PER CAPIRE LA SCRITTURA, CHIEDIAMO AGLI SCRITTORI: REMO BASSINI

Dall’età di 2 anni, Remo Bassini, nato a Cortona (Arezzo) nel 1956, vive a Vercelli. Dopo il diploma lavora per 7 anni in fabbrica; nel 1982, pur continuando il lavoro di operaio (e poi di portiere di notte), si iscrive all’Università di Torino dove si laurea in Lettere. Nel 1986 inizia a collaborare con il giornale “La Sesia” testata storica della città di Vercelli, fino a ricoprire il ruolo di direttore (dal 2005 al 2014). Ha collaborato con “L’Indipendente”, “Il Corriere nazionale”, “Il Fatto quotidiano”.

Pubblicazioni: Dicono di Clelia (Mursia, 2006); Lo scommettitore (Fernandel, 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton, 2007); Tamarri (Historica, 2008); Bastardo Posto (Perdisa Pop, 2010); Il monastero della risaia (SenzaPatria, 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop, 2011); Buio assoluto Historica 2015); Vegan, le città di Dio (Tlon 2016); La notte del santo (Fanucci 2017), La donna di picche (Fanucci 2019).

Il giallo politico Lo scommettitore fu “Libro del mese” del programma radiofonico Fahrenheit nel luglio 2006 e finalista del “Libro dell’anno” dello stesso programma.

1. Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Fino a vent’anni mi intestardisco a scrivere poesie, ma non lo dico in giro, o meglio, uso un trucco: le faccio leggere dicendo che sono scritte da poeti affermati, ricevendo solitamente complimenti. Mi piaceva inventare filastrocche, come: Se il vento fosse nero io l’amerei lo stesso, se invece fosse rosso l’ammirerei per ore. Se il vento fosse piccolo me lo porterei appresso, e se fosse una donna io ci farei l’amore. A vent’anni entro in fabbrica e mi ritrovo ad avere problemi di salute. Mi isolo, comincio a stare sveglio di notte cercando di inventare storie, un giorno dico a me stesso: voglio fare lo scrittore, e se dovessi diventare uno scrittore fallito va bene lo stesso. E iniziai, con la macchina da scrivere, una storia di fabbrica. La conservai in una cartellina azzurra, che conservo.

2. Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iPhone? Uso il computer soprattutto per la riscrittura, per la prima stesura va bene tutto: computer, bloc notes, moleskine e se non ho nulla anche tovaglioli di carta.

3. C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? La notte, per due ragioni. C’è silenzio, quindi mi posso concentrare meglio. C’è tempo: basta sottrarlo al sonno (quando scrivo un libro dormo quattro ore, anche meno se serve).

4. Che cosa significa per te scrivere? Riesco a placare i miei fantasmi. Ma l’ambizione è un’altra: lasciare un segno.

5. Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Amo tutti le storie che ho scritto, soprattutto alcuni personaggi, che sento veri e vivi.

6. Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Assolutamente no. Mi arrabbio con me stesso già troppe volte, so già che rileggendo mi prenderei a schiaffi.

7. Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? È una domanda che mi pongo ogni volta che termino un libro. E ho sempre risposte diverse, contrastanti.

8. Quando scrivi, ti diverti oppure soffri? Mi piace scrivere, scrivere per me è come respirare, ma è come respirare in un bosco in pendenza, di notte. Si rischia di cadere, si suda insomma. No, non mi diverto, perché scrivere è qualcosa di assolutamente serio. Del resto sono fedele a quanto scrisse Fenoglio: La mia miglior pagina se ne esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti.

9. Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? Si può migliorare come si può peggiorare. Studiando, leggendo e scrivendo, solitamente si migliora. Leggendo robaccia si peggiora. Io spero di migliorare sempre più e cullo la speranza: di dover scrivere ancora i miei libri migliori. A volte penso di aver già dato tutto (e vado in depressione).

10. Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? Insonnia voluta, caffè, pipa oppure sigari.

11. Ti crea problemi nella vita quotidiana? Sensi di colpa nei confronti di mio figlio, che mi rimprovera perché gli dedico poco tempo (quando non scrivo lo sommergo di attenzioni).

12. Come trovi il tempo per scrivere? Scrivendo di notte e pensando a ciò che scrivo mentre faccio altro, nella restante giornata. Quando scrivo e penso alla storia che sto scrivendo cerco di non guidare l’auto, perché mi distraggo.

13. Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno? Parlo il meno possibile dei miei libri o della scrittura. Al punto che quando faccio una presentazione è raro che io inviti amici o parenti. Ci sono e ci sono state però persone che mi hanno fatto da editor: mia moglie Francesca Rivano (che mi fa arrabbiare perché è severissima), Zena Roncada e Stefania Mola. Adesso anche la mia agente, Michela Bennici.

14. Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista”, oppure usi la “scrittura architettonica”? Come diceva Tondelli e prima di lui Joyce le idee migliori vengono scrivendo. È nella riscrittura che faccio scalette e schemi.

15. Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione? Scrivere serve tantissimo, e io una volta scrivevo tutti i giorni sul mio blog Altri appunti. Che ho ripreso… E poi serve ricopiare alcune frasi, passi di altri scrittori, insomma. Serve tantissimo.

16. Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Leggo quando posso, col passare del tempo aumentano i libri che inizio e poi metto via. In ogni caso: da ragazzo e bambino preferivo stare chiuso in casa al gioco con gli altri. Da un po’ di tempo ho cambiato metodo: non contano i libri, contano certe pagine, che se lette e rilette insegnano. Calvino, per esempio, a me non entusiasma per quello che racconta, ma per come racconta sì, perché è un grande dosatore, per esempio, di aggettivi e avverbi. Rileggere alcune sue pagine a me serve.

17. Quale è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché? Vado oltre la narrativa. A me di sicuro è servito fare e leggere testi teatrali, e di sicuro è servito leggere testi di psicanalisi (ho scritto un giallo, La donna che parlava con i morti, che ha un colpevole preciso: il senso di colpa). Comunque sì, leggo libri affini al mio modo di scrivere. Libri, però, che mi possono insegnare. I libri mal scritti li tengo lontani: fanno male, e sottraggono tempo.

18. Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri. Vasco Pratolini e Leonardo Sciascia. I due stranieri: Richard Yates e Jean-Claude Izzo.

19. Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro? Servono, possono servire, ma la scrittura non si insegna. Diciamo che servono a tanti scrittori per arrotondare. In ogni caso: io un corso condotto da qualcuno di veramente bravo lo seguirei. C’è sempre da imparare. E di corsi ne faccio anche io, ispirandomi a Pontiggia. Ma non chiedo soldi…

20. Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo? Ce ne sono due.Bastardo posto” che è un libro che mi ha fatto male alle viscere mentre lo scrivevo e l’ultimo “La donna di picche”. Un giallo, ma col il genere giallo sullo sfondo. Prima vengono grandi passioni e grandi dolori. In comune questi due libri hanno il tema della disperazione.

21. Hai partecipato a concorsi letterari? Se sì, quali? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere? È un argomento che non conosco.

22. A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene? Sto lavorando a più cose. A un nuovo giallo e all’editing di due libri già pubblicati: “Il quaderno delle voci rubate”, che è ormai introvabile e che quindi ho riscritto e trasformato e cambiato e che si intitolerà “Il bar delle voci rubate” (uscirà a dicembre, credo, edizioni I Buoni cugini) e la riscrittura de “La donna che parlava con i morti”.

23. Un consiglio a un aspirante scrittore? Ascoltare tutti e non ascoltare nessuno.

24. E ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione? Aver pubblicato un libro o averne pubblicati dodici, com’è il mio caso, non vuol dire niente: è una lotta, ogni volta. Siamo nell’epoca dei libri usa e getta, non (ci) resta che la tenacia e la passione per la parola scritta. Che sia il decimo o il primo libro la molla di partenza deve essere sempre la stessa: aver qualcosa da raccontare, qualcosa che meriti, però.

Grazie per averci concesso questa intervista. Grazie a te. Grazie a voi.

OoO

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