PENSIERI IN QUARANTENA: GIORNO #14

Foto di S. Hermann & F. Richter at Pixabay

Quando sarà stato?
Agli inizi di gennaio, penso.
Subito dopo le vacanze di Natale.
Sola.
In casa.
Al buio.
Silenzio.
I muri che sussurravano storie di questa palazzina che ha tanto da raccontare.
Ho percorso, come d’abitudine, il corridoio, osservando le stanze, gli oggetti, ricordando i momenti di vita vissuti qua dentro, in quella che da sempre per me è un po’ prigione e un po’ rifugio, protezione.
Quindi in cucina a farmi un caffè, il gesto più normale del mondo, e ad accarezzare con gli occhi ogni più insignificante oggetto.

Una tazza, la caffettiera, un coltello, i piatti nel lavello.
La tazza: presa con i punti della Coop, quell’anno in cui Leo aveva dato l’esame di terza media. Ricordo quella mattina, prima di scappare veloce e ansioso a scuola e il caffè latte che si era rifiutato di bere, lui che di caffè latte ne beve sempre tre o quattro al giorno. Lo avevo sgridato per non aver fatto colazione, ma lui era troppo nervoso per buttarne giù nello stomaco anche solo una goccia.
La caffettiera: già presente nella casa da studente di Marito quando l’ho conosciuto e ho iniziato a frequentarlo.
“Era di mia nonna” aveva detto orgoglioso il giorno che l’aveva avvolta in carta da giornale per metterla in valigia. Moka ci avrebbe seguito per tre anni a Rio de Janeiro, e ora è qui, con noi, a borbottare il suo liquido scuro e fragrante tutti i giorni ancora adesso. E’ tutta rotta, rabberciata in modo assurdo, ma Marito si è sempre rifiutato di lasciarla andare. La continua ad amare e a curare come fosse una persona cara.
Il coltello: anche quello è un ricordo di nonna Caterina, che non ho mai conosciuto. Ha il manico rotto tenuto insieme da uno scotch nero che Marito ogni tanto cambia e riavvolge per ricostruire quel legame con le cose che mantiene saldi i ricordi.
I piatti nel lavello. Erano tanti di più ma Gulli ne ha rotti un bel po’ con il tempo. Sono brutti, tutti sbrecciati. Alcuni hanno crepe e dovrebbero essere buttati ma non sono capace di farlo. Sono i piatti di casa, dei pranzi di tutti i giorni, sono quelli a cui non fai caso se sbatti e ne rompi uno, non sono il “servizio bello” che arrivato in dono per il matrimonio non è mai stato usato. Sono vissuti, sono stati amati e detestati per anni e sono sopravvissuti alle intemperanze di due ragazzini vivacissimi e turbolenti.
E poi i quadri, l’orologio del nonno alla parete, la madia che abbiamo raccattato da una discarica e fatto restaurare con tanto amore e passione quando ancora una casa non l’avevamo.

E’ stato allora, in quel pomeriggio di inizio gennaio, nel silenzio e nel buio della mia casa, dove l’assenza dei miei si faceva pace e solitudine che ho pensato
“Quanto durerà tutto ciò? Quanto durerà questa serenità tranquilla, questa pace silenziosa, questa vita senza scosse ma pur sempre un dono incommensurabile?” e ho recitato una sottile preghiera
“Grazie per avermi donato la famiglia che ho, per avermi permesso di vivere fino a oggi e avermi dato il privilegio di essere madre dei figli che ho avuto con il compagno che la Vita mi ha fatto incontrare”.
E da quel giorno, fino a oggi, non c’è giorno che non mi svegli ringraziando – decida chi vuole a chi rivolgere questo ringraziamento, se a Dio, a Madre Natura, al Destino oppure al Mondo degli Uomini – per il risveglio, per il respiro, per l’onore di vedere, sentire, annusare e toccare la Vita un altro poco.

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