FABIO CICOLANI PER BABETTE BROWN.IT

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Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Si scrive per i motivi più svariati, credo. E, in fondo, ognuno ha le sue ragioni che possono variare anche da periodo a periodo. Io scrivo perché mi piace raccontare storie, forse ho la pretesa di avere qualcosa da raccontare, non posso dirlo. Il mio è un assoluto atto di altruismo, mi piace l’idea di intrattenere persone che non conosco, che si avvicinino ai miei personaggi e li amino come li amo io. Una bella storia rimane per sempre e avere anche solo una piccola speranza che una delle mie abbia un posto speciale nel cuore di qualcuno è una sensazione meravigliosa, dà un senso a tutto il lavoro che si fa per scrivere.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Prima, quando avevo una visione molto più romantica della scrittura, scrivevo sui moleskine. Poi ne ho riempita una scatola e ho deciso di passare all’elettronico. Scrivo gli appunti passeggeri nelle note dell’iPhone, se sono sviluppi o appunti più corposi li metto su Pages nell’ipad, ma scrivere, scrivo sul MacBook, a mano sono diventato un impedito.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Non sono un tipo molto metodico, non sono neanche uno scrittore dominato dal fuoco sacro. Raccolgo idee e schematizzo la sera, ma la stesura la faccio in full immersion, otto ore, per una ventina di giorni o un mese, rigorosamente in biblioteca, per evitare distrazioni. Ci sono scrittori maratoneti, staffettisti, e velocisti. Io sono uno di questi ultimi.

Che cosa significa per te scrivere? Significa fare spazio nella mente. I personaggi, le scene, le idee si accumulano tra le meningi e cominciano a premere, mi ossessionano finché, se voglio concentrarmi sulle cose da fare quotidianamente, non le scrivo. Una volta che le ho scritte io respiro, loro respirano, e iniziano a vivere i loro spazi anziché i miei.

<<<L’INTERVISTA COMPLETA CONTINUA QUI>>>

#INTERNETDAY: UN GRANDE AMORE A PRIMA VISTA

#InternetDay
Ricordo di esser rientrata dal Brasile alla fine del 1993 e mentre tutti impazzivano per la novità del telefono cellulare (che non mi ha mai affascinato più di tanto), io sentivo parlare, per la prima volta dagli amici brasiliani che mi scrivevano di “email“.
Attraverso uno strano “indirizzo” corredato da una “chiocciolina”, si poteva corrispondere in maniera così veloce che una lettera –  normalmente, da Rio de Janeiro a Bologna una busta inviata per posta ordinaria avrebbe impiegato dieci giorni – arrivava a destinazione in pochi minuti. Era una cosa così incredibile che non sembrava possibile.
Avevo sempre desiderato di possedere un computer mio. Avevo lavorato, prima di partire per l’America Latna, nel 1990, con un personal computer in ufficio. La possibilità di avere un programma di videoscrittura che mi permettesse di archiviare tutte le parole senza perderle e poi modificarle, cambiarle, cancellarle e riscriverle senza dover impazzire tra fogli scritti a mano e carte carbone, era il mio sogno proibito. Ma era un oggetto così costoso da non poter certo immaginare di poterne avere uno in casa.
Per cui, approfittai di alcuni amici di mio padre che iniziavano a organizzare corsi di computer e partecipai. Così, solo per il gusto di trovarmi di fronte a un monitor e una tastiera e “giocarci” per qualche ora. 
Si parlava della differenza tra email e website (allora la differenza non era molto chiara) e mi fecero vedere l’invio di una email di prova.
Ricordo ancora l’emozione. Avevo visto qualcosa che sembrava piuttosto una specie di magia.
Il CNR bolognese, qualche tempo dopo organizzò un corso per aspiranti imprenditori della Rete, e siccome era gratuito, partecipai. Mi inventai un’idea imprenditoriale, qualcosa molto vicina a quello che anni dopo sarebbe diventata “Google Earth”, e ottenni persino il plauso per l’idea da parte degli organizzatori. Cercai di provare a realizzarla ma non riuscii a trovare le persone disposte a investire con me quell’idea. La cosa buffa, se ci penso, è che parte di quell’idea, ancora oggi non è stata realizzata. E sarebbe un’idea fighissima.
Trascorsi praticamente i successivi sei anni a leggere tutto quello che c’era su internet, ma il mio primo personal computer lo ebbi solo nel 2000.
Frequentai un corso per “esperto in reti telematiche e commercio elettronico” organizzato dalla Fondazione Aldini Valeriani, solo per la voglia e il bisogno di conoscere di più la rete e i suoi segreti.
Amavo così pazzamente Internet che ero disposta a studiare, trascorrere giornate intere a parlare solo di quello e tutto senza avere un computer mio. Il corso durò otto mesi, con conseguente esame di stato. Oggi dovrei essere un’esperta di reti telematiche, ma a me quello che piaceva sul serio era costruire pagine web fare siti, lambiccare con l’html, e rimpiansi tanto il non aver frequentato negli USA il corso di studi per programmatore, che anni prima (nel 1987) era disponibile.
L’amore per la scrittura – l’antico, vecchio amore – è arrivato solo molto dopo, nel 2003. Avevo già scoperto le Web Community e iniziai a scrivere qualche racconto.
Ma l’amore per internet, per il computer e per il web in generale non è mai morto. Si è trasformato.
Oggi, purtroppo sono un addicted.
Dovrei smettere.
Ma non ci riesco. E sapete perché?
Perché del web quello che mi ha sempre affascinato è stata la possibilità di SPERIMENTARE.
E ancora adesso, nonostante tutto sembri esser stato inventato, sento che è ancora possibile.
Buon compleanno, Internet.
A me hai regalato una vita diversa.
Soprattutto mi hai reso il mondo a un tocco di click. 

LE DUE ANIME DELLA SCRITTURA A ROMA PER EWWA

Il logo di Ewwa (European Women Writing Association). Roma, 17 febbraio 2015. ANSA/ US EWWA +++ HO - NO SALES - EDITORIAL USE ONLY ++

Messaggio Facebook scritto alle EWWA sull’incontro di Sabato 16 aprile 2016 a Roma:

Ok, preparatevi perché sarà un post lungo e logorroico.
Allora…
Da tempo avevo questa voglia, questo desiderio di far parte di EWWA. L’idea di appartenere a un gruppo di persone, più o meno qualificate professionalmente, più o meno “famose”, mi intrigava. Perché, appunto non era il successo professionale o la fama/popolarità che mi interessavano quanto la capacità di aggregazione, di fare gruppo, di fare “casa”.
E, dal di fuori, dal sito e da quanto potevo vedere, qui si faceva; EWWA sembrava proprio quel tipo di organizzazione/gruppo.
Lo confesso. Vi ho stalkerate per almeno due anni.
E a chiunque mi chiedesse consiglio, indicavo il gruppo. Vai a guardare. Chissà, magari ti piace…
Ma non mi sono mai iscritta – oh, sì, ho chiesto millemila volte informazioni via mail, alle quali arrivava sempre risposta paziente ed esauriente dalla gentile socia che ogni volta mi spiegava tutto di nuovo (e chissà quante volte mi avrà mandato a quel paese), ma ogni volta dicevo: domani, domani vado in banca a fare quel bonifico, e poi niente. Passavano i giorni, che diventavano settimane, che diventavano mesi.
Ecco, oggi a pensarci, a quanto tempo ho sprecato inutilmente, un po’ mi arrabbio. Ma vabbe’…
Devo tutto a una mia cara, carissima amica. La considero tale, perché, lo ammetto, l’ho conosciuta sul web, ci siamo viste qualche volta di persona, spesso ci parliamo via facebook, ma per me non è solo un’amicizia virtuale. Né con lei né con la sua socia. Quando penso a Laura e aLoredana, le penso con affetto. E si sa, quando l’affetto affiora, il virtuale scompare.
Ecco, dicevo, devo tutto a lei.
Perché un giorno mi ha regalato l’iscrizione a EWWA.
E finalmente sono stata catapultata, letteralmente, qui dentro.
Tra le socie, conoscevo già da tempo alcune altre: Antonia, Federica,Federica, Babette, Ledra e molte altre che a nominarle magari sbaglio perché poi me ne dimentico qualcuna e faccio loro un torto. Ma consideratevi tutte nominate, tutte egualmente considerate con stima e simpatia.
Altre ne ho conosciute subito dopo, a Imola, partecipando al primo incontro + workshop. Con alcune di loro è stato “sorellanza a prima vista”. Sapete quando accade che tutto è facile, naturale, ogni gesto è semplice e fluido e fluente ( Emoticon wink ) e ti sembra di stare proprio nel posto dove avresti desiderato essere e adesso che ci sei, hai la conferma che quello è esattamente il posto dove dovevi stare?
Ecco. Così.
Insomma, se Imola è stato il “battesimo”, ieri a Roma è avvenuta la mia “cresima”. La “confermazione” che EWWA è il posto per me.
Ripeto, non tanto per l’essere in mezzo a scrittrici di successo e sentirmi tale anch’io, ormai da tempo ho lasciato alle spalle questo bisogno di conferme, di ratificazione, di adeguatezza. Io sono quella che sono, nella vita e nella scrittura, e mi va bene (magari un pochino ancora vorrei crescere, ma c’è tempo, c’è vita e quindi c’è spazio per altre scritture, forse, e anche altri progetti) così. Vi sembrerà strano ma a me piace come sono fatta, così dispersiva e golosa da girarmi attorno e dire: “voglio fare anche quello!”
No, la conferma in EWWA è stata quella di trovarmi insieme ad altre donne. Punto. Donne che scrivono, che condividono con me la stessa passione aliena e che amano parlarne. Amano discuterne per ore. Ieri, a sentire raccontare di Laura e Loredana, ma anche di Gabriella edElisabetta dei loro inizi, dei loro metodi di scrittura, delle loro lunghe discussioni su personaggi e ambientazioni, ecco, io mi sentivo come se fossi stata a sentir di persona Mika parlare della sua vita (e chi mi conosce SA cos’è Mika per me) o che ne so, la Rowling o la Clare? (Gabriella ed Elisabetta, per favore, non abbiate remore a parlare di voi, dei vostri inizi, della vostra scrittura e del vostro lavoro. Sapete quanto è utile per chi scrive e non semplicemente per “le nuove” ma anche per le “vecchie” affamate di sapere, di conoscenza, di ogni più piccolo dettaglio di questo mondo fantastico che è la scrittura? Sapete quanto è importante per chi, come noi, si sente alieno perché si isola a scrivere e magari viaggia in mondi altri e sente su di sé quello sguardo, lo sguardo di chi non ci capisce, di chi ci sente dei marziani caduti sulla terra e completamente lontani dal “mondo reale”? Non pensate mai, non pensate più che parlare di voi annoi ormai chi vi ascolta. Non ne abbiamo mai abbastanza).
Dicevo, la bellezza del momento è stato quello di poter parlare, liberamente, con la semplicità e la naturalezza nel sentire e nel dire, di scrittura, di editing, di traduzione, di libri, di mondi altri, di fantasia, di creatività.
La bellezza è stata ascoltare Vittoria Corella e Federica Soprani del loro mondo particolare, del loro modo stranissimo e incantevole di scrivere le loro storie. Federica già la conoscevo, incontrata al Premio Mondoscrittura nel 2013, ma Vittoria era la prima volta che la incontravo.
La bellezza è stata incontrar di persona Babette, con la quale sarei rimasta a parlare per altre dieci ore.
E’ stato approcciarmi a tutte con semplicità e allegria ed essermi sentita libera.
Ecco.
Adesso la pianto.
Perché poi noiosa lo divento io.
Però, per finire, una cosa la dico ancora:
grazie.
Per avermi permesso di immergermi nel mondo che amo e averlo potuto condividere con altre che sentono le stesse emozioni pensando alla scrittura.

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SIMONETTA SANTAMARIA, PER BABETTEBROWN.IT

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Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? Non saprei quantificarlo ma c’è sempre un bel po’ di me. Per creare un personaggio convincente devo poter “sentire” come lui quindi faccio vere e proprie operazioni di transfert; divento uomo, assassino, bambino, gatto… Sperimento i dialoghi ad alta voce, mi compenetro al punto da portarmi dentro quelle emozioni anche dopo aver spento il pc. L’Actors Studio mi fa un baffo!

Quando scrivi, ti diverti e soffri, insomma! Come vedi, entrambe le cose. Non ci sarebbe divertimento senza sofferenza, e viceversa. Le emozioni statiche appiattiscono.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? Certamente è più matura e consapevole, adatta al mio modo di sentire e vedere di oggi. Migliore, senza dubbio.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? Vivendo e lasciando vivere. I miei spazi sono molto rispettati.

Ti crea problemi nella vita quotidiana? No, riesco a gestire i tempi incastrando tutto (o quasi).

Come trovi il tempo per scrivere? Facendo un lavoro freelance posso concentrare il tutto di mattina e lasciare parte del pomeriggio per me. Se poi gli impegni non me lo consentono pazienza, recupero quando posso.

<<<<INTERVISTA COMPLETA QUI>>>>

GIANLUIGI ARMAROLI, INTERVISTA PER BABETTEBROWN.IT (PARTE 2)

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Con il boom dei social network, come pensi sia cambiata la comunicazione e che direzione pensi che prenderà in futuro? Prendo ad esempio mia moglie, una nonna, come del resto “anziano” lo sono anch’io. Sino a due anni fa la solita tiritera “mi piacerebbe mandare messaggini, ma non sono capace!…Mi piacerebbe fotografare quello che mi piace, i miei nipoti, ma non ce la faccio!” Non so cosa le sia scattato. Una incubazione di anni. Poi il coraggio a due mani. Da pochi mesi sa digitare un messaggio. Da poche settimane riesce a scaricare e a inviare le foto da WhatsApp (non sempre al primo colpo). Da una settimana una delle sorelle della mia metà ha iniziato a mandare foto su foto di quello che combina nel bergamasco dove abita. Il boom dei social e delle applicazioni tecnologiche sta facendo affiorare la creatività e l’espressività interiore delle persone. Con il “tuo” telefono, spari immagini e testi in tempo reale. Per gli affetti una boccata di ossigeno. Oggi si possono esprimere i sentimenti in tutti gli stili, a tutte le ore… un abbraccio virtuale te lo vedi rimandato dopo un secondo. Siamo oramai nella condizione di Michelangelo, quando diede un colpo di mazza sul marmo della statua di Mosè, appena scolpita: “Perché non parli?”. Già, oggi guardiamo il visore dello Smartphone e pensiamo: “Perché non sei qui?”. A parte le mie paure o la prudenza, gli uomini hanno un rapporto sempre più da Striscia la notizia, “dobbiamo stare vicini, vicini!”. L’unico timore è il risvolto della medaglia. Da una parte la verità, la sincerità, dall’altra le possibili truffe o bugie che non stanno mancando e che possono avvelenare e minare la fiducia.  Un paio d’anni fa realizzai un servizio sugli occhiali-computer  che una Start Up bolognese ebbe direttamente da Copertino, perché pensasse ad ulteriori funzioni tecnologiche. È incredibile come si possa dare un occhio a un minuscolo visore e proseguire senza problemi la visione del mondo circostante. Siamo già bionici e non ce ne accorgiamo…

Tutti abbiamo un romanzo nascosto in un cassetto, magari dimenticato, lasciato a impolverare con il proposito di riprenderlo in tempi più propizi e provare a terminarlo. Anche tu ne hai uno?  E se sì, di che genere? Mi rimproverano di avere tutto in testa. Vale a dire che i cassetti della memoria li tengo stretti nella mente. È più forte di me. Devo confessare che è da tempo che mi sento colmo di parole, a volte ho il rigurgito dei pensieri, delle immagini che mi si affollano davanti. Vedo come se stessi affrontando la realizzazione di un film: vedo tutto, volti, situazioni, mi sembra di avere già pronte anche le parole, ma divento “balbuziente” quando decido di mettere su carta tutto quel ben di Dio che ho in testa da tanti anni. Un giallo dove il protagonista è un ex “capitano” della Polizia Romena, che svolge il ruolo di un investigatore sui generis, vivendo per necessità  tra i connazionali più sfortunati, gli zingari e la malavita comune. Un “barbone” investigatore. Per i bambini ho in mente una “saga” delle gru edili che tanto affascinano i pupetti nel percorso di avvicinamento alla scuola elementare. Sono attirato ovviamente dai prodotti televisivi. Qualche idea su Gioachino Rossini ce l’ho. Un uomo che ai suoi tempi era famoso in tutto il mondo come una rockstar. Adesso che abito a Pesaro, dove il musicista è nato, ogni bar, ogni ristorante porta qualcosa della sua inventiva e delle sue passioni, esclusa la Musica. Il caffè con lo zabaione. La pizza con la maionese, perché l’uovo era il pallino del compositore. Potrebbe apparire oggi al posto di Cracco, lo chef stellato che si è piegato alla pubblicità delle patatine e dei mobili. Rossini  ospite di Antonella Clerici, farebbe la sua figura.

<<<<l’intervista completa, qui>>>>

CONFLITTO DI CUORE, MENTE E ANIMA

Da tre, quattro anni sto vivendo un fortissimo conflitto interiore.
Sono sempre stata una persona “pia“.
Frequentavo da ragazzina la parrocchia della piccola cittadina di provincia dove abitavo: mai mancata una lezione di catechismo, comunione e cresima fatte con trepidazione e felicità e a Messa più spesso che potevo.
Ho avuto esperienze molto dure, di vita, da giovanissima, che non hanno però intaccato quella che consideravo “Fede“. E ho sempre ritenuto i miei simili, i “cattolici” e i cristiani, persone di cui potersi fidare perché seguivano le stesse mie dottrine, i miei stessi ideali.
Pregavo costantemente, anche durante la giornata, anche solo per ringraziare l’Altissimo per una cosa buona ricevuta o un piccolo successo ottenuto, e se la giornata non era stata buona, gli offrivo la mia delusione e la mia frustrazione. Ho sempre ricevuto da Lui risposte, quando gliele chiedevo. E mi sono sempre sentita protetta e amata, anche quando ho attraversato momenti di buio molto profondi.
Ho sempre cercato di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti ma soprattutto di vivere una vita degna della dottrina che mi era stata impartita.
I comandamenti sono stati la mia legge per quasi tutta la vita e le poche volte che mi sono ritrovata a sgarrare, a sviare qualche piccola parte dei loro mandamenti, ho sempre provveduto con una sana e robusta Confessione.
Anche quando la vita mi ha tradito, quando ho subito situazioni violente, non mi sono mai ribellata al mio Destino, ma anzi, ho sempre cercato di rivolgere a Dio uno sguardo sorridente e grato, consapevole del fatto che anche nel dolore Lui c’era stato e c’era.
Non mi sono mai chiesta cosa potesse Dio fare per me, ma sempre cosa potessi fare io, per Lui.
Tutto intorno a me era Buono e Santo. E tutto ciò che era religioso era sinonimo di Bontà e Purezza.
Ah, la Purezza!
Era la cosa che più cercavo e alla quale più aspiravo.

Ma c’erano cose che non riuscivo a capire.

Non riuscivo a capire il perché di un certo accanimento da parte del clero, per esempio, verso le persone che si accorgevano di aver sbagliato a scegliersi un compagno di vita e lo lasciavano, o semplicemente persone non più innamorate che, amando qualcun altro, divorziavano. La condanna nei confronti di quelle persone da parte dei prelati e dei sacerdoti e dell’ambiente che gravitava attorno a loro era totale.
Non riuscivo a capire, altro esempio, come mai sempre i sacerdoti di quegli ambienti di cui sopra, propendessero per posizioni politiche radicali e verbalmente violente, di destra, e votate alla tutela della proprietà privata e della ricchezza. Non avrebbero dovuto parteggiare per una sinistra, più diretta verso il povero, il poco tutelato, il più fragile economicamente? Anche in chiesa, durante l’omelia, ascoltavo descrivere il “comunismo” come lo strumento del diavolo per assoggetare l’umanità cristiana. Vero, Marx aveva detto che la religione era l’oppio dei popoli e i comunisti non volevano nessun tipo di religione a interferire con la loro ideologia, ma forse un dialogo sarebbe bastato a far capire loro che i cristiani, proprio perché seguaci di quel Cristo che si scagliava contro i sepolcri imbiancati e i mercanti del tempio, o di quel Fraticello che predicava la Sorella Povertà come unica ancora di salvezza, ecco, sarebbe bastato quello a far capire ai comunisti che i cristiani volevano più o meno le stesse cose. Ma a quanto pare, non è così, perché i prelati e il clero sono da sempre notoriamente di destra e sacerdoti come Don Milani sono stati velocemente messi alla berlina.
Non riuscivo a capire, altro esempio, perché i sacerdoti fossero severissimi e spesso intransigenti nei confronti delle peccatrici e invece molto indulgenti, addirittura giustificanti nei confronti dei peccatori. Perché un semplice pensiero impuro dovesse essere stigmatizzato, comportasse un buon quarto d’ora di ramanzina nel confessionale e per lo meno dieci pater e ave di penitenza per me, donna, e semplicemente un buffetto di bonaria riprovazione per le fisiche necessità dei miei compagni di scuola di sesso maschile, che spesso si vantavano fuori dal confessionale per esser stati “puniti” solo con un atto di dolore, letto tra l’altro su un santino a disposizione del penitente e senza alcun obbligo di doverlo mandare a memoria, cosa che noi femmine invece dovevamo assolutamente saper recitare senza alcun errore pena la ripetizione a oltranza.

Ma mi si diceva che era così che doveva essere perché così era decretato dai Sacri Libri, e io accettavo, perché desiderosa di essere una brava cristiana e una, per lo meno, decorosa cattolica.

Da un po’ di tempo, dicevo, sto vivendo un conflitto di cuore, mente e anima.

Perché ho smesso di chiedermi perché non capivo.
Ho smesso di tentare di capire.
Forse ho proprio smesso di voler capire.
Molto lentamente, il processo è stato lento ma inesorabile, ho smesso di vedere tutto Buono e Bello. Soprattutto ho iniziato a Non Vedere Più la Purezza che invece avevo così tanto cercato e voluto intorno a me.
Ho iniziato a vedere Gente Cattolica che si scagliava contro “i Divorziati”.
Gente Cattolica che addirittura stigmatizzava i “Separati”.
Ho assistito personalmente al dolore senza fine di alcune persone amiche, separate, che desideravano l’Eucarestia e che gli veniva negata semplicemente perché aveva abbandonato un marito, magari violento, magari abusivo, magari semplicemente egoista e indifferente, traditore, promiscuo addirittura.
Gente Cattolica che urlava e condannava come abominio persone che amavano diversamente, che amavano in maniera differente, che amavano persone del loro stesso sesso.
E allo stesso tempo, vedevo Preti che vivevano nel lusso, collezionavano auto d’epoca, facevano strozzinaggio nei confronti di chi aveva difficoltà economiche, lucrava su affitti nei confronti di extracomunitari, magari affittando loro scantinati e cantine, approfittando della loro condizione di sfollati, profughi, clandestini, o poneva affitti esorbitanti a immobili ricevuti in donazione da pie parrocchiane – affinché quei locali fossero dati a gente bisognosa – ho assistito personalmente a cene pantagrueliche dove grassi Don Abbondio si abbuffavano di cibi prelibati e vini pregiati, alle dita anelli con pietre preziose e un linguaggio di sicuro non pio, ma piuttosto “mondano” e secolare.
Ho letto di abusi e soprusi, soprattutto nei confronti di bambini e ragazzini, e ho letto di cose indegne coperte e ignorate.

Ma queste son cose eclatanti, dicono, cose da televisione. Non sono tutti così. Non è tutto così quel mondo.
La Purezza di Cuore esiste ed esiste Tra Loro.
E allora ho cercato.
Ho guardato.
Ho visto.
Ho visto la signora che va tutte le settimane a Messa e che prega, che fa volontariato, che aiuta persino a casa del Parroco e che quando può parla male delle colleghe, della vicina, screditandola e calunniandola con una tale rabbia da far paura.
Ho ascoltato insegnanti, timorate di Dio, religiosissime e pie che durante tè pomeridiani parlavano di alunni extracomunitari, bambini, che meglio avrebbero fatto se fossero annegati cadendo dal gommone con il quale erano arrivati qui da noi, e questo solo perché incapaci di comprendere la nostra lingua e quindi agitati e disturbatori delle loro lezioni.
Potrei andare avanti a raccontare.
Di storie così ne ho panieri pieni, nascosti negli angoli più bui della memoria.
Ho sempre meno desiderato di capire.
Ho visto sempre meno purezza e sempre più interesse, ingordigia, corruzione, depravazione.
Ho visto odio nei confronti di chi non si conforma e di chi ama in maniera non allineata.
Ho sentito usare termini come abominio, depravazione ma non per gli abusi che certi prelati compivano sui bambini, o per il lucrare sulle miserie e le disperazioni di altri esseri umani, o per la corruzione di quelli che invece dovevano dare l’Esempio, e fare da Guida. No, quei termini sono usati verso chi semplicemente ama. Ama un altro uguale a se stesso. Semplicemente questo.
Ho visto odio.
Soprattutto odio.

E quel conflitto tra mente, cuore e anima si è fatto voragine.
Oggi sono come chi “sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (cit.Ungaretti) anche se forse con un po’ più di forza di volontà rispetto a quelle foglie che inesorabilmente prima o poi dovran cadere: sto su un ramo, in bilico, tenendomi aggrappata con tutta la capacità che questo corpo ormai vecchio dispone, per non cadere, per non perdere quella che ritengo sia uno dei più bei doni: La Fede.

Oggi continuo ad amare il mio Dio. Continuo a credere in Lui.
Ma non mi parla più, o forse, in mezzo a tutte queste grida e gli insulti che ascolto tra il vociare indistinto della gente non riesco più a riconoscere la sua Voce.
E non so.
Non so se faccio bene o male a dubitare.
Non so se riuscirò, senza Guida ad arrivare alla Giusta Meta.
Non so se riuscirò comunque ad accettare che ci sia gente che soffre perché discriminata ed emarginata.
E soprattutto, non so se colmerò mai più questa voragine che si è formata proprio al cento della mia anima.

p.s.: oggi, 8 aprile 2016, è uscito Amor Laetitia, l’atto conclusivo del Sinodo vergato da Papa Francesco. Qualcosa, in risposta alle mie domande, in questo documento c’è. E’ tanto. Lui ha dunque ripreso a parlarmi? Riesco di nuovo a riconoscere la sua Voce?

Garben Fantasy e Il Cavalier Buffone

Ribloggo una cosa molto bella che sta a cuore al mio amico Fabrizio Colonna: se siete di Garbagnate o siete nei dintorni andate che è cosa molto bella e molto giusta!

Wormhole Diaries

Spero di non essere fuori tempo massimo, ma segnalo che a Garbagnate Milanese (MI) sabato 9 e domenica 10 aprile si terrà il primo Garben Fantasy, una rassegna medioevale con tanta, tantissima roba: cosplay, rievocazioni, dimostrazioni di scherma, arti marziali e duelli magici e… anche presentazioni libraie.

Garben Fantasy

Il sottoscritto presenterà “Il Cavalier Buffone” alle ore 15, distribuendo gratuitamente degli splendidi segnalibri con copertina e sinossi.

Allora, segnatevelo: sabato 9 e 10 aprile, Garbagnate Milanese, Parco dei Bambini in Via Bolzano. Siamo circondati da parcheggi, ma ci si arriva anche in treno. Fatevi un favore e venite!

Il Cavalier Buffone

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LUIGI ROMOLO CARRINO PER BABETTEBROWN.IT

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1.     Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? È una parte della vita, la scrittura. Quindi necessaria. Poi, che si faccia per catarsi o per dire qualcosa agli altri è una cosa che si decide dopo.
2.     Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Una volta carta e penna; poi tutto in digitale, almeno dal 1998.
3.     C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? La sera.
4.     Che cosa significa per te scrivere? Significa emozionarmi e emozionare. Con lo stile. Con la storia. Con un modo di mettere insieme le parole – spero – originale, poetico.
5.     Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Amo, sì. Ci metto un bel po’ a terminare una cosa che ho in mente. Dopo, magari, posso pensare che avrei scritto diversamente una frase, un pensiero. Ma non rinnego nulla e mi piace anche a distanza di tempo quello che ho scritto, con tutti i difetti insiti e che scorgo a posteriori.

<<<L’INTERVISTA COMPLETA QUI>>>

LA FIERA, IL BRASILE, LA KOREA E TANTI LIBRI..

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E comunque la Fiera del Libro per Ragazzi è stata:
Ledra Ledra
Livia Rocchi
Claudia Souza
Sara Saorin
Lola Lola
Anna Tasinato
NiMò Monica Nicolosi
Alessandro Fieschi
Daniela Vanzini
e… rullo di tamburi….
Stand del Brasile
Stand della Korea

*OCCHI A CUORICINO*
Ho camminato, come mi ha ordinato il cardiologo, e ho fatto la cosa che mi piace di più al mondo: parlare di libri.

I libri i Koreani li sanno fare belli

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‪#‎FieraDelLibroPerRagazziBologna‬
Riuscire a dire annyeonghaseyo e kamsahamnida a una hostess coreana dello stand della Korea non ha prezzo…

Ma anche il Brasile non è da meno

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‪#‎Prevedibile‬
Ahah… Livia Rocchi che nel bailamme della Fiera del Libro per Ragazzi mi trova – perché andava sul sicuro – allo stand della Korea.
Sono prevedibile. Lo so.
Ma che bei libri!

‪#‎Prevedibile2‬
Comunque andare in Fiera del Libro per Ragazzi senza neppure uno straccio di biglietto da visita è roba da Triple Face Palm

‪#‎FieraDelLibroPerRagazzi‬
<<Conosci più tu del mio paese di me>> Hostess Stand Korea.
<<Eh, ma non si può amare una cosa e non volerla conoscere a fondo…>>
Massima Zen di fine pomeriggio.

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GIANLUIGI ARMAROLI INTERVISTATO PER BABETTEBROWN.IT (1 PARTE)

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La prendo un po’ alla larga: sei un giornalista e pertanto scrivere è il tuo mestiere. Un lavoro a tempo pieno, dunque; ma come è nata questa tua passione? Come hai scoperto di voler fare il giornalista e vivere di scrittura? Una storia lunga. Me la ricordo ancora come se fosse oggi. Avevo dodici anni e frequentavo le medie. Con mia madre raggiungiamo la scuola per un incontro con i professori: con quella di matematica, viso scavato, permanente plastificata e gambe arcuate coperte da una classica gonna al ginocchio… una vera e propria débâcle. Minime le speranze di ravvedimento. Con il professore di italiano Luigi Rosiello, invece, buone notizie. All’improvviso, prendo dalle tasche del cappotto un quaderno a righe, con una copertina coloratissima.
“Ho scritto un romanzo western!” dico, e deglutisco per l’ansia. Lo porgo al prof. che cerca di incrociare lo sguardo di mia madre. Lei si è già voltata verso di me per la sorpresa. Tutti e due mi scrutano come se mi vedessero per la prima volta. “Sono dieci capitoli”. Facevo sul serio anche se ogni capitolo non superava le quattro pagine e i buoni e i cattivi assomigliavano a Tex Willer e agli uomini della Western Union, quelli della Ferrovia, del “Ciuff! Ciuff!”. Leggevo molti fumetti e mi era nata la voglia di scrivere.
Poi, l’oblio.

I miei interessi si spostarono sul disegno, la pittura e il teatro. E in quei mesi di palcoscenico parrocchiale, le antiche filodrammatiche, dove si mettevano in scena farse per soli uomini, la scoperta di una biblioteca a pochi metri dalla sacrestia. Anche allora la gente leggeva poco. La porta non era chiusa a chiave. Sull’unico tavolo in una cassetta erano conservate una trentina di schede: il vecchio archivio. Fu una vera e propria scorpacciata. Mesi di lettura di tutti i generi, andando su e giù dagli scaffali. Solo una persona, la Rosa, una rubizza factotum parrocchiale, con un impertinente “pipullo” sulla testa, si azzardò a segnalare le mie scorribande letterarie.
“E’ ancora un ragazzo, è vero!” commentò il Parroco “Almeno che i libri servano a qualcosa, a qualcuno, c’è una polvere lì dentro!”
E prosciugai quasi del tutto quel ben di Dio.

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