STORIE D’AMORE IN PILLOLE n.14: LATIN LOVER DI CESARE CREMONINI

Latin Lover – Cesare Cremonini

Se gli amori passati non contano niente, 
e sono lontani da noi, 
gli errori che ho fatto col senno di poi… 
Tu baciami adesso, se vuoi… 
Baciami adesso se vuoi…. 

Fidati di me, un latin lover 
non canta l’amore: lo vuole per sè! 
Ecco perché non sono un latin lover: 
io canto l’amore si, ma solo per donarlo a te!

[…]

Entrai nel ristorante con passo sicuro. Il mio corpo snello fasciato da un tubino nero e avvolto in una nuvola di profumo costoso colpì subito nel segno: tutti si girarono a guardarmi con ammirazione e invidia. Mi resi immediatamente conto di come fosse fuori luogo quello sfoggio di classe. I miei compagni, tutti già presenti, erano vestiti in abiti molto informali. E tutti parevano portare sulle spalle il peso di quei dieci anni trascorsi: non sembravano trentenni ma molto più vecchi.

Mi salutarono con affetto e calore, facendomi mille complimenti sul mio aspetto favoloso. Stefano si avvicinò per ultimo, lasciando al tavolo una ragazza graziosa e in carne, che amorosamente tentava di calmare un bambino in passeggino.
— Teresa! Sei venuta! Quando ti ho mandato l’avviso per i compiti di scuola speravo che telefonassi o scrivessi, così ti avrei detto della cena… ma non ho avuto notizie da parte tua e neppure i tuoi sono riuscito a rintracciare…
— Sì, i miei vivono parte dell’anno con me a Londra — risposi volutamente asciutta — ed è stato un caso che abbia incontrato la Ricci a scuola ieri… — continuai ostentando indifferenza — ti trovo bene, Stefano — aggiunsi con una punta di sarcasmo nella voce. Stefano abbozzò, ma comprese l’allusione.
— E’ stata dura, Teresa. Molto. Ma ce l’ho fatta alla fine. Grazie a Margherita sono riuscito a risalire la china…
— Già, che gran fortuna non è vero? — replicai senza più riuscire a trattenere la mia acidità. Mi allontanai da lui, sorridendo al professore di latino che era entrato in quell’istante nella sala. Il primo round era andato, avrei atteso un po’ per dare a Stefano la mia stoccata finale.
Sentivo i suoi occhi su di me, e quell’attenzione mi infastidiva. Non lo detestavo, in fondo al mio cuore ero persino contenta che ce l’avesse fatta. Solo sentivo forte il rimpianto che, a causa delle sue pressioni e quelle della sua famiglia, avevo rinunciavo a vivere un grande amore, come probabilmente non ne avrei potuto più incontrare per il resto della mia vita. Ma forse era stata tutta colpa mia. Se avessi avuto il coraggio di dire a Stefano subito tutta la verità, avrei sopportato momenti di grande tensione ma tra me e Matteo non si sarebbe formato quel baratro che poi ci aveva divisi. Mentre riflettevo su questo, Stefano si avvicinò.
— Posso parlarti in privato? Sono anni che sento il bisogno di chiederti scusa…
— Stefano, davvero… non…
— Ti prego, Teresa, ho bisogno di chiarire tante cose con te. Tu presto partirai, tornerai a Londra, non avrò più occasioni…
Ci allontanammo dal resto dei commensali. Sulla verandina davanti al mare ci fermammo a guardarci per un lunghissimo istante senza dirci nulla. Poi Stefano parlò:
— Ti chiedo scusa, Teresa, per tutto quello che ti ho fatto. Non ho mai smesso, in tutti questi anni, di pensare al modo per farlo. Tu hai fatto tanto per me, in quegli anni, e io allora non ho saputo apprezzare nulla di quello che mi hai dato…
— Non c’è bisogno di chiedere scusa, Stefano, io non ho fatto niente — aveva importanza ormai? Avevo scelto liberamente di stargli vicino, di lasciare Matteo al suo destino — mi ha fatto male solo il sapere che il mio starti vicino ti danneggiava piuttosto che farti del bene. Me lo disse il tuo psicologo…
— Fece molto male, in realtà a dirti quelle cose. Ma suppongo che abbia avuto un effetto positivo su entrambi… In ogni caso, ti sarò grato per sempre per quello che mi hai dato, allora.
— Peccato che per darti quello che ti ho dato, ho perso il mio grande amore. Quello che si incontra una volta sola nella vita.
— Parli di Matteo vero?
— Come sai di Matteo?
— Ho trascorso alcuni anni a riflettere, prima di incontrare Margherita. Ho fatto due più due ripensando a quello che accadde quell’estate: i vostri comportamenti, la tua insofferenza, il suo distacco, a quella partenza che sapeva tanto di fuga…
— E’ vero, io e Matteo ci amavamo. Alla follia. Non ho mai avuto il coraggio di confessartelo e quando tuo padre…
— Matteo venne a dirmelo prima di partire. Per questo mi sono lasciato andare così. Quando ho saputo che il mio migliore amico ti amava e fuggiva per lasciarmi libero il campo, il mondo mi è crollato addosso letteralmente.
— E io dovrei provare compassione per te, adesso? — sbottai. Ero sconvolta. Stefano aveva sempre saputo e non aveva fatto nulla per cambiare le cose. Ma mi ripresi subito. Mi guardai attorno e mi tranquillizzai vedendo che nessuno si era accorto della nostra assenza e del mio alzare la voce.
— No, certamente no. Io mi sono comportato male. Ma l’ho capito solo molto tempo dopo. In realtà, è stata Margherita, mia moglie, ad aiutarmi a capire quanto…
— Se tu mi avessi detto che sapevi di me e Matteo, forse io mi sarei sentita libera di andare da lui… Avremmo per lo meno vissuto fino in fondo la nostra storia e non l’avremmo lasciata a metà… incompiuta.
Un’ovazione generale, all’interno del ristorante attirò la nostra attenzione. Immediatamente, incuriositi ritornammo all’interno per capire cosa fosse accaduto.
— Non ci crederete! —esclamò entusiasta la Ricci venendoci incontro — il grande Ingegner Gherardi è qui! E’ venuto anche lui! — Sentii il cuore scoppiarmi dentro e poi sciogliersi in mille scintille incandescenti. Forse non sarei stata in grado di sopportare anche quell’emozione. Rimasi immobile sulla porta guardando gli altri accalcarsi attorno a un uomo alto, massiccio e anch’egli vestito in modo formale. Matteo era sempre bellissimo nel suo completo di lino color champagne, la camicia bianca leggermente sbottonata da cui spiccava un’abbronzatura perfetta. Dalle tempie però appariva già qualche spruzzata di grigio e gli occhi tradirono una stanchezza che non pareva soltanto fisica. Per un istante lunghissimo i nostri occhi si incontrarono e fu la stessa scossa elettrica di sempre quella che ci colpì e mi impose di scappare in spiaggia di nuovo, lontano da tutti, per affrontare i ricordi che ora si affollavano scomposti nella mente.

Non saprei dire quanto tempo trascorsi là fuori, al buio, i piedi scalzi nell’acqua calda dell’estate, il rumore delle onde a rifrangersi sul mio cuore in tumulto. Pensai probabilmente di restare lì per sempre, ad aspettare che finisse la festa, che, dimentichi della mia presenza, tutti se ne andassero per la loro strada. E invece…
Matteo venne a cercarmi. Quando mi trovò si fermò accanto a me in silenzio, ad assaporare il fumo di una sigaretta che brillava nell’oscurità della notte ormai inoltrata. Parlai io:
— E’ passato tanto tempo…
Ma lui non rispose. Chiacchierone e casinista un tempo, ora immobile a fissare un punto indefinito all’orizzonte, chiuso in un silenzio indecifrabile e inquietante. Sentii l’ansia crescere e soffocarmi quasi, ma non assecondai la tentazione di parlare ancora.
— Ho saputo che hai fatto una carriera importante — la sua voce mi colse di sorpresa e mi colpì come una frustata in pieno volto. Era ancora la voce suadente e calda di un tempo, quando mi sussurrava parole d’amore nell’intimità. E niente era cambiato in me. Il mio cuore sanguinava ancora di desiderio e dolore — lavori presso uno studio legale importante a Londra… Ho sentito spesso fare il tuo nome nei vari consigli di amministrazione…
— Anche tu sei diventato qualcuno, mi dicono… — risposi, tentando di nascondere la mia emozione — di te non ho saputo nulla, però, fino a stasera. In realtà non ho mai voluto sapere nulla, mi avrebbe fatto troppo male…
— Sì, fa male, in effetti — continuò lui — sentire di essere a poca distanza dalla donna che si è amato tanto e che forse si ama ancora e non poter far nulla per avvicinarla, parlarle, chiarire con lei…
— Perché non hai potuto farlo? Io non ti avrei respinto…

[…] continua

estratto da

La cena di classe
racconto di
Amneris Di Cesare

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