PENSIERI IN QUARANTENA: GIORNO #12

Foto di Stefan Keller da Pixabay

Per la prima volta dopo settimane mi sono svegliata ben dopo le 8:00. Un sonno profondo, di quelli che ti lasciano un po’ intontita e non riposata. Un sonno che, ne hai subito l’impressione, ti ha trascinata in un’intensa attività onirica.
E infatti le immagini di quel sogno cominciano ad arrivare a sprazzi. Le insegui, perché sai che in breve le dimenticherai.
La prima immagine è una piccola penisola rocciosa circondata dal mare. Un mare azzurro, onde alte e cariche di spuma ma fondali celesti vicino alle rocce e di un blu quasi indaco al largo. E io che cammino insieme a una donna dai capelli candidi che mi dice:
“Vedi? Questa è l’Albania. Dovresti proprio venire a scoprire questo piccolo paese.”
Io la guardo, osservo quei capelli candidi e mi accarezzo le ciocche bionde decolorate che non mi rassegno a usare per esorcizzare gli anni che passano. E ovviamente penso che in questo tempo di quarantena, questi miei capelli sono davvero sciatti.
Continuiamo a camminare e, mentre ci avviamo verso la strada – in auto, questa volta, si vede che a un certo punto siamo saliti su un mezzo – ci fermiamo. E’ un paesino, tutto colorato di rosso, con tutti, dagli abitanti ai bambini che corrono per la strada, vestiti di seta a fogge orientali. Colonne rosse e case come templi asiatici.
Un uomo, vestito come un samurai – con tanto di katana – si avvicina e ci invita a visitare il loro paese.
“Vedete? Qui l’Albania ci ha dato asilo” ci dice. “Noi ci prendiamo cura dei luoghi antichi, le vecchie biblioteche, restauriamo i loro libri, li riportiamo in vita e loro, in cambio, ci permettono di vivere e di proliferare qui.”
“Che bella iniziativa,” dico, estasiata. “Dovremmo attuarla anche noi, in Italia. Voglio dire, abbiamo tanti tesori abbandonati, tanti musei con opere d’arte che ammuffiscono nei sotterranei, che vengono distrutti per l’incuria. Affidarli a voi, che li riportereste in vita, li restaurereste e ve ne prendereste cura. Non sarebbe bello?”
“Certo, mi dice la donna canuta. Ma ci vuole qualcosa che abbiamo qui e che voi ancora non avete.” risponde.
“Che cosa?”
“Il senso di comunità universale.”
Annuisco come se mi fosse chiarissimo ciò che mi dice ma la “me” sveglia si domanda invece cosa intendesse.
Riprendiamo il nostro viaggio, questa volta su una vecchia corriera scassata di quelle degli anni ’60 del vecchio ‘900. Siamo sedute dietro, dove c’è la finestra grande sul retro. Mi guardo la borsa e vedo che di portafogli ne ho due. Uno non lo riconosco. Mi chiedo a chi appartenga.
E poi sconvolta, dico alla donna canuta: “Mio figlio Leo! E’ rimasto indietro.”
“Non ti preoccupare, mi dice lei. Lo ritroverai al capolinea.”
“Spero però che lui prenda questa stessa linea, altrimenti non ci incontreremo di nuovo.”
E a quel punto mi sono svegliata.
Credo mi sia abbastanza chiaro il senso di questo sogno.
E il bianco della donna canuta mi restituisce un senso di Luce.

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