LUME DI CANDELA

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Ho traslocato poche volte in vita mia. Non mi piace. Cambiare casa, intendo. E’ come se le radici alle quali sei aggrappata, ti venissero strappate o recise. E io sanguino forte, se vengo ferita. Ma qualche volta è necessario. Come questa volta. Ho dovuto trasferirmi qui. Nella casa che mi ha visto prima nascere, e poi in silenzio, chiudere la porta e andare via. Morendo, mia madre me l’ha lasciata. E’ enorme. Molto grande per me che vivo sola. Troppo grande per chi fino a ieri ha vissuto in quarantacinque metri quadrati. Dove stavo prima era piccolo e malsano. Un buco in affitto. Primo piano senza ascensore in uno stabile diroccato, abitato da studenti e pensionati. Ma con un cancello di ferro battuto ben solido sulla porta d’entrata. Protegge dagli estranei, un cancello. Chiude fuori tutto quello che del mondo non piace. Quindici anni. Di muri bagnati di muffa d’inverno e zanzare grandi come elicotteri d’estate. Quindici anni di solitudine e clausura.

L’ho fatto mettere anche qui, il cancello. Una prigione più calda e profumata, questa mia nuova casa. La soluzione migliore. Adesso che sposto scatoloni pieni di ricordi e suppellettili sul parquet appena lucidato che profuma di lacca e di nuovo, mi rendo conto che è tutta un’utopia. Non accadrà. Mi seguiranno anche qui, lo so. In fondo, sono la sola cosa che mi ha permesso di andare avanti fino a oggi. Il silenzio, la solitudine, il rifiuto.
— Alé, ci ha preso la risarola, ragazze!
Ridevo sempre a sedici anni. La vita era bella e piena di promesse. Le avrebbe mantenute tutte quante. Anche quella su Lorenzo. Soprattutto Lori.
— Balli?
— Perché no?
Risposi spavalda, ma il cuore faceva bum bum come il basso della chitarra di Bruce Springsteen in Born in the U.S.A. Non era mica un lento, ma noi lo ballammo così, stretti e imbarazzati. Mi aveva invitato lui, Lorenzo. Bello. Bello da morire. Occhi azzurri, capelli  lunghi e ricci, portati senza vanità sulle spalle. Alto, un po’ smilzo per la verità, ma a me i magri son sempre piaciuti un sacco, sarà per via del mio fisico “asciutto”. Aveva l’aspetto di una “canaglia che uccide” Lorenzo. E aveva invitato a ballare proprio me Simonetta la “spilungona”. Ho fatto una fatica bestia a convincermi che era vero. Non sono mai stata bella. Un tipo diceva mia madre ma bella no . Troppo alta, gambe troppo lunghe, magra e un po’ mascolina. Occhi grandi, naso importante. Ecco, mi salvavano i capelli. Lunghi, mossi, vaporosi. Sì, per fortuna avevo dei bei capelli che mascheravano un po’ quel mio ondeggiare sgraziato nel camminare; dicevano al mondo intero che ero una ragazza e non un maschiaccio.
— Ma va’ a cagare! — risposi così a Lorenzo quando mi disse che invece bella, lo ero per davvero. Mai creduto ai complimenti. Mi hanno sempre imbarazzata. Con Lori fu lo stesso. Patti chiari e amicizia lunga. Niente smancerie, niente bugie. Se finisce, finisce e amici come prima. Ma non mi tradire. Non fare che sia io a scoprire che ami un’altra. Dimmelo tu. Me lo aveva promesso!
— Tranquilla, non ti mangio mica! — lo ripeteva ogni volta che si avvicinava ma io tremavo sempre come una foglia. Fu lui a dire di amarmi. Avrei preferito non l’avesse mai fatto. Col tempo si finisce per abituarsi ad essere amati. A me bastava il suo interesse, le sue attenzioni. Con stupore mi ero accorta che me le rivolgeva anche in privato, quando eravamo soli. Allora non gli sono indifferente! Pensavo. Esser la ragazza di Lorenzo era già di per sé un privilegio. Esser addirittura amata da lui, era persino troppo. Non me lo meritavo. Che bisogno c’era d’illudermi? Io non so resistere alle illusioni. Mi sono innamorata. Perdutamente.

Dicevo che non mi piace cambiare. E non amo neppure questa casa, ora tutta tirata a lucido. Quando ho saputo che era mia, solo mia, sono entrata qui dentro e ho fatto buttare giù tutti i muri. Sentivo la voce di mia madre che gridava di dolore. Lei che non mi avrebbe fatto spostare un soprammobile, lei che viveva qui dentro come in un mausoleo privato. E’ stata dura ma anche liberatorio. Via tutti i vecchi mobili, venduti o regalati, via la carta a fiorellini alle pareti, via i muri e l’antica disposizione delle stanze. Via il marmo di Carrara rosa di cui andava tanto orgogliosa, e invece un bel doussier ambrato; il legno è caldo, avvolgente. Potrò camminare a piedi scalzi tutto il tempo, e nessuno mi rimprovererà
— metti le pantofole che sennò ti viene la bronchite! — oppure — quando entri in casa mia, devi usare le pattine! Ho appena dato la cera accidenti! Guarda che striscioni neri sul marmo lasciano quelle orribili scarpe che porti!

Strane cose fa la vita. L’ha lasciata proprio a me, e sapeva che la detestavo; quasi quanto detestavo lei. Mai andate d’accordo mia madre e io. Mai che le sia andata bene come ero. Un tipo, ma bella proprio no! Lo ripeteva di continuo alle amiche e alle vicine che mi facevano un complimento. E non si riusciva a capacitare neppure di come Lorenzo si fosse innamorato di me, che addirittura potesse pensare di vivere tutta la vita accanto a una “spilungona” come sua figlia.
— Tienitelo stretto, visto che hai avuto la fortuna di accalappiarlo!
Eh già, gli avrò dato una pozione magica da bere, che dici?
— Non fare la testarda e cura di più il tuo aspetto! Gli uomini si stancano presto delle maschiacce. Vogliono donnine tutte eleganti e incipriate, altro che!
Mamma, proprio tu mi dicevi queste cose, tu che giravi per casa con le ciabatte di lana e i bigodini in testa, i vestiti sbiaditi da troppi lavaggi sbagliati?
— Che c’entra, io sono vecchia. Ma a tuo padre gli ho fatto girare la testa parecchio, io, quando ero giovane! Gli uomini vanno presi in giro, e trattati male. Non farti vedere sempre disponibile, non dirgli sempre di sì, che esci, che va bene. Crea un po’ di mistero attorno a te! Fagli capire che c’è qualcun altro che ti desidera, Simonetta!
Si può dire ma va’ affan… a una madre? Non si può. Ma l’ho pensato. Spesso.
E così, per liberarmi anche di te, mamma, ho cambiato i connotati a casa tua. Adesso è mia. E vivrò qui, sola per il resto della vita che mi resta.

Hanno suonato alla porta. Che strano. Non c’è neppure il mio nome sul campanello sul portone d’entrata. Sarà uno sbaglio. Qualcuno che ha pigiato il tasto sbagliato. Faccio finta di nulla. In fondo, mica dovevo esser qui oggi. Il trasloco era previsto per domani. Ma ho preferito anticipare. Ho caricato gran parte degli scatoloni sulla macchina e ho iniziato a trasportare roba avanti e indietro. Stanotte ho dormito su un materasso per terra. E’ stato bello, dormire in un modo così precario, così animalesco. C’è anche la stufa, per cucinare qualcosa. Domani i facchini porteranno il resto. Continuano a suonare. Alla porta stavolta. Cielo, sono tutta in disordine. Sono vestita in una maniera orribile, una tuta tutta buchi e macchie e i capelli spettinati, raccolti alla rinfusa in una specie di coda di cavallo. Non sono certo nelle condizioni di ricevere visite. Ma che m’importa? Mi sono mai preoccupata di esser presentabile, io?  Devo aprire. Non riesco a resistere alla tentazione di vedere chi è. Sicuramente un’amica di mamma che ha saputo della sua scomparsa. Prenderò l’espressione contrita di chi ha subito un grave lutto, e annuirò convinta alle parole di consolazione che mi dirà. Vado, vado ad aprire.

Lorenzo era diverso dai ragazzi della sua età. Era bello ma soprattutto dentro. Avrebbe potuto essere uno che semina stragi di cuori ovunque. E invece si era scelta una ragazza normale, le era fedele. Aveva scelto me. Aveva anche altre passioni. L’oratorio, per esempio. Ci andava tutti i pomeriggi per aiutare a fare i compiti ai ragazzini che si riunivano a studiare lì. Oppure a giocare a basket. Aiutava gli anziani del quartiere. Andava a fare la spesa per quelli che non potevano più muoversi di casa. Ne accompagnava qualcuno alla riunione del giovedì in parrocchia. O alla messa vespertina della sera. Io non sono mai stata tanto devota. Ma vedere Lorenzo che si confessava tutti i sabato e la domenica faceva la Comunione mi rendeva felice. Era un bravo ragazzo. Era buono. Troppo buono. C’entravo qualcosa, io, con lui?

Un grande amico.  Di quelli su cui puoi contare. Quando Massimo, gli chiese aiuto, lui non si tirò indietro. Prese a seguirlo, a stargli dietro come un’ombra per impedirgli di scappare di casa la notte in cerca di un pusher e racimolare una dose. Quante serate insieme sfumate, per colpa di Massimo e della sua fottutissima dipendenza!
— Simo, ha bisogno di me. Lo devo fare. Ma so che tu capisci vero? — Oh, sì che capivo. Capivo? No, ma andava bene lo stesso. Cosa avrei potuto fare? Dirgli che invece c’era la festa di Marta, e volevo andarci insieme a lui? Pestare i piedi e gridargli la mia rabbia per un’uscita mancata? Che a diciassette anni è giusto vivere e godersi la vita? E se lui mi avesse risposto: — sei libera di viverla anche senza di me — io, poi, cosa avrei fatto? Niente. Non ho fatto niente. Ho detto di sì, va bene. Non ti preoccupare amore che ci vediamo domani all’uscita da scuola, passi a prendermi vero? No? Ah, già, devi portare Massimo in comunità. Ah, già devi dare lezioni di chitarra a Mariolino, quello che poverino è rimasto orfano di padre e che non parla, e non si sa cosa abbia, e i dottori dicono che un po’ di musicoterapia fa bene e infatti con la chitarra Mariolino canta, canta che è un piacere…

Ci sono cose nella vita che non t’aspetti. E altre che non vuoi proprio aspettarti. Questa è una di quelle cose. Apro la porta e resto ferma, paralizzata. Attraverso la grata del cancello chiuso resto a guardarlo, inebetita. E lui deve capire il mio imbarazzo, il mio sguardo vuoto perché si affretta a chiedermi:
— Posso entrare, figliola? Fai entrare la parola di Dio in casa tua?
— Veramente, ho traslocato appena ieri… è tutto… è tutto in disordine…
— Ma Dio non guarda al disordine, Dio guarda solo all’anima delle persone e alla serenità del nido in cui esse abitano.
Il cuore ha ripreso a farmi bum bum come quella volta, con quella canzone di Springsteen. Guardo il sacerdote che mi sorride con quell’aria bonaria che hanno stampato in faccia i servi del Signore e una piccola frotta di lucine azzurre e argento mi passa davanti agli occhi. Forse sto per svenire. Sento le mie guance impallidire e improvvisamente ho bisogno di bere un bicchier d’acqua.
— Mi scusi, padre… non vorrei essere scortese, ma … non mi sento troppo bene.
— Aspetta, permettimi di aiutarti.
— No, adesso mi passa. Ma lei non si disturbi…
— Aiutare il prossimo è il mio lavoro, signorina?
— Simonetta. Simonetta andrà bene, padre…
— Don Mario, sono il cappellano del quartiere. In giro per le benedizioni pasquali.
— Ma siamo a febbraio!
— Eh, la parrocchia è grande, ci mettiamo avanti con il lavoro
Sorride bonario, questo sacerdote dall’età indefinibile. Ha un bel volto sereno, da brava persona, ma non è facile dire quanti anni possa avere. E’ simpatico, però. E a me dà fastidio che questo sacerdote mi stia simpatico. Io devo detestarli tutti, invece.

31 dicembre, San Silvestro. E’ la festa più bella dell’anno. Ti prepari almeno una settimana prima, ma già a ottobre inizi a parlarne con le amiche — Che fate voi a Capodanno? — Il vestito da indossare, lo guardi nelle vetrine tutte luci e lustrini, e sai che è quello, proprio quello lì che vuoi avere addosso la sera che – adesso hai deciso – sarai sua completamente. Hai risparmiato un anno, tra lavoretti saltuari e paghette. Le scarpe. Possono andare quelle che hai comprato l’anno scorso insieme a Marta. Ma i capelli? I capelli li lascio così, mossi e lunghi come piacciono a Lorenzo. Un bel “ciappo” con gli strass a scostarli un po’ dal viso, magari. E un rossetto color sangue, e un po’ di trucco; per una maschiaccia è la svolta decisiva. Questa sera sarò una geisha. Farà fatica a riconoscermi.
— Hai visto che ore sono, Lori? Le undici passate! Ti sto aspettando da due ore!
— Simo, mi devi perdonare. Per stasera non se ne fa niente…
— Ma che vuoi dire? E’ Capodanno, c’è la festa da Silvano!
— Simo, Massimo sta male. Sono all’ospedale. Non posso venire.
— Massimo, sempre Massimo! E io? E a me non pensi? Per me non ci sei mai?
— Simo, ti prometto che domani staremo insieme, domani parleremo. Ti devo parlare…
Mi deve parlare. Attacco la cornetta come un automa e intanto mia madre sciorina la sua litania:
— Te l’avevo detto! Crea un po’ di mistero attorno a te, tieni di più al tuo aspetto, non essere sempre così arrendevole! Vedi? Ti ha mollato. Si è stancato. Era inevitabile.
— Mamma, Massimo sta male, Lori è in ospedale con lui…
— Tutte balle! Se fossi stata più abile, più furba, non si sarebbe neppure sognato di pensare ad altro che a te! E’ che tu non sei capace di tenerti un uomo, ecco cos’è!
— Mamma, falla finita, per favore!

Sì, mamma, falla finita. Sempre a dirmi che non sono all’altezza, sempre a sognare per me un altro fisico, un altro destino. Sono tua figlia. Così come sono. E’ tanto difficile accettarmi per quello che sono?

— Così è stato missionario?
— Sì, in Brasile, fino a cinque anni fa. Conosce qualcuno che è ancora là?
— Conoscevo…
— Qualcuno del mio ordine?
— Non so, non mi intendo molto di ordini, sa com’è…

Ride, divertito. Alla fine, è andata che ho messo a bollire dell’acqua e stiamo chiacchierando in quella che un giorno, forse, sarà una cucina, mentre sorseggiamo del té bollente. Mi sta raccontando di esser nato in questo quartiere, di aver giocato a basket nel cortile dell’oratorio, di aver trascorso pomeriggi interi, in quelle sale a giocare e a studiare.
— Sa, ero un bambino timido, molto pauroso. Ma un angelo mi ha salvato, mi ha tolto dalla prigione in cui ero finito, dopo la morte di mio padre…
Che bello. Peccato che io non riesca a gioirne. Peccato che io, nella mia prigione ci viva benissimo e non abbia nessuna voglia di esser salvata da un angelo dalla sottana nera e il colletto bianco. Ho fatto montare un cancello, davanti alla porta, per questo.
— Conosceva Lorenzo Marchetti?
— E’ lui, l’angelo di cui parlo…

— Lori, hai detto che avremmo parlato. Possiamo farlo adesso?
Svanita la notte più bella dell’anno, la più importante della mia vita, con Lorenzo non ho più avuto modo di chiarirmi. Lui sempre più preso da altre cose. Più assente. E mia madre ce l’ha fatta: adesso me le recito da sola le sue litanie. Lorenzo non mi ama più e non sa come dirmelo. Lorenzo ama un’altra. Lorenzo (bastardo) mi tradisce. Eppure aveva promesso…
— Va bene, Simo, aspettami tra mezz’ora sotto casa. Sì, in effetti devo dirti qualcosa di molto importante, ma volevo esser davvero sicuro, prima…
— Prima di lasciarmi?
— Prima di parlartene. Aspettami, arrivo.
E’ finita. Me ne farò una ragione. Non è quello che mia madre ripete in continuazione? Quando un uomo cambia, si fa vedere di rado, non risponde alle tue telefonate, non richiama, e soprattutto dà buca a tutti gli appuntamenti più importanti, significa che ha un’altra. Che è finita. E non è proprio quello che è successo in questi ultimi mesi? Va bene, posso farcela. Adesso quando lo vedo faccio la dura. Quella son brava a farla. Faccio finta di niente. Niente lacrime. La soddisfazione di vedermi piangere non gliela do. Anzi, faccio la sostenuta, di quelle che massì, tanto era solo una cosetta tra ragazzini… Sono una donna ormai. Ti faccio vedere io, Simonetta la spilungona che donna tosta che è!
Apro il portone di casa e me lo ritrovo davanti. E’ un colpo basso. Non mi aspettavo di vederlo qui, un cane bastonato. Ha il volto devastato dal dolore. Rimorso? Per avermi illuso?
— Che bisogno c’era di dirmi che mi amavi Lori? — gli chiedo a bruciapelo. Perché mi guarda con gli occhi così, persi nel vuoto?
— Io ti amo, Simonetta. Ti amo veramente e profondamente. Solo che amo lui di più…
Non capisco. Lui? Lui chi? Lui… Oddio… me l’avevano detto, che alcuni ragazzi potevano scoprire, a un certo punto, di avere gusti differenti, in fatto di amore. Di preferire i propri simili piuttosto che le donne… e io, così mascolina. Forse è per questo che gli sono piaciuta? Quasi mi sento sollevata. Non c’è nessuna lei, in fondo. E’ soltanto infatuato di un amico. Forse solo un attaccamento un po’ morboso. Ma passerà. Io glielo farò passare. So come muovermi. So come fare. Mamma dice che basta essere un po’ più misteriosi…
— di Massimo? E’ di lui che stiamo parlando?
— No, Simo, non di Massimo. A me piacciono le ragazze. Da matti, direi. Non stiamo parlando di uomini. O di donne.
— E allora di chi?
— di Lui, dell’Altissimo. Io amo Dio più di ogni altra cosa al mondo. Più di te, più di me stesso.
Dio. Ama Dio. E ora che faccio? Come si può competere con il Padreterno?

Ormai Don Mario è qui da un’ora. Mi ha parlato del suo angelo custode, di un ragazzo che di pomeriggio andava a casa sua a  insegnargli a suonare la chitarra. E che al suono dolce di quello strumento, lui, Mariolino, che non diceva una parola mai, cantava, cantava, cantava. Di quel ragazzo angelico, per un certo periodo non seppe più nulla. Fino a quando in Brasile, ormai sacerdote, sentì parlare di Don Lorenzo Marchetti in una parrocchia di Iguaçù, nell’entroterra più povero e derelitto. Anche lui missionario. Aveva una piccola chiesetta dove accoglieva bambini e ragazze madri, curava i vecchi e i malati. Dove, in seguito seppe, morì di meningite dieci, forse dodici anni fa.
— Mi arrivò una sua lettera qualche tempo prima. Diceva di star bene, di essere felice. Di amarmi sempre molto, come una sorella. Poi, mia madre incontrò la sua, per strada, quasi un anno dopo. Le raccontò ogni cosa. Una malattia. Improvvisa e inesorabile. Lui se l’è preso, me l’ha portato via due volte. Me l’ha rubato.
— Dio non ruba le sue creature, figliola. Poiché tutte sono sue. Dio ha chiamato. E Lorenzo ha risposto, senza riserve.
— Sì, ma io ero sola e l’amavo. Non riesco a perdonargli di avermi fatto questo. Non riesco. Adesso capisce, Don Mario, perché non posso farle benedire casa mia?
— Capisco, e la cosa mi rende triste. Cosa direbbe di te Lorenzo, se ti vedesse ora, come sei diventata ora?
Cosa direbbe? Lo so, si arrabbierebbe. E’ per questo che son diventata così, che mi sono chiusa in una prigione di quarantacinque metri quadri e ho rifiutato di vivere, in questi quindici anni. Ho portato il lutto, come una sposa che ha perso il compagno. Che non era il mio. Lorenzo era di Dio. Aveva scelto Lui. Perché, diceva, io sono il suo tramite. Il suo servo. E io, chiusa dietro a un cancello di ferro battuto, l’ho seguito in una clausura tutta privata, tutta mia personale.
— Il nostro parroco mi ha raccontato che sei stata una brava figlia, tutti questi anni. Hai curato tua madre, fino alla fine, nonostante con te non fosse stata mai troppo gentile.
Era mia madre. Che dovevo fare? Lasciarla sola e senza una carezza, alla fine della sua vita? Non ti sono mai piaciuta, mamma. Non sono mai stata la figlia che avresti voluto, ma nonostante tutto, so che a modo tuo, mi hai voluto bene. E più di tutto, mi è bastato quel tuo “Grazie, figlia mia” che mi hai detto in un ultimo soffio.
— So anche che hai fatto tanto per le vecchiette dell’ospizio, dopo che tua madre se ne è andata. Senza di te, quelle vecchie signore sarebbero perdute. Ci vai ogni giorno, e passi i tuoi pomeriggi a leggere e a ricamare con loro.
Qualcosa dovrò pur fare, nella mia lunga giornata. Qualcosa che sia utile. Lorenzo avrebbe fatto questo. Lorenzo sarebbe stato contento, se avessi fatto questo.
— Dunque, vedi che Lui non te l’ha portato via? Che il tuo Lorenzo è sempre con te? Perché tu, adesso, sei Lorenzo. Stai portando avanti ciò che lui amava e voleva. Perdona, figliola, perdona soprattutto te stessa. E riprendi a vivere.

Si è alzato il vento, fuori. Febbraio è un mese strano. Chiudo tutte le persiane, ma non accendo le luci. Ho dimenticato di chiudere il cancello, lo lascerò così. La casa è un disastro di segatura e scatoloni ovunque. Domani, metterò a posto. Adesso ho solo voglia di restare un po’ qui, in penombra, con la sola luce di questa candela che ho acceso, e pensare. Chissà, se faccio uno sforzo, riesco anche a ricordarmi come si fa a pregare.

Amneris Di Cesare

Lume di candela
3° classificato
Premio 50 anni AVIS
2007

 

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