SULLA BANALITA’ DELLO SCRIVERE

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Qualche giorno fa mi è capitato di rincuorare un’amica scrittrice circa il suo stile di scrittura. Aveva scritto un racconto, lo aveva fatto leggere in giro, le avevano mosso una critica che lei non comprendeva: la sua scrittura non era “empatica”. Per quanto si sforzasse di ragionarci su e di comprendere come quella scrittura potesse cambiare e diventare ciò che era risultato non essere, non riusciva a trovare una soluzione.
Quando si riceve una critica su ciò che si è scritto, si sa, le reazioni sono molteplici e in sequenza le riporto:

  • – stupore e confusione; come è potuto succedere?
  • – disappunto e rabbia: come è potuto succedere che il mio lettore non abbia capito?
  • – sconforto e delusione: come è potuto succedere che il mio lettore non abbia capito cosa volevo trasmettere?
    – ribellione e accettazione: il mio lettore non ha capito un cazzo.
  • – rinuncia e depressione: il mio lettore non ha capito un cazzo e io mollo tutto, tanto non capirà mai quello che volevo dire.
  • – ripresa e ri-scrittura: anche se il mio lettore non ha capito un cazzo, io non smetto di scrivere e riprendo.

Una decina di anni fa circa, agli inizi di quella che continua a essere oggi una meravigliosa avventura che è lo scrivere, iniziai a partecipare a concorsi letterari di vario genere con quelli che allora consideravo i miei scritti migliori. Avevo da poco fondato il FIAE, il forum laboratorio di editing autogestito che ha funzionato per quasi dieci anni, e tutti i partecipanti, chi più, chi meno, dopo i primi lavori di gruppo nell’area privacy al suo interno, avevano iniziato a vedere i primi frutti: concorsi e premi letterari vinti a man bassa. Mentre io restavo al palo. Mi sforzavo, lavoravo sui testi come una pazza, scrivevo e riscrivevo, ragionavo con loro su cosa funzionasse e cosa no, ma niente. Nessun risultato.
Poi, qualcuno mi disse una cosa che mi fece molto pensare: i miei racconti erano “banali”.
Esattamente come la mia amica citata all’inizio, rimasi molto confusa da quel giudizio. Banale. Cosa vuol dire banale? Andai persino a cercarne il significato sul dizionario. E’ una parola che usiamo comunemente, di cui conosciamo il significato empirico, ma, al momento di darne una seria connotazione e valore, non riuscivo a focalizzare il problema. Banale può voler dire tutto come niente. Ed era proprio quella, la forza del giudizio: qualcosa che non si può inquadrare o decifrare ma che rimane sospeso in un’aura di dubbio è infinitamente più potente di qualcosa che specifichi e descriva esattamente il problema.

banale agg. [dal fr. banal «appartenente al signore», poi «comune a tutto il villaggio», e di qui il sign. moderno; der. di ban «bando»].
1. Privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato, e sim.: discorso, frase, complimento b.; giudizî b.; un romanzo, una commedia, un film b.; con un b. pretesto; fare, condurre una vita b., un’esistenza b., piatta, uniforme (o, nell’esistenzialismo, inautentica). Si usa anche con sign. oggettivo e non spreg., riferito a modi, espressioni, tecniche, ecc., privi di originalità o di eccezionalità in quanto ormai noti ed estesi nell’uso comune: parole, locuzioni b.;un b. procedimento; o a fatti di poco conto, di scarso rilievo, insignificanti per sé stessi: per un b. incidente, ha rischiato di rimanere cieco. In partic., in matematica, soluzione b. di una equazione o sistema di equazioni algebriche o differenziali, soluzione di immediata evidenza, oppure priva di significato o di interesse, oppure immediata in base a quanto già noto in precedenza.

Banale.
Il tarlo di quel giudizio iniziò a tormentarmi e per giorni non riuscii a uscire dal circolo vizioso delle reazioni che un giudizio negativo – perché era inconfutabilmente un giudizio negativo – mi aveva provocato.
Come fare per far diventare un testo definito “banale” originale?
Cosa bisognava includere, scrivere, descrivere, intrecciare, prevedere, programmare?

Le mie storie parlavano di donne:

  •  madri sull’orlo della depressione post-parto: banale.
  •  fidanzate lasciate sull’altare da compagni colpiti da vocazione sacerdotale: banale.
  •  prostitute ballerine brasiliane nate in favelas: banale.

E di storie d’amore:

  • amore tra amici conosciuti d’estate: banale
  • amore tra compagni di scuola finito per un capriccio: banale
  • amore di un vecchio per un bambino che si immola per salvarlo: banale

Qualcuno mi disse: non è lo stile, la caratterizzazione, l’ambientazione dei tuoi racconti che è banale, sono le Tematiche! Tu parli d’Amore. Parlare d’Amore è la quintessenza della banalità.

Ragionai ancora un po’ su questo. Parlare d’Amore è banale. Eppure, io a quel tema non sapevo rinunciare. Non avevo voglia di parlare di omicidi e misteri, di mostri e vampiri che di notte perseguitavano gli esseri umani, non mi interessava neppure parlare di draghi, maghi ed elfi, per quanto mi piacesse leggere fantasy. A me piaceva parlare di Amore. Di incontri. Di sguardi, di parole buttate lì allo scopo di fare effetto su un altro essere umano, di attenzioni procurate e poi subito negate, di dita sfiorate involontariamente, di baci e carezze. Di Amore. Spirituale e carnale. Amore tra esseri umani. Umano sentire.
Era questo tema così banale?
Poi, il flash improvviso della risposta:

Ma Chissene Frega!

Io scrivo ciò che sento, che conosco, che vivo con più facilità nei personaggi che invento.
Banale?
Che sia.
Vorrà dire che la Banalità sarà la Forza del mio scrivere.
E così ho deciso: avrei smesso di prendere in considerazione i giudizi che non fossero “specifici”. Avrei smesso di attaccarmi tanto ai giudizi degli altri. Giudizi, non critiche. Le critiche circostanziate, quelle le prendo ancora in grande considerazione, anzi, le voglio, le pretendo.

La cosa buffa che accadde dopo?
Vinsi anche io alcuni concorsi letterari, prima di decidere di smettere del tutto di parteciparvi.
Pubblicai i miei tre romanzi.
E…
In tante recensioni e giudizi di lettori ne appariva sempre uno: trame e temi ed intrecci troppo complicati.
Un po’ di banalità sarebbe stata di auspicio.
Capito?
Amica carissima che ti sei sentita dire che non sei “empatica”: fregatene e continua per la tua strada.

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Informazioni su amnerisdicesare

italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Dal 2005 gestisce il F.I.A.E. – Forum Indipendente Autori Emergenti http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it, insieme gruppo e laboratorio di editing autogestito per scrittori emergenti. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011); un suo racconto, intitolato “Zanna” è presente nell’antologia di racconti animalisti “Code di Stampa” (La Gru Edizioni 2011); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura, e nel 2013 ha partecipato al progetto di scolastica coordinato da Manuela Salvi “Prossima fermata… Italia!” (Onda Editore) scrivendo il capitolo dedicato alla regione Calabria. Ha curato l’antologia benefica “Dodicidio” per il progetto POP di La Gru Edizioni scrivendo il capitolo “Febbraio” (2013) e ha vinto il “Concorso Cercasi Jane” indetto dalla Domino Edizioni con la quale il 1 settembre 2013 è uscito il suo romanzo “Sirena all’orizzonte” secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi. A giugno 2014 invece è uscito Mira dritto al cuore per i tipi della Runa Editrice, mentre un secondo saggio sulle figure materne nella saga di Harry Potter dal titolo “Mamma non mamma: le madri minori nel mondo di Harry Potter” uscirà a gennaio sempre con Runa Editrice. Collabora con il portale di informazione online Rete-News.it (www.rete-news.it) scrivendo articoli di cronaca, costume e musica e con la rivista letteraria digitale e online Inkroci (www.inkroci.it ) in qualità di traduttrice.

5 thoughts on “SULLA BANALITA’ DELLO SCRIVERE

  1. Sei sei brutto ti tirano le pietre, se sei bello ti tirano le pietre. Eh, perché è verde, eh, perché è nero, ma AH! perché l’hai fatto verde?
    L’originalità a tutti i costi è una trappola feroce che genera risultati spesso imbarazzanti. Non c’è nulla di male nella banalità se non è stucchevole, se non è luogo comune, ma soprattutto se è scritta bene e coinvolge.
    I lettori hanno gusti diversi, da persona a persona e da genere a genere. C’è chi compra fantasy cappa e spada perché vuole storie BANALI di guerrieri che se menano e se gliele cambi tentennano. Vogliono quello. C’è chi si compra storie d’amore per sognare e più sono sdolcinate meglio è, se ci metti varianti storcono il naso.
    A chi vuole rivolgersi un autore? Sceglie la sua fetta di lettori, di mercato.

    Banale.
    Bannale.

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  2. hai mai pensato alle opere d’arte? Quelle comprese da tutti sono figurative, le altre sono originali ma non comprese da tutti e allora? Le prime sono banali? il romanzo è un’opera d’arte. Può essere compresa o non compresa, quello che fa male non è il sapere di non essere compresi, è l’arroganza di certi lettori che, non comprendendo loro stessi, insinuano che lo scrittore non sia bravo, o peggio incomprensibile. Tutto si può portare in romanzo, anche una fetta di banalità, poi dipende dai colori usati, dai toni, dalla maestria, e dalla fascia dei lettori, dai gusti, dai tempi.

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    • Grazie, Anonimo (peccato che tu sia anonimo!) per il tuo commento. In realtà, quel “qualcuno” di cui parlo in questo post era una sorta di “addetto ai lavori”, un “esperto”, un “romanziere di successo” che faceva corsi di scrittura creativa e insegnava a scrivere romanzi e racconti. Insomma, uno che “ne sa” almeno secondo se stesso.
      E il suo giudizio fu che la mia “roba” era banale.
      Il problema non è tanto il fatto che non avesse capito/apprezzato i miei scritti, ma il giudizio in se stesso. Banale può voler dir molto ma allo stesso tempo può voler dire nulla. E quel giudizio non mi aiutò, sulle prime. Ma il scrollarmelo di dosso e continuare lo stesso invece mi fu utilissimo. Insomma, non mi sono abbattuta alle prime, numerose stroncature e sono andata avanti. Non che sia arrivata chissà dove. Ma da qualche parte sono partita e sto ancora camminando 🙂

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