PER CAPIRE LA SCRITTURA, CHIEDIAMO AGLI SCRITTORI: MARION SEALS

Ciao Marion, grazie per avermi concesso questa intervista.

Prima domanda: come nasce Marion Seals? Come ti sei avvicinata alla scrittura e quando?Ho iniziato da adolescente con imbarazzanti fantasy su principesse venute dalle stelle; da qualche parte ci deve essere ancora il quaderno sul quale scrivevo. Poi c’è stato un lungo periodo vuoto nel quale mi sono “limitata” a fare la lettrice compulsiva. Dopo la nascita del mio secondo figlio, ritrovandomi ad avere poco da fare per mesi, è nata l’idea di scrivere un urban fantasy. Così nasce la Dark Side, il mio primo e, forse, vero amore.

Scrivi tanto, di getto poi raccogli tutto e fai una cernita oppure sei parsimoniosa e butti sul foglio elettronico solo quei testi e quelle idee che veramente pensi valgono la pena? Insomma quanto e in che modo scrivi?
Scrivo di getto e tanto, poi archivio in file che chiamo tutti “appunti”, giusto per semplificarmi la vita. Non butto niente, ho pagine e pagine di “director’s cut” da scriverci altri dieci libri.

Sei tecnologica e multi-tasking oppure – come la sottoscritta per esempio – usi ancora penna e quadernino degli appunti?
Per me la carta non esiste più, scrivo direttamente al PC, anche gli appunti.

Dalla tua produzione letteraria sembra tu preferisca la scrittura seriale: è un caso oppure hai scelto di scrivere in serie fin dall’inizio?
Il problema è questo: a parte la Dark Side, pensata come serie, anche “Big Apple” doveva restare uno stand alone. Poi, però, mi innamoro dei personaggi secondari e non riesco a trattenermi.

Ci parli un po’ diffusamente delle serie che hai già pubblicato?
Al momento ho due serie ancora da terminare. Una è la Dark Side, urban fantasy corale con elementi distopici la cui collocazione di genere resta ancora oscura perfino a me. La serie ha una profonda anima romance, immagina i libri della Ward (senza voler fare paragoni, ma solo per capirci) e immagina che invece di un libro dedicato a ogni coppia, le storie proseguano in parallelo dentro lo stesso contenitore. La Living NY nasce con “Big Apple”, poi Ryons, Iceman, Randy e Charlie mi hanno trovata e costretta a scrivere anche la loro storia. Ora è uscito il New Adult, “La storia che volevamo” con la Hope Edizioni, e sono molto fiera di aver affrontato un genere difficile, con molto seguito, e avere, spero, superato la prova. Ciò che accomuna i miei scritti è sempre il concetto di diversità che li allontana dagli standard precostituiti. Che tu sia un mutante, una editor scurrile, un contractor con problemi di adattamento o un’albina timida, tutti loro li amo proprio in virtù del fatto che sono “diversi”, quindi meravigliosi.

Come nascono Living in NY e Point Break? Le avevi pianificate così fin dall’inizio?
No, ho la capacità di pianificazione di un bradipo con problemi di memoria.

E dove andranno? Che direzione prenderanno?
La Dark Side proseguirà con “Rivoluzione” e probabilmente si concluderà anche. All’inizio doveva essere una quadrilogia, ma se non riuscirò a trovare una storia “all’altezza” preferisco concluderla. La Living NY avrà altri due libri. Il prossimo sarà la storia di Bud, migliore amico di Lex, e di Liberty, figlia di Luther. In questo caso la diversità sarà data, non solo dall’appartenenza a etnie diverse, ma dal fatto che provengono da mondi opposti, molto religiosa e di sani principi lei, del tutto amorale lui. L’ultimo vedrà come protagonisti Arch, il baldo pompiere che in “Big Apple” interviene quando Dora rimane bloccata in ascensore, attirandosi le ire di Lex e innescando, di fatto, la sequenza di eventi che li porterà a innamorarsi, e Kymera, la cantante trans che abbiamo conosciuto nella dilogia di “Point Break”. Anche in questo caso abbiamo un irlandese cattolico che dovrà interagire con una talentuosa ed estrosa artista che ha un passato connotato dalle discriminazioni e che ha effettuato una scelta coraggiosa quanto radicale.

New York, da come ne parli nei tuoi libri sembra quasi che tu la conosca: è così?
No, mai stata, sono solo brava a usare Google Maps et similia…

In tutti i tuoi romanzi, dalla precisione delle descrizioni e ambientazioni, si percepisce un’attenzione spasmodica alla ricerca. Ne fai molta, ti documenti molto prima di iniziare a scrivere?
Io vivo su Internet durante la stesura dei miei libri e per ogni cosa che affermo, descrivo o riporto, ho fatto delle ricerche. A volte, come per “Point Break”, chiedo l’aiuto di consulenti esperti in medicina, balistica e corpi speciali. Detesto sopra ogni cosa quando nei romance sparano, mi si passi il termine, cazzate che rovinano la storia. Quando si scrive, si deve sempre pensare che il lettore che ci leggerà sia un tuttologo, capace di coglierci in fallo.

Hai appena fatto uscire un nuovo romanzo: La storia che volevamo. Ci parli un po’ di questo? Di cosa si tratta? Una nuova serie? Uno stand alone?
Domanda difficile. Se chiedi a me ti dico stand alone assolutamente, se domandi al resto del mondo dovrei scrivere un libro per ciascun essere umano sia apparso nella storia. Non ho una risposta, per ora mi sto dedicando a scrivere “Rivoluzione” della Dark Side e ho buttato una specie di scaletta per “Game Over”, quello di Bud e Liberty.

Quello che so per certo è che Ego e Dawn li ho amati tantissimo e spero che dalla lettura traspaia. Non scriverò più su di loro, non amo i sequel, quando una storia finisce, finisce. La devi lasciare andare.

Sei un’autrice di Self-Publishing pura. Eppure mi è sembrato di vedere una firma su un contratto di una certa casa editrice. Mi piacerebbe parlare con te dell’annosa questione “Self-Publishing” vs. “Casa Editrice”. Tu hai iniziato con il Self e mi sembra che, in quanto a organizzazione e promozione, abbia fatto centro. Ma questa scelta è stata indotta da eventuali rifiuti o poco interesse da parte di Case Editrici, oppure è proprio stata una decisione mirata e ponderata?
Io sono una self e lo resterò nell’anima, anche se adesso forse mi potrei considerare ibrida. Come in tutte le scelte ci sono vantaggi e svantaggi. Non è semplice decidere di dire di no a due Case Editrici come ho fatto io, ma non mi interessa finire in libreria se per farlo devo, in pratica, firmare un contratto in esclusiva che durerà anni, che è iniquo e che mi metterà sempre dalla parte del più debole. Sono troppo avanti con l’età e ho troppa esperienza per cascarci.

E questa firma sul contratto di una CE? (puoi parlare diffusamente della CE in questione). Come sei arrivata a questo? E cosa ti ha convinto a cambiare idea?
La Hope Edizioni, nella figura di Rosy Fotia, mi ha convinta perché è giovane, dinamica e con belle idee. Si può dialogare e c’è un ottimo clima. Se un’autrice desidera andare in libreria, le piccole case editrici che stanno nascendo sono una buona opportunità. Ho chiesto come sempre consiglio a Stella Pagani, la mia editor, che tra l’altro collabora con la Hope. Abbiamo discusso dei pro e dei contro e, alla fine, la decisione è sotto gli occhi di tutto e non sono di certo pentita.

Progetti futuri? Ce ne parli diffusamente (lo sai che siamo tutti in trepidante attesa di tue novità).
Nella mia mente c’è un altro chick lit stand alone (giuro…), un progetto vagamente dark e una storia più di narrativa generale. Per ora non mi sbilancio, potrei cambiare idea altre mille volte…

Un consiglio a chi si vuole mettere in gioco in questo campo, editoriale e autorale? Leggete, siate umili, sceglietevi bene amici e collaboratori.

Grazie per avermi concesso questa intervista.
Grazie a te

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