LE VIE DEL DESTINO: QUARTO FLASH

mani.unite

“Dai, non c’è nessuno, su… vieni qui. Stiamo un po’ insieme…”
L’agenzia è chiusa, oggi è domenica. Ma per chi ha del lavoro da ultimare e consegnare lunedi mattina, non c’è giorno di festa. Ha tirato su la serranda con forza, ha aperto la porta a vetri e l’odore di vecchio, muffa, trielina e vernice ci ha accolto con un benvenuto entusiasta. L’ingombrante macchina fotopiatrice sulla destra, le scrivanie al centro, la porta aperta sulla sala d’attesa, salottino per riunioni e rifugio romantico dei nostri pomeriggi domenicale sulla sinistra. Accende le luci. Questo che in realtà fino a pochi anni or sono è stata una latteria e che oggi è stato adibito ad “agenzia pubblicitaria” non ha che una piccola finestra in alto, dalla quale entra solo un sottile spicchio di luce. E’ quasi sempre buio, anche di giorno e d’estate.
“Ma non ci potevamo permettere che questo, quando abbiamo aperto” mi aveva raccontato la prima volta che mi aveva portato qui.
Butta in un angolo la sacca di juta che fa da “ventiquattrore” porta tutto e mi abbraccia.
“Allora? Prima un po’ di coccole e poi riprendo a lavorare…” mi sussurra in un orecchio, facendomi sussultare. Lo amo. Ma non è solo questo. Perché si tratta di un sentimento profondo, molto diverso da quello che fino a ora ho provato per altri. E’ un qualcosa che si mescola dentro con tutto ciò che provo e che sento, che si irradia nelle vene, usurpa i capillari e i pori della pelle e riaffiora facendomi tremare. E’ sentimento che si accoppia con desiderio, e al quale non è facile resistere. Ho solo diciotto anni. E non sono ancora pronta a donarmi completamente, a rinunciare al mio sogno di un vestito bianco candido all’altare, eppure quest’uomo più grande di me di dieci anni ha il potere di farmi vacillare, di offuscarmi i pensieri al punto da mettere in discussione tutto ciò che ho di più sacro al mondo.
“Vieni. Non ti mangio mica! O meglio, ti mangio, ma solo un po’… non fino in fondo”
Gli occhi azzurri che mi scrutano sono magnetici, agganciano i miei e li confondono, li seducono senza un gesto. Sono scossa e non riesco a muovermi, provo a parlare ma la voce inciampa tra le corde vocali ed esce dalla gola con un soffio sgraziato. Mi prende per mano, mi conduce, mi guida. Senza rendermene conto, sono distesa sul divanetto rococò di sua nonna, recuperato dalla cantina due anni prima, spolverato e riutilizzato per usi non proprio canonici. Mi solleva la testa e si siede anche lui. Appoggia delicatamente sulle sue cosce il mio volto terrorizzato e mi guarda dall’alto, in una smorfia tra il divertito e il pensieroso.
“Ho voglia di farti soffrire… ” mi dice e non capisco cosa voglia dire. Le sue dita nel frattempo scivolano dal collo verso il petto, si fermano, armeggiano con i bottoni della camicetta, iniziano a slacciare, sciogliere, allontanare.
E’ una sofferenza buona, quella che mi infligge ma so che stavolta non si fermerà. Andrà avanti fino in fondo.
E io glielo lascerò fare perché sono completamente soggiogata dal suo sguardo e dalla sua lascivia.
Un serpente che incanta e immobilizza la preda e poi la consuma lentamente in una digestione esasperante e dissoluta.
Una volta sola. Basterebbe questa.

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