concorsi con i propri racconti, esordisce nel 2012 con il primo romanzo, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), con cui ha raccolto consensi e riconoscimenti. Segue la prima edizione di Sirena all’orizzonte (secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi) e nel 2014 Mira dritto al cuore per la Runa Editrice. Traduttrice di autori internazionali, collabora con portali d’informazione e riviste letterarie on line. http://www.amarganta.eu redazione@amarganta.eu

“HAI AVUTO UNA VISIONE MISTICA PER CASO?” SIRENA ALL’ORIZZONTE, STAY TUNED!

 

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«Hai dei soldi? Ho bisogno di bere» rispose lei senza alzare lo sguardo, trafficando con rabbia dentro la borsa. «Hai almeno da accendere?» incalzò di nuovo, brusca, furiosa.
«Certo… ecco qua. Il fuoco ce l’ho. Soldi invece pochi. Mi devono mandare il vaglia alla fine della settimana…»
«Sì, sì… capito! Stasera stiamo a secco tutti e due.» Alzò la testa a guardarlo attraverso un folto groviglio di capelli color carbone, spettinati. Scostandosi una ciocca dalla fronte, lasciò intravedere un paio di occhi grigio intenso. Marco fissò per qualche secondo quello sguardo duro e spavaldo, eppure così pieno di fascino pericoloso.
«Hai avuto una visione mistica, bambino?» domandò lei ironica mentre, seccata, aspirava ingorda una boccata dalla sigaretta.

A BREVE IN EBOOK PER http://www.amarganta.eu

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BOOKTRAILER:

IL RITORNO DELLA SIRENA: UN NUOVO BOOKTRAILER

 

Bellissimo Booktrailer realizzato da Cristina Lattaro per Amarganta.eu. Difficilmente ho trovato così tanta sintonia come con lei. Riesce sempre a realizzare in maniera grafica ciò che io a fatica visualizzo mentalmente. Grazie Cris!

CRONACA SEMISERIA DI UNA QUADRATURA DEL CERCHIO PARTICOLARE (PARTE II)

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Continua da Cronaca semiseria Parte I

L’anno scorso scrissi la Cronaca delle Audizioni di Xfactor8 a Bologna, riportandone passo passo tutte le tappe dello show dal vivo, in maniera capillare, quasi certosina, compreso alcuni bellissimi aneddoti su personaggi VIP della Musica Internazionale che Mika conosce bene e che lui stesso raccontò al pubblico in adorazione.

Poi successe che, via twitter, venni contattata e sgridata dalla redazione di XFactor, e su twitter cancellai alcune delle frasi e degli sketch più divertenti che in quei giorni furono detti dai 4 giudici. La redazione di Xfactor, infatti, mi disse che avevo spoilerato, che non si doveva. (Da tenere presente che non è mai stato detto, neppure una volta, che riportare battute dei giudici scritte su twitter o su facebook fosse una cosa proibita: niente foto, niente video, ma mai è stato fatto accenno a twit e a post sui social. Cosa che tra l’altro è avvenuta in egual modo anche ieri: niente video, niente foto (ma tutti facevano foto tranquillamente) ma nessun accenno ai social e a post). Peccato che poi, gran parte di quegli sketch, di quei “jokes”, di quei battibecchi tra Fedez, Mika e Morgan soprattutto, in televisione non sono mai passati.
E siccome nel mio articolo di allora sono rimasti, qualcosa di quelle belle ore trascorse, è rimasto e rimarrà fino a quando wordpress deciderà che questo blog può restare online.

Perché il bello di andare alle audizioni dal vivo di un programma come Xfactor, è soprattutto, il fatto che vedi cose che altri non vedranno nelle registrazioni e nel montaggio delle puntate che andranno in onda da settembre in poi. E tanti siparietti li avrai visti solo tu, mentre da casa si faranno bastare quello che la regia deciderà di passare.

Alle audizioni di XFactor di ieri l’altro, 11 giugno 2012, ci sono andata soprattutto per questo: perché volevo vedere ciò che non avrei più rivisto su Sky. E in parte sono stata accontentata.

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Arriviamo a Bologna alle 14:00 e una corsa veloce a casa, una sciacquata (e la doccia famosa che desideravi dalle 11:00 del giorno prima e che a questo punto è IM.PE.RA.TI.VA.) veloce, due panini arrotolati al volo, una bottiglia d’acqua (che tanto sai non basterà) riempita al volo e via, verso L’Unipol Arena di Casalecchio.

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Arriviamo che la fila è già consistente e discretamente lunga, ma ormai io e il FiglioMinorePetulante siamo ormai allenati a fare file e a lunghe attese in piedi sotto il sole. L’attesa è lunga ma non come quella dell’anno passato. Alle 16:30 circa siamo dentro.

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Non abbiamo i posti privilegiati dell’anno passato, quest’anno siamo in alto, ma da dove siamo si vedono benissimo sia il palco che il tavolo dei giudici. Ci prepariamo a un’attesa lunga, memori dell’anno passato, sicuramente ci aspettiamo almeno un’ora e mezza di agonia nel caldo del “Dome”.

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E invece, verso le 17:17 Mika e Skin fanno la loro apparizione sotto la scalinata principale. Scherzano, ridono, fanno finta di fare a pugni, una telecamera accesa li inquadra e registra quella che probabilmente sarà l’intervista pre-audizioni. Arriva Fedez, arriva Elio. Si comincia. Credevo peggio. Ma poi mi rendo conto: quest’anno non c’è Morgan che era perennemente imbottigliato nel traffico e che si faceva attendere ore e addirittura a volte NON interveniva neppure…

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La novità di quest’anno sono le band che possono suonare strumenti sul palco dal vivo. L’apparato rallenta un po’ i tempi televisivi di registrazione ma sul serio è una bella innovazione. Sono sicura che le band e i gruppi quest’anno avranno uno spazio migliore e una migliore resa anche a livello di gradimento del pubblico da casa.

La prima band del mondo a suonare con i propri strumenti sul palco di un Xfactor Show ha un nome che fa discutere molto i giudici: qualcosa che ha a che fare con le pannocchie, il panico e il cockney.

Mika gioca subito con l’inglese, cerca di dare buone palle dritte a Skin, ma fin da subito si capisce che la cantante è in grandissima difficoltà e il pubblico accetta poco le sue faticosissime parole in un italiano quasi incomprensibile. Elio però interviene sempre a soccorrerla e a in qualche modo sgridare il pubblico e i due giudici più discoli per il poco sostegno alla collega.

Fedez si lancia in alcune sue giocose battutine tipo:

“Non preoccupatevi, io vado a fare pipì ogni dieci minuti. Vi regolerete sulle pause in base a quelle della mia vescica!”

tranquillizza un pubblico un po’ preoccupato per il caldo e per le lunghe maratone seduti su scomodissimi seggiolini di plastica, molti dei quali rotti e sdrucciolevoli.

La registrazione del programma prosegue senza troppi scossoni, quasi a cercare tra gli stessi giudici quella giusta armonia, quell’equilibrio che la non abitudine a lavorare assieme ancora non ha creato: Fedez e Mika si conoscono dall’anno scorso, ma già dimostrano comunque una complicità e voglia di far casino da liceali, Elio è serio, compassato, caustico nelle sue battute, ma sostiene Skin sempre più in difficoltà e quasi desiderosa di abbandonare tutto. Ma lentamente l’alchimia si forma, timidamente, si cementa un senso di solidarietà tra i quattro che porta a migliorare anche l’atmosfera del programma e il pubblico inizia a partecipare attivamente.

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Lo spartiacque forse è l‘entrata in scena di una rock band formata da sole donne. Cantano, a dire il vero non molto bene, e probabilmente – non sono una grande intenditrice, solo che quando il rock non è buono e pulito al 100% a me arriva una sorta di accozzaglia di rumori mal sintonizzati e ho avuto la stessa sensazione in quell’esibizione – neppure suonano al massimo dei livelli, ma la frontman flirta con Skin apertamente, muovendosi spesso verso il tavolo dei giudici, cercando di coinvolgerla e Skin si lascia tentare, partecipa, apprezza, assolutamente gode del rock che viene proposto su quel palco, così da ottenere un bel momento vivace e coinvolgente.
A due giudici, però, Mika e Elio, il gruppo non piace e nonostante le proteste e le preghiere di Skin a Mika di salvarle, il gruppo viene mandato a casa.

“Siete una rockband di quelle che suonano ai matrimoni”

aveva detto Mika. Lasciando il palco, la frontman lancia una sorta di “anatema”

“Il giorno che ti sposerai, verremo a suonare al tuo matrimonio, Mika!”

E Mika si fa rosso rosso dall’imbarazzo. C’è qualcosa nell’aria che noi fan ancora non sappiamo?

Il tutto procede senza troppi alti e bassi, al punto che sta diventando persino un po’ noioso fin quando non compare sul tavolo un signore che avrà si e no una settantina d’anni. Infatti dice di esser venuto con la nipote per le audizioni, ma che la nipote è stata mandata a casa, lui invece è stato preso a cantare su quel palco. Il signore è romagnolo e ha la verve tipica dei “vecchi” di quella regione: arguto, graffiante, ironico, di una simpatia contagiosa ed esilarante. Il pubblico è in visibilio. Canta (malissimo) Mia Bèla Burdèla, tutti partecipano e battono le mani a tempo.
Elio vuole una seconda prova per decidere e dice che dovrebbe cantare qualcosa tipo la Filuzzi che tanto caratterizza quella regione e che né Mika né Skin possono conoscere. Chiede una Mazurka e la regia lo accontenta.
Mika sale sul palco e balla la Mazurka di Periferia con il signore romagnolo, finendo poi per saltare addirittura in braccio al tipo e per un pelo non cadono per terra tutti e due.
E’ un momento di ilarità intensa.
Finalmente una scossa…

Appare un concorrente che vuol cantare “Wrecking Ball” di Miley Cirus.
Fedez alla fine dell’esibizione commenta:

“Se mi avessero dato un euro per ogni aspirante che l’anno scorso si è esibito con Wrecking Ball di Miley Cirus, oggi il Milan lo starei comprando io…”

e dà il via alle sue esilaranti battute, molte delle quali sul serio centrate e divertenti alla faccia di chi lo accusa di avere qualcuno che gli scrive i tweet. Il ragazzo ha verve e tutta di suo…

Un momento di grande emozione si verifica quando un concorrente presenta come canzone You’ll follow me down di Skin e Skunk Anansie. Skin lo avverte:

“Watch out, that’s my baby, you know?”

e nel momento in cui vede che il tipo è in grandissime difficoltà, Skin interviene regalando al pubblico un’esibizione DA.PA.U.RA. su quella canzone estrema e straordinaria. E’ il momento dell’assoluzione che il pubblico dà a Skin. Al genio e al talento non si può resistere e dopo averla sentita volare in quelle note alte così vibranti e toccanti, il pubblico le perdona l’italiano più che traballante. Lei stessa, forse corroborata dal sostegno del pubblico, si lancerà dopo in altri tentativi, più o meno riusciti, di parlare italiano. Speriamo che continui a studiare e con sempre più lena una lingua certo non facile, ma avendo accettato di fare il giudice di un programma italiano, è fondamentale che almeno riesca a dire qualche parola senza l’ausilio dell’interprete, che in questo caso si è improvvisato in Mika.

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Mika più volte ammette di NON invidiare affatto Skin, di esser stato due anni prima negli stessi suoi panni e di capire benissimo cosa sta provando adesso la collega.
Poi si esibisce con un:

“Avanti la prossima vincitoressa di IcsFactor 2015! Skin, tu non dire quello che dico io, però!”

e il pubblico è tutto con lui.

In realtà questa giuria è davvero interessante.
Fedez con la sua doppia vittoria l’anno scorso ha dimostrato di avere una credibilità che in passato non gli veniva riconosciuta. Mika è professionalissimo e rispettato per questo dal pubblico. I suoi no, anche se ottengono qualche protesta, non sono contestati più di tanto. Elio è il “vecchio saggio” del gruppo e il suo ruolo è assai definito ma anche molto rilassante. Non ci sono le tensioni dell’anno passato, e questo appare subito chiaro, sarà un Xfactor forse meno scintillante per quanto riguarda l’audience, ma sicuramente sarà più professionale e meno calcolatore in quanto a scelte musicali. Skin, se non fosse per le difficoltà con l’italiano in realtà non è male e se riuscisse a esprimersi, potrebbe dare molto ai contenuti musicali e alle critiche mosse.

Un unico momento di grande tensione si ha quando entra in scena una ragazza messicana che parla benissimo italiano: E’ in italia perché si è innamorata di un ragazzo italiano. Alla domada di Elio dove abbia conosciuto questo ragazzo, risponde: Medjugorie. La cosa incuriosisce i giudici, soprattutto perché poi la ragazza dice di studiare “Scienze Religiose” a Torino. Elio infatti si chiede come possa essere considerata una “scienza” la religione. Terminato una specie di interrogatorio sulla ragazza, questa si propone con un brano rock degli ACDC. La voce è potente ma ai giudici non piace l’interpretazione “disneyana” di una pietra miliare del rock internazionale. In effetti la ragazza si è presentata con un visino dolce, un sorriso da cucciolo, un vestitino a palloncino nero a striscie bianche e scarpe con il tacco stile Minnie di Topolino. Riceve due sì e un no. Il No definitivo glielo dà Mika. Che viene fischiato pesantemente dal pubblico. La ragazza viene eliminata. Ma il pubblico non ci sta. Inizia a protestare a fischiare, a non permettere ai giudici di continuare. Alla fine i giudici sono costretti a farla rientrare, a farle cantare a cappella un’altra canzone, e Mika cambia il suo giudizio, dandole il terzo sì che la ammette alla fase successiva dei bootcamp.

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Siparietto divertente: la ragazza corre tutta felice tra le braccia del fidanzato che era accorso sul palco, e gli salta addosso. Fedez dice:

“Mi sa che stasera faranno un bambino”

In realtà molti dei talent che si sono esibiti sono stati ammessi alla fase successiva ma a dire il vero non mi hanno colpito in tanti se non una coppia di ragazzi giovanissimi (19 e 20 anni) che cantavano insieme al suono della chitarra di uno dei due e con un’armonia tutta particolare tra loro. Timidissimi, hanno tirato fuori una voce potente e un’interpretazione tutta loro e originalissima su una canzone che Fedez aveva assegnato in puntata l’anno scorso a Madh. Mika ha detto che con loro, forse, la categoria dei gruppi ha buone chance di vincere l’edizione di Xfactor di quest’anno. E se lo dice lui…

Due altri concorrenti degni di nota sono un giovane rubizzo ragazzo di nome Elija, figlio di un pastore evangelico che suona e canta nei metro per comperarsi l’iPhone e un altro giovanissimo dal volto accigliato, poco comunicativo, molto chiuso e introverso, capelli ricci e bandana in testa e attorno al polso. Una voce roca molto particolare e potentissima. Sono passati tutti e due e mi hanno davvero colpito. Non so se arriveranno al programma, ma la loro personalità mi ha conquistato.

Verso le 23:30 il pubblico ha iniziato a dare un po’ segni di cedimento e voglia di sgattaiolare via. L’animatore in una pausa promette al pubblico che dopo la fine delle registrazioni i giudici firmeranno gli autografi e si faranno fotografare con il pubblico che resterà fino alla fine.

Fedez gioca su questa promessa:

Resistete! Dopo tutti a farsi un selfie con Mika!

e Mika di rimando:

E Fedez pagherà una birra a tutti!

E inutile dire che il pubblico è rimasto fino alla fine. Nonostante la stanchezza, ne è valsa la pena. L’ultimo concorrente in gara è una signora greca dai tanti capelli ricci, che prima regala un ritratto a Mika, poi dice che vuole cantare per lui Stardust (e nella puntata precedente voi sapete già quanto io ami questa canzone). Ma al momento di cantare l’emozione la travolge e non riesce. Mika sale sul palco e finge di far parte di un duo e di sostenere un’audizione e canta lui Stardust al posto della concorrente. Che dire?
Commozione a catinelle.

La serata finisce con la finta dei giudici: andiamo a fare un’intervista e poi torniamo! E subito dopo, lo staff di XFactor annuncia che il palazzetto deve essere liberato per ragioni di sicurezza. Diciamo che potevano risparmiarsi questa finta, i giudici, con il pubblico, ma vabbe’. La prima giornata delle audizioni è passata. Non parteciperò alla seconda. Troppo stancante, troppo lunga e soprattutto, a parte qualche momento davvero esilarante, meno divertente dell’anno passato.

Buon proseguimento a chi andrà a quelle di Roma e Torino!

LE SIRENE A VOLTE RITORNANO

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SIRENA ALL’ORIZZONTE
RITORNA
IN UNA VERSIONE
COMPLETAMENTE
RINNOVATA:

Nuovo editing: Cristina Lattaro
Nuova copertina: Cristina Lattaro
Nuovo booktrailer: Cristina Lattaro
Nuovo packaging: ebook
Nuovo Editore: Amarganta.eu

Date of release: stay tuned!

CRONACA SEMISERIA DI UNA QUADRATURA DEL CERCHIO PARTICOLARE (PARTE I)

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La foto non è messa qui a caso.
Questa è stata una “2giorni” intensissima e tutta all’insegna di Mika.
La quadratura del cerchio, la fine di un’epoca, il realizzarsi di un sogno, la chiusura di un libro aperto ormai più di tre anni fa, quel famoso 6 dicembre 2012 quando una star internazionale dal falsetto che uccide e una giovane aspirante cantante, partecipante a un talent show musicale si incontrarono per caso su un palcoscenico e diedero vita a una performance indimenticabile, breathtaking, sarebbe la parola giusta, se questo post fosse scritto in inglese.

Tutto è cominciato quando Sara, cara e bellissima amica conosciuta su facebook ma poi incontrata di persona già il Novembre scorso, e protagonista della “tregiorni” Mengonian-Bolognes-Fiorentina” del 21 maggio scorso, mi chiama già a Marzo per dirmi:
“Ci vieni a Milano a vedere Mika al Fabrique?”
“No, non penso, troppo faticoso…”
“Se trovo i biglietti ci vieni?”
“Mah… chissà… ho paura… vabbe’, tanto non li trovi, prova pure…”
……………
“Ho trovato 4 biglietti!”
ed è iniziata così la mia avventura.

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Ho trascorso i successivi tre mesi a dirmi ogni giorno
“Tanto non ci vado, all’ultimo momento troverò una scusa, dirò che ho mal di testa, che la casa è andata a fuoco, che ho tante cose da fare, da scrivere, da tradurre, da editare…”

E mentre mi dicevo così, una vocina dietro la nuca rimarcava:
“Da due anni rompi le balle a tutti con ‘sto Mika, che quasi nessuno prima conosceva e oggi anche la vicina di casa che incontri a far la spesa ti ferma per dirti “Ma lo sai che Mika stasera sarà a CheTempoCheFa da Fazio?, è da due anni il tuo sogno di poterlo ascoltare dal vivo, di poterne sentire gli acuti in presa diretta, e che cosa fai? Ti tiri indietro all’ultimo minuto?”
Insomma, gira che ti gira, tra un dialogo tra diavolo e angioletto che mi ritrovavo sulle spalle a darmi consigli, la data del 10 giugno 2015 è finalmente arrivata. E l’avventura è iniziata.IMG_3517[1]

Per farmi forza e coraggio mi sono trascinata dietro il FiglioMinorePolemicoEPetulante, che mi ha fatto pagare con gli interessi ogni minuto di questa giornata lunghissima e stancante, fin dalla fermata dell’autobus con cui abbiamo raggiunto la Stazione di Bologna Centrale. A ogni metro che percorrevamo non faceva che ripetere:
“Quanti favori che mi dovrai fare da lunedi in poi! Ricordati mamma: il 10 agosto faccio “after”, torno a casa da lunedi alle 2:00 tutte le sere, posso portare a casa i miei amici e la mia ragazza quando voglio, un giorno mi fai il ragù e il giorno dopo le polpette al sugo senza soluzione di continuità e per almeno due anni di fila, e tante e tante altre…”

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Insomma, sotto il continuo ricatto morale del FiglioMinorePolemicoEPetulante, arriviamo a Milano, ci incontriamo con Sara e Corinne e arriviamo al Fabrique che saranno non più che le 11:30 del mattino.

La fila davanti al Fabrique è già lunghissima. Un’organizzazione spettacolare a opera delle ragazze del Mika Fan Club Italiano (MFCI) e del gruppo Mika Fan Action su Facebook ci stampano sulla mano un numero che sarà quello che farà fede all’entrata per poter accedere ai primi posti del parterre.

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Sì, perché me la sono voluta godere tutta la mia prima (ma probabilmente ultima) avventura Mika’s Gig, e ascoltandolo dal parterre a pochi metri dal palcoscenico. E per fare ciò, ho dovuto vivere la vita delle “fan”, quella vera, rude, delle lunghe attese in fila seduta per terra sull’asfalto che brucia sotto un sole cocente,

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dei panini portati da casa, dell’ombrello che di solito usi per ripararti dalla pioggia e che oggi utilizzi per risparmiarti un’ustione di 3° grado alle spalle,

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quella del tempo infinito che non passa mai, dei piedi doloranti, della voglia di farti una doccia e la consapevolezza che fino almeno alle 2:00 del mattino non ti sarà possibile, ma anche dei canti a squarciagola del tuo beniamino quando un fan in fila accende lo stereo della macchina e dei balli,

delle giocate a carte o a Memory, all’uopo realizzato in versione “Mika”,

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delle risate insieme alle amiche che insieme a te vivono questa avventura e che addirittura son arrivate dalla Francia per viverla proprio con te.

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E così, anche le lamentele un po’ feroci del FiglioMinorePetulante diventano più leggere.

La cosa buona del Tempo è che passa, inesorabilmente anche se ti sembra il contrario e in un battibaleno relativo ti ritrovi dentro al locale, seduta davanti al palco, a guardare quel pianoforte a coda che prima o poi vedrà Mika suonarlo, ballarvi sopra, saltarci come un gatto sinuoso e giocare con il pubblico scherzando e facendo un po’ lo scemo.

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La cosa bella del parterre è che ti ritrovi accanto le amiche del cuore e anche nuovi “arrivi” simpatici e sorprendenti.

E poi arriva lui.

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Entra in scena e tutto cambia. Diventa un’altra cosa. Lo hai visto in video milioni di volte. Lo hai ascoltato parlare da YouTube e dai siti delle radio online, nelle interviste e in televisione, a Xfactor 7 e 8, la sua voce è inconfondibile, il suo viso altrettanto ma lui è lì, adesso, davanti a te, in carne e ossa, con quella giacca blu con i cuoricini rosa, che probabilmente gli ha disegnato la sua mamma per Valentino, e sai che la tua Musa sta per apparecchiarti una scorpacciata di emozioni che, sì ti aspettavi, ma che probabilmente saranno totalmente diverse da quelle che immaginavi, troppe persino per la tua fervida immaginazione.

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Non è solo bello, Mika, su quel palcoscenico. E’ il palcoscenico. E’ l’Arte che si fa Corpo e Voce.

Quando ho scritto il “manoscritto che odio” ispirata da lui, dalla sua voce, dalle vibrazioni che emanava attraverso i suoi testi, le melodie scritte, i pensieri raccontati attraverso La Repubblica XL, credevo di avere un legame empatico con lui e di “sentire” ciò che viveva. Farneticazioni di scrittrice, lo so. L’ho sempre saputo. Eppure, adesso che me lo vedo lì, davanti, a grandezza naturale, in technicolor che si lancia in un acuto potente e irresistibile, è come se il mondo mi si aprisse sotto i piedi e una pedana naturale mi sollevasse e mi portasse alla sua altezza. Come se le persone che mi ritrovo a sentire spingere dietro, accanto e davanti a me non esistessero più. Siamo io e lui, io e la sua musica, io e la sua voce.
Io e le vibrazioni che manda a piene manciate…

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Mio figlio, il FiglioMinorePolemicoEPetulante di prima si avvicina e mi urla nell’orecchio:
“Mamma, mi rimangio tutto quello che ho detto oggi contro di te e contro Mika, grazie, lui è Fantastico!”

Dire che sapevo che sarebbe andata così, sarebbe useless (sempre se questo post fosse scritto in inglese) e ridacchio divertita, mentre continuo a vivere la mia personale armonia con il mio IdoloSulPianoforte.

Finché non canta Stardust.
Allora lì, il mio cuore skip a beat, and then two, and then three more.
Stardust ha un significato molto importante e intenso, per me. Non solo è la canzone con cui Mika mi ha conquistato, ma è quella che ha ispirato la mia vita narrativa per ben otto lunghi mesi. Una canzone che pur avendola ascoltata milioni di volte (e non esagero) continua a darmi brividi intensissimi a ogni ascolto. E’ musica che si fa liquida, poi si sublima e diventa aria, ti entra dentro e si solidifica di nuovo scoppiando in mille schegge di sensazioni.
Come Underwater
Come Any Other World  (che canterà alla fine, pare in base a una richiesta delle “vecchie” e fedelissime fan) e Over My Shoulder (che non ha cantato).
Come By the time (che non mi risulta abbia mai cantato e non capisco perché, dato che è una delle più belle del secondo album) che tra le altre cose mi ha ispirato così tanto da obbligarmi a scrivere un lungo racconto su quelle note e quelle lyrics.
Come Good Guys e Last Party in questo ultimo album che sta per uscire, per dire.

Ma tornando al momento in cui canta Stardust, ecco, lì mi sono sentita piccola piccola, un puntino in mezzo a uno spazio immenso e immortale. Non avevo quasi più voce, a quel punto da usare per cantarla, e quindi l’ho semplicemente recitata sottovoce, con i lucciconi che si facevano lacrime agli occhi ma non avevano il coraggio di scendere a prendersi la loro rivincita sulle emozioni che in quel momento si alternavano nel cuore. Stardust.
La “mia” Stardust. Come la poesia di Pascoli letta da bambina per la prima volta. La “mia” Poesia. Come Il Barone Rampante di Italo Calvino, incontro folgorante a sedici anni, adolescente sognatrice e tormentata. Il “mio” romanzo.

Il concerto arriva alla fine, i piedi sono in fiamme, le gambe formicolano di stanchezza esausta, la gola è riarsa ma stranamente non mi sento male, anzi, incredibilmente attiva ed energica.
A sentirmi esausta ci penserò poi.

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Dentro al Fabrique

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Fan-action Mika

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Sara, Corinne and I

'Cuz Mika is our King - Foto di Simona Gardella

Mika the King – Foto di Simona Gardella

RIAPRO O NON RIAPRO?

Sapete che c’è? Magari non aggiorno tanto il mio blog, non scrivo articoli di grande poesia o letteratura, i miei pensieri sono spesso un po’ inconcludenti, non so scrivere post da milioni di click epperò a me mi piaceva ogni tanto gettare all’etere i miei sconclusionati pensieri.

Adesso, questa storia del Garante pare si sia un po’ sgonfiata, anche se per gli esperti è solo la quiete prima della prossima tempesta, ma io mi sono messa sul blog tutta una serie di widget e orpelli telematici che nemmeno la Madonna di San Luca di Bologna ne ha così tanti, e quindi, nel caso avessi sbagliato qualcosa, magari il Garante potrà almeno notare la “buona volontà” a non profilare senza protezione.

Il fatto è che ho un po’ di novità da gettare all’etere che non mi legge.

Primo, il fatto che domani vado al Concerto di Mika al Fabrique, il primo concerto italiano dopo tanti anni e prima del nuovo album. Ed è una news importante, perché si tratta di un sogno – piccolo ma pur sempre significativo – che si avvera.

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Rivedrò Sara, Corinne e un sacco di altre amiche fan di Mika.

Il secondo è che ricominciano le audizioni di XFactor. E io non posso non andarci e non fare la cronaca il giorno dopo di quanto mi siano piaciuti e chi mi siano piaciuti tra gli aspiranti talenti.

Terzo, è arrivata una bella recensione su Mira dritto al cuore su Amazon.it e Amazon.fr. E le recensioni, si sa sono una gioia per gli occhi anche se arrivano a un anno dall’uscita del libro.

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Poi ci sono sorprese inerenti al manoscritto che odio e a Sirena all’orizzonte. Ma di questo parlerò più avanti.

Perciò, Mr Garante della Privacy che hai legiferato: io ho messo ben tre widget disclaimer + una pagina esplicativa su questo blog. Se non va ancora bene, a quel punto, sul serio, gliela do su. Ma per il momento, lasciami giocare con le mie paginette e i miei libriccini, e i miei sogni da adolescente un po’ troppo cresciuta.

Bye bye