MAMMALINA

 

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C’è un piccolo parco, dietro casa mia, un angolo silenzioso e verde che sembra staccato dal resto della città, tanto è circoscritto e irreale. Una sequoia alta al centro, gli scivoli e i giochi per i bambini, le panchine per gli anziani e i giovani che vogliono leggere e studiare all’aria aperta. E una fontana, ormai non più funzionante, alla quale tante volte ho attinto per dar da bere ai miei figli, ormai più di quindici anni fa. Vi andavo tutti i giorni, con la carrozzina prima, il passeggino poi, il triciclo, la biciclettina. Finché un giorno sono cresciuti e non ci sono andata più. Ho ripreso ad andarci, sola, con la musica nell’iPhone e le cuffie, a camminare, a prendere aria, a osservare la vita altrui come facevo anche allora, da qualche giorno. E mi è venuto in mente questo racconto. Scritto di getto anni fa e poi pubblicato su Confessioni Donna nel 2011. Mammalina

 

Non la vedo più passare ogni mattina mentre di fretta rincorre i figli carichi dei loro zainetti, vocianti e frettolosi. Non la vedo più quando li insegue, affaticata e mesta. Senza un sorriso, anzi, con il suo bel volto tagliato in due da una smorfia di grande sofferenza. Ogni tanto, incrocio il figlio tredicenne, che da solo trascina borse della spesa e confezioni di acqua minerale. E’ il primogenito, e deve aiutarla a mandare avanti la famiglia. Lei da tempo un’ombra trasparente, lo sguardo vacuo, distante, e con una sorta di nebbia addolorata che le staziona sulle ciglia, la immagino nascosta e impaurita tra le mura di casa. Eppure, Lina non è sempre stata così. C’è stato un tempo in cui Lina, chiamata da tutti Mammalina, era una figura mirabile nel nostro quartiere. Una dolcezza non invadente, mai stucchevole, una gentilezza nei modi e nel tono della voce che ricordava ninne nanne tenerissime cantate ai bambini per farli addormentar sereni. Una presenza costante, al parco dietro l’angolo, metteva tranquillità saperla vicino ai propri bambini.

Ero venuta ad abitare in questo quartiere da poco. Un pomeriggio di giugno decisi esplorarlo un po’, di guardarmi attorno e fare qualche conoscenza. Mi incamminai lungo un viale alberato disteso lungo le case dietro la mia. Era tutto così singolare da sembrare una città a parte, un angolo staccato dal resto del mondo. Rimasi colpita dalla luminosità del luogo, nonostante le fronde generose riparassero dal sole e donassero refrigerio. Incedendo lentamente verso l’interno, avvertii delle grida che arrivavano miste a risate e buon umore. Un’altra svolta, oltrepassato un altro cancello più piccolo ed eccolo il parco giochi, un miscuglio di altalene e scivoli e un nugolo di bambini di tutte le età che rincorrendosi giocavano felici. Mi sedetti sull’ultima panchina del parco, distante da tutto e da tutti, sentendomi estranea e quasi intrusa. Mi trovavo in un mondo sconosciuto ma del quale avrei tanto voluto far parte. Le mamme seguivano vigili i loro piccolini, osservavano ogni piccolo progresso di crescita e maturazione in quella che doveva essere una sorta di palestra naturale. Alcune erano vistosamente orgogliose di aver figli un po’ spericolati e curiosi, altre invece, più pacate, mantenevano un controllo distaccato ma costante, nel tenere i propri cuccioli tranquilli.

Un bimbo più grandicello rispetto a tutti gli altri, rubò una palla a una bimbetta tutta riccioli e dalla carnagione scura. Lei lo guardò un po’ sorpresa, ma non pianse, non protestò.  Restò immobile a osservare il ragazzino dispettoso dare un calcio forte al pallone e ne seguì la traiettoria quasi incantata.

La palla volò, s’impennò, colpì il ramo di un grande ippocastano, e poi rimbalzando, cadde quasi ai miei piedi.  La raccolsi d’istinto e la porsi alla bambina che guardava indecisa se venire da me a recuperarla.
— Di chi sei mamma tu? — mi chiese alla fine, protendendo le manine per riprendersi  ciò che era suo.
— Non ho bambini, non ancora… — risposi guardandola estasiata. Se avessi mai un figlio, pensai, vorrei che assomigliasse a lei, occhi scuri e profondi che sembrano attraversarti il cuore da parte a parte. Guanciotte gonfie e morbide da baciare e mordicchiare.
— Non ce l’hai un papà per farne uno anche tu? — insisteva, forse incredula che il mondo non gravitasse intorno al perno centrale delle figure materna e paterna.
— Sì che ce l’ho! — le sorrisi allegramente — ma la cicogna non me l’ha  ancora spedito — La risposta che diedi alla bambina mi stupì: stavo parlando di cicogne, di cavoli e di bambini che si comprano al mercato, quando avevo sempre giurato a me stessa che non l’avrei fatto mai — Ma presto vedrai, me ne consegnerà uno, con la posta del mattino — e lei rise, adesso, divertita. L’idea che i bambini arrivino per posta dovette sembrarle, giustamente,  assurdo.
— Io sono arrivata con l’aereo… — rispose e poi scappò via, felice con la sua palla, verso una mamma che adesso mi guardava sorridendo — da un paese lontano, si chiama Ursia… vero mamma? — La madre la circondò di braccia e di affetto — Russia, Martina… si dice Russia… — correggendola con tenerezza.

Di nuovo, un bimbo piangeva; caduto o “derubato” del gioco preferito da un altro suo piccolo compagno. Le mamme si riunivano automaticamente in crocchio per sedare questa o quella piccola diatriba, per soccorrere tutte insieme, questo o quell’infortunio. Una tra tutte sempre la prima ad accorrere, a soccorrere, a intervenire con una soluzione diplomatica. Tirava fuori dalla sua grande borsa, sacchettini di plastica nei quali aveva riposti, rigorosamente divisi e asettici: biscotti, grissini, carotine tagliate a listarelle. In più,  una fornita attrezzatura di pronto soccorso: acqua ossigenata, cerotti, fazzolettini imbevuti… Mamma Lina… Mammalina… sembrava quasi una litania, quel nome ripetuto all’infinito dalle mamme del parco.
 — Chiedi a Mammalina — sentivo ogni tanto, dalla mia postazione silenziosa e solitaria — Mammalina vieni qui, presto, c’è bisogno di te! — quando una mamma in difficoltà non sapeva come risolvere il piccolo problema del figlio— Chissà, forse Mammalina può risolvere il problema… aspetta che chiediamo… 

Ormai era un’abitudine la mia di andare al parco a  “spiare” le mamme, a osservare in silenzio e a desiderare di avere un bambino anche io da accudire, controllare, abbracciare con dolcezza. Mammalina mi aveva notato. Stavo in disparte e di tanto in tanto ne incrociavo lo sguardo. Sul suo viso buono, un sorriso che trasmetteva una dolcezza calma e sensibile. Ebbi l’impressione che capisse ogni mio pensiero, ogni mia malinconia.

Rimasi incinta. I nove mesi che seguirono, furono frenetici, non ebbi più il tempo di pensare ad altro che al bimbo che stava per nascere. Visite mediche, analisi cliniche, organizzazioni pratiche di casa e di vita. E subito dopo la nascita del mio bambino, le ore diventarono minuti, e la vita si organizzò per me in orari di poppata e cambi di pannolino. I miei problemi imprescindibili: il ruttino, i grammi di peso acquisiti in settimane. Mi ritrovai con un bambinetto di otto mesi, vivacissimo e attento. Adesso avevo un passeggino, la borsona degli  “attrezzi del mestiere”, e un angelo dalla voce baritonale da portare a passeggio. Spesa nei negozi sotto casa, e puntata quotidiana al parco giochi dietro l’angolo. Ero stata ammessa al crocchio delle mamme che si riunivano tutti i giorni alla stessa ora. E Mammalina era sempre con loro. Aveva due bimbi, uno di quattro anni, e un piccolino della stessa età del mio. Notai, sorpresa, in lei una gravidanza già avanzata.
 — Ariel aveva appena due mesi, quando sono rimasta incinta di nuovo — mi confidò. Era affaticata, ma il sorriso era quello di sempre. E la gentilezza nei confronti di tutti gli altri bimbi, immutata.
Ci si unisce facilmente quando si è mamme e complici nel condividere le stesse problematiche, gli stessi ritmi, gli stessi dubbi. Avendo lei un figlio più grande, aveva esperienza da trasmettermi. E io approfittavo di lei per subissarla di domande. Ogni volta era un consolare, un rassicurare che mi faceva star bene e placava le mie ansie di mamma ligia al suo dovere.
Il tempo, trascorreva lento e placido, avvolgendoci tutte nelle nostre quotidiane scoperte e nei traguardi incommensurabili dei nostri bambini. I primi passi in quel giardino, le prime lotte tra maschietti che devono fare i conti con la loro aggressività e la consapevolezza di esistere in un mondo fatto di altri come loro, i primi giorni di asilo, i primi problemi di convivenza tra mamme. Mammalina aveva avuto un altro maschietto, ma la terza gravidanza l’aveva provata. Era svanito in parte il sorriso sereno, e lo sguardo si era immalinconito.
 — Sono triste — ripeteva all’infinito, guardando nel vuoto. I suoi bambini correvano in mezzo ai loro amici, ma lei non li osservava più con l’attenzione di prima, non li sorvegliava con la stessa premura che prima aveva sempre contraddistinto il suo piglio materno. 
— Sono triste e molto stanca — raccontava ossessivamente a tutte le mamme e a me in particolare che ne avevo conquistato confidenza e solidarietà.

Mio figlio si ammalò. Una bronchite più seria delle solite mi portò a diradare le mie uscite in passeggiata. Ripresi a uscire con il mio piccolino ormai convalescente solo con l’arrivo della bella stagione. Il parco era sempre bellissimo, invitante con la sua ombra gentile, i bimbi invece, non erano più gli stessi. Erano altri, più piccoli, impacciati ma forti piccoli guerrieri che si arrampicavano su alberi e scivoli, che combattevano la loro primissima battaglia con la vita. Il mio, ormai esperto, faceva da maestro, insegnando azioni più spericolate, guardate con occhio severo dalle mamme novelle ancora non consapevoli dell’inevitabile cambiare delle cose.  L’estate era ormai arrivata. Ci si riparava sotto le fronde degli alberi, si tirava tardi ad aspettar refrigerio con il calar del sole. Era piacevole chiacchierare di progetti futuri, di immaginare i nostri figli grandi, e sognarci vecchie e canute, ormai serene poiché tutto era stato fatto per crescerli e indurli alla vita. Le preoccupazioni più forti erano verso questo mondo che inghiotte i bambini nell’indifferenza e nella violenza più cupa. Ci annebbiava il pensiero di tanti che facevano del male – e non riuscivamo a capire come si potesse – a piccoli indifesi e fiduciosi nella saggezza degli adulti. I nostri piccoli, sempre più uniti e sicuri, si azzardavano a esplorare angoli più angusti, tentando di eludere la nostra vigilanza. Ma eravamo tranquille. Ci sentivamo al sicuro, in mezzo a mamme e a papà premurosi.

A un tratto un grido:
 — Correte, correte! — Mammalina gridava.
Ansante, agitata, respirava a fatica. Teneva stretto per il polso il mio bambino, e angosciata lo strattonava.
 — Non si deve! Non devi andare con chi non conosci! — E poi, con un filo di voce spiegò che un ragazzo già adulto, aveva convinto mio figlio a seguirlo per andare a vedere  “laggiù “ perché un bel tesoro  “là dietro” si nascondeva. Una frazione di un attimo, e sarebbe potuto accadere chissà cosa — Con tutto quello che si sente raccontare oggi sul giornale o in televisione! —  Mi sentii morire in quel preciso istante. Perché in effetti un ragazzino adolescente lo  avevamo davvero visto aggirarsi tra i nostri piccoli, e tutte avevamo  pensato potesse essere soltanto il fratello di uno tra quelli più grandi. Di questo ragazzino adesso non v’era più traccia. Qualche papà infuriato si aggirò per il parco per cercare un indizio, ma nulla. Nessuno più presente. Mammalina mi guardava con aria mesta. E scuoteva la testa senza sosta.
 — C’era, vi dico che c’era 
Le appoggiai la mano sulla spalla e le sussurrai
 — Lina, ma cosa vai pensando? Certo che c’era! Mammalina, per fortuna che c’eri tu a proteggere mio figlio! 
Ma lo spavento e l’angoscia mi tolsero la voglia di sedermi su quelle panchine, di lasciare giocare mio figlio tra quelle fronde e cespugli. Ho smesso di andarvi per anni.
Di colpo. Così.
Fino a qualche tempo fa.

Mi era presa la voglia di rivedere quei luoghi che in fondo erano stati parte della mia vita di mamma. E magari, incontrare qualche amica, qualche volto conosciuto che potesse rispolverare l’antica solidarietà materna di un tempo. Mammalina non c’era più. E la sua presenza delicata, a spiegare, a render la vita e la sua evoluzione una naturale ascesa verso i piani più alti, avrebbe fatto davvero la differenza. Erano sì altre mamme, giovani uguali a me, carine e apprensive forse nello stesso mio identico modo, ma… non erano lei. Non erano Mammalina. E i suoi bimbi, buoni ma vivaci, non erano più lì a giocare con il mio, e questo mi rendeva quel posto sconosciuto. Era finito il tempo del parco. Era finita l’amicizia sporadica ma intensa con una buona e simpatica amica mamma.

Al rientro verso casa, la incontrai per caso, anni dopo. Ormai mio figlio era già grande, lo zainetto sulle spalle lasciava comprendere che l’età della prima cartella di scuola era stata raggiunta e superata. E lei, lei era l’ombra di se stessa. Il volto scavato e assente, nessun sorriso o guizzo di vita a colorarle gli occhi che ormai avevano perso curiosità e interesse per ciò che accade intorno.
 —Sai — mi disse, salutandomi e riconoscendomi  — sono stata malata. Sindrome depressiva, mi hanno detto… — Conoscevo i sintomi, ne intuivo le ragioni.
 — Mi hanno dato tante medicine, per permettermi di riprendermi — e di nuovo il suo sguardo, volava lontano, non incrociava più il mio e non si posava nemmeno su alcun oggetto attorno a lei, sorvolava distante le cose e le persone  — Non lo sapevo. Non sapevo di esserlo di nuovo, non credevo fosse possibile, così… dopo tanto tempo 
Restai a guardarla, ad ascoltarla pensando che in fondo doveva essere ancora giovane. Da qualche parte, nei ricordi, avevo la sensazione che non fosse molto più vecchia di me…
 — L’avrei tenuto, se non avessi preso tutte quelle medicine — soffriva, mordeva le labbra in uno spasmo terribile  — E poi, l’ho perduto. Una notte mi sono svegliata e mi hanno dovuto portare all’ospedale…
In quell’istante pensai, condividendo in pieno il suo dolore, che anche se la ragione ci può ripetere all’infinito che è la natura a percorrere inesorabile il suo corso, poiché sa cosa fare in casi estremi e disperati, il nostro cuore continua a sanguinare e si ribella alla logica delle cose. Il cuore piange e ha voglia di piangere, soffre e ha voglia di morire in quella sofferenza, ha voglia di solitudine e di silenzio, per condividere solo con se stesso il lutto di uno strappo che non si può descrivere.
 — Era una bambina. Dopo tre maschi — ed ecco che in quello sguardo spento, un piccolo spasimo di vita le si accese, un attimo soltanto di colore alle guance e di anima al corpo, per poi tradursi in una piccola, infinitamente piccola, goccia di lacrima. Brillò indecisa all’angolo dell’occhio, insicura se scendere prepotente oppure ritornare indietro, nel suo solitario rifugio interiore. Infine scivolò lenta e distratta sulle labbra che la nascosero veloci tra sé — L’avrei considerato un bellissimo  “sì” dalla vita — vacua, distante, perduta in pensieri lontani eppure la sentii lo stesso vicina, capii ciò che provava e provai su me stessa tutta la sua sofferenza malinconica. Una figlia femmina, significato di speranza, di conferma, da parte della vita stessa che più avanti c’è posto, più avanti c’è sollievo…
— Ma forse è stato meglio così. Così vanno le cose — sospirò fingendo la vecchia serenità di sempre, mimando la speranza che un tempo era stata la sua principale amica. Poi, un bacio sulla guancia frettoloso, e scomparve silenziosa tra la folla salutandomi con la mano, promettendo di telefonarmi o di venirmi a trovare appena possibile.

Non la vedo più rincorrere i figli che in ritardo scappano veloci verso la scuola, non la sento più ridere e sorridere alle mamme del quartiere, salutando orgogliosa i suoi fanciulli ormai divenuti ragazzi. So che c’è, perché ogni tanto di sfuggita, vedo il figlio che la saluta dalla finestra, ma so anche che da tanto tempo non esce più di casa. I bimbi al parco continuano a crescere e a scalare alberi e scivoli, mentre le mamme si radunano a crocchio raccontandosi esperienze e angosce, soluzioni e aneddoti dei loro  “guerrieri”, ma Mammalina, nessuno la conosce, nessuno sa chi sia.

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Informazioni su amnerisdicesare

italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Dal 2005 gestisce il F.I.A.E. – Forum Indipendente Autori Emergenti http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it, insieme gruppo e laboratorio di editing autogestito per scrittori emergenti. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011); un suo racconto, intitolato “Zanna” è presente nell’antologia di racconti animalisti “Code di Stampa” (La Gru Edizioni 2011); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura, e nel 2013 ha partecipato al progetto di scolastica coordinato da Manuela Salvi “Prossima fermata… Italia!” (Onda Editore) scrivendo il capitolo dedicato alla regione Calabria. Ha curato l’antologia benefica “Dodicidio” per il progetto POP di La Gru Edizioni scrivendo il capitolo “Febbraio” (2013) e ha vinto il “Concorso Cercasi Jane” indetto dalla Domino Edizioni con la quale il 1 settembre 2013 è uscito il suo romanzo “Sirena all’orizzonte” secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi. A giugno 2014 invece è uscito Mira dritto al cuore per i tipi della Runa Editrice, mentre un secondo saggio sulle figure materne nella saga di Harry Potter dal titolo “Mamma non mamma: le madri minori nel mondo di Harry Potter” uscirà a gennaio sempre con Runa Editrice. Collabora con il portale di informazione online Rete-News.it (www.rete-news.it) scrivendo articoli di cronaca, costume e musica e con la rivista letteraria digitale e online Inkroci (www.inkroci.it ) in qualità di traduttrice.

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