PENSIERI IN QUARANTENA: GIORNO #9

Foto di Luisella Planeta Leoni da Pixabay

Sono le 5:00 e sei già sveglia. Potresti dormire fino a mezzogiorno, sei andata a letto ben oltre la mezzanotte. In altri momenti l’avresti fatto. Ma nel tempo della quarantena no, gli orari del tuo corpo e soprattutto della tua mente sono mutati. Perciò ti alzi e prima cosa che fai, prima rispetto anche all’andare in bagno o mentre ti appresti a mettere su un caffè, è controllare il cellulare e leggere le prime pagine delle più importanti testate nazionali.
Aspetti di sentire l’abituale borbottio della moka e leggi, con avidità quasi morbosa.
Sai già tutto a memoria, in realtà, perché un’ossessione compulsiva, sicuramente dettata dall’ansia silenziosa di questo tempo così incerto, ti porta ad aggiornarti ferocemente ogni quarto d’ora, a spulciare articoli, leggere post, seguire blog e siti anche internazionali tutto il giorno – spesso conoscere più lingue è una benedizione, in questo caso è l’esatto contrario – per cui non ne avresti di sicuro il bisogno anche adesso. Eppure…
Una cosa che noti, mentre “scrolli” veloce le pagine è il fastidio che provi a leggere di Champions League o di NBA che chiudono, di Master di Tennis che non si faranno per via del coronavirus.
In un tempo così grave, dove migliaia di persone – di tutte le età – muoiono ogni giorno, l’idea che un calcio al pallone o una racchettata siano economicamente salienti disturba non poco.
Anzi, davvero, fa quasi infuriare.
Lo sport è importante, lo so. Ci ho lavorato, e in gioventù l’ho praticato. Ma oggi, con solo le ragioni dell’economia a farla da padrone sulla scena internazionale mentre le persone soffrono e si angosciano per non poter neppure dire addio ai loro cari, il senso di tutto questo “business” per me non ne ha. E mi fa infuriare il solo pensiero che in alcune parti del globo il business non si spenga e migliaia di sportivi rischino il contagio per via di una ragione così materiale.
Si contrappone a tutto questo invece, magari in maniera sfocata e stonata, l’immagine di gente che dai balconi si sgola per far rumore e cantare, fare musica, interrompere l’assordante silenzio che è calato con la quarantena.
Quella immagine è un balsamo per l’anima.
La voglia del mondo, del “mio” mondo italiano, di far sapere a tutti che la vita ancora esiste anche se imprigionata dietro le grate invisibili della rete.
Il borbottio della caffettiera mi riporta alla realtà.
I muri di questa casa sono solidi e sicuri. I miei dormono placidamente nelle loro camere e io sono qui, davanti al fornello acceso che osservo il liquido nero corroborante riempire la moka e inondare con il suo profumo la cucina. Ho ancora tanto per cui sperare e lottare.
E posso dirmi comunque fortunata: questo isolamento non lo trascorro da sola.
Abbraccio con la mente quanti, invece, in questi giorni di terrore aggiungono alla paura di ammalarsi anche il peso insostenibile di affrontare l’isolamento da soli.
E per loro, più di tutti, prego che questo incubo finisca presto.
Perciò spengo il cellulare e sorseggio il mio caffè, cercando di svuotare la mente e disciplinare i pensieri.
Mi ripeto come un mantra: #andràtuttobene

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