BUONA FINE E BUON INIZIO CON L’AUGURIO DI UN 2016 PIENO DI GENIO

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E’ stato un anno particolare e pieno di fermento per me. Amarganta, la novità editoriale nata proprio a gennaio, la collaborazione inizialmente per la collana fantasy e under15 e poi con lo scouting estero, le traduzioni dei libri, la mia prima esperienza in self-publishng, andata bene oltre le aspettative, Farfa, le amicizie appena accennate via online che in gran parte si sono materializzate e diventate parte integrante della mia vita (Francesco, Guido, Sara, Corinne, Ingrid), le amicizie appena accennate nella vita quotidiana cementate (Maria Silvia) e quelle un po’ perdute e impolverate dal passare degli anni che si sono affacciate alla mia vita quotidiana rivelandosi bellissime sorprese (Cinzia, Frenci), la scomparsa di un amico, Fabio, che mi ha straziato oltre ogni dire, e problemi, discussioni, tristezze e soddisfazioni nella vita di famiglia, il concerto di Marco Mengoni, il concerto di Mika a Milano.

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Un anno pieno.
E fervente di idee, di voglia di fare, di inventare.
Ecco, a tutti auguro un anno così.
Un anno pieno.
Un anno di genio e creatività, caratteristiche primarie della mia MUSA, l’Ispiratore di questo anno particolare.
Vi auguro un anno in cui la vostra mente non smetta mai di far girare le rotelle e tirar fuori idee strampalate, assurde, folli ma assolutamente creative.
Perché quando la mente lavora, tutto il resto va bene.

Happy 2016 to you all! 

It’s not the cowboys that are missing anymore
That problem was already old in ’94
Don’t be offended, this might seem a little wrong
Where have all the gay guys gone?

And to the romance when I was 14 years old
And to my heroes that were dressed up in gold
Only hoping one day I could be so bold
Where have all the gay guys gone?

If we are all in the gutter
It doesn’t change who we are
‘Cause some of us in the gutter
Are looking up at the stars

So tell me

Where have all the good guys
Where have all the good guys
Where have all the good guys gone?

Thank you Rufus, thank you Auden and James Dean
Thank you Emerson and Bowie for my dreams
Wilfred Owen, Kinsey, Whitman and Rimbaud
Thank you Warhol, thank you patience, thank you Porter and Cocteau

If we are all in the gutter
It doesn’t change who we are
‘Cause some of us in the gutter
Are looking up at the stars

(Michael Holbrook Penniman Jr. aka Mika)

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FINE D’ANNO ESPLOSIVO: INTERVISTA A FRANCO FORTE PER BABETTEBROWN.IT

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Franco Forte, ovvero scrittore, sceneggiatore, traduttore, giornalista professionista, editor e consulente letterario in una sola persona. Un uomo multitasking, dalla vitalità inesauribile e trascinante.

Prima domanda di rito: scrivere perché? Come e quando è nata in Lei questa esigenza? Io scrivo perché ne sono ossessionato. Senza la scrittura, semplicemente, non potrei vivere. E questo fin da quando ho cominciato l’altra attività parallela alla scrittura che non ho mai abbandonato: leggere.

Come scrive? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone, miniregistratore? Qualsiasi cosa, non importa. Sono passato attraverso tutta la tecnologia possibile e immaginabile per la scrittura, e non mi pongo il problema. Se posso usare il PC meglio, altrimenti vanno bene anche carta e penna, o in extremis registrare sullo smartphone le cose urgenti.

C’è un momento particolare nella giornata in cui predilige scrivere? La notte. Sempre e comunque. Quando il mondo si placa, io rigurgito energia.

Scrivere per lei ha un significato intimo e particolare? Sì, l’ho detto, è un’ossessione, qualcosa di cui non posso fare a meno. Il mio essere si alimenta, si disgrega e rinasce grazie alla scrittura. Che significa emozioni, esperienza, gioia, dolore, odio e amore. In un unico cocktail indissolubile.

Quello che scrive le piace sempre fin dal primo istante? E’ mai arrivato a detestare un suo scritto? Agli inizi della mia carriera, come penso di tanti altri colleghi, ero meno abituato a produrre rapidamente con il massimo della qualità. Dunque mi lamentavo, mi fermavo, riscrivevo, buttavo via tutto e ricominciavo, per poi scoprire che le prime cose scritte alla fine erano le migliori. Poi, con il tempo, con la pratica, ho imparato a “editarmi al volo”, come dico sempre, e adesso il rapporto velocità di ciò che scrivo e qualità di ciò che sforno credo sia molto alto. Spesso consegno lavori senza nemmeno rileggerli, perché so che sono venuti esattamente come li volevo. Il che, devo dire, aiuta chi fa della scrittura un mestiere.

Rilegge mai i suoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Sempre, come fanno tutti gli scrittori. Il bello di un libro è che anche a distanza di anni, quando lo si riprende in mano e lo si apre a una pagina qualsiasi, si torna ad avvertire gli odori, i rumori, i sapori e le emozioni di quando lo si è scritto, e questo è bellissimo. Un viaggio in se stessi che si rinnova ogni volta, e che fa felice qualsiasi scrittore.

Quanto c’è di autobiografico in ciò che crea? Di solito molto poco. A parte qualche storia o personaggio che avevano fin dall’inizio un’intenzione biografica. Ma non rivelerò mai di quali libri e di quali personaggi si tratta.

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Guarda i fuochi d’artificio che ho creato sul blog #WordPressDotCom. Il mio 2015 rapporto annuale.

Guarda i fuochi d’artificio generati da Sono Solo Scarabocchi sul suo blog WordPress.com.. Dai un occhio al suo rapporto annuale 2015.

Sorgente: Guarda i fuochi d’artificio che ho creato sul blog #WordPressDotCom. Il mio 2015 rapporto annuale.

Recensione : Duel di Amneris Di Cesare

Una bella recensione di DUEL, il mio primo romanzo auto-pubblicato. Di Emozioni fra le pagine…

Emozioni fra le pagine

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Titolo: Duel
Autore: Amneris Di Cesare
Genere: romance m/f
Pagine: 52
Prezzo: € 0,99
Formato: ebook
Data d’uscita: 3 luglio 2015

Trama

Quella sera Stefania non è dell’umore adatto quando, per far contenta la sua amica Manuela, partecipa a una festa dove non conosce nessuno. Di certo non è pronta a innamorarsi di nuovo. Ma quando Davide, il festeggiato, irrompe nella sua vita senza chiederle permesso sulle note di Duel dei Propaganda, Stefania non saprà come reagire. Perché ciò che prova per Tony, l’uomo colto che le ha regalato Cime Tempestose e che l’ha lasciata senza una vera ragione, è ancora così prepotente in lei da non voler accettare di voltare pagina e accogliere un nuovo sentimento, diverso ma più profondo. L’amore tra Stefania e Davide sarà una battaglia che combatteranno fino all’ultimo, devastandosi a vicenda, perché a volte l’Amore è un duello sempre in bilico tra passione e gelosia, fiducia…

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BUONE FESTE!

tanti auguri a tutti!
adc

RECENSIONE DI LA DISCIPLINA DEL CUORE DI LEDRA LOI

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Scrivere la recensione di un “romance” che ha al suo attivo miriadi di stelline di approvazione non è un compito da prendere alla leggera. Siccome il libro l’ho acquistato autonomamente, senza nessun obbligo di recensirlo, potrei tranquillamente infischiarmene e lasciar passare oltre. Potrei optare per tralasciare di scrivere qualcosa se non mi fosse piaciuto, nessuno se ne accorgerebbe.

E invece guarda che briga mi prendo: commento e critico La disciplina del cuore di Ledra Loi, tra le altre cose un romanzo scritto da una autrice che reputo amica. Insomma, ho proprio voglia di farmi del male.

Premetto, a scanso di equivoci, che il romanzo non è scritto male. Non posso criticare nulla riguardo alla scrittura, la grammatica, la capacità stilistica di rendere narrativamente la storia: nessun infodump, molti dialoghi che caratterizzano i personaggi, linguaggio contemporaneo – anche se forse un po’ troppo contemporaneo – e tutto sommato una trama non esaltante ma nemmeno tra le peggiori lette. Niente congiuntivi messi a casaccio, neppure la punteggiatura sistemata alla bell’e meglio. Insomma, niente di criticabile e a cui appigliarsi o quasi: qualche ripetizione e cacofonia che avrebbe potuto evitarsi mediante un editing più attento, sì, l’ho rilevata, ma ciò non basta a cassare un testo.

Eppure questo romance non mi ha entusiasmato. Perché? Standard troppo alti i miei? Il chick-lit non è il mio genere? Forse, perché no. Troviamo questa scappatoia e usciamone in bellezza.

No. Mi son piaciuti i libri della Kinsella, ho adorato Bridget  Jones anche se non sono il tipo di romance che cerco se devo farlo per evadere un po’. Ho da poco letto un mini-romanzo ancora a livello di manoscritto che ha tutte le caratteristiche di fondo di un chick-lit d’amore classico, e l’ho adorato. E allora perché questo no?

Cominciamo con il dire che La disciplina del cuore è un romanzo troppo affollato: oltre a Matilde, Petra, Nicla ci sono Filippo, Frederyc, Mallio, Luca, Alec, Goffredo, Killian, Gordiano, e una marea di altri personaggi di cui a un certo punto fai fatica a tenere il conto e soprattutto a capire chi fa cosa e chi dice cosa. Immagino che il sottotitolo “I fratelli Bacigalupi vol.1” stia a dire che è pronta per la pubblicazione una serie di altri romance tipo questo e che abbia come protagonisti uno dei fratelli di questa immensa famiglia e lo capisco, ma l’introduzione di questa mandria di manzi infisicati che nemmeno fosse l’esondazione di una diga, mi ha messa in confusione. E il fatto che tutti, neppure uno escluso, siano bellissimi, fichissimi, infisicatissimi (ci sono pure il papà anziano e porello ormai vedovo, ma sempre un gran bel tocco di manzo e che forse, ben presto sarà consolato dalla mamma MILF di mezza età ma anch’essa ben conservata a suon di decolorazioni e botox di uno degli amici dei suddetti fratelli), mi ha subito infastidito: preferisco di gran lunga la descrizione di uomini di carisma, con mascelle magari meno volitive e più sfuggenti ma con personalità marcata, cosa che in questa parata di quarti di bue non si nota neppure a cercare con il lanternino. Tutti simpatici, tutti piacioni, il protagonista Frederyc  il classico “tsundere” de noantri, lo stronzo dal cuore d’oro di cui la “orgogliosa, indomabile, testarda e inarrestabile” eroina Matilde si innamora perdutamente (e già non si capisce perché una testarda, indomabile, orgogliosa dotata di un barlume di intelligenza, si debba proprio innamorare del suo negriero, ma vabbe’, sono le regole del romance, queste, lasciamole stare che non si possono poi troppo sconvolgere…), gli altri fratelli o assatanati di “figa” (cito testualmente) o ex-seminaristi in ritiro spirituale alla ricerca dell’ultima vergine disponibile sulla faccia della terra per raggiungere insieme il tanto agognato nirvana.

Le donne anch’esse sono, diciamolo, bellissime. Quando capita di non essere magrissime e sensualissime (anche se sudate dopo una lunga serie di esercizi ginnici di allenamento e punizione e vestite casual con improbabili vestitoni a colori accesi o tute da ginnastica slabbrate), sono comunque tutte delle macchine di sesso che aspettano solo di essere attivate mediante l’accensione dell’apposito interruttore. E sono tutte dalla personalità spiccata: la tosta appunto che si scioglie subito come burro al sole non appena lo tsundere di prima la tocca (scosse elettriche e brividi dietro la schiena a non finire), e la vegetariana animalista che non disdegna di mordicchiare la sensualissima carne del maschio Alfa e di religione carnivora. L’amica sposata e placidamente ormai appagata dall’amore per il bel maritino invece dispensa urbi et orbi consigli su come passare dal Virginale-Andante alla Modalità-Assatanata-di Sesso-On. E via così.

Andiamo avanti e procediamo con la trama: appunto. Dov’è? Qual è? Io non sono riuscita a capire il perché stavo leggendo quel libro. Dovevano far innamorare la tosta Matilde del gelido-ma-sotto-la-cenere-focoso Frederyc e la burrosa Nicla del carnivoro Killian? O dovevano far andare a Crociere-senza-frontiere la placida e sorniona Petra e il bel maritino Filippo? Tutto qui? Andare da Punto A a punto B passando eventualmente per A1 e B1? Qual è lo scopo, qual è la ragione per cui un lettore deve leggere una storia come questa? Tutti si innamorano o si ritrovano innamorati (senza saperlo) del loro eroe a una velocità due volte più rapida della luce, per un nanosecondo ho pensato che ci potesse essere un po’ di conflitto quando i gemelli provano a tendere una trappola alla bella Matilde tentando di corteggiarla, oppure quando Goffredo (o era Gordiano? Non son riuscita a tenermelo a mente) le chiede di uscire per parlare, o ancora quando Killian fa suscitare gelosia in Frederyc facendosi vedere fuori a cena con la tosta Matilde; mi son detta: ah, ecco, adesso un po’ di zizzania, un minimo di conflitto, un momento di suspense, un po’ di sana angustia e sofferenza. E invece niente.

Arriva la festa di compleanno di Petra e una coppia si ritrova nello stanzino delle scope a giocare a Nove settimane e mezzo con la torta di compleanno dell’amica, l’altra seduta per terra (non c’erano sedie o poltrone in quel locale? Per terra stremati dovevano proprio stare?) ad amoreggiare e tutto solo grazie a un ballo, che, ovviamente ha cagionato tanti brividi e fuochi d’artificio che nemmeno a Napoli la notte di Capodanno.

Insomma diciamo che non mi è arrivata la scossa, il brivido che doveva o farmi ridere a crepapelle o commuovermi fino alle lacrime. La disciplina del cuore ha una bella intenzione, ma manca di spina dorsale. E’ troppo semplice, forse, nella sua intricata rete di personaggi che però non hanno storia, non hanno profilo; una buona occasione sarebbe stata offerta alle autrici dal problema di sovrappeso e di accettazione del proprio corpo di uno dei personaggi, Nicla, che però vien trattato con troppa leggerezza e banalizzato quasi attraverso stereotipi, mancando così un possibile obiettivo. Senza contare che molti concetti sono ripetuti all’infinito, i “ti amo” si sprecano insieme ai “sei mio, solo mio, nient’altro che mio” e altri idee similari. E mi dispiace. Perché di Ledra ho letto gioiellini pieni di contenuto. Anche se è un romanzo “rosa”, anche se è un “chick-lit” non è detto che debba essere superficiale. Con l’ironia e lo sdrammatizzare si può benissimo raccontare di realtà difficili, di problematiche importanti. O anche solo di sentimenti profondi. Qui, di profondo, purtroppo non ho trovato nulla.

INTERVISTA A RAUL MONTANARI PER BABETTE BROWN.IT

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Quanto c’è di autobiografico in ciò che crea? Ogni scrittore prende le cose che scrive anzitutto dalla sua vita, magari ricombinandole, mettendole qua e là a casaccio, cambiando l’ordine in cui si presentano. Per esempio si può costruire un personaggio mettendoci un 50% di noi stessi, 30% di un nostro compagno di classe del ginnasio e 20% di un tale osservato in tram o in treno. C’è comunque sempre molto di noi in quello che scriviamo e chi ha avuto una vita avventurosa e varia è avvantaggiato. Questo spiega per esempio perché spesso gli scrittori gay sono così appassionanti da leggere: la loro vita, mediamente più complicata e dolorosa di quella degli eterosessuali, è un grande serbatoio di storie e personaggi.

Quando scrive, si  diverte oppure soffre? Sto malissimo. Infatti scrivo in fretta: la prima stesura di un romanzo non va mai oltre un mese, anche se i miei romanzi sono quasi tutti medio-lunghi (intorno alle 300 pagine).

La scrittura muta con il passar degli anni e matura a seconda della crescita personale di uno scrittore. È d’accordo? Quanto e come è cambiata la sua scrittura? Normalmente, con il passare degli anni succede questo: che un autore ha meno cose da dire ma è più bravo a dirle. È come per la musica: per un autore le melodie finiscono, o tendono a diventare riconoscibili e ripetitive, ma lui ha sempre più mestiere ed è sempre più bravo a sfruttarle, e poi nella strumentazione, nell’arrangiamento e così via. A parte questo, una cosa evidente nella mia scrittura è la presenza molto maggiore dell’elemento comico. Molte pagine che scrivo adesso fanno ridere. Non perché sia meno arrabbiato col mondo di quando ero giovane (lo sono di più, in realtà!) ma perché ho imparato ad avere rispetto e amore per il comico, che è il rovesciamento dell’esperienza tragica della vita, la trasformazione del pianto in riso.

<<<CONTINUA QUI>>>

e vi consiglio vivamente di leggere tutta l’intervista perché Raul Montanari dice cose interessantissime. 

RICARDO Y CAROLINA di FALCONE & COSTANTINI: RECENSIONE MOLTO PERSONALE

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Recensire un libro scritto da due autrici che consideri amiche e che conosci personalmente, nonostante le apparenze, non è cosa facile.  Perché se ne parli bene, chi legge potrebbe pensare “eh, beh, ma sono sue amiche, per forza ne parla bene!”. Se ne dovessi parlare male, invece, l’imbarazzo e il dolore di fare un torto a  persone a cui vuoi bene “a prescindere” sarebbe forse troppo da sopportare.

Eppure non posso non parlare di Ricardo y Carolina, romance storico scritto da Loredana Falcone e Laura Costantini edito da Goware. Perché è un libro troppo bello per lasciar passare sotto silenzio le sensazioni che mi ha dato nel leggerlo, e, vincendo tutte le remore del caso, ne parlerò. Farò quindi una recensione “accorata” e personale pubblicandola su questo mio blog dove potrò scrivere cose che mi toccano da vicino senza preoccuparmi di essere troppo “di parte”.

Comincio col dire che ho letto Ricardo y Carolina sul mio Kindle in viaggio verso la Calabria. 1000 Km seduta sul sedile posteriore di un’automobile stipata e carica come un TIR mentre marito e figlio ventiduenne si alternavano alla guida e figlio quasi-maggiorenne dormicchiava sulle mie spalle o sulle mie gambe “incroccate” dallo spazio troppo angusto. Una situazione pertanto non troppo ideale per leggere, tenendo conto anche che leggere in auto mi ha sempre dato problemi. E 10 ore di guida seduti, con solo due tappe “benzina e toilette” non si affrontano mai con leggerezza.

Ebbene allo scadere della 10a ora, che ha coinciso con la parola fine del libro di cui sopra, all’arrivo a destinazione ho sollevato gli occhi sognanti e guardato fuori dal finestrino e riconoscendo le luci famigliari della città di destinazione, Crotone, ho pensato: “ma siamo già arrivati?”  Stupita che il tempo fosse volato così velocemente. Perché in quelle 10 ore, io ero stata altrove: in Messico a cavalcare a fianco di Ricardo ed El General, avevo amoreggiato ora come Carolina ora come Victoria e combattuto a fianco dei “miei uomini”. Avevo vissuto la grande passione di due donne forti e coraggiose, immedesimandomi nel loro desiderio di indipendenza e libertà.

Sulle prime, come mi capita per quasi ogni romanzo che prendo in mano, ho iniziato a leggere con la circospezione critica e un po’ diffidente che presumo assilli chiunque sia abituato a valutare gli scritti altrui e a rilevarne magagne ed errori. In genere, dopo la diffidenza iniziale, se l’incipit è promettente mi lascio condurre dal testo in maniera benevola e proseguo fiduciosa.

Ricardo y Carolina mi ha letteralmente risucchiata e, come nel video Take on me degli A-ha

mi sono ritrovata a Città del Messico, al ballo in onore di Carlotta di Sassonia Imperatrice del Messico e suo marito, Massimiliano D’Asburgo senza neppure rendermene conto e poi alla Hacienda degli Hormigas, a cavalcare accanto Ricardo e ad amoreggiare con lui prima di ritrarmi stizzosa.

Carolina è un personaggio vivo, reale e attuale. Ricardo è bello, lo si avverte “a pelle” prima ancora di leggerne la descrizione fisica, sfrontato quel tanto da nascondere i suoi più misteriosi segreti e la sua vera natura. Volendo analizzare più da vicino la caratterizzazione di questi due personaggi, il “pair romantique” principale del romanzo, si può notare come le Falcone & Costantini abbiano saputo costruirli entrambi in maniera esemplare, toccando ogni singola regola del “romance writing” ma al tempo stesso facendo loro scivolare addosso qualsiasi manierismo in modo da non rendere facilmente riconoscibili né tecnica né canoni e invece dar risalto alla tridimensionalità del carattere e delle ambientazioni. Ogni scena, gesto, dialogo in Ricardo y Carolina è credibile e assolutamente naturale.

Ma la coppia che ho amato più di ogni altra al punto da dovermi costringere a non saltare pagine su pagine – e a questo proposito, “Santo Kindle” che non rende questa pratica facilmente applicabile – per andarmi a leggere solo quelle che riguardavano la loro personale avventura, è quella di Clair – El General – e Victoria. Sarà forse il fatto che find a bambina ho sempre amato la figura quasi mitologica di Garibaldi e della sua indomita compagna Anita, sarà forse il fatto che una delle “novele” brasiliane da me più amate è “A casa das sete mulheres” miniserie del 2003 (in Italia andata in onda su Rete4 con il titolo Garibaldi, l’erode dei due mondi);

la miniserie, tratta dall’omonimo romanzo di Leticia Wierzchowski, vede la giovane Manuela, nipote del Generale Bento Gonçalves in piena  Revolução Farroupilha, chiusa tra le mura della fazenda dello zio insieme a madre, zia e cugine e dove incontra un giovanissimo Giuseppe Garibaldi, già guerrigliero rivoluzionario oltreoceano e alleato principale dello zio.  Se ne innamora, inizialmente corrisposta, prima del fatale incontro con l’indomita e combattiva Anita. La storia d’amore tra i due, fatta solo di baci e lettere d’amore struggenti mi ha fatta sospirare a lungo ma ora, pur ricordandola con piacere, lascio che si arrenda a quella di Victoria, sorella di Ricardo e promessa sposa a un odioso francese dal padre, e Clair, rivoluzionario generale nella rivoluzione messicana; la storia complicata ma anche piena di arrendevole devozione viene descritta dalla penna mirabile di Laura e Loredana in maniera impareggiabile e – opinione mia – è un piccolo capolavoro di scrittura e passionalità resa a parole.

Falcone & Costantini sanno trattare bene sia le scene di amore più tenere che quelle di guerra più cruente, mescolando azione e romanticismo in maniera sapiente e arrivando a picchi altissimi di dolcezza senza risultare mai melense o sfrenatamente erotiche. La loro capacità di introspezione è notevole ed efficaci sono le sensazioni mostrate più che raccontate sul volto di ciascun personaggio, anche il più insignificante. Il loro sodalizio potrebbe far pensare a una scrittura asciutta e didascalica e invece le due autrici romane riescono a travasare in ciò che scrivono ogni emozione e struggimento coinvolgento e appassionando totalmente il lettore.

Una critica a Ricardo y Carolina? Ho trovato qua e là alcuni dialoghi troppo contemporanei per riguardare persone che vivono alla fine dell’800. Ma davvero un’inezia, quel cercare il pelo nell’uovo in un testo davvero perfetto e di valore.

Ho iniziato sì, a leggere con circospezione; ho sì spaccato il capello in quattro dalla prima parola perché alle amiche, si sa, in genere si è più severi rispetto agli altri, si è meno indulgenti rispetto a chi non si conosce di persona. Ma poi ho dimenticato che a scrivere erano Laura e Loredana e che sono mie amiche, me ne sono infischiata altamente di cosa avrei scritto dopo nella recensione e mi sono lasciata trasportare dal placido rollio del trotto o dal forsennato ondeggiare del galoppo dei cavalli, dall’imbrunire infuocato di un’orizzonte ancora selvaggio, al punto che ancora adesso mi chiedo come abbia fatto io a non accorgermi di dieci ore di viaggio infernali, volate in un soffio.

Sì, Laura e Loredana sono mie amiche.
Sì, in questa rece ne parlo ampiamente e bene.
Sì, loro sanno scrivere e lo fanno magnificamente.
E del fatto che le segua e ammiri da tempo, non me ne vergogno nemmeno un po’.

EDITORIA E LEGGE INTERVISTA LA SOTTOSCRITTA: FOREIGN RIGHTS MANAGER

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Come Si diventa foreign right manager, ovvero responsabile dei diritti esteri? Ho lavorato per alcuni anni come interprete e successivamente come assistente per un manager organizzatore di eventi internazionali di tennis e che operava anche come agente per alcuni sportivi all’epoca tra i primi al mondo. Ho potuto affinare in quel frangente l’attitudine a scoprire talenti ancora sconosciuti, perché coadiuvavo il mio capo proprio nella scelta delle nuove leve da mettere sotto contratto. Ho lavorato poi in aziende di moda e finanza, sempre svolgendo mansioni para-manageriali. Mi sono sposata e ho lasciato il lavoro, a malincuore. Una parte di me ha spesso rimpianto quei tempi. Ho sempre avuto il pallino delloscouting. Anni addietro come volontaria, leggevo manoscritti per un sito che applicava la lettura incrociata: ne cestinavo tantissimi, premiandone molto pochi. Ma quei pochi, tutti, hanno successivamente trovato la via della pubblicazione e con case editrici di un certo rispetto. Due amici scrittori che seguo fin dai loro primi passi nella scrittura, e di cui sono fan da sempre, hanno firmato con case editrici di importanza nazionale.

Ho imparato ad avere fiducia nel mio intuito. Così, quando mi è capitato di leggere alcuni libri in inglese amandoli a tal punto da desiderare di tradurli o vederli tradotti in italiano, li ho proposti all’editore per cui collaboro (Amarganta); subito ho contattato gli autori, ho seguito le trattative, due di queste sono andate a buon fine, e due libri hanno venduto ben oltre le aspettative. Ho iniziato così. A tutt’oggi ho trattato e contrattato libri di quattro autori differenti, di cui due ancora sconosciuti in Italia, sto seguendo le trattative per un libro per bambini italiano da far pubblicare all’estero, e sto seguendo altre trattative con agenti e case editrici americane che spero vadano altrettanto a buon fine. Mi sembra di ripercorrere una piccola parte di quel percorso lavorativo abbandonato anni prima.

Quali sono i tuoi compiti? Innanzitutto quello di valutare il testo da un punto di vista editoriale: non è importante solo che la storia sia buona e che il testo sia traducibile in un italiano decente, ma anche quanto possa essere commerciabile e apprezzabile dal pubblico, a che tipo di pubblico si rivolga e in che modo possa venire accolto. Convincere un editore a investire su un testo straniero non è semplice perché le variabili sono diverse: innanzitutto non sempre l’editore ha il tempo o la possibilità di leggere il testo da me proposto nella lingua originale e pertanto deve fare affidamento solo sulla mia intuizione, responsabilità non da poco, questa; non sempre l’editore è alla ricerca solo del ritorno economico ma anche della veicolazione di un messaggio, di un certo tipo di pubblicazione, nel rispetto dell’immagine che il catalogo del suddetto editore ha ed esibisce.

Poi si deve contattare l’autore e, se si tratta di autori americani, in genere, anche quelli auto pubblicati hanno un agente letterario che li sostiene e segue per loro le trattative. Non tutti, ma moltissimi addirittura si disinteressano proprio del fatto che una casa editrice straniera sia intenzionata a tradurli all’estero.

Trattare con gli agenti è impegnativo. Sia nel caso di un autore con già una certa fama in rete o appena esordiente, la maggior parte degli agenti tende a comportarsi come se avesse per le mani una J.K. Rowling facendo proposte assurde, alle volte. Quindi la capacità e la pazienza di mediare e di abbassare le pretese degli agenti è fondamentale. Dico pazienza perché spesso assale la voglia di lasciar perdere subito, mentre invece può valere la pena insistere, contro-proporre, mediare, convincere.

Successivamente, quando si arriva alla stipula del contratto, si deve controllare che tutto quanto indicato nello scambio di email e conversazioni sia effettivamente stato riportato e tutte le eccezioni/correzioni mosse sul testo del contratto siano congrue e non lesive degli interessi della casa editrice.

In genere, mantengo sempre viva la comunicazione tra le parti, spesso anche sollecitando risposte che tardano ad arrivare da entrambe le parti. Mi piacerebbe “studiare” e approfondire altri campi di azione ma l’aspetto del rapporto tra agente e autore è una delle cose che mi piace di più di questa attività.

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SUL ROMANCE: L’ELENCO DI TUTTE LE INTERVISTE

SUL ROMANCE DIECI DOMANDE A:

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MARIE SEXTON

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SIMONA LIUBICICH

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MARIA MASELLA

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BARBARA CINELLI (TRISKELL)

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ADELE VIERI CASTELLANO

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FRANCESCO MASTINU

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MARIANGELA CAMOCARDI

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CASSANDRA ROCCA

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MARIA SVEVA MORELLI

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 MARA ROBERTI