AMNERIS: IL DESTINO IN UN NOME?

Anni fa, dopo aver terminato di scrivere Sirena all’orizzonte, ero in cerca di conferme. Su un forum di scrittori mi avevano consigliato di far leggere il mio romanzo a persone competenti, persone che fossero del campo, che ne capissero di scrittura e di editoria. Trovai, attraverso l’amicizia di un paziente di mio marito, la possibilità di far leggere il mio manoscritto a uno scrittore famoso. Era riconosciuto come uno dei più “cattivi” in campo letterario. Con le mani che tremavano, stampai le copie di Sirena all’orizzonte, rilegai i fogli e spedii. Chiusi gli occhi e aspetta. Aspettai. Aspettai. Questo succedeva a luglio. Verso la fine di Novembre di quello stesso anno, mi svegliai in piena notte – e non ho mai capito perché mi accadde questo – rendendomi conto di una cosa orribile: come tanto spesso avevo letto su siti di case editrici e sui blog di editor e tecnici della scrittura, avevo commesso l’errore più assurdo e banale che un aspirante possa commettere. Avevo scritto sul frontespizio del romanzo il titolo, il mio nome e cognome e basta. Nessun indirizzo email o numero di telefono a cui far riferimento. Avevo voglia ad aspettare un parere in risposta! Non sarebbe mai arrivato. Mi rassegnai. Ero stata una stupida e ingenua.
Qualche tempo dopo, siccome leggevo sul blog di questo scrittore, venni a conoscenza di un suo corso di scrittura online. Ero interessata. Decisi quindi di scrivergli e di chiedergli notizie sul corso. Due giorni dopo la mia mail, il paziente di mio marito mi contattò dicendo che lo scrittore in questione aveva letto il mio romanzo e voleva parlarmi.
Ho sempre creduto che il mio nome, così strano e così fuori dal comune aveva permesso allo scrittore di riconoscermi.
Parlai con lo scrittore che si complimentò con me. Disse che “si trattava di un’ottima opera prima” (Sirena all’orizzonte è, infatti, il mio primissimo romanzo scritto per intero) e che gli era piaciuta sia la storia che l’intreccio e anche il modo in cui avevo utilizzato la tecnica del flash-back. Accennò persino al mio nome, così singolare, chiedendomi – come in mezzo secolo di vita hanno fatto tanti altri prima di lui – come mai avessi questo nome. Gli dissi che si era trattato di uno sbaglio, uno sbaglio che mia madre aveva commesso prima della mia nascita. Uno sbaglio per il quale non la ringrazierò mai abbastanza. Amo, da sempre, il mio nome. Non avrei mai voluto averne un altro differente.
La storia di questo sbaglio, intrecciata agli eventi che portarono i miei genitori a emigrare in Brasile negli anni ’50 è raccontata in questo breve racconto, che partecipò nel 2006 al Premio Pietro Conti ricevendo una menzione. E pubblicato in rete, è ancora oggi uno dei testi più scaricati tra quelli inseriti nel sito Emigrazione Notizie  A Senhora. Due anni dopo, con mia grande gioia ed estremo stupore, il racconto fu pubblicato sulla splendida rivista Forum Democratico rivista di costume e cultura italiano-brasiliana.

A SENHORA FORUMDEMOCRATICO

—Tudo legal minha querida?— la signora diritta e  forse un po’ troppo truccata che le sedeva davanti, dall’altra parte del salotto e che le porgeva ora un bicchiere di plastica colorata, sembrava davvero preoccupata per lei, ma non si lasciò intimidire. Lella sorrise, e tentò un gesto vago di diniego.
— Dante… dille che è tutto a posto… il bambino dà calci terribili…è per questo…— sussurrò al marito imbarazzata e arrossì di vergogna.
Cinque anni. Così tanto tempo era passato, in quella città dai palazzi enormi e dalle facce multicolori, e ancora non capiva la lingua che la gente del posto parlava sempre sorridendo, quasi una cantilena da cantare ai bambini. Si era sempre rifiutata di farlo. Un po’ per ripicca, nei confronti del marito che l’aveva convinta a sposarlo per procura e a trasferirsi dall’altra parte del mondo, in cerca di fortuna. Un po’ perché davvero quella lingua era difficile e totalmente differente dai suoni a cui lei era abituata. Di quel paese e così strano, aveva appreso solo una filastrocca, una canzoncina che tutti i giorni mandavano senza posa alla televisione. Un lusso, la televisione, che Dante alla fine aveva deciso di concederle, visto che era sempre sola tutto il giorno. Un regalo.
— Sto per darti il tuo primo erede! Non pensi che io meriti almeno un regalo bello? — aveva pestato i piedi a lungo, e con molto sacrificio e tante rate mensili, Dante glielo aveva fatto recapitare fin dentro casa. Ora era il mobile più elegante di tutto l’appartamento, quel televisore.

…Eu tirei uma boa nota à escola, como eu estou feliz… a mamãe e o papai vão me buscar uma rosquinha de Leite São Luiz… La cantilena continuava a tamburellarle in testa, mentre cupa e con il volto serissimo continuava a osservare i movimenti delle persone di fronte a lei: la signora più anziana, padrona di casa e moglie del loro mentore, e la loro unica figlia, che distrattamente, senza prestare attenzione a quanto veniva discusso sfogliava con poco interesse una rivista di moda. A Lella sarebbe piaciuto sbirciare tra quelle pagine, dalla posizione in cui sedeva riusciva comunque a intravedere i volti di Grace Kelly e Ranieri di Monaco sorridenti, ma non capiva perché fossero stati ripresi sul giornale. E anche il presidente americano, sposato a quell’antipatica di Jaqueline… poteva intravedere una foto con i loro bellissimi bambini in primo piano… Caroline? Johnny? Ma poi, rientrando in Italia continuerebbero a chiamarsi così? Carolina? No! Bruttissimo… Johnny…cosa significa poi in Italiano? meditava Lella, seguitando a rubare spunti e idee dalla rivista che la giovane seduta di fronte a lei continuava a sfogliare con una fretta annoiata.

Era arrivata a Rio de Janeiro una mattina di ottobre; la nave aveva impiegato quindici giorni per approdare al porto e lei aveva atteso con pazienza sul ponte che le operazioni di attracco terminassero. Era eccitata e preoccupata. Non vedeva Dante da quasi un anno, ma erano già sposati da tre mesi.
Mi manchi, ho bisogno di accarezzare le tue ciglia e il tuo visetto birichino. Vuoi sposarmi?  Così c’era scritto in quella lettera che ormai aveva consumato a forza di leggere, e che aveva sbandierato come un trofeo sotto il naso e fatto morir d’invidia tutte le sue colleghe. Andava in sposa a Dante, il più bello del quartiere, partito per il Brasile in cerca di un destino migliore. Aveva lottato contro la madre che non ne voleva sapere.
— Diciassette anni son troppo pochi per andar in giro per il mondo!
— Ma mi sposa, mamma! Ha scritto proprio così, guarda!
— Prima dovrai passare sul mio cadavere. Non darò mai il consenso. Argomento chiuso!
Aveva lottato e aveva vinto. Alla fine era salita all’altare al braccio di suo cugino, e due mesi dopo aveva attraversato l’oceano per incontrare il suo amore. Che adesso la salutava sbracciandosi dalla banchina. Tutte le sue paure e preoccupazioni erano svanite in quell’abbraccio e in quel lungo bacio appassionato che si erano dati appena messi i piedi sulla terraferma.

— Então… vocês escolheram o nome do neném que vai nascer?—  chiese rivolgendosi a lei direttamente l’anziana signora mal truccata. Lella la guardò con occhi spaventati: non capiva nulla, assolutamente nulla, di quanto le veniva domandato. Cinque anni… Cinque anni di vita in Brasile, e neppure una parola… O senhora senhora il signore, la signora ecco… sapeva dire solo questo. Ma più in là di questo col portoghese non andava.
— Lella… Dona Amneris ti chiede se hai già deciso come chiamare il bambino… sarà la madrina di battesimo insieme al marito… sta preparando una festa regale per quel giorno… almeno sul nome del bimbo, dobbiamo darle certezze perché…deve preparare il corredino… che iniziali potrà far ricamare se non sappiamo?
— Non lo so ancora… Christian, avevo pensato per un maschio…ma tanto so che sarà una bambina… Denise se sarà una femmina… Denise, come quell’attrice della novela
— Lella! Non possiamo chiamare nostro figlio come un personaggio televisivo… bisogna pensarci bene !
— E io non ci ho ancora pensato… bene! — avrebbe voluto sbuffare irritata, ma sapeva che non se lo poteva permettere. Era di fronte alla moglie del loro mentore, la persona che al loro arrivo in Brasile, si era prodigata per trovare un lavoro decoroso al marito e una piccola casetta pulita per lei, giovane sposina italiana. Non poteva mostrarsi irrispettosa, ingrata.

— Lella, ti presento il signore e la signora Mancinelli… Da quando sono arrivato qui in Brasile, mi hanno accolto come un figlio… Nel tragitto verso la grande villa sulla collina della Lapa , Dante le aveva raccontato di questa famiglia di italiani emigrati anni prima dall’Italia, e che avevano fatto grande fortuna, costruendo praticamente tutti i più bei palazzi di Sao Paulo.
— Tra italiani ci si aiuta tutti qui, sai? E ci si sente più fratelli, uniti dalla nostalgia per la nostra terra.
L’avevano aiutato molto. Dante lavorava di giorno nella loro azienda, e di notte scriveva per il giornale degli italiani emigrati in Brasile.
— Non ti vedo mai! Non stiamo mai insieme Dante!
— Lo faccio per noi, per il nostro futuro. Non posso fermarmi adesso. Più in là, forse faremo un viaggetto. Una gita a Rio, a vedere il mare a Ipanema.
— Che cos’è Ipanema?
— E’ la spiaggia più bella del mondo!

Era grata ai Mancinelli, certo. Avevano accolto anche lei come una figlia, inteneriti dalla giovanissima età e dal suo sguardo sempre spaesato e impaurito. Il suo disagio non era dovuto alla mancanza di attenzione e premure di tutta la comunità di italiani che viveva in Brasile e che frequentavano nei momenti liberi. Il suo malessere nasceva dall’essere lì, in quel paese che lei vedeva povero e sporco e dal quale sarebbe volentieri scappata lontano. Ma non poteva, Dante sembrava amarlo moltissimo.
— Quando torneremo in Italia?
— La nostra fortuna è qui, Lella. Questo paese è tutto da costruire, le grandi opportunità son qui! Non ti piace questo posto? La sua vita sarebbe stata dunque per sempre lì?  – si chiedeva in continuazione –  quelle le persone con cui avrebbe diviso il resto del suo destino? Avrebbe avuto la capacità di abituarsi alle loro usanze? Non lo sapeva. Temeva di non farcela. Grazie a Dio era rimasta incinta. Forse con questo bambino – sarebbe stata femmina, ne era sicura, – ce l’avrebbe potuta fare, avrebbe riversato su di lei ogni attenzione, ogni parola. Lei e la sua piccola a farsi compagnia in quel paese straniero così lontano dalla sua vita, dalla sua mentalità.

La figlia di Dona Amneris smise di leggere il suo giornale e la guardò con simpatia, sorridendole. Le porse la rivista, con un gesto di solidarietà femminile. O almeno a lei sembrò tale. Era una bella ragazza. Alta, bionda, i capelli lunghi abbandonati sulle spalle, truccata con estrema attenzione e perizia. Sembrava un po’ quell’attrice italiana, quella Lea Massari – sì che bella! Recitava in quel film che avevano visto una sera al Consolato Italiano, “L’Avventura”, ecco, se fosse stata una femmina, le sarebbe piaciuto che assomigliasse a lei – Maribèl. E’ un bel nome…Il nome ha una sua importanza aveva sempre pensato. In qualche modo determina il destino di una persona. Lei ci aveva sempre creduto. Chiamandola con il nome di una bella ragazza, sua figlia stessa sarebbe cresciuta affascinante come la persona da cui ne aveva tratto l’ispirazione. Accettò la rivista che Maribèl le porgeva, restituendole un sorriso gentile, di sollievo misto a simpatia.
— Ecco… — disse, rivolgendosi al marito — se sarà femmina vorrei che si chiamasse… —  esitò, aspettando che Dante traducesse per lei la frase fino ad allora pronunciata.
— Se for menina, Dona Amneris, vai ser chamada…— tradusse infatti all’istante Dante guardando interrogativamente e un po’ preoccupato la moglie
— Como… a senhora — esordì Lella, guardando direttamente in viso Maribel. Non aveva mai parlato in portoghese prima di allora. Quello le sembrò il momento giusto per farlo.
— Como a senhora, Dona Amneris! — ripeté indicando la giovane ragazza bionda che le restituì uno sguardo interrogativo. Come sempre, non era riuscita a farsi capire, in quella strana lingua così ostile!
— O meu nome? Vocês escolheram o meu nome, se for menina?
— E’ un grande onore per noi, Dona Amneris, chiamare nostra figlia come lei… — continuò Dante, sollevato e soddisfatto. Non poteva esser fatto migliore onore ai suoi benefattori che chiamare la propria figlia con il nome della madrina di battesimo.

— Ma… Dante… cosa ha capito la Signora? — rientravano ormai tranquilli a casa, ora che il problema “nome” per Dante sembrava risolto. L’autobus vuoto sferragliava veloce tra le strade buie della notte, allontanandosi in fretta dalla Lapa. Un’auto, sarebbe stato un lusso che con il bambino in arrivo non si sarebbero potuti permettere. Forse l’anno seguente, se Dante avesse ottenuto una promozione. Un altro anno ancora qui? chiuse gli occhi Lella, tentando di non pensare a un’evenienza simile …e quanti altri ancora?
— Quello che hai detto… non hai detto “a Senhora”? In portoghese, a senhora vuol dire “lei”…”como a senhora” non hai detto così? quindi, come lei…La bimba, se sarà una bimba, si chiamerà Amneris…
— Ma no! Io volevo dire come lei… come la figlia! Maribèl… ce l’avevo davanti… l’ho pure indicata …
— Ma Dona Amneris ha capito diversamente. Ora non si può più tornare indietro…Lella… sarebbe un’offesa terribile…
— E noi dovremo dare per forza a nostra figlia un nome simile? Un nome dato per sbaglio? —  Lella aveva ancora di fronte la faccia truccata male, il rossetto sbavato e troppo acceso dell’anziana signora.
— Pare proprio di sì… ma poi… in fondo, Amneris non è tanto male no? Era una regina, Amneris…una regina egiziana. La regina dell’Aida di Verdi
— Una regina eh?…E una volta in Italia, potranno tradurre il nome in uno italiano?
— No… non mi sembra ci sia nulla che possa assomigliare ad Amneris, e poi il ritorno in Italia non è nei nostri programmi…
— Amneris… il nome di una regina… — pensò Lella, accarezzandosi la pancia, con malinconia. sorrise quasi rassegnata, pensandoci Chissà, dopotutto può sempre nascere maschio…

Il 18 luglio alle ore 06,25 è nata Amneris, figlia del nostro corrispondente Dante D.C. una bella bimba sana di quasi quattro chili. Mamma e figlia godono di ottima salute. Madrina di battesimo della bambina sarà Dona Amneris Mancinelli, nostra chiara e fattiva benefattrice. Gli auguri di tutta la redazione de Il Fanfulla raggiungano i felici genitori e l’orgogliosissima madrina” Il Fanfulla – La voce degli Italiani a San Paolo – 20 luglio 1960

Premio Pietro Conti IV Edizione – segnalato

Pubblicato su Revista Forum Democratico – Brasile

http://issuu.com/forumdemocratico/docs/n97-98/31

8 Comments

  1. Meraviglioso! Amneris, my dear Friend this is socosi toccante:)) I hope my poor Italain is correct:))
    I love reading your writings – the rhythm is always so beautiful:)
    Grazie Amneris:):)

    "Mi piace"

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