DEVO DIRLE CHE TORNO

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— Quei tovaglioli li devi piegare meglio, Giovà! Guarda tutte le file di fronte alla finestra. Son tutti piegati malissimo. Rifalli.
Giovanni Santillo, cameriere all’Hotel ****, cinque stelle. Un albergo di lusso, con grande affluenza, comodo, elegante, proprio di fronte alla stazione dei treni. Lavorare qui è un bel traguardo. Ha da poco questo lavoro. E’ arrivato a Bologna da un mese, con una valigia piena di speranze e un sogno: sistemarsi e metter su famiglia. Può farlo solo lavorando duramente al nord. Conosce, glielo hanno raccontato gli amici partiti prima di lui, la fatica di introdursi nella società chiusa e un po’ razzista del nord Italia, ma Bologna non è nord, non è centro, non è sud. Bologna è Bologna. Ce la farà. Sta già riuscendoci. Anche se il direttore di sala, Malaguti, fa il duro, lui lo ha già capito, è uno di quelli che sotto sotto è buono come il pane. Annuisce quindi, serio e determinato e si avvicina alla vetrina che dà sul porticato. C’è un gran via vai di gente, molta più di tutti gli altri giorni. Sono le dieci e un quarto, e siamo ai primi d’agosto. Tutti stanno partendo per le ferie. Beati loro! Pensa, guardandoli e piegando i tovaglioli con studiata maestria. Prima far combaciare gli angoli, poi piegarli su se stessi. Poi rivoltarli e infine aprire la base affinché tutto il tovagliolo resti in piedi. Marisa a quest’ora sarà già al mare. Forse in barca con quello. Magari gli avrà già detto di sì. Chissà. Intanto, mica potevo darle speranze. Non ho un soldo da parte, non avevo futuro laggiù. Non potevo chiederle di aspettarmi. Chissà quando mi sarò sistemato, se ancora sarà libera … Ma ragazze belle come Marisa non restano sole a lungo. Giovanni l’ha corteggiata, l’ha amata. Ma quando ha capito che si trattava di una cosa seria, le ha parlato.
— Vado al nord. Per trovare lavoro, per fare i soldi e metter su casa
Lei inaspettatamente ha risposto in modo aspettato:
— Per quanto tempo? Io non intendo aspettarti. Ho fretta di sistemarmi. C’è Gennarino, il figlio del farmacista che mi fa la corte da una vita. O mi sposi subito, o mi sposo con lui. Gennarì è ricco e c’ha pure il motoscafo. Con lui farei la gran signora. Ma io amo solo te, Giovà. Sposami, e portami a Bologna con te.

Ma Giovanni Santillo è un orgoglioso. Che avrebbe fatto Marisa qui con lui? L’unica sistemazione che ha trovato è una brandina in camera con altri tre compari, in un appartamento ricavato da una cantina. Umidità e sporcizia dappertutto. E promiscuità. Non se ne parla neanche. Forse tra un anno, se lo assumeranno, con uno stipendio fisso e i contributi, la malattia, le ferie pagate. Allora potrebbe prendere in considerazione di farsi una casetta piccolina adatta ad ospitarli tutti e due. Scuote la testa Giovanni Santillo. Un sogno che non si avvererà mai. A vent’anni le donne hanno fretta di sistemarsi. Aspettare significherebbe perdere lo smalto della giovinezza, e rischiare di restar zitelle. Marisa non lo aspetterà. Lo sa, lo sente.

Alza gli occhi verso il portico, mentre piega i tovaglioli. C’è tanta folla. Gente che sta andando al mare. Tanti, sicuramente staranno andando al sud, magari proprio là, dove abitano i suoi, e da dove lui è scappato in cerca di un futuro. Che cosa strana è la vita. Lui, che il mare ce l’ha tatuato negli occhi da quando è nato, ora è qui, che guarda gli altri correre verso quel sole, quel riverbero accecante, quell’odore di salsedine e alghe morte di cui sente così tanto la mancanza. Li invidia. Vorrebbe esser tra quella gente, valigie colorate e sandali ai piedi. Vorrebbe non dover piegare tovaglioli e servire paillard ai ferri, ma sdraiarsi sulla sabbia calda e baciare le labbra soffici della sua Marisa.

Non ha tempo di capire cosa succede, Giovanni Santillo. Il cristallo spesso della vetrina si sbriciola in mille schegge luccicanti, esplodendo su se stesso, abbattendosi su di lui come un secchio di grandine gelida. Il boato assordante gli entrerà nella testa solo qualche istante dopo. Lo ricorderà per tutta la vita, ma successivo alla pioggia di vetro che lo aggredisce in quel momento. E quindi il fumo, la polvere dei calcinacci che dalla stazione arriva immediatamente e invade la sala dell’Hotel ****. Si alza lentamente, Giovanni. E pur coperto di sangue, esce sulla strada dal varco formato dalla vetrina distrutta. La gente urla, scappa da ogni parte. Non saprà mai come ha fatto a trovarsi nel piazzale della stazione, tra i conducenti degli autobus che scesi raccolgono pietre per lanciarle lontano, scavano tra i calcinacci, trasportano persone ferite e corpi dilaniati. Non saprà mai spiegare Giovanni, in quale momento ha deciso di aiutare a scavare, di trasportare feriti sugli autobus o chiudere gli occhi a turisti ormai partiti per il viaggio più lungo. Ricorderà solo un pensiero: Devo dirle che torno. Al diavolo il futuro, la vita è qui, ora. Scivola via velocissima, e bisogna afferrarla prima che sfumi come polvere acida e odor di carne bruciata.
Marisa, aspettami.

Bologna, 2 agosto 1980
In omaggio a chi non ha più fatto ritorno.

Racconto
1° Classificato
Premio IL TREBBO
Riolunato 2008
Sezione Narrativa Adulti

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