NON C’E’ POSTO IN PARADISO. NEPPURE IN QUELLI ARTIFICIALI.

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foto prelevata dal web

Anni fa mi capitò di fare un viaggio. Di quelli organizzati: sette giorni cinque notti in resort extra-lusso a Sharm-el Sheik, in quel momento uno dei posti più trendy dove andare in vacanza e spararti la posa del “VIP” che si permette il lusso di andare al caldo d’inverno. Pacchetto low-coast, all-inclusive, talmente conveniente da non potervi proprio rinunciare.

Tralascio l’excursus sulla rottura di scatole di far le valigie andando prima a tirar giù dall’armadio le scatole con i vestiti estivi, che questo non è il post adatto per lamentarsi delle “vacanze intelligenti”, ma un accenno è doveroso: a me tutta questa meraviglia di andare al caldo d’inverno non ha mai fatto presa, si sappia.

Insomma, era un viaggio organizzato da me e mio marito al quale si aggregarono un po’ di amici e i loro figli. Fu un bel viaggio – io continuo a chiamarlo “viaggio” ma per me i “viaggi” son altra roba, questo piuttosto fu una “vacanza al caldo con amici e figli” – perché ci permise di stare tutti insieme e trascorrere intere giornate in compagnia di persone e parenti con allegria, serenità, e relax. Dopo un autunno pesante di lavoro e preoccupazioni e un inizio di inverno altrettanto carico di responsabilità, quella pausa ci sembrò più che meritata.

La prima cosa che mi saltò agli occhi, nei giorni seguenti il nostro arrivo, fu il fatto che, a parte le receptionist europee al bancone della direzione, gli animatori e il tour operator, tutti i lavoratori – inservienti e non – che gravitavano attorno alla macchina turistica del resort erano uomini. E anche in città, nei negozi e nei locali, solo e soltanto uomini. Pensai, senza bisogno di chiedermelo, che le donne musulmane mogli e sorelle e figlie di quegli uomini lavoratori fossero a casa ad accudire al focolare.

Ma allo stesso tempo, non potei fare a meno di notare uno sguardo di disapprovazione negli stessi che ci pulivano le camere, che sistemavano i giardini, che ci servivano il pranzo all’ora di punta: sguardi di disapprovazione a noi donne, che andavamo in giro in costume da bagno e coperte, quando proprio con un po’ di pudore, con un solo pareo.

Ricordo di essermi sentita colpevole: eravamo in un paese che nella maggior parte dei casi obbliga le proprie donne ad andare vestite coperte dalla testa ai piedi anche sotto 40°all’ombra, e non solo per una questione di costume, ma soprattutto per un fatto religioso. Non stavamo in qualche modo usurpando quel territorio, umiliando quelle tradizioni, imbrattando con i nostri costumini succinti e la nostra sicurezza nel muoverci poco vestite il loro credo religioso?

Lessi poi che in Egitto, all’epoca, e soprattutto nella nuova Sharm-el Sheik costruita proprio per il turismo, quel turismo comportava il quasi 80% dell’economia nazionale e che dava lavoro a non ricordo più quante decine di migliaia di famiglie. Quindi, pur di sopravvivere, pur di avere un lavoro, questa gente chiudeva un occhio (forse tutti e due) ai dettami della loro religione.

Ma non era questo il punto: il punto era andare in un paese con ideali e costumi diversi dai nostri e imporre i nostri ai loro, solo perché per loro era fonte di sostentamento e per noi invece, bisogno di pausa e svago.

Non accettai più di fare quel tipo di viaggio in quei posti, da allora. Certo, le circostanze di vita me lo impedivano, ma a poter scegliere, avrei optato per le Canarie, o per le Baleari, paesi europei dove la “mia” cultura e la “mia” tradizione non cozzava con quella del luogo.

Oggi guardo le foto di Sousse, della ragazza che piange davanti ai lettini di plastica che circondano il luogo del massacro di due giorni fa e vedo quegli ombrelloni di paglia, così uguali a quelli del resort dove trascorsi una settimana divertente con i miei figli e i miei amici. Sorvolo sulle foto dei cadaveri esposti in spiaggia, coperti solo da un pareo e da un telo di spugna. L’indugiare su quelle immagini mi pare quasi immondo. Eppure quei corpi potrebbero essere il mio o quelli dei miei amici di allora. Leggo di un ragazzo di 16 anni che ha perso genitori e nonna in quella che avrebbe potuto – dovuto – essere una piccola vacanza premio dopo un anno di lavoro e fatica, magari la promozione all’ultimo anno di liceo, magari la voglia di mostrare alla nonna quanto bello  è il mare della Tunisia.

Sì, lo so. Ci sono i morti nelle Filippine, in India per il terremoto, ad Haiti eccetera eccetera. Ci sono i profughi che sono morti in mare scappando dalla Siria e io non ho mai scritto nulla a proposito. E poi, per “due turisti” europei che vengono uccisi a mitragliate sulla spiaggia di un resort di lusso, magari mi commuovo. E’ vero. E’ pressapochismo e qualunquismo da bigotta borghese il mio.

Ma in realtà è un pensiero che si accomuna al mio vivere. Piccolo borghese, bigotto, assolutamente sbagliato e deprecabile. Ma è il mio pensiero. Quello di andare a violare un sigillo, un accordo, un credo con il proprio comportamento, ancorché innocente (quanto può essere malvagio il prendere il sole in costume da bagno e farsi una nuotata al largo della barriera corallina, o giocare a tamburello sulla riva del mare?) l’andare a disturbare un modo di vivere e di pensare, e soprattutto in un periodo così forte e importante, da un punto di vista religioso, come il Ramadan.

Non dico che sia stata colpa dei turisti. La colpa è di tutti e di nessuno. Quello che penso è che ormai questo mondo è martoriato dalla violenza, di stampo religioso soprattutto. Da quell’11 settembre famoso di tantissimi anni fa ormai, viaggiare non è più una cosa che si possa fare a cuore leggero. La violenza è ormai ovunque. E salirà sempre di più sulle coordinate geografiche delle cartine mondiali.

Il mondo è pieno, carico di odio.
Odio per chi non segue il tuo credo religioso.
Odio per chi non segue il tuo modus comportamentale.
Odio per chi non condivide le tue idee e magari cerca di rivendicare diritti che dovrebbero esser fondamento universale.

Sono nata negli anni ’60 con la convinzione che la “Libertà” fosse dovuta e per tutti e che in questo mio paese, questa mia parte di mondo, ormai, fosse una cosa assodata.
Dopo cinquant’anni scopro che non è così.
Non lo è affatto.

E quello che mi faceva sentire sicura, che mi faceva dire a me stessa “Almeno, su questo non ci piove”, oggi diventa una sorta di nebbia che copre tutto e rende tutto più confuso se non più oscuro.

E non posso fare a meno di tornare con la mente a quei giorni, di quella breve settimana – nemmeno, sette giorni e cinque notti – in un paese pieno di sole, con l’acqua cristallina e i pesci colorati oltre la barriera corallina, e rivedere i sorrisi, le schiamazzate dei figli piccoli, le risate e la serenità che abbiamo vissuto per qualche ora, qualche giorno, ormai tanti anni fa.
Anche di ricordi si vive e di quelle ore farò tesoro.
Perché non è più così, ormai, da nessuna parte del mondo.

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Informazioni su amnerisdicesare

italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Dal 2005 gestisce il F.I.A.E. – Forum Indipendente Autori Emergenti http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it, insieme gruppo e laboratorio di editing autogestito per scrittori emergenti. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011); un suo racconto, intitolato “Zanna” è presente nell’antologia di racconti animalisti “Code di Stampa” (La Gru Edizioni 2011); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura, e nel 2013 ha partecipato al progetto di scolastica coordinato da Manuela Salvi “Prossima fermata… Italia!” (Onda Editore) scrivendo il capitolo dedicato alla regione Calabria. Ha curato l’antologia benefica “Dodicidio” per il progetto POP di La Gru Edizioni scrivendo il capitolo “Febbraio” (2013) e ha vinto il “Concorso Cercasi Jane” indetto dalla Domino Edizioni con la quale il 1 settembre 2013 è uscito il suo romanzo “Sirena all’orizzonte” secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi. A giugno 2014 invece è uscito Mira dritto al cuore per i tipi della Runa Editrice, mentre un secondo saggio sulle figure materne nella saga di Harry Potter dal titolo “Mamma non mamma: le madri minori nel mondo di Harry Potter” uscirà a gennaio sempre con Runa Editrice. Collabora con il portale di informazione online Rete-News.it (www.rete-news.it) scrivendo articoli di cronaca, costume e musica e con la rivista letteraria digitale e online Inkroci (www.inkroci.it ) in qualità di traduttrice.

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