SONO UNA PERSONA FORTUNATA: SONO NATA NEL 1960

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Ogni tanto mi capita di pensarci. Sono fortunata, davvero. Sono nata nel 1960. Ho mosso i primi passi nel “decennio d’oro”, quello del boom economico, quello dello sviluppo post-guerra mondiale, i ricordi di ciò che era stato ancora nelle orecchie dei giovani di allora ma ormai in via di sparizione grazie soprattutto alla speranza di un futuro di pace e progresso.
Ho fatto a tempo ad ascoltare, da una televisione in bianco e nero a un solo canale Rai, la voce di Giovanni XXIII che esortava i genitori a dare un bacio ai propri bambini a nome del Papa Buono e ho pianto lacrime caldissime insieme a mia nonna la notte in cui ne fu annunciata la scomparsa. Ho visto lo sguardo attonito e preoccupato dei miei genitori, davanti a un telegiornale da cui un Ruggero Orlando annunciava gli attentati ai fratelli Kennedy, e i servizi gironalistici sul suicidio di Marilyn Monroe. Ho ancora negli occhi le immagini del primo astronauta che mise piede sulla luna e la voce di Tito Stagno che ne descriveva la cronaca minuto per minuto si confonde con quella di Alighiero Noschese che per anni ne fece la satirica imitazione ai vari programmi serali del sabato sera.

Ho visto nascere professionalmente Raffaella Carrà con l’ombelico esposto in pose scandalose e ho ballato con mia madre lo scabrosissimo “TucaTuca”. Ho ancora il ricordo del giornalista del TeleGiornale che annunciava lo scioglimento dei Beatles e le immagini di repertorio delle fan impazzite di dolore.  Sono passata indenne dalle proteste del 1968, ma non da quelle del 1977, l’anno dei “fatti di Bologna”, di Kossiga con la K, dei carri armati in Piazza Maggiore, a cui ho assistito da spettatrice perplessa e apprensiva. Ho seguito con ansia e con rammarico al processo mediatico contro Enzo Tortora, al tentativo fallito di salvare Alfredino Rampi, ai primi drammatici rapimenti, quello di Ermanno Lavorini e quello di Milena Sutter, finiti tragicamente. Sono saltata dentro gli anni ’80 con l’entusiasmo di un’adolescente fiduciosa e speranzosa, facendo di Marisa Belisario la mia “icona”, il mito da imitare.

Ho imparato a usare prima la Lettera 21 Olivetti, poi la prima macchina da scrivere elettrica, quella con il monitor che mostrava la scrittura in tempo reale, quella con la “pallina” che ruotava al posto del nastro di inchiostro, i primi computer IBM con i dischi di vinile grandi come 45 giri, ho sognato di poter avere il primo portatile della Apple, e quello più piccolo della Compaq. Ho sorriso di gioia quando mi hanno messo davanti a un personal computer e insegnato a usare “Framework”, programma di videoscrittura antesignano di Windows, e i floppy disk.

Ho visto il Muro di Berlino cadere, lo Space Shuttle decollare, i primi CD, il video registratore, le telecamere portatili con il VHS, il telex prima, il fax dopo. Ho seguito con attenzione tutte le grandi scoperte innovative, nella scienza e nella tecnologia, ho camminato lungo gli anni 90 con sicurezza accorgendomi del mondo che cambiava, e della mentalità sociale che si evolveva.

Sono una persona fortunata. Perché sono nata a metà di un secolo, il 900, che è stato terribilmente importante e veloce nel muoversi, cambiare, evolversi, sia a livello sociale, che politico, che storico, che scientifico. E sono entrata negli anni 2000 fiera di essere ancora abbastanza giovane da capire e apprezzare gli ulteriori cambiamenti e le mutazioni anche genetiche di questa “razza” chiamata umana. Non vedo solo le cose positive, tante sono quelle brutte, negativissime che osservo. Ma non posso fare a meno di pensare che vedo il futuro che arriva, il presente che cambia, il passato recente che incalza. E di questo sono felice.

L’unico rammarico: la mia vita ha un termine. Prima o poi, succederà. E non potrò più vedere quello che sarà. Quello che diventerà. L’unico auspicio? Quello di rinascere. Essere umano. Possibilmente ancora donna. Perché essere donna mi piace e soprattutto mi piacciono le donne: quelle che hanno cambiato la storia e audacemente rivendicato i propri diritti.

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