PER CAPIRE LA SCRITTURA, CHIEDIAMO AGLI SCRITTORI: MARCO PROIETTI MANCINI

Amneris Di Cesare: Marco Proietti Mancini
Marco Proietti Mancini

Marco Proietti Mancini, nato e cresciuto a Roma. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo “Da parte di Padre” , nel 2012 è uscita la raccolta “Roma per sempre” con EdS, nel 2013 il romanzo “Gli anni belli” (EdS), nel 2014 “Oltre gli occhi” (Giubilei Regnani), nel 2015 in concomitanza dell’uscita del romanzo “Il coraggio delle madri” terzo volume di una ideale trilogia con “Da parte di Padre” e “Gli anni belli”, Edizioni della Sera ha ripubblicato in cartaceo una nuova edizione del primo romanzo. Ha partecipato a numerosi progetti collettivi e antologie e collabora con il marchio editoriale “Roma per sempre” per il quale è uscito a dicembre 2015 l’antologia “Romani per sempre” di cui ha curato l’edizione. Nel 2016 con Historica è uscito il romanzo “La terapia del dolore” e nel 2019 con Miraggi Edizioni la raccolta di racconti “Non serve nascondersi”. E’ giurato nei concorsi letterari “Città di Subiaco” e “Città di Latina”

1. Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Domanda difficilissima – ed è solo la prima, inizio ad avere paura di andare avanti. Non lo ricordo, non lo ricordo proprio, almeno come genesi interiore. Ricordo che intorno ai 13, 14 anni ho iniziato a scrivere prima su un quaderno, poi su una vecchia Olivetti, tutto quello che mi veniva in mente. Fino ad abbozzare un incipit di romanzo (per la cronaca, sta ancora lì in una vecchia scatola di legno).

Necessità? Sì, forse era una necessità. Quella di poter scrivere tutto quello che se avessi provato a dire agli amici mi avrebbe reso – in quegli anni e con quella compagnia – ridicolo.

Allora come adesso l’ossessione era dare forma, corpo, voce, parole a qualcosa che altrimenti rimarrebbe incorporeo. Le emozioni. I sentimenti.

2. Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iPhone? Uso i Social Network, Facebook in particolare, da poco anche twitter, che però non amavo e continuo a non amare, perché rispetto a Facebook è molto più egocentrato e meno rivolto all’interazione, al confronto. I social sono il mio modo di fermare i pensieri immediati, l’emozione del momento. Le riflessioni, le brevi poesie o quel che sono. A volte questa “istantaneità” si sviluppa e diventa racconto. A volte i racconti diventano romanzi. Seme. Germoglio. Pianta.

3. C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? La sera tardi, fino a notte inoltrata. Sono un animale pigro che rimanda sempre il momento del lavoro, dell’obbligo, durante il giorno mi lascio distrarre dall’osservazione e da tutto quello che mi circonda, divago. Invece durante la notte il racconto diventa centro assoluto e mi assorbe totalmente, mi sento “creatore” di qualcosa che spero altri osserveranno, attraverso la lettura.

4. Che cosa significa per te scrivere? Ancora adesso è liberarmi di quello che non saprei e non potrei dire. È dare corpo all’intangibile, riuscire a descrivere qualcosa che proviamo in tanti, ma che in genere non si esprime. Le cose succedono, scrivere significa raccontarle, a volte inventarle prima. Perché poi comunque succederanno.

5. Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Sempre, immancabilmente. Anzi, è più corretto dire che lo amo mentre lo scrivo, è un ciclo che mi porta a odiarlo quando sono alla quarta o quinta revisione editoriale. Poi me ne libero e ci sono quei due, tre mesi che passano dal “pronto si stampi” all’uscita. In quel periodo non riesco neanche a rileggere una riga e se lo devo fare mi pare tutto orribile.

Poi – dopo – mi reinnamoro, come se non fosse stato scritto da me. Un libro stampato diventa il libro di chi legge, non è più il libro di chi lo ha scritto. lo rileggo una volta e una sola. Poi rileggo i brani durante le presentazioni, quando un lettore esterno li recita, ed è ogni volta la sorpresa di scoprire un libro diverso.

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6. Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? Solo i “punti fermi” e alcuni – ma non tutti – nomi di personaggi. Ho un problema a memorizzare i nomi, a volte mi confondo anche con il nome di persone che frequento tutti i giorni. Allora usare i nomi di familiari e amici mi evita di invertire o confondere. Nei tre romanzi di “Benedetto ed Elena” l’autobiografia c’è nella storia, ma non nella mia o in quella della mia famiglia. È la storia di un Italia popolare, poco raccontata nella sua quotidianità perché considerata storia minima, irrilevante.

7. Quando scrivi, ti diverti oppure soffri? Quando scrivo vivo quel che scrivo. Rido, soffro, non mi vergogno di dire che ho pianto, che ho goduto in certe situazioni di rivincita. Scrivo quel che vivo e vivo quel che scrivo, come potrei rimanere distante, indifferente? Sono certo che per altri non sia così, ma non c’è un meglio o un peggio, un giusto o sbagliato. E’ questione di motivazioni, di stili, di maniera di vivere la scrittura.

8. Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? Non posso fare altro che rispondere con una domanda, perché questa per me è LA domanda, alla quale non ho risposta. Lascio che sia chi legge, chi mi legge dall’inizio, a farsi una idea e un’opinione.

Io ho voluto fare un’altra cosa. Dopo “Roma per sempre” mi sono sentito dire <Sono racconti, si vede che sono autobiografici, così è scrivere facile, pianamente.>. Dopo i primi due romanzi mi sono sentito dire <Ha tratto ispirazione dalla letteratura italiana di inizio ‘900, è una scrittura enfatica e un po’ ridondante.>

Copertina Occhi

Allora ho voluto raccogliere la sfida di scrivere “Oltre gli occhi”, e lì mi hanno dato del “minimalista”, lavorando per sottrazione e riduzione, dei personaggi, del lessico. Poi con “Mi chiamo Antilope” (racconto lungo contenuto nella raccolta “Storiacce romane”) ho voluto “divertirmi” a scrivere una storia cattiva, violenta, durissima. Durissima nell’intimità del protagonista e nella narrazione. Ho continuato, per divertimento, per sfida, per mettermi alla prova e superare dei limiti autoimposti, a cercare di scrivere cose “diverse” da quelle che mi sono state assegnate come il mio stile. Nell’ultima raccolta c’è un racconto che può essere considerato erotico, e un altro invece umoristico. Sono venuti bene? Non sta a me dirlo.

Allora – come vedi – che senso ha chiedersi “la mia scrittura è cambiata?” Sicuramente è cambiata, la scrittura è vita, e la vita cambia e ci fa cambiare. “Scrivi come vivi, vivi quel che scrivi” continua a essere il mio principio ispiratore. Cambia la vita, cambia la scrittura.

9.Come riesci a conciliare vita lavorativa e vita creativa?

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La “vita lavorativa” si riferisce alla multinazionale che mi paga lo stipendio e alla quale devo dedicare la maggior parte delle ore del giorno.

La conciliazione avviene dando priorità, macro – prima la famiglia, poi il lavoro, poi la letteratura – e poi micro, legate a ogni singola cosa di ognuna di queste sfere. Schedulando, organizzando, programmando. Parlando chiaro con l’editore, con la famiglia, con i colleghi e il capo in azienda. Faticoso, certo, sperando sempre non avvenga l’imprevisto, l’urgenza. Ma indispensabile farlo, e ne vale sempre la pena.

10. Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno? Gli amici mi considerano lo stesso “cazzone” di sempre ed è la cosa più bella che possano fare. Per loro stessi e soprattutto per me, perché così mi permettono di vivere quella quotidianità di fatti ed emozioni e sensazioni che io scrivo. Ogni tanto qualcuno mi dice “non me lo sarei mai immaginato”, e la cosa mi fa sorridere. Perché se se lo fosse immaginato si sarebbe comportato in maniera diversa e io non avrei avuto ispirazione.

11. Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola? “Navigo a pancia”, manco a vista. Ci ho provato a scrivere architettonicamente, a fare le scalette e le strutture. Le deturpo, le sconvolgo, servono solo a farmi perdere tempo e a farmi arrabbiare.

12. Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione? Mi faccio trascinare dall’incostanza della mia assoluta, totale, dominante pigrizia. A volte non basta neanche l’ispirazione, perché quando arriva le dico “Ispirazio’, adesso non rompere che sto con un amico, non lo vedi?”

Poi arriva la scadenza da rispettare, oppure la pulsione da mal di pancia scrittorio e allora lei (Ispirazio’) non si tira mai indietro. Più affettuosa di una mamma. Più fedele di un’amante. Arriva e mi asseconda, magari per scrivere per tre notti di seguito, con giornate in ufficio in cui sembro uno zombie.

13. Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Boh? Sono un lettore compulsivo (e questa del “leggere” nel “come organizzi il tuo tempo non me l’avevi domandata!). Leggo circa cinquanta libri all’anno, la maggior parte durante le vacanze estive, quando arrivo a una media di uno al giorno, ma leggendone due o tre in contemporanea. Tra cui, sempre, un grande classico, una biografia o un saggio storico.

Una cosa che ho smesso di fare è “leggere professionalmente” per fare recensioni. Stava diventando una sottospecie di lavoro, al decimo libro che mi è stato inviato da un editore mi sono chiesto se era quello che volevo, se mi interessava farlo, mi sono reso conto che nell’attesa di una mia recensione c’era un’aspettativa di giudizio che mi faceva sentire meno libero di quello che non voglia essere mentre leggo, allora semplicemente – a parte rarissime eccezioni per casi straordinari, e sono io a determinarne la straordinarietà – ho smetto di scrivere recensioni.

14. Quale è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché? Nessuna preferenza, mai. Mai. Qualsiasi genere, qualsiasi tipo. Anche la letteratura per ragazzi, senza mai nessuna preclusione. Esistono solo due generi. “Il libri che mi piacciono” e li leggo. “I libri che non mi piacciono” e li lascio. Una volta cercavo di finire anche i libri che non mi piacevano, ma la vita è fatta di tempo e priorità, preferisco andare oltre.

15.Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri. Rappresentarmi? E solo due per italiani e stranieri? Sei pazza? Allora, senza nessuna pretesa di “sentirmi rappresentato”: Simenon e Pennac tra gli stranieri, de Giovanni e l’Ammaniti di “Ti prendo e ti porto via” tra gli italiani. Ma domani potrei darti altri nomi.

16. Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro? Che basterebbe cambiargli nome e magari struttura formativa. “Educazione alla scrittura professionale” sarebbe già molto meglio. Il talento ce l’hai o non ce l’hai, nessuna scuola te lo potrà dare. Ma se ce l’hai, allora una buona scuola con docenti onesti (intellettualmente) e preparati non potrà che aiutarti a svilupparlo e magari a evitare errori “di gioventù”, stemperare presunzioni e velleità, metterti in condizione di presentarti al mondo professionale in maniera corretta, sia in quel che scrivi, sia nell’approccio. Certamente i corsi di “educazione alla scrittura” – vedi, come suona meglio? – possono essere molto utili soprattutto per chi vuole cimentarsi nella scrittura di genere.

17. Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo? No, forse un tempo, al mio inizio, avevo preferenze. Adesso sento e so che in ognuno dei miei romanzi c’è qualcosa di unico, irripetibile. Non esistono amori unici, ma amori diversi, quello sì. Sono molto legato ad “Antilope” il protagonista della mia “Storiacce”, perché l’ho dovuto e voluto fare tanto cattivo da renderlo disperato, avrei voluto “salvarlo”.

18. Hai partecipato a concorsi letterari? Se sì, quali? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere? Sì, due e solo due. Sono arrivato in menzione d’onore al premio “Albero Andronico” con “Da parte di Padre” e secondo ex aequo al concorso internazionale “Marguerite Yourcenar” con “Gli anni belli”. Ma onestamente non mi è piaciuto, mi sono sentito distante dalle logiche, sotto esame, ma non un esame in cui discuti, un esame di cui non sai nulla. Devi solo aspettare un verdetto, senza nessuna possibilità di confronto. Non fanno per me, ma è una questione personalissima.

19. Il mondo dell’editoria è molto cambiato da quando la tecnologia ha preso il sopravvento. Secondo te è un bene o un male? Pensi anche tu che la facilità con cui si può scrivere un romanzo oggi e pubblicarlo abbia in pratico donato “le perle ai porci” come qualcuno ha scritto riguardo al self-publishing oppure non sei d’accordo su questo?

L’eccesso di offerta, per principio, non fa mai bene al mercato. A nessun mercato, che si parli di olio, di vino, o di libri. Diventa difficile selezionare, capire, scegliere. Ti faccio un esempio, un olio extravergine, può costare due euro al litro? Evidentemente sì, visto che se ne trova. La domanda successiva è, ma che olio può essere? Due euro, per un litro d’olio (olive, trasformazione, imbottigliamento), una bottiglia, il trasporto, il margine del negozio, quelle olive, che olive possono essere?

Il problema non è l’autopubblicazione, non è neanche l’editoria a pagamento, è già difficilissimo farsi spazio per una casa editrice media, sugli scaffali delle librerie, avere evidenza, riuscire a distribuire. Un autore che vende 2000 copie è già un autore di “successo”, quindi di cosa stiamo parlando? Altro che “perle ai porci”, troppe perle che non arrivano neanche al negozio, pochi porci per mangiarle.

Oltre 2000 case editrici, più di sessantamila (SESSANTAMILA) nuovi titoli all’anno (escluso il self, l’editoria scolastica e quella “grigia”), una valanga di offerta che si strozza su un mercato in cui legge il 4% della popolazione e solo l’1% è considerato “lettore forte”.

20. Si discute molto, in rete, sull’opportunità – anzi, in certi casi obbligo – per un autore di restare confinato in un genere letterario, mentre per tanti, la possibilità di spaziare tra i generi è quasi una sorta di bisogno fisico. Tu cosa ne pensi?

Ti ho già risposto. Mi fa paura qualsiasi obbligo, voglio scrivere quello che mi viene, che mi piace. Tanto la vita non mi cambia e non sono schiavo di nessun contratto editoriale. L’unico “contratto” vero è quello con chi – avendomi letto – mi rispetta come autore e quindi deve essere rispettato da me. No marchette.

21. A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene? Mi sono fermato per tre anni, dal 2016 sono uscito di nuovo nel 2019. Mi sono allontanato da una certa “salotteria” e questo mi ha permesso di osservare il mondo editoriale e letterario dalla giusta distanza, di capire certe il-logiche, certi clientelismi. Uscire con una raccolta, con un editore coraggiosissimo come “Miraggi” (uno dei pochi che ancora pubblica poesia, per dire) ha significato fare start e stop.

Ho due romanzi terminati, un amico agente (Patrizio Zurru) che li sta presentando in giro, con calma, senza pressioni. Come dice Fabio “Mendo” Mendolicchio, uno dei miei editori, “L’editoria va vissuta Zen”, e io condivido pienamente questa visione.

Se sto scrivendo ancora? Certo. Ogni giorno, anche solo una parola, una frase, una poesia, un post social. Scrivere è respirare. Poi sto anche, per la prima volta lo sto facendo lentissimamente, lavorando a un romanzo. Zen, lo sto scrivendo Zen.

22.Un consiglio a un aspirante scrittore? Scrivi. Potrei dare consiglio migliore? Scrivi, non per pubblicare a tutti i costi, non per la fama, il successo, i soldi; se scrivi ponendoti questi come obiettivi hai già fallito in partenza. Questi non sono obiettivi, sono conseguenze, ricadute. Sono possibilità. Scrivere è un atto liberatorio, un fatto individuale che – forse – diventerà pubblico. È catarsi, liberazione in sé. Per questo scrivi, non per altro, possibile, ma mai certo.

23. E ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione? Semplicissimo e sintetico. Continua a scrivere come ho appena scritto sopra. Anche fossi al ventesimo libro, non al secondo, scrivi come fosse ogni volta il primo. E poniti in questo modo di fronte a chi deve decidere se pubblicarti. Umiltà, lavoro.

Grazie per averci concesso questa intervista.

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