PENSIERI IN QUARANTENA: TRASFERITA.

Sono stata trasferita, dicevo, a Villa Laura, una casa di cura che ha ben tre piani tutti dedicati alla cura del Covid19. Sono sempre sotto ossigeno, bombardata di antibiotico, cortisone e antivirale. Dopo quattro giorni di questa terapia, inizio a star meglio. Faccio fatica a respirare ma non sto male come quegli ultimi giorni a casa. Sono costantemente assetata, la mascherina chirurgica che devo tenere sopra quella dell’ossigeno ormai mi ha tagliato i padiglioni auricolari. Ma è un ben piccolo sacrificio da mantenere sapendo che è per il bene di tutti.

I miei giorni qui si fanno più lunghi e più lenti mentre il corpo reagisce alle cure e migliora le sue prestazioni. Il terrore c’è ancora. Latente ma c’è. E il pensiero a chi non ce l’ha fatta, pur essendo più giovane e in salute di me genera sensi di colpa che è difficile scacciare. Penso molto a Pino Scaccia. Inizialmente non avevo capito che fosse malato di Covid anche lui. E insieme agli altri suoi follower avevo gioito nel sentirlo dire che stava migliorando, che forse lo avrebbero dimesso. Poi la ferale notizia, Pino non ce l’ha fatta. Ho pianto allora e ora non riesco a togliermelo dalla mente. Succederà così anche a me? Penso di notte mentre mi aggrappo a un rosario che porto sempre dietro. Capiterà così? Mi sentirò bene per un po’ e poi d’un tratto il corpo mi tradirà e mi lascerà sul più bello? I pensieri funesti si accalcano nella mente soprattutto di notte, quando tutto si acquieta e le infermiere e le OSS terminano i loro giri notturni. Quando la solitudine è più concreta e… solitaria. Più vera.

Voglio assolutamente rivedere i miei cari, riabbracciare i miei figli. Voglio stringere mio marito al cuore ed essergli grata per questi trentadue anni insieme. Voglio vedere la laurea di mio figlio Guglielmo. Voglio di nuovo la mia vita banale e normale. Fatta di camice da stirare e pranzi da mettere in tavola. Voglio le mie tazze per la colazione, i miei piatti, i coltelli di mia suocera, i bicchieri di Kasanova colorati. Voglio ogni ricordo – passato o futuro che sia – che ciascun oggetto di casa si porta dietro. Soprattutto voglio la serenità per la mia famiglia.

E mentre prego in attesa di addormentarmi, offro al Cielo tutto ciò che sto vivendo: dolore, terrore, sconforto, allargando le braccia e dichiarandogli che mi sta bene ogni cosa, ogni sua scelta per me. Un unico pensiero, ribelle, si affaccia più prepotente degli altri: c’è troppo odio nel mondo. Irresponsabilità e soprattutto da chi dovrebbe invece predicare e amministrare compassione e accoglienza. Dai ministri di Dio che invece seminano cattiveria e pregiudizio.

Non posso essere con Dio e in Dio se Lui stesso è contro i suoi figli, siano essi gay, immigrati o di razze diverse, vecchi o deboli. Se questo è Cristianesimo, se il Cristianesimo li esclude e li terrorizza, li maltratta o addirittura li tormenta, allora io mi tiro indietro, preferisco stare con i dimenticati e i reietti piuttosto.
Perdona il mio ardire e la mia ribellione, Oh Signore, ripeto mentre sgrano comunque Pater Noster e Ave Maria, conscia che nemmeno in punto di morte potrei riuscire a rinnegare la nuova me che sono diventata. Spero comunque che Lui capisca.

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