RECENSIONE: LA LINGUA PERDUTA DELLE GRU – DAVID LEAVITT

  • Turtleback: 332 pagine
  • Editore: Mondadori (10 novembre 2017)
  • Collana: Oscar 451
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8804685271
  • ISBN-13: 978-8804685272

«I miei genitori sono gente aperta. Non resteranno annientati dalla notizia» pensa Philip Benjamin, il protagonista di questo romanzo nel momento in cui, a venticinque anni, si appresta a rivelare alla famiglia la propria omosessualità. Eppure per Rose e Owen, piccoli intellettuali nella sfavillante New York degli anni ottanta, la scoperta delle inclinazioni amorose del figlio apre una crepa dapprima sottile, poi sempre più profonda e insanabile, nel delicato equilibrio affettivo familiare, costringendoli a fare i conti con la propria più intima natura, le proprie scelte, le proprie responsabilità. Ma in questo paesaggio familiare desolato, in questo sfacelo di relazioni personali, Philip, e non solo lui, saprà individuare la strada per la costruzione di una vita sentimentale flessibile, realistica, libera, ma saldamente ancorata all’autenticità e alla sincerità. Postfazione di Fernanda Pivano.

Philip Benjamin è innamorato. Di Elliot Abrams, giovane eclettico e figlio adottivo di due omosessuali, nella Manhattan inizio anni ‘80. Philip è gay e vuole dirlo ai genitori; è sicuro che questa rivelazione non scioccherà i suoi, che sono persone aperte, intellettuali, gente che lavora nel mondo dell’editoria e che vive i ferventi anni ‘80 di una New York pre-depressione e pre-AIDS in modo semplice e discreto ma senza preconcetti né pregiudizi. Almeno così lui crede. 

Invece il mondo di Rose e Owen Benjamin, alla rivelazione del loro figlio Philip si sgretola in pochi istanti: tutto ciò di quello che in venticinque anni di vita insieme – una vita silenziosa e insipida, lo ammette pure Rose, senza sospiri né brividi, senza passione né tremiti, di questo ne è consapevole, se per averli ha dovuto, pur in silenzio e con estrema discrezione andarli a cercare altrove, in altri letti che non fossero quelli dove dorme con suo marito – si corrode e corrompe. Owen piange. Si sente in colpa. Non è stato un buon padre. Ha un segreto inconfessabile e reputa questo la causa del “problema del figlio”.  Rose non parla a Philip, fa fatica persino a guardarlo negli occhi. Perché? E’ arrabbiata con lui per ciò che è? O perché, come lei, ha deciso di non rispettare la consegna del silenzio e della discrezione, ma di vivere la sua omosessualità e il suo amore apertamente? 

Comunicazioni che si interrompono, linguaggi che non si raggiungono. Anche se, come Michael, il “bambino delle gru” – di cui Leavitt ci racconta in un breve capitolo a metà del romanzo, 

Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo. 

Il romanzo di David Leavitt è un affresco, a volte luminoso e colorato, altre umido e piovigginoso, come le giornate a Manhattan dei primi anni ‘80. Passeggiate lungo le strade della Grande Mela, di giorno e a notte fonda, a respirare il puzzo dei liquami, dei gas di scarico dei palazzi e l’aroma dolciastro delle panetterie, a incrociare lo sguardo dei passanti frettolosi e intirizziti dal freddo, ad entrare di soppiatto nei pornoshop e nei gay bar. La vita dei protagonisti si dipana attraverso momenti di quotidianità e straordinario, amplessi infuocati e passioni respinte, dolore e sconforto, sensi di colpa e incredulità attonita. 

Un romanzo importante per i temi che mostra, più che raccontare, e per le splendide atmosfere newyorkesi che evoca.

Una menzione d’onore alla post-fazione di Fernanda Pivano, una stellina in meno per l’incongruenza di traduzione (“Nel primo pomeriggio di una piovosa domenica” le prime cinque battute dell’inizio, “cosa ci faceva lui in mezzo a una strada in una fredda mattina domenicale” solo venti righe più sotto) che nemmeno cinque ristampe hanno saputo correggere.

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