Fiori per Dayana

Scritto pensando a un fiore dolcissimo che è stato reciso troppo presto

Sono venuti stamattina a chiamarmi a casa.
«Giovanni, a che ora apri?»
Ho risposto che apro alla solita ora, tutti i giorni. Oh bella. Che domande son queste? E’ pur vero che in questo periodo di fiori non se ne vendon più così tanti; è inverno, poche le ricorrenze, e nelle ultime due settimane non ci son stati molti funerali. Solo la vecchia Lucina, la mamma del carrozzaio, che buon’anima se n’è andata alla veneranda età di novantaquattro anni. Ma abbiamo lavorato parecchio, da metà gennaio in poi. Con tutti quei morti! Le famiglie arrivavano e chiedevano fiori da gettare in mare, vicino al bisonte che se ne sta sdraiato a ronfare e a custodire segreti e veleni. Che sia maledetto! Chissà come sarà il mare dopo che l’avranno tolto di lì! Mah, non ci voglio pensare. Se mi ci fermo a riflettere mi prende una rabbia tale che poi va a finire che mi ci butto io, in mezzo a quelle acque infestate e faccio come Don Chisciotte contro i mulini a vento!
Da un po’ di giorni non c’è più l’attenzione di prima. Quasi tutti se ne sono andati e anche gli affari sono calati. E’ rimasto un giornalista che ogni tanto vedo al bar di Mario, che beve e gioca a carte con i vecchi del posto, e spesso si interrompe per rispondere al suo cellulare. I vecchi, lo so, ‘sta cosa li fa incazzare, ma stanno zitti, non dicono niente.
«Devi comporre un mazzo di fiori bello. Il più bello che ti viene» mi ha detto Felice, fornaio e assessore. Lo hanno dichiarato eroe, perché si è impegnato in prima persona del salvataggio di tanta di quella gente… «sai, è per la bambina…» Ah, già. La bambina. Ieri l’hanno trovata, finalmente. Dopo un mese e più di ricerche, testimonianze che la davano in Spagna, speranze e illusioni, alla fine la notizia più brutta: annegata. Insieme al suo papà. La mamma aveva promesso che sarebbe tornata qui a gettare un fiore anche lei vicino al “bisonte” in quel mare che gliel’aveva portata via.
«Un mazzo colorato. Dei colori più forti e belli che puoi trovare»insiste Felice «perché dice che la bambina era vivace, non stava mai ferma, sempre allegra e innamorata della vita, dice… Giovanni, devi superare te stesso!» ha la voce rotta dal pianto quando parla, e lo capisco. Sono padre anche io di una bambina un po’ più grande di questa che ora non c’è più, posso immaginare lo strazio, il dolore, la pazzia che deve attraversare il cuore di quella madre.
«Ci proverò» rispondo, cupo. Non ho voglia di parlare. Far mazzi e corone per gente che muore è il mio mestiere. Ascolto le esigenze dei clienti, seguo un po’ quello che è la tradizione e il galateo che in questi casi esige un certo tipo di fiori piuttosto che un altro, e via. Senza fermarmi a pensare troppo. Perché in fondo, quella fine lì la faremo tutti, mica qualcuno può scappare! Ma stavolta, questo lavoro mi disturba. Per la prima volta. Dover comporre un mazzolino di fiori per una bambina piccola, che è stata fermata da un gesto sconsiderato di un miserabile, chissà per quale stupido motivo.
Non sarà semplice unire corolla con corolla, gambo con gambo, evitare di pungersi con le spine delle roselline bianche in bocciolo che ho intenzione di inserire, e non lamentarsi del dolore che ogni petalo di quei fiori lascerà trasudare. Ci proverò, ma già so che sarà uno strazio il pensiero che il fiore più bello è già stato reciso e travolto dalle acque scure di un abisso terribile. Raccoglierò le felci più verdi, i mughetti più profumati e candidi, le peonie e le campanule dai colori più accesi, tenterò di dipingere i ricordi di una madre sanguinante e restituire in questo mio sforzo una lieve punta di sollievo. Al centro, un solo, unico giglio. Fascerò con i nastri più lucidi e pregiati, avvolgerò di cartapesta delicata affinché quel mazzo di fiori sia l’amore che tutti noi di quest’isola e che abbiamo assistito attoniti al disastro, vogliamo dedicarle nonostante tutto.
«Stai tranquillo, Felice. Farò un buon lavoro!»
Alzo la serranda del mio negozio, come tutte le mattine e questa volta mi sembra insolitamente più pesante di tutte le altre volte. Ne conosco la ragione.

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