PENSIERI IN QUARANTENA GIORNO #8

Foto di Arek Socha da Pixabay

Che giorno è oggi?
Giovedì? Mercoledì?
Ah, no, Venerdì. Caspita, come passa il tempo, è già fine settimana. Domani dunque è Sabato e dobbiamo andare…
Dobbiamo?
No, non si può più usare il plurale.
Per uscire bisogna essere da soli.
Lo dice il decreto.
Ah, già vero. La quarantena. Il coronavirus.
Bisogna proteggersi.
Dunque, la mascherina. I guanti. E poi?
Meglio che io stia dentro. Non si sa mai.
Uscirà Marito, che ha più difese immunitarie di me.
Eppure, pure lui non è immortale. Pure lui può diventare fragile in un attimo. Vorrei che non uscisse, non andasse al lavoro, si chiudesse e si proteggesse come noi.
Tanto che ci frega se mangiamo solo pasta col burro?
Razioniamo che tanto siamo ben pasciuti tutti quanti.
Un momento alla finestra e vedi che il mondo è fermo.
Una macchina ogni due, tre minuti.
E sono le undici di mattina.
A quest’ora in genere il traffico è tale da non riuscire ad attraversare la strada.
E’ come a Ferragosto, solo un po’ più freddo.
E a Ferragosto amavo la mia città così vuota.
Desideravo potermi muovere per le strade che restituivano il suono dei miei passi rimbombando attraverso i portici.
Ora no. Ora odio tutto questo.
E dire che sono sempre stata una che esce pochissimo.
“Tu non hai bisogno di andare in quarantena, mamma, perché in quarantena ci stai da tutta una vita” mi prendevano in giro i miei figli.
Eppure anche io avevo smanie di uscire, di camminare, di andare a prendere un aperitivo o un gelato con la mia amica Cinzia, o a mangiare un panino con Chiara e Lucia e parlare di libri, case editrici, nuove uscite, trame incredibili di scrittori sconosciuti, oppure programmare un viaggetto, una gita fuori porta, una Fiera del Libro, magari.
Sogni normali, senza troppe pretese.
A quest’ora stavo preparando la valigia per andare a Salerno, da Isabella con Cinzia, e una volta là, magari una volata a Capri o in traghetto ad Amalfi, o anche solo a stare in casa tra donne a ridere e a spettegolare un po’.
E invece niente.
Chiusi. E terrorizzati.
Soli anche se siamo in tre.
Un figlio lontano, lontanissimo, che mi fa video-chiamate per chiedermi la ricetta della torta di mele.
Anche lui chiuso. Mi consola che non è da solo.
E torno a guardare fuori dalla finestra e il futuro mi sembra una cosa così lontana, così irrealizzabile.
Riusciremo a uscire di nuovo?
A tornare nei parchi a giocare a pallone o a frisbee, a lanciare un bastone al nostro amico cane e correre insieme a lui spensierati? Riusciremo a credere in un futuro, di nuovo?
Come usciremo – se ne usciremo – dal bunker che è diventata la nostra casa tra un mese, due… tra quanto?
Riusciremo?
Riuscirò?
Scuoto la testa e penso che il pessimismo non serve a niente. Che “ha da passa’ ‘a nuttata” ma che “torneremo a riveder le stelle” di sicuro.
Che per il momento #iorestoacasa a fare torte e lasagne, e a sorridere ai meme divertenti su Facebook e a salutare dalla finestra i vicini che in vent’anni che abito qui non ho mai conosciuto.
Che giorno è oggi?
E’ un giorno in più di vita e di speranza.

Dal mio post sulla mia pagina Facebook: https://www.facebook.com/AmnerisDiCesare2/posts/2882613165165577?xts__%5B0%5D=68.ARBMT_6mjpgVMjq_aRAdshNdl59ZJTt7Wrtw_238P800ZvLmXkXjELc1mQv-uJ-Sylfvj6mE3SvWC7CLQirRHW-_op8PnMTKJegvjCIuFOXmgb6mlc4LCouD6P9eyDFE2xG8I5bQb32d6GjG5mz-u5IVazGYtQvEtnz3HzcmdF5XYCXo9zCwuCNgnqqTy_zlc8grfaJ0pZsTbdqPPbYmTYV2Akw92IsZF30DFEoxOd_a0bRogJpV1kuaY7UMUO39kax3QTwHBlC3-Wb5zVZjJfSUNd2guZSV4RM7cOwmjmnQcArayEznLVZEPFGCDLlE21_wK7J6wv60HfO00trzkA&__tn=-R

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