BUON COMPLEANNO SIGNOR GUCCINI!

Il 14 giugno scorso, Francesco Guccini ha compiuto 80 anni. Le sue canzoni hanno segnato generazioni di giovani (inclusa la mia) e hanno letteralmente svegliato coscienze e ideali in molti. Quello che segue è un pezzo di romanzo incompiuto, che probabilmente non verrà mai pubblicato e che racconta della scoperta, della sorpresa, delle emozioni di un incontro con questo cantautore così particolare.

(SENZA EDITING)

[…] In seconda media avevano cambiato professore di musica. La professoressa di prima aveva insegnato il solfeggio attraverso lo studio del flauto, cosa che, bisognava ammetterlo, aveva annoiato tutti mortalmente. Ma il primo giorno di scuola in seconda le cose cambiarono radicalmente: entrò in classe un uomo bassino e grassottello, con capelli radi in testa, ricci e leggermente unti. Barba e baffetti non rendevano giustizia a un paio di occhi verdi chiarissimi, unica cosa bella in quel volto tondo e gonfio. Preparati a sentirsi interrogare sul solfeggio dell’anno precedente, avevano tutti già sul banco il vecchio flauto giallino.
«Buttate via quello strumento, ragazzi.» aveva detto tra lo shock generale il prof. Vacchi. «Se siete d’accordo vorrei adottarne un altro, diciamo più… divertente? Che ne dite se quest’anno invece che il flauto, vi insegnerò a suonare la chitarra?» Vi fu un’ovazione generale in classe e l’entusiasmo durò per giorni.

Comprarono tutti una chitarra e le lezioni iniziarono praticamente subito. Il professor Vacchi inoltre chiese alla scuola il permesso di utilizzare un’ala vuota dell’edificio per continuare le lezioni, almeno due ore la settimana in più, a chi desiderasse approfondire l’apprendimento. Sia Agata che Clementina furono tra le entusiaste partecipanti.
«Mi chiedevo…» iniziò il professore nel pomeriggio extra-scolastico «che tipo di musica ascoltate? Quali sono i vostri cantanti o complessi preferiti? Fatemi dei nomi…»
Si alzarono in coro le voci dei partecipanti al corso:
«Mina!»
«Lucio Battisti!»
«Massimo Ranieri!»
«Claudio Villa!»
«Qualcuno ha detto sul serio Claudio Villa? Fuori di qui!» rispose il prof. Vacchi tra le risate generali.
«Io amo molto Elton John. E Neil Diamond» rispose Agata.
«Interessante, ascolti musica straniera…»
«Qualche volta.»
«Qualcun altro l’ascolta? Musica inglese, francese… »
Clementina alzò la mano.
«Io, Joan Baez. E Janice Joplin.»
«Fiuu…» rispose in un fischio lungo il professore. «il canto della contestazione, e quello per la pace. Hai mai visto Woodstock, il film del grande concerto?»
«No, perché non mi è permesso. Ma ne ho sentito parlare. Deve essere stato bellissimo…»
«Eh, pare di sì, io non c’ero, però il film l’ho visto ed è… particolare. Se trovo un cinema d’essai che è d’accordo a proiettarlo, ci andiamo tutti a vederlo, cosa ne dite?»
Non ci furono molti commenti entusiasti, tranne quelli di Agata e Clementina che si guardarono colpite e meravigliate. In qualcosa andavano d’accordo, allora!
«Ma sapete, non c’è bisogno di andare fuori dai confini della nostra terra per cercare buona musica, musica con contenuti, intendo dire…» riprese il professore. «Avete mai sentito parlare di cantautori?»
«No!» risposero tutti i coro. «Che cosa sono?» domandò qualcuno.
«Sono cantanti che scrivono le proprie canzoni e spesso anche la musica. Ma scrivono testi che, se togliete la melodia possono essere tranquillamente spacciati per poesie…» riprese lui, tirando fuori da una sacca di juta un mazzo di ellepi, i Long Playing, gli album che racchiudevano all’interno più canzoni di un solo cantante o gruppo musicale. Ne prese uno, dalla copertina che raffigurava un enorme muro giallo e solo un fiammifero rosso disegnato in mezzo. Un titolo scritto a mano: Non farti cadere le braccia e il nome del cantante, Edoardo Bennato. «Ascoltate questa canzone, e ditemi se non è bellissima…»

…Un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo, ed un altro ti svegli e devi…cominciare da zero…

Il silenzio era calato nell’aula. Occhi sgranati, bocche aperte per la meraviglia e l’attenzione. Agata sentì crescerle in gola un nodo e il cuore stringersi di commozione. Clementina serissima, addirittura accigliata, cercò la mano della sua nemica per poter condividere con lei un’emozione che, lo sentivano entrambe, erano insolite provare in così tale accordo. Terminata la canzone, parecchi ragazzi si schiarirono la gola tossicchiando per l’imbarazzo e si sentirono parecchie tirate su con il naso.
«Bella vero? Adesso ve ne faccio sentire un’altra. Questo signore si chiama invece Angelo Branduardi…» Il professore fermò l’asticella del giradischi. Con delicatezza estrema afferrò con le dita il bordo del disco e lo tolse, facendo grande attenzione a non toccarne i solchi, quindi lo ripose nella sua custodia e ripeté all’inverso il gesto con un altro disco, dalla copertina blu, con sullo sfondo una luna e il fioco riflesso sulla superficie del mare calmo. Un fascio di note rutilanti in arpeggio di chitarra partì per poi essere seguito dall’attacco di una voce profonda e antica.

…Un giorno all’improvviso, la luna si stancò di guardare il mondo di lassù; prese una cometa, il volto si velò e fino in fondo al cielo camminò…

Agata in quel momento seppe che quella era la sua canzone. Non una canzone d’amore o di passione, ma la sua canzone dell’anima, quella che più la rappresentava e la definiva, lei, timida ma coraggiosa, insicura ma testarda, lei era la luna, e la curiosità di scoprire cosa ci fosse nel “mondo di laggiù” era anche la sua brama, quel desiderio di conoscere, scoprire nuovi mondi e nuove culture, apprendere lingue differenti, assaggiare nuovi piatti. Rimase incantata ad ascoltare quelle note svanire nell’aria appuntandosi mentalmente i titoli che quel professore fantastico stava loro facendo conoscere.
«E per oggi l’ultima canzone. Questo signore lo conoscono ancora in pochi e tanti non lo tollerano perché, dicono, sia un sovversivo. Se volete incontrarlo, lo potete trovare la sera alla Trattoria da Vito, in via Paolo Fabbri, zona Massarenti. Del resto, uno dei suoi album si intitola proprio così, Via Paolo Fabbri, 43 che altri non è che il suo indirizzo di casa. Questo signore si chiama Francesco Guccini e scrive canzoni impegnate… Quella che io amo più in assoluto è questa, La Locomotiva… Racconta una storia, quella di un anarchico che un giorno verso la fine del 1800 si impadronì di una locomotiva e la lanciò a tutta velocità contro la stazione di Bologna. I ferrovieri si accorsero della cosa e deviarono la locomotiva verso un binario morto. Non si seppe mai perché quell’uomo lo fece, ma si immagina fosse per protestare contro il capitalismo… Questa è la canzone di Guccini su questo fatto storico, che i libri di scuola non raccontano ma che è realmente accaduto…»

Non so che viso avesse/ neppure come si chiamava/ con che voce parlasse/ con quale voce poi cantava/ quanti anni avesse visto allora/ di che colore i suoi capellI/, ma nella fantasia ho l’immagine sua/ gli eroi son tutti giovani e belli/
gli eroi son tutti giovani e belli/ gli eroi son tutti giovani e belli…

Agata si voltò lentamente verso Clementina e l’amica-nemica fece altrettanto. Si guardarono senza dirsi nulla mentre la canzone gracchiava sul grammofono e la voce bassa di Guccini raccontava la storia di quel macchinista anarchico che lanciava sparata la locomotiva verso la stazione. Agata comprese che quelle parole entravano nella sua compagna serpeggiando e insinuandosi tra l’anima e le ossa del corpo per non uscirne mai più del tutto, che quella canzone era una sorta di epifania per la ragazzina ribelle e contestatrice. A lei la storia faceva soffrire per altre ragioni, il pensiero dei figli di quell’uomo, probabilmente morto, non lo sapeva per certo, che lo aspettavano a casa e lui ad andare incontro al suo destino lanciato a tutta velocità e terminare su un binario morto, senza quindi neppure raggiungere il suo personale obbiettivo. Ma sapeva che per Clementina quella canzone era tanto di più. Era un segnale, un’indicazione precisa sulla direzione che la sua vita avrebbe dovuto prendere da lì in avanti. Abbassò quindi gli occhi e guardò le loro mani, ancora intrecciate tra loro. Un’ultima stretta e poi si separò da lei. La sua vita avrebbe preso una direzione totalmente differente. Non si sarebbero più incrociate, da allora in avanti, se non per farsi la guerra ma quell’unico momento di intesa, di unisono di sentimenti non lo avrebbe mai dimenticato. […]

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