PENSIERI IN QUARANTENA: IL COVID MI HA MORSO.

Non saprei da dove cominciare. Dal tampone dell’11 novembre che mi dichiarava positiva? Dalla tosse che compare il 9, stizzosa e insistente? Da quando mi sono sentita male la sera del Martedì 17 novembre, alle 19:00 con un attacco di tosse da squassare il petto e la fame d’aria, saturazione a 90? Dalla rabbia preoccupata dei miei figli? Dall’arrivo del 118?

Forse dovrei dare inizio a questo “diario” dall’istante in cui sono stata fatta sedere su una seggiolina a rotelle apposita per scendere le scale, o pochi secondi dopo, quando ho varcato la soglia di casa mia. Lo sguardo smarrito dei miei, di Leo che tentava di sorridermi senza riuscirci, di Gulli che provava a rassicurarmi o di mio marito, la mia roccia, il punto di riferimento di una vita, completamente smarrito, perso nella sua impotenza a risolvere questo dramma con l’azione, come è solito fare.

Ecco. Vedere quella porta richiudersi alle mie spalle è stato il dolore più lancinante.

E poi l’urlo. Disumano – così carico di rabbia e paura, sofferenza allo stato puro – di uno dei miei figli. Il primo impulso è stato di fare leva sui polsi e alzarmi per tornare indietro. Perché questa sono io. Sono la madre, l’arbitro. Sono colei che parla e calma i torridi animi di tre maschi Apha ora intrappolati e soli in una convivenza difficilissima. Ma quella sedia intanto macinava implacabile gradini su gradini, il Walkie Talkie dell’Operatore Sanitario che pigolava irritato: in città l’emergenza era alta e di tempo per i drammi famigliari non ce n’era. E così, impotenza e angoscia scatenavano le lacrime. Mentre singhiozzavo senza aria nei polmoni pensavo, quasi certa di questo, che forse quello sarebbe stato il mio ultimo percorso. Non li avrei più rivisti. Non avrei più fatto le cose che amo fare. Il 2020, forse, sarebbe stato anche per me l’anno Zero.

Il viaggio in ambulanza è stato relativamente breve. L’Ospedale Maggiore non è troppo lontano da casa mia. Il pensiero che era il Maggiore ad accogliermi mi ha ridato un briciolo di speranza. Non amo i pur encomiabili altri ospedali di Bologna. Per me c’è il Maggiore. Il P.S. che mi accoglie è piccolo e molto angusto. Non è più quello largo, immenso di anni fa, che accolse mio figlio reduce da un incidente in moto. Una piccola reception, una saletta angusta, dieci lettighe come la mia con sopra altrettante persone che stavano male. Scatto una foto con il cellulare che non mi hanno ritirato. Ai miei piedi nudi e alle infradito con le quali sono uscita di casa.

Aspetterò lì quasi due ore, tra colpi di tosse e arsura. Poi la TAC e il responso: Polmonite Bilaterale Interstiziale da Covid-19.

Il secondo crollo. Non mi sono neppure resa conto delle lacrime che scendevano dagli occhi copiose. Si limitavano a sgorgare e basta. La dottoressa che mi aveva dato il responso mi stringeva la mano attraverso i guanti di lattice: nonostante lo spessore che separava, proteggendole le mani, ricordo il calore, forte e rassicurante. Tra i singhiozzi l’ho guardata: coperta da mascherina chirurgica, visiera, copricapo l’unico particolare che ho potuto notare sono stati gli occhi azzurrissimi.
“Riuscirò a sopravvivere?” ho domandato.
“Certamente. L’abbiamo presa in tempo”. Mi risponde. “E poi ha dei buoni polmoni. Da non-fumatrice. Sarebbe stato più preoccupante se lei fumasse”. (Capito? NON FUMATE!)
“Sono obesa, diabetica, ipertesa e celiaca.” Ripeto come una litania. L’elenco delle mie malattie l’avrei ripetuto nello stesso ordine e con la stessa cadenza puntigliosa per molte volte.
“Ma oggi sappiamo come curare questa malattia. Quando l’ho presa io, ad Aprile, non sapevamo dove andare a sbattere la testa. Eppure eccomi qua. Lotti. Ce la metta tutta. Noi faremo altrettanto. Vedrà, ne usciremo vincitori.”

Destinazione: 11° piano, infettivi. Reparto di Para-intensiva. In lontananza vedo un uomo con un casco in testa. Rabbrividisco. Mi metteranno il casco? Quanto sto male? Ma sono talmente debole e stanca che credo di essermi appisolata. Mi risveglio quando mi chiedono di scendere dalla barella e mettermi a letto, il letto che sarà mio per tre giorni.

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