STORIE D’AMORE IN PILLOLE 12

Stardust – Mika ft. Chiara Galiazzo

Lei
È un attimo, un attimo solo. Le nostre labbra si sfiorano appena, perché attratte le une dalle altre come da un’invisibile calamita. È un’esplosione violenta, quella che ci colpisce e che ci stordisce. Come se un cielo pieno di fuochi d’artificio si illuminasse nelle nostre menti. Vedo Brian che scappa, che viene rincorso, picchiato, buttato a capo in giù dentro il water del bagno della scuola. Vedo che balla nella sua stanza, che gioca con i suoi gingilli mentre guarda in TV un film porno, il padre che entra all’improvviso e che gli batte una mano sulla spalla in senso di approvazione. Vedo Brian che balla in salone con la madre e una lunga tavola imbandita e decorata con addobbi natalizi, molta gente seduta che parla.
E poi.
Poi vedo me.
La mia vita. Semplice e un po’ solitaria, nella mia stanza a Budrio, mio padre che torna dal lavoro, mia madre mesta che in silenzio gli serve il pranzo. Vedo mia nonna Zoraida che ride, che scherza, che mi chiede di suonarle il pianoforte. È tutto mescolato, la vita mia e quella di Brian insieme, tra immagini in bianco e nero e visioni colorate. Ma soprattutto posso sentire. Voci. Suoni. La risata di mia nonna, uno squillo di tromba, argentino, esplosione di allegria e voglia di vivere. Il brusio della tavolata di famiglia di Brian, invece, è un alveare di calabroni che borbotta sempre più minacciosamente. E poi Brian adolescente e io, con le trecce rosse che corro per i campi, che guardo l’impresa di mio padre seduta con le gambe nel vuoto su una finestra del granaio. E Brian che bacia una ragazza carina, dai lunghi capelli biondi e lisci e subito dopo questa si stacca da lui e ride, indicandolo, ride e altri ragazzi appaiono alle sue spalle e ridono anch’essi. E vedo un ragazzo bellissimo, biondo, nudo disteso su un letto sfatto che dorme. No, non voglio più guardare! Non voglio che il mio segreto sia svelato a Brian. Non voglio che nessun’altro sappia!
Inizio a lottare contro quelle immagini e vedo me stessa che picchio con i pugni le spalle di qualcuno di cui non vedo il volto. Sento me stessa gridare e un’onda di terrore mi aggredisce e mi accoglie, avvolgendomi in un tiepido e soffice abbraccio.
«Va tutto bene» sento Brian rispondere «ho capito. Ho visto anche io. Adesso vedrai che tutto andrà a posto».
Il contatto è perduto, ci siamo liberati dall’abbraccio elettrico in cui eravamo legati, ma la scossa non è terminata. Entrambi siamo ancora invasi e pervasi da tremiti e brividi intensissimi.
«Cosa… cosa è stato?» domando «Tu l’hai capito?» e lui mi guarda perplesso e fa cenno di no con la testa.

Lui
Mi chiede un abbraccio. A me, che milioni di donne e uomini sulla terra vorrebbero invece toccare, palpare, baciare, leccare, mordere, assaggiare… scopare. Sì, Usiamo questa parola forte che vuol dire solo una cosa: sesso. Mentre lei mi chiede un abbraccio, un gesto d’amore tra i più delicati e puri, pulito, semplice ma così potente da annientare. E io l’accontento, felice, sì, felice. Impazzito di gioia, di prenderla tra le mie braccia e stringerla come non ho fatto mai con nessuna donna, neppure con mia madre, perché il contatto fisico con gli esseri umani mi ha sempre fatto paura. E sono sempre stato abituato ad avere violenza anziché gentilezza. Con Sasha erano sì carezze, ma rudi, spicce, sbrigative, due maschi che si strattonano, non si attardano troppo a solleticarsi la pelle. Amore, sì. Non lo rinnego. Sesso, anche. Ma dominante. Mai dominato. Sempre io. A decidere. A fare. Mai lui a morire in me. Perché la sola idea di soccombere mi paralizza. E ora invece, è abbraccio e paura, è volo nel vuoto senza protezione. Stringo questa donna come se fosse l’unica cosa da fare, l’unica vera cosa giusta da fare. È lo specchio di un minuto e lei alza il volto verso di me. Fragile, impotente esattamente come lo sono io a resistere e respingere le sensazioni di euforia e disagio che proviamo. Si perde nei miei occhi e in quel momento sento, finalmente, ma soprattutto vedo.

Una casa immersa nei campi. Solida, quadrata, dalle pareti rosse e dalle persiane di un verde sbiadito dall’umidità e dalla nebbia che scivola vischiosa e ne sfuma i contorni. Un uomo affaccendato dentro il motore di un vecchio furgone bianco in cortile, un’ombra femminile che lo osserva da dietro una tenda in casa. E poi c’è lei. È giovanissima, i lunghi capelli color carota legati in due trecce spesse e lo sguardo perso nel vuoto, a cavalcioni a strapiombo sul vuoto, seduta con le gambe a penzoloni su una finestra di un alto granaio. Attorno solo campi e nebbia mattutina. Un boschetto in lontananza. Il sole che è già alto ma non ancora allo zenith. E canta. Nessuno la sente, o almeno lei così crede. È sola, finalmente libera di farlo. E so che lo fa perché le è proibito altrove. Sorride, la bocca intrappolata in una gabbia di ferro, ma non ha più vergogna a mostrarsi, bruttina e insicura, lì dov’è. Un ragazzino più piccolo, in basso, nascosto l’ascolta e sorride. Non so chi sia quel ragazzo, ma quello sguardo liquido e blu so di averlo già avuto su di me. E poi vedo un uomo grosso, alto, spalle enormi e volto quadrato, arcigno, incombente, pericolosamente arrabbiato. Urla. Contro una donna piccola, sottile, triste. Una donna più anziana, i capelli bianchi e il volto segnato dal tempo si pone a scudo di quella che percepisco esser la figlia da difendere. È fiera, altezzosa, l’aria di chi non ha paura a sfidare. Una mano vibra nell’aria. La anziana donna si accascia, ma si rialza, con in mano un bastone e il tono di minaccia invade tutta la scena: “se ci provi  ancora ti ammazzo!”. Violenza. Io non l’ho mai conosciuta in questo modo, se non a scuola, tra i miei coetanei. Invece Bianca l’ha vista in famiglia, protetta dalle mura di una casa dalle pareti grosse e troppo isolata per avere testimoni a confermarlo. Infine Bianca che ride, e canta in un locale fumoso, applausi che l’imbarazzano lei che per prima non crede alla sua bravura, al suo talento.

Mio padre. Mi guarda e mi scruta, nascosto da una tavolata imbandita per le feste, tra le decorazioni fatte di candele e aghi di pino che mia madre con orgoglio ha creato per noi. E Sasha. Allunga una mano sotto il tavolo, mi accarezza la coscia all’altezza dell’inguine, mi sfiora con un tocco rude i genitali, li stringe, sussulto, mi sorride malizioso. Sostiene la sua provocazione con tutti i commensali, guarda mio padre e poi guarda me. E io ignaro di tutto, troppo preso a raccontare del mio concerto a Parigi, delle follie dei fan, dei colori sul palco, della bellezza dei costumi che mia madre ha cucito per me. E poi di nuovo Bianca. Bellissima. Raggiante. Il corpo fasciato in un Cavalli di seta nero, lungo che le fa risaltare il pallore della carnagione, i capelli arricciati da un parrucchiere sapiente le scendono a incorniciare il viso. Alza in alto un trofeo sorridendo felice. Ha vinto. È la gloria. Un’ombra la segue fin dentro il camerino. Terrore. Terrore che provo e ricordo. So cosa sente, perché io stesso ho sentito.

Stelle nella polvere
Romanzo in progress

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Awfully translated by me, myself and I!

She
It is a moment, just a moment. Our lips barely touching, because attracted from each other as by an invisible magnet. It is a violent explosion, one that affects us and that stuns us. As if a sky full of fireworks will illuminate our minds. I see Brian running away,  chased, beaten, kicked his head down into the toilet in the bathroom of the school. I see him dancing in his room, playing with his trinkets while watching a porn movie on TV, his father who suddenly enters and taps him on his shoulder in the direction of approval. I see Brian dancing in the living room with his mother and a long table set decorated with Christmas ornaments, many people sitting and talking.
And then.
Then I see me.
My life. Simple and a bit lonely in my room in Budrio, my father comes home from work, my sad mother  that in the silence serves him  lunch. I see my grandma Zoraida laughing, joking, asking me to play on the piano. It’s all mixed up, my life and that of Brian’s together, including images in black and white and colorful visions. But most of all I can hear. Voices. Sounds. The laughter of my grandmother, a trumpet, an argentinian sound, an explosion of joy and love of life. A buzz  at the table of  Brian’s family, however, is a hive of hornets that mumbles  more and more threateningly. And then Brian teenager and I, with my red braids running through the fields, I look at my father’s company sitting with my  legs in the air on a window of the barn. And Brian kissing a pretty girl with long straight blond hair and immediately after this, she comes off from him and laughs, pointing, mocking and other boys appear behind him and laugh too.  And I see a young beautiful, blonde, naked man lying on an unmade bed sleeping. No, I will not watch! I do not want my secret’s revealed to Brian. I do not want anyone to know!
Start to fight those images and I see myself  hitting with my fists over someone’s shoulders  I cannot see in the face. I hear myself screaming and a wave of terror attacks me and welcomes me, wrapping me in a warm and soft embrace.
“It’s okay,” I hear Brian say “I understand. I saw it myself. Now you’ll see that everything will fall into place. “
The contact is lost, we got rid of the electric contact in which we were bound, but the shock is not finished. Both of us are still invaded and pervaded by intense tremors and chills.
“What … what was that?” Wonder, “You understand?” And he looks at me puzzled and shakes his head.

He
She asks me a hug. To me, someone that millions of women and men on earth would rather touch, grope, kiss, lick, bite, taste … fuck. Yes, let’s use this strong word that means only one thing: sex. While she asks for a hug, a gesture of love among the most delicate and pure, clean, simple but powerful enough to annihilate. And I can live with, happy, yes, happy. Mad with joy, take her in my arms and hold her like I’ve never done with any woman, not even with my mother, because physical contact with humans has always made me afraid. And I’ve always been used to having violence rather than kindness. With Sasha was caressing, but rough, hasty, two boys who jerk, do not linger too much to tickle their skin. Love, yes. I do not deny. Sex, too. But dominant. Never dominated. I always have to decide first. Always have to do first. Never him to die in me. Because the very idea of ​​succumbing paralyzes me. And now instead, it’s embrace and fear, it is flying in space without protection. I tighten this woman in my arms as if it were the only thing to do, the only real thing to do. It is just one minute and she raises her face towards me. Fragile, exactly as I am, powerless to resist and reject the feelings of euphoria and discomfort we both feel. She’s lost in my eyes and at that moment I feel, finally, but most of all I see.

A house surrounded by fields. Solid, square, with red walls and shutters of a faded green humidity and fog that slides slimy and it blurs the outlines. A man busy working at the engine of an old white van in the yard, a female shadow  watching him from behind a curtain in the house. And then there’s she. She’s very young, the long carrot-colored hair tied in two thick braids and staring into space, astride overhanging the void, sitting with her legs dangling out of a window of a higher loft. Around only fields and morning mist. A grove in the distance. The sun is already high but not yet at its zenith. And she sings. No one hears her, or at least she thinks so. She’s alone, finally free to do so. And I know that it is because she is not allowed elsewhere. She smiles, her mouth trapped in an iron cage, but no longer ashamed to show herself, ugly and insecure, where it is. A smaller boy, below and hidden,  listens and smiles. I do not know who that guy is, but that blue liquid look is familiar to me and I know I already had it on me. And then I see a big man, tall, huge shoulders and square face, grim, looming dangerously angry. He screams. Against a small woman, thin, sad. An older one, white hair, her face marked by time, arises shield of what I perceive to be the daughter to defend. She is so proud, haughty air of one who is not afraid to challenge. One hand is in the air. The old woman collapses, but gets up, holding a stick and the tone of menace invades the scene: “I’ll kill you if you try again.” Violence. I’ve never known it this way, if not at school, among my peers. Instead Bianca saw it in the family, protected a house with thick walls and too isolated to have witnesses to confirm this. Finally Bianca laughs, and sings in a smoky bar, getting applauses that embarrasses her, ‘cause she  does not believe in her skills or her talent.

Then my father. He looks at me and scans, hidden by a table laden for the holidays, between candles and decorations made of pine needles  that my mother has created for us with pride. And Sasha. He reaches me under the table, he caresses my thigh at the groin,  touches my genitals with a  rude caress, squeezes them; I wince, he smiles slyly. He bears his provocation with all the diners, looks at my father and then he looks at me. And I’m oblivious to everything, too busy to tell about my concert in Paris, the follies of the fans, the colors on the stage, the beauty of the costumes that my mother sewed for me. And then again Bianca. Beautiful. Glowing. The body wrapped in a black silk Cavalli’s gown  that makes out the paleness of her skin, her hair curled by a wise hairdresser  going down to frame her face. Raising aloft a trophy while smiling happily. She won. It is the glory. A shadow follows her right into the dressing room. Terror. Terror that I experience  and remember. Bianca, I know what you feel, because I have felt it myself!

Stars in the dust 
novel in progress

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Informazioni su amnerisdicesare

italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Dal 2005 gestisce il F.I.A.E. – Forum Indipendente Autori Emergenti http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it, insieme gruppo e laboratorio di editing autogestito per scrittori emergenti. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011); un suo racconto, intitolato “Zanna” è presente nell’antologia di racconti animalisti “Code di Stampa” (La Gru Edizioni 2011); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura, e nel 2013 ha partecipato al progetto di scolastica coordinato da Manuela Salvi “Prossima fermata… Italia!” (Onda Editore) scrivendo il capitolo dedicato alla regione Calabria. Ha curato l’antologia benefica “Dodicidio” per il progetto POP di La Gru Edizioni scrivendo il capitolo “Febbraio” (2013) e ha vinto il “Concorso Cercasi Jane” indetto dalla Domino Edizioni con la quale il 1 settembre 2013 è uscito il suo romanzo “Sirena all’orizzonte” secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi. A giugno 2014 invece è uscito Mira dritto al cuore per i tipi della Runa Editrice, mentre un secondo saggio sulle figure materne nella saga di Harry Potter dal titolo “Mamma non mamma: le madri minori nel mondo di Harry Potter” uscirà a gennaio sempre con Runa Editrice. Collabora con il portale di informazione online Rete-News.it (www.rete-news.it) scrivendo articoli di cronaca, costume e musica e con la rivista letteraria digitale e online Inkroci (www.inkroci.it ) in qualità di traduttrice.

3 thoughts on “STORIE D’AMORE IN PILLOLE 12

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