I BAMBINI GIA’ SANNO

Ci sono alcuni ricordi precisi, nella mia mente, se torno indietro nel tempo fino al primo momento in cui ho avuto consapevolezza di essere, di esistere, di pensare. Son tanti, brevi e sparuti.

Il primo è nel cortile del palazzo dove mia nonna lavorava come portinaia. Un bel palazzo patrizio, di proprietà di una Banca molto grande e influente all’epoca (primi anni ’60 del secolo passato). Ricordo le scale bianche di marmo che si arrampicavano verso l’alto e che erano così pulite che spesso la gente vi scivolava, per via della cera che mio nonno metteva per farle ancor più lustre (questo lo avrei imparato poi dopo).
Scale che erano precluse a noi bambini e che immediatamente diventarono il sogno proibito, la “foresta incantata” gravida di tante fantasie e racconti immaginati e ovviamente verso le quali sgattaiolavamo non appena riuscivamo a eludere il controllo rigido dei nonni.
Ricordo dunque il cortile e una sedia fuori dalla porta di casa, sulla quale era seduta mia madre e sulle cui ginocchia stavo seduta io. Di fronte mia nonna (quella che poi avrei imparato a conoscere come mia nonna), mia zia, sorella di mia madre (quella che poi avrei imparato a chiamare zia).
Parlavano di cose che non capivo. Io ero intenta a guardarli. A guardare tutto intorno a me e soprattutto a guardare loro. Le cose che dicevano, non le capivo, anche se stranamente, nella mia testa ancora oggi ho la sensazione di non estraneità e di comprensione di quella lingua.
E poi, il pensiero. Quello invece è forte, fulgido:
“Ma loro mi vedono?” e ancora:
Io posso vedere loro. Loro vedono me allo stesso modo?
Questo è il mio primissimo pensiero, il primo che riesca a ricordare. Non so quanto fossi piccola a quel tempo, ricordo che facevo fatica a stare in piedi e per lo più ricordo le ginocchia di mia madre, o “l’hop hop cavallino” di mia nonna e… anche il fastidiosissimo abbraccio di mio zio che mi stringeva forte quasi a farmi soffocare e mi riempiva di baci e io che mi aggrappavo con le mani al nasone lungo e aquilino, più per farlo smettere che realmente interessata a fargli male.

Altri ricordi si susseguono: io piccola che non riesco a raggiungere il catenaccio che chiudeva la porta d’entrata di casa e mia madre, bella, giovane, biondissima che corre in mio aiuto; le corse in cortile con un’amica che non avrei mai più incontrato e che non saprei riconoscere; i pomeriggi trascorsi in terrazza a parlare con una ragazzina dalle lunghe trecce molto più grande di me e che anni dopo avrei incontrato di nuovo come paziente di mio marito; il primo giorno di scuola; la festa dei Remigini all’Antoniano di Bologna.

La scuola.

La prima poesia: Giosuè Carducci. Ricordo il nome, lo avrei ricordato per sempre, ma non ricordo di che poesia si trattasse.
Ricordo il pensiero però: “Adesso questa poesia è mia. Questi versi lui li ha scritti per me, me li ha regalati e adesso me li tengo stretti stretti.”.
E Raoul Follerau, e la prima lezione della maestra sul razzismo. L’odio per il nero, per il diverso.

L’odio.

Ricordo anche in quel caso il pensiero: “Io non voglio odiare nessuno. Io non odierò mai nessuno”.

Quanti anni avevo? 6? 7?
Molti anni sono passati, quasi cinquanta.
Sono consapevole, oggi, che gli altri vedono attraverso i loro occhi e vedono me. Così come vedo io loro.
Capisco la loro lingua, anzi, ne parlo parecchie e differenti e capisco ciò che gli altri dicono, comunicano.
Sono cresciuta, non faccio più fatica a togliere la catena dalla porta di casa mia, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a farlo non ho bisogno di chiedere aiuto per farlo.
Sono cambiata tanto, in questi cinquant’anni.
Ma in una cosa non sono cambiata: non odio nessuno.
Non voglio odiare nessuno.
Non odierò mai, perché ODIO è una parola aliena, e perché soprattutto è uno spreco di energie.
Energie che possono essere impiegate per AMARE.

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