#RESTATEACASALEGGERE: ROSA DI MEZZANOTTE #ESTRATTO

Rosa di mezzanotte – goWare edizioni – Amneris Di Cesare

«Perché mi hai chiamato Federico?» mi domanda all’improvviso senza una ragione
particolare. In diciassette anni non me lo ha mai chiesto.
«Era il nome di mio padre?»
«No, tuo padre non si chiamava… O meglio: mi risulta sia ancora vivo. Non si chiama
così. Perché Federico? Era un bel nome per un bambino e non sarebbe suonato male
neppure da adulto. Ho pensato di regalarti un po’ di allegria che ti avrebbe
accompagnato anche quando saresti stato più vecchio.»
«E mio padre? Come si chiama?»
Federico non sa nulla di suo padre, tranne che è di Roma. Guarda dritto davanti a sé
come se stesse parlando con qualcun altro e non con me. Io ingrano la marcia e
accelero. Siamo da un po’ in autostrada, posso spingere sull’acceleratore e vivere per
qualche secondo l’ebbrezza della velocità, specialmente quando devo sorpassare, come
adesso, un camion.
«Se sai che è vivo allora…»
«Tuo padre è stato un amore sbagliato, Federico. Una bella storia, appassionante, ma
niente di più. Avevo immaginato tutto io, lui non aveva intenzioni serie con me. Non
voleva impegnarsi in una storia complicata. Quando ho scoperto di aspettarti si era già
fidanzato con un’altra. Neppure due mesi dopo che ci eravamo lasciati, e senza chiarire
nulla tra noi. Non sa che esisti. Non sa nulla di te.»
«Perché non glielo hai detto? Non credi ne avesse il diritto? O, magari, che lo avessi
io?»
«E rovinargli la vita? Era stato chiarissimo. Non voleva una storia a distanza. Voleva
una donna al suo fianco e non un’adolescente. La donna dei suoi sogni era già pronta,
vicino a lui. E poi, tu sei solo mio. Non volevo dividerti con uno che non ti aveva
cercato e che magari ti avrebbe sopportato come un incidente di percorso. Non volevo
essere la causa della rottura con la sua fidanzata. Insomma, non sa neppure che fine io
abbia fatto, non c’è ragione di andare a complicare le cose adesso, dopo tanti anni, non
trovi?»
«Non hai mai pensato che io potrei volerlo conoscere?»
«Sì, ci ho pensato. Ma non mi sono posta il problema. Finora, ho vissuto sempre alla
giornata, da quando sei nato. Il problema me lo porrò quando mi dirai: “Voglio
conoscere mio padre”. Non prima.»
«Occheiii.»
Stira le vocali della parola inglese e allo stesso tempo le braccia in avanti. Poi, volta lo
sguardo verso il finestrino, fingendo di guardare lontano. So che fa così quando si è
stancato di parlare, di discutere con me oppure quando qualcosa gli fa troppo male per
continuare a pensarci.
«Sul serio? Tutto “occheiii”? Nient’altro?» insisto, cercando di fare dello spirito,
alzando il pollice nella sua direzione.
«Ti ho detto che è ok e lo è!» taglia corto in maniera brusca e aggressiva. Poi, silenzio.
Per qualche tempo restiamo così. Io a guidare e lui a guardare fuori. Niente musica,
nemmeno Isoradio per sapere che intoppi ci siano sulla tabella di marcia.
«Perché questo viaggio a Roma, così all’improvviso?» domanda spezzando il muro di
silenzio che ormai si è ispessito fino a livelli pericolosi.
«Perché dopo tanti anni io e Terry ci siamo incontrate di nuovo. Ci eravamo perse di
vista. Lei si era trasferita all’estero. Faceva l’interprete, una cosa che ha sempre voluto
fare nella vita e ha vissuto dieci anni a Londra. Da quattro è rientrata in Italia.
Problemi di salute, i genitori si sono ammalati e poi se ne sono andati, prima uno e poi
l’altro. Adesso insegna in un istituto professionale. Inglese, ovviamente. Comunque
sia, sai come succede, no?»
Provo a mantenere un tono asciutto, monotono. Così da non destare nessun tipo di
sospetto.
«No. Come succede mamma?»
«Be’, dai, c’è Facebook. Mi ha trovata, mi ha chiesto l’amicizia, mi ha detto di aver
letto i miei libri, di essersi commossa perché si è riconosciuta in alcuni dei miei
personaggi. Insomma, abbiamo ripreso i contatti. Mi ha invitata a casa sua, voleva
conoscerti. Ho deciso di accettare e di portarti con me.»
«Così, se per caso dovesse saltare fuori un tuo vecchio scheletro dall’armadio, posso
aiutarti a ributtarcelo dentro?»
Il suo senso dell’umorismo spiccato non so se attribuirlo a me o al padre.
Probabilmente ha attinto a piene mani da entrambi.
«Qualcosa del genere, sì.»
Annuisce, mugolando, ma è di nuovo silenzio, di nuovo lo sguardo perso verso la
strada che scivola veloce sotto le ruote dell’auto. È proprio uguale a me. Fa le domande
giuste, ottiene le risposte che vuole e poi si chiude, saltando direttamente alle sue
personali conclusioni. Lo lascio riflettere. Se vorrà continuare la conversazione, sarò
pronta a parlargli e ad ascoltarlo. Nel frattempo il rollio silenzioso della guida mi
intorpidisce un po’ i sensi e mi restituisce l’abitudine di estraniarmi, di fuggire nel
passato.

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