Mi diede appuntamento una mattina alle undici. Arrivando a S. Domenico, mi fecero entrare in una stanzetta piccola e disadorna, dove solo due seggioline di ferro uguali a quelle abbinate ai banchi di scuola, arredavano il vuoto sovrastante. Aspettai quasi un quarto d’ora, chiedendomi se avevo fatto la cosa giusta. Se tutto non fosse una perdita di tempo. Poi, arrivò. Lui, grande, immenso. Vestito di bianco con alla cintola un rosario di legno. I suoi occhi, che non potrò mai dimenticare, profondi al punto da passarti da parte a parte come uno stiletto affilatissimo. E un sorriso dolce ma severo al tempo stesso. Rimasi immobile, sopraffatta dalla soggezione che quella figura imponente mi metteva. Lui aprì le braccia, e mi accolse in un abbraccio forte e tenero al tempo stesso. Fu l’unico abbraccio che in tutta la sua vita mi diede. E che avrei desiderato poter rivivere per tutto il tempo che lo frequentai e ancora oggi. No, non mi ha mai più abbracciata. E ogni volta che lo incontravo, altro desiderio non ho mai avuto. Quello di perdermi nel suo abbraccio paterno e ristoratore. Perché in quell’abbraccio, ritrovai la pace perduta.

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