MINDHUNTER: LA SERIE CHE TI SPIEGA COME SONO NATI I PROFILER

FOTO DA GOOGLE IMAGES

Prodotta da David Fincher – regista di pellicole ormai nell’Olimpo della cinematografia mondiale quali Fight Club, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button, e la storia di Facebook con The Social Network, vincitore di ben 4 Golden Globe e 2 Nomination agli Oscar – Mindhunter è la serie televisiva del momento. Distribuita da Netflix, è basata – anche se con ampie libertà di lettura – sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano , scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas e ad agosto è uscita la 2° stagione.

Se la 1° stagione può sembrare lenta e a tratti anche un po’ noiosa per via dell’imprescindibile racconto di come tutto è nato e ideato, la 2° è assai più movimentata e per certi versi inquietante. Nella prima assistiamo alla nascita dell’analisi comportamentale e della profilazione di serial killer come scienza e della costruzione di una metodologia. Nella seconda invece osserviamo la scienza messa in pratica e i suoi risultati nonostante le pressioni politiche e la reticenza al nuovo che inevitabilmente deve sopravanzare.

Una serie assai cinematografica – al punto che in molti momenti mi risultava difficile accettare l’idea che fosse un prodotto per la televisione – a partire dalla narrazione veloce ma misteriosa per finire alla sceneggiatura e l’accurata ricostruzione storica di abiti, ambienti e con più piani narrativi: il fulcro della storia sono le interviste ai serial killer ad opera di Holden Ford, inizialmente negoziatore in forza all’FBI che viene coinvolto da Bill Tench nel reparto delle scienze comportamentali, coadiuvati entrambi nel progetto dalla Professoressa Wendy Carr, psicologa incaricata di catalogare e accademizzare le scoperte dei due agenti; parallelamente avremo uno spaccato veloce sulle vite dei tre protagonisti che in alcuni casi avranno risvolti drammatici; e inoltre si avrà uno sguardo più professionale e dall’interno riguardo a indagini su omicidi seriali che sono passati alla storia, come quella dei “bambini di Atlanta” che da marginale lentamente prenderà sempre più spazio nella seconda stagione.

Molto intrigante e stimolante, anche grazie alle interpretazioni magistrali degli attori che li impersonano, la conoscenza di serial killer intervistati dagli agenti Holden e Bill e del calibro di Charles Manson, Edmund Kemp e Son of Sam. Nessuno sconto sulle scene più scabrose, immagini che possono impressionare un pubblico sensibile. Tanto realismo senza alcuna edulcorazione.

Così interessante da avermi indotto a comprare il libro scritto da John E. Douglas e leggermi l’originale che ha ispirato la serie.

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