PENSIERI IN QUARANTENA: CHE GIORNO E’?

Mal di testa, pesantezza al petto, debolezza incredibile, vomito e sonnolenza. Queste le mie tre notti e tre giornate all’11 piano del Maggiore di Bologna. Il cellulare è in silenzioso ma anche la sola vibrazione mi disturba. Non riesco a tenere in mano il telefonino, per cui prego i miei figli di dire agli amici e alle amiche che stanno chiamando di non farlo, di passare notizie su di me filtrandole attraverso di loro. Io faccio fatica anche solo a rispondere a Marito e ai Figli.

Tre giorni e tre notti in cui a malapena riesco a capire cosa sta succedendo attorno a me. Eppure registro ogni cosa, perché mi resterà tatuato nella mente. Riesco a sentire i medici camminare nei corridoi chiamando altri reparti per consulti, preoccupati per la salute di alcuni pazienti. C’è un ragazzo giovane ricoverato con la mamma. Non smetterò più di chiedermi se alla fine sono riusciti a guarire entrambi.

La quarta mattina sto meglio. E scatto una foto della finestra. Fuori nella notte ha piovuto e oggi c’è il sole. La vista è mozzafiato (la mia foto molto meno), sul Monte della Guardia, la nostra San Luca che ci protegge e vigila sulla città.

Ho una compagna di stanza, B****, ottantacinque anni. E’ tosta. Non si arrende mai. Anche lei ha il Covid, fa fatica a respirare ma brontola attraverso la mascherina dell’ossigeno. Non può scendere dal letto ma non molla l’osso: non vuole il pannolone, vuole andare in bagno, non vuole restare sporca per troppo tempo. Le OSS e le Infermiere mi spiegano invece che non possono restare per troppo tempo vestite – sono tutte bardate: camice, calzari, gambali, tre paia di guanti uno sopra l’altro, due mascherine – una FFP3 e una FFP1 – visiera e copricapo – e che quindi fanno un giro ogni tot minuti per la terapia e per altre incombenze. Il reparto è pienissimo e ci pregano di non chiamare troppo spesso, di limitarci alle vere emergenze, di avere un po’ di pazienza, risponderanno a tutti.

Sono sempre gentilissime, quasi comprendendo la difficoltà di molti a capire e alle reazioni di stizza. B**** non capisce. Si lamenta. Non vuole mangiare – è comprensibile, anche io digiunerò per quattro giorni – vuole andare in bagno, è sempre stata autosufficiente perché adesso quel pannolone brutto? E perché i suoi parenti non la vanno a trovare? L’hanno forse abbandonata? Ha un cellulare di vecchia generazione che squilla con un trillo stizzito ma lei fatica a rispondere, siamo spesso addormentate e non ci sente tanto bene. Quando prova a rispondere, a volte fatica a pigiare sui tasti.

Una notte, la terza o la quarta, B**** piange disperata. Vuole suo marito. Fatele sapere come sta il suo compagno di una vita. Perché non la chiama? Perché i figli non la vanno a trovare?
Si solleva con forza sul letto – la sento ansimare da dietro la tendina che ci divide e sento che si sta alzando. Brontola che gliela farà vedere lei a quelle ingrate delle infermiere. Lei se ne vuole andare a casa, a casa sua dove è sempre stata bene. Sento che si strappa il pannolone, dal rumore metallico della ringhiera che le circonda il letto, capisco che sta cercando di scendere dal letto. L’infermiera fa appena a tempo ad arrivare e impedirle di cadere giù. Si sarebbe fatta molto male, se fosse successo.
La rimettono a letto, la puliscono, la rivestono. Per maggior agio, tirano la tenda e vedo che la accarezzano e sento che le parlano con dolcezza, per calmarla, rassicurarla. Un OSS chiama casa per farla parlare con qualcuno. Ma quando se ne vanno, prima di crollare dal sonno indotto dal farmaco che le hanno somministrato, B**** piange disperata e io piango con lei.

“Perché?” domanda a ripetizione mentre la voce le si spegne in gola. E anche io mi chiedo, perché? Ci addormenteremo entrambe così, tra le lacrime e i singhiozzi, i lamenti e la paura.


Il giorno dopo ci trasferiscono entrambe. Lei in un altro ospedale, io a Villa Laura, Casa di Cura privata prestata all’emergenza Covid. Prima di andare via, un ultimo sguardo a San Luca e al sole che ancora oggi risplende fuori, quel fuori che da oltre un anno a me è precluso.

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