LE VIE DEL DESTINO: SECONDO FLASH

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Il tubo della bicicletta sulla quale sono seduta mi dà fastidio. Mi fa male alle gambe e i piedi, a ciondoloni, non sanno dove stare. Provo a cambiare posizione ma faccio perdere l’equilibrio al nonno che si mette a ondeggiare paurosamente.
“Sta’ ban ferma, fangeina!” mi dice brusco. Ha la faccia scura, il naso aquilino e gli occhi infossati lo rendono ancor più pauroso e quando si arrabbia esplode, inizia a brontolare e non si ferma più. Però con me è sempre buono, gentile quasi. Brusco, un po’ ruvido come quella barba mai fatta che gli cresce sulla faccia e che mi raschia la pelle quando mi abbraccio a lui e lo bacio, o come i capelli, sempre tenuti corti corti, quasi una spazzola di setole di maiale, come dice la nonna ridacchiando, ogni tanto, quando lui è in buona e lei si azzarda a prenderlo in giro.

Il nonno è romagnolo, orgoglioso di esserlo.
“Piz cal piz, un muntanari!” uno “peggio del peggio, un romagnolo “montanaro”, racconta la nonna.
Parla poco in italiano. Tra di loro, il nonno e la nonna,  si parlano in dialetto. Io li capisco, ma non so rispondere. A papà non piace il dialetto, è roba da ignoranti, dice spesso, per questo a me e a mio fratello ci è proibito imparare a parlarlo. Ha costretto i nonni a parlare con noi nipoti solo “nella lingua di Dante”, che, il papà mi ha spiegato, “non sono mica io, eh, quel Dante lì! Anche se mi chiamo come lui: Dante Alighieri, il padre della lingua italiana! E tu capisci che io devo tenere alto il nome che porto!”
E a me di avere un papà che si chiama come il papà dell’italiano un po’ mi rende orgogliosa, e un po’ no.
Perché a me piace invece, il dialetto. Sembra una musica. E’ dolce, è buffo, sembra una di quelle cantilene che la nonna recita sgranando un rosario, o quando vuole scacciare i vermi dalla pancia della gente o per farci addormentare a noi nipoti. E poi, il papà fa il furbo: di nascosto ci prova a parlare dialetto, bolognese, non romagnolo, per far vedere che anche lui è di Bologna, anche se suo padre è venuto da Trani quando aveva vent’anni. Ma non ci riesce. La nonna lo prende in giro di nascosto, quando lo sente che ci prova.
“An l’è brisa bon ed parler bulgneis!” e ride. A me piace tanto quando la nonna ride. Ha una risata aperta, ricca, acuta, come un campanello di quelli che servono per suonare alla porta, uguale, con lo stesso trillo.

“Csa fagna? Andàgna o stàgna?” mi dice, adesso che si è fermato, ha legato la bicicletta al palo della luce con la catena e mi dà la mano per accompagnarmi. Ride. Anche il nonno quando ride è quasi bello. Io lo amo tantissimo, questo mio nonno piccolo, secco secco, con la faccia appuntita che sembra il becco di un merlo, gli occhi che si muovono di continuo, che fanno in avanti e indietro senza sosta e così scorbutico, sgarbato con gli altri ma tanto dolce con me. Mi prende in braccio.
“Un pezzo del portico lo facciamo che tu stai in braccio a me, la mi puteina!” mi dice alla fine. E partiamo. Il viaggio verso la croce è lungo, io devo essere pesante anche se sono ancora molto piccola, ma mi stringo al collo questo nonno forte e testardo e penso che il mondo è bello e io sono una bambina fortunata.

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