KOREANIS KARMA. DICIAMO TUTTI IN CORO: NAMASTE’ OLE’

Da anni ormai ho smesso di guardare la televisione. In casa mia, un apparecchio praticamente in ogni stanza, i televisori restano spenti per la maggior parte della giornata (e pensare che c’è chi li lascia accesi pur non guardando i programmi, solo allo scopo di sentirsi meno solo…) e se non fosse per le partite di calcio che forsennatamente guardano gli uomini di casa, l’abbonamento a Sky sarebbe da tempo stato annullato.

Non  so cosa sia la TV Generalista, trovando la sua programmazione talmente inutile e cerebro-lesiva da evitarla come la peste. Non leggo più neppure il Televideo, un tempo invece strumento di informazione veloce e pre-digerita un tempo molto in voga in casa mia.

E questo vuol dire che non guardo più la televisione? No. Solo che la guardo su internet. E non guardo programmi italiani. A parte i Drama coreani, che sono una delle mie passioni più grandi – anche se ultimamente non ne sto seguendo più come un tempo – ho scoperto le fiction norvegesi e finlandesi. I sottotitoli in inglese sono una gran cosa, mi permettono di connettermi a un mondo e a un modo di esprimersi totalmente differente e immenso. E io sono sempre stata un tipo ribelle, curioso di osservare le altrui tradizioni e modi di intendere la vita.

Ma ultimamente sto notando che molti dei siti che supportavano queste programmazioni stanno chiudendo. Ora, io comprendo il bisogno di tutelare la proprietà intellettuale e di evitare la pirateria. Ma, per dire, Blockbuster mi dicono sia fallito, difficilmente si trovano negozi che noleggiano DVD e a parte Netflix che permette di guardare serie televisive d’oltreoceano e/o da loro prodotte (e che non smetterò mai di benedire e di osannarne l’apertura), come si può fare per vedere e scoprire serie e film di altre nazionalità se non attraverso la rete? Se mi togliete i miei amati Drama Koreani, come potrò sopravvivere? Ma non solo. Ho bisogno di novità, di racconti e storie di vita vissuta, di differenti posizioni e opinioni, di concetti e angolazioni del vivere e della società. 

Non mi accontento di una visione unidirezionale, di un’opinione assolutista e univoca. Mai. E voglio scoprire cosa pensano del mondo e della vita anche i più piccoli e lontani paesi, i microcosmi sperduti e nascosti dall’altra parte del Globo. Io sono una curiosa della vita. Ho bisogno che questo mio appetito, questa mia fame venga soddisfata.

Fatemi vedere cosa ne pensa il mondo della vita e come vive questo pensiero. Senza infrangere regole e copyright.
E io sarò la persona più felice del mondo.

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RITORNA, FINALMENTE, L’AMORE PER I DRAMA

 

Una studentessa di economia, povera ma molto intelligente e armata solo della sua determinazione e forza di volontà, è oggetto di piccole persecuzioni da parte di un suo compagno di college, ricco, bellissimo e molto ricercato dalle giovani universitarie compagne del loro corso di studi. Dapprima la giovane fa di tutto per evitarne il contatto e gli approcci, persino lasciando per qualche tempo gli studi, ma poi, lentamente, scopre che quelle piccole persecuzioni non erano nient’altro che tentativi di difenderla da atti di bullismo di altri compagni e una forma di corteggiamento. La loro storia si intreccia a quella di un folto numero di personaggi, e la narrazione, mano mano che si sviluppa diventerà sempre più intrigante, raccontando la realtà delle cose come appare attraverso la percezione esterna da parte delle persone e la realtà oggettiva, nascosta da tutti.

Una bella “scrittura” e un argomento difficile sia da raccontare che da interpretare, invece reso magistralmente dagli attori di questa fiction orientale che, per la prima volta dopo un anno abbondante ha ridato a me l’interesse e la passione per i drama.

Cheese in the trap è il drama in onda su tvN in questo periodo, tratto dal manhwa omonimo e che cercherò di leggere a questo punto in qualche versione tradotta in inglese disponibile sul web.

Finalmente qualcosa di interessante!

#manhwa #dramacoreani #KoreanDrama

QUELLA GRAN ROMPIBALLE DI CENERENTOLA…

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“Stai davvero pensando di rivivere i ricordi dell’infanzia che hai perso? Sei davvero intenzionata a ricordare la tua infanzia per me, per aiutarmi a ritrovare la mia? Questo… puoi non farlo? Anche senza ricordare cosa è successo nel passato si vive molto bene nel presente. Hai tante persone attorno a te che ti amano,  hai davvero bisogno di ricordare ciò che è accaduto nel passato? Se lo stai facendo per me, allora  non farlo, ti prego di fermarti. Basta che tu viva la tua vita come è ora..”

Kill me, Heal me.

Io non so resistere alle storie d’amore belle, ben ideate e ben scritte. A quelle scritte male, inverosimili o odiose invece so resistere benissimo. Ultimamente, visto che sto documentandomi su un certo modo di scrivere, su una certa tipologia di genere, mi sono resa conto di essere diventata insofferente a molti cliché letterari, a tanti stereotipi che affollano la narrativa di genere “rosa”. Uno dei cliché più frequenti, in questi ultimi anni, è il “mito di Cenerentola“. Che piano piano sta iniziando a starmi cordialmente sulle scatole. Cenerentola non la sopporto più.

Oddio, poverina, a me lei personalmente non ha fatto niente. Anzi, da un certo punto di vista è ammirevole. Nasce in un ambiente sano, amata e coccolata dai suoi genitori benestanti (il re e la regina del castello), attorniata da tante persone che la seguono e le vogliono bene (la governante e le cameriere), e poi, improvvisamente la madre muore, il padre si risposa un’arpia velenosa, muore anche il padre e l’arpia la riduce a schiava licenziando tutta la servitù. Cenerentola sopporta, sopporta, sopporta. E in un guizzo di follia, una sera prende la pal(l)a al balzo e partecipa al ballo del Principe Azzurro (se devo essere sincera fino in fondo, se Cenerentola mi sta sulle scatole, il Principe Azzurro mi sta proprio sul c…avolo!), complice la fata madrina che la veste, le trasforma una zucca in cocchio, i topolini in cocchieri, le fa indossare le scarpette di cristallo e le dà un out-out terrificante: a mezzanotte tutto tornerebbe come prima per cui lei dovrà lasciare il ballo. Ovviamente da “cenerella” bruttina e sporca, per qualche ora Cenerentola si trasforma in bellissima, fighissima con un sex appeal da urlo e il Principe Azzurro capitola ai suoi piedi.

La storia è nota: Cenerentola scappa a mezzanotte, perde la scarpetta, le sorellastre tentano di dimostrare che la scarpetta è la loro, ma alla fine l’inganno si scopre e tutti vissero felici e contenti.

Dai tempi di “C’era una volta“, di Cenerentola ne abbiamo viste di tutti i colori. Con varie interpretazioni. Ma in genere sempre sullo stesso piano: bella inconsapevole, nascosta da una goffaggine e da un carattere restio alla socializzazione, vittima di bullismo da parte o dei consanguinei o dai compagni di scuola, viene scoperta dal “Bello/Bullo” più ambito della società e grazie alla sua scoperta da baco diventa farfalla, da brutto anatroccolo diventa cigno, da brutta/sporca/imbranata (che cade a pelle di leone con indosso ballerine o antiestetici mocassini tacco basso) diventa superstrafiga che corre con tacco 17 e si dimena sulla pista da ballo che nemmeno una cubista moldava in abitini succinti e minigonne inguinali. Tutto “grazie” alle attenzioni e alla “scoperta” del Principe Azzurro (o di altro colore, magari Grey?) di turno.

Sinceramente a me Cenerentola inizia a rompere le balle. Non tanto perché è Cenerentola, ma proprio per questa cosa di essere l’eterno diamante grezzo da “ripulire”, da far brillare di luce propria: come se una messa in piega, un trucco pesante, due tacchi a spillo e minigonna ascellare fossero “il meglio del meglio” a cui una donna possa aspirare.

Nelle Cenerentole contemporanee poi, le “eroine” son sempre tutte “intonse”, “immacolate”, diciamolo pure, “vergini”. Tutte ritrose e anche se ingrifate come ricci femmina, pronte a difendere la loro illibatezza a suon di ceffoni (e già qui, l’uso della violenza… ) ma in genere hanno tutte – fateci caso, leggete a caso qualche nuovo libro “rosa” che abbia una Bella Swan, Anastasia o ultima della serie, Abigail Abernaith come protagonista e poi mi saprete dire – un’amica “zoccola”. Una che ama saltare bellamente da letto a letto e che altro non fa che indurre in tentazione l’amica dall’anima pura come giglio e consigliarle di “divertirsi pure lei tra le lenzuola di qualche compagno occasionale di sesso”. Ora, capisco che magari a 22/24 anni, se ti vesti con gonnellone di pannolenci verde marcio, mocassini pesanti nero mogano, completino twin set di cachemire color cachi(na) e ti pettini tenendo i capelli (sempre lunghi, vaporosi, luminosi ma anch’essi inconsapevoli di tanta luminosità, dalle stupende sfumature color cioccolato tendenti al ramato) raccolti in uno chignon stile Signorina Rottenmaier, grosse possibilità di rimorchiare non ne avrai, ma mi piacerebbe capire perché nel 2015 una donna dovrebbe martorizzarsi così solo per dimostrare di non essere una che ama zompare da un letto all’altro (perdendosi tutto il divertimento, tra l’altro). E ancora: perché sinonimo di “bella” deve essere il solito abbinamento “minigonna inguinale, tacco 17, unghie laccate di cinque colori diversi più lustrini a piacere, rossetto rosso carminio e ciglia finte+mascara triplo spessore”? Spiegatemi cosa hanno di tanto poco sexy un tubino nero sotto il ginocchio e scarpe con tacco di quattro centimetri, o tailleur blu marine camicina di seta e collana di finto-perle. Spiegatemi perché non un paio di jeans e una maglietta bianca, semplicissima. O un vestitino a fiori con gonnellina svasata e golfino verde pisello. Spiegatemi perché. Che io non capisco. Son vecchia, son tarda, son di altra generazione.

Poi arriva Lui, il Principe Azzurro e tutto cambia. Perché è notorio che noi donne siamo così cretine che siamo tutte lì che aspettiamo di essere cambiate dal Principe Azzurro. Anzi, plasmate da lui. Ah!

Terminando questo excursus, in questi giorni ho letto una marea di storie così: romanzi rosa storici (quelli cosiddetti dell’epoca Regency), romanzi rosa Young Adult (quelli rivolti a un pubblico di ragazzine adolescenti, fascia di età dai 14 ai 19 anni) e romanzi rosa hardcore (le solite Cinquanta sfumature in salsa piccante varie versioni, con più o meno svolazzi erotici e sadomaso al loro interno). Addirittura ho letto di un Cenerentolo (Cinder, di Marie Sexton), storia gay-romance che forse è quella che più ho apprezzato per l’ironia e il romanticismo malinconico contenuto in esso.

Dicevo prima, alle storie d’amore non so resistere, a quelle scritte male so resistere benissimo. Bene. E qui torniamo ai Coreani. Sì, proprio a loro, a quelli che hanno tanti problemi sociali che la metà basta, a quelli che hanno differenze sociali incommensurabili che per carità di Dio, stiamoci alla larga. E che sanno scrivere storie d’AMMORE con la A e ben due M maiuscole.

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Dove magari l’eroina è una psichiatra al suo primo anno di tirocinio. Non  “sciatta” anche se un po’ “goffa”, non scialba, affatto introversa (ha un carattere molto forte, al punto da tenere testa ai più violenti e imprevedibili malati psichiatrici che ha in cura e osservazione nel suo ospedale) e da un carattere volitivo e dominante che tiene a bada persino il fratello più ostinato e combina guai.  Non diventa una “strafiga mozzafiato con abitini corti fino all’inguine e tacco 17” mai, neppure per sbaglio, quando si rimette a lustro, mantiene sempre un piccolo particolare un po’ kitch nel suo modo di vestire, e se ne fa vanto, ne fa il suo primo e inconfondibile segno distintivo.

Lui non èlo stronzo-violento-che-usa-le-donne-e-le-getta-come-gusci-di-noccioline-vuoti“. E’ anzi, fragilissimo, così fragile da aver spezzettato la sua mente e la sua anima in sette personalità diverse e si nasconde per terrore di poter far del male a qualcuno, in special modo a lei, che è prima il suo medico ma poi, lui scopre, il suo primo amore di bambino. E’ una fiaba. Ma una fiaba amara e tenerissima, che sfiora temi pesanti, come quella delle molestie e delle percosse ai bambini, dell’infanzia negata, della malattia mentale, del recupero, della cura e del perdono. Un piccolo capolavoro. Che mi auguro gli americani NON copino e stravolgano come solo loro sanno fare.

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Capito? L’Anti-Cenerentola e l’Anti-Principe-Azzurro, percosse e violenze all’infanzia, traumi infantili, segreti inconfessabili, senso di colpa, voglia di farla finita, depressione e cura, riscatto, perdono. Questi i temi di questa splendida storia, di questo drama magnifico che sa dosare amarezza e orrore a ironia e dolcezza e che nel mezzo, protagonista ma non principale, la storia di un amore delicato e maturo, che cresce pian piano, senza brividi di sessuale attrazione ma semplicemente attraverso il calore e la complicità, il sostegno, il bisogno di essere insieme e di proteggersi a vicenda.

Scrivere storie d’Amore non banali non copiando dai vecchi classici del passato, come Cenerentola, è possibile. Sarebbe bello se, anziché utilizzare sempre gli stessi canovacci, cercassimo di creare qualcosa di nuovo. C’è chi ci riesce. Perché noi no?

#ioleggodifferente

10 Cose da fare a SEOUL | Skyscanner

Ecco, io in una stradina del genere mi ci perderei e per delle ore intere. Solo a guardare i mattoni sui muri e le tegole spioventi dei tetti.

10 Cose da fare a SEOUL | Skyscanner.

Me lo ero tenuto da parte da Gennaio, dopo aver scoperto un articolo divertente e dalle foto bellissime. Cosa fare a Seoul? Mi perderei a camminare per ore, a ubriacarmi di immagini e colori. E poi, forse, mi perderei sul serio e cercherei di non ritrovarmi più. La consapevolezza che essendo occidentale non sarei vista di buon occhio mi trattiene un po’, ma del resto, comprendo bene la sensazione, al contrario, di ciò che provano “gli extracomunitari” che vengono qui. Farei in modo di mostrarmi il meno possibile e di disturbare il meno possibile. Ma guarderei solo ciò che di meraviglioso c’è da vedere in questo paese così particolare…

STORIE: PIACERE DI ASCOLTARNE, VOGLIA DI RACCONTARLE

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Voi direte: “eh, ma che palle! Ancora con ‘sti coreani?” e tendenzialmente vi darei pure ragione, visto che mi rendo conto di essere un po’ ripetitiva ed entusiasta come un’adolescente davanti al suo cartone animato preferito o a una pre-adolescente fan di Violetta…
Ma sopportatemi, o, se proprio non ci riuscite, togliete le spunte delle notifiche e vivete in pace senza essere ammorbati da me, da occhi a mandorla e storie d’amore platonico intenso.

Il fatto è che in questi giorni sto ricevendo una vera e propria overdose di storie appassionanti e ho bisogno di sfogare un po’ della mia eccitazione, quella sorta di frenesia che mi prende quando, finalmente, posso riposare e godermi le storie scritte da altri senza bisogno di inventarmele io stessa. Nella fattispecie, sto seguendo tre drama molto belli e appassionanti. Si tratta di Kill me, heal me, in onda su MBC il mercoledi e giovedi alle ore 21:55 (Asian Time), Hyde Jekyll, me, in onda su SBS il giovedi e venerdi alle ore 21:55 (asian time) e Heart to heart, in onda il venerdi e sabato su tVN .

Sono storie di disagi psicologici e disturbi psichiatrici.
I primi due trattano di DID, Dissociative Identity Disorder, quel problema di dissociazione di identità che così bene Stevenson aveva trattato nel suo Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Il terzo parla di antropofobia, un problema di disagio molto forte che porta la persona che ne soffre a evitare qualunque contatto con il mondo esterno e in special modo con le persone.

Storie di amore e di violenza. Subita, inflitta, causa di grandi dolori al punto da arrivare a suddividere la propria psiche in vari pezzetti, pur di sopportare una sofferenza troppo forte.
Storie di amore e di redenzione. E (forse, non sappiamo ancora il finale di nessuno dei tre drama) di guarigione.

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In circa quindici – venti puntate (non durano più di così i drama coreani) la capacità di affrontare tematiche scomode, difficili, anche a volte sgradevoli con attenzione delicata, rispetto e comunque molta perizia. Come la violenza domestica sui bambini, per esempio. Kill me heal me ne fa un racconto bellissimo, doloroso e intenso, che prende, commuove, strazia e spezzetta il cuore in tante briciole. Gli attori, Ji Sung e Hwang Jung-eum, interpreti della coppia leader romantica sono bravissimi. Avevano già avuto modo di mostrare la loro bravura in un altro drama, Secret Love, due anni prima, mostrando un affiatamento professionale non comune, e in questa nuova prova non si smentiscono, ma anzi, semmai, confermano che le loro capacità di interpretazione mescolate insieme fanno scintille. Kill me heal me è un drama che fa piangere e tanto. Ma tra le lacrime scatena anche risate incontrollabili. Sconvolge e allevia allo stesso tempo. E poiché si appresta ad arrivare alla fine del suo percorso, già lascia una scia di malinconico rimpianto dietro di sé. Mancheranno i personaggi, le sette differenti personalità del protagonista maschile, e tutti i personaggi minori, ognuno così ben caratterizzato al punto da sembrare vero e reale.

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Hyde Jekyll me è invece un drama a sfondo noir. C’è meno introspezione rispetto a Kill me heal me, c’è più suspence e colpi di scena. C’è un rapimento, un’azione terribile del passato che torna a chiedere il conto nel presente, c’è la manipolazione psichica a opera di uno psichiatra pazzo e irrisolto. E ovviamente c’è sempre la DID usata, in questo caso, in chiave scenica come deus ex machina per lo svolgimento della trama. Quello che sorprende è la capacità di affrontare temi così scomodi e disagevoli in modo proficuo e mai irrispettoso.

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Heart to heart invece è il più intimista di tutti e tre. Forse più lento, quasi il diario quotidiano di una famiglia di prestigio sud-coreana, il cui unico rampollo maschio è una star televisiva oltre che psichiatra di successo, affronta il tema del disagio psicologico di una donna, incapace di affrontare il mondo esterno e chiusa dentro un guscio protettivo che è la casa in cui ha abitato fin da piccolissima con l’anziana nonna e dalla quale non riesce a uscire dopo la scomparsa della donna che le ha fatto da madre. E del particolare approccio medico-psichiatrico che il rampollo di cui sopra avrà con lei per indurla a guarire. Mentre la terapia insolita prosegue, tra i due nasce un sentimento forte di attaccamento amoroso che li porterà a vivere un’intensa storia, interrotta però da un segreto che coinvolge entrambi, la morte tragica del fratello gemello del protagonista maschile, e il silenzio colpevole, direi anzi proprio meschino, dei componenti della famiglia facoltosa che non esita però a voler separare i due amanti, pur sapendo che quell’unione è l’unico modo per superare e curare le ferite dell’anima che, incolpevoli, quei due giovani hanno ricevuto e scavato profondissime nei propri cuori.

Sicuramente questa mia curiosità frenetica svanirà nell’etere più in là nel tempo, ma quello che le storie che sto “vedendo” in questo momento mi stanno regalando è impagabile. E’ piacere, stupore, entusiasmo.
E più si ascoltano storie belle, più vien voglia di raccontarne altre.
E’ così che funziona.

IL DRAMA CHE FA LA DIFFERENZA

 

Healer

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Ci pensavo oggi a tavola, mentre guardavo il tiggì: sono innamorata di un Drama (Healer) Coreano che ha come argomento principale il giornalismo d’assalto, la libertà di stampa, la manipolazione dei media, i giochi di potere portati avanti attraverso l’alterazione dei fatti e della verità. Protagonisti di una delle più belle storia romantiche fino a ora mai lette/viste,  sono due giovani, figli di alcuni componenti di un gruppo di cinque amici, all’epoca fraterni, che, idealisti e ribelli, negli anni ’80 provano a veicolare notizie che altrimenti sarebbero insabbiate attraverso una rete di informazione pirata, rischiando l’arresto e la vita stessa, scappando dalla censura politica di quel periodo. Agli inizi degli anni ’90, due di loro trovano la morte e l’unica donna del gruppo, in seguito a uno spaventoso incidente provocato dal quarto amico, perde per sempre l’uso delle gambe e quel che è peggio, l’unica figlia, per vent’anni creduta morta, ma invece scampata alla tragedia.
La ragazza, ormai diventata una donna, ignara della professione e degli ideali dei genitori, sogna di diventare una reporter come il suo “idolo”: ha infatti sul letto, in camera, un poster di Oriana Fallaci, là dove sue coetanee magari esibiscono il poster di Justin Bieber o degli One Direction. (e sottolineo il fatto che, contrariamente a noi italiani, in Corea esiste un programma di grande visibilità che celebra il giornalismo di qualità, e cita la nostra Oriana Fallaci).
Il ragazzo, abbandonato dalla madre dopo la morte violenta del padre, invece è un “corriere”, “una spia” che ruba segreti industriali, e che può essere contattato solo attraverso un centro smistamento gestito da una hacker di prima grandezza che lo coadiuva nelle sue imprese spericolate. E’ famoso quanto misterioso, e conosciuto ai media e alla polizia del web con il suo nome di battaglia, Healer. Imbattibile, imprendibile si lascerà catturare dal fascino discreto di una ragazza normale, che lotta per far affiorare la verità e impedire a una donna di suicidarsi per la vergogna di esser stata violentata e umiliata da un ricco e potente uomo politico.

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Una spy story romantica con punte di realismo e amarezza.
Una fiction castissima: solo due baci (a stampo!)* sulle labbra e due abbracci in 20 puntate.
(quando scrivevo quest’articolo ero nel bel mezzo della visione del drama. I baci poi sono diventati parecchi e tutt’altro che casti, e tutt’altro che “a stampo”, e c’è pure un accenno a un momento intimo dei due amanti a letto insieme  – oddio! – ma di certo niente a che vedere alle truculente passate e ripassate tra le lenzuola delle fiction italiane, che a confronto fanno sembrare, comunque, questo drama più casto di un pomeriggio in oratorio in un convento delle carmelitane!)
Serena M. Babacetto, contenta?

E mentre sto guardando passare le immagini dei NoTAV, mentre si parla del processo a Erri De Luca, mio marito fa zapping e lo stacco è sulla prossima fiction/spy story tutta in salsa Italiana: lei, sposata con lui, si rotola tra le lenzuola di un ex ancora innamorato e ha la rivelazione che il marito è corrotto. Soldi, miliardi, intrighi, potere.
Zapping di nuovo sui NoTav e su attivisti della Lav. (Ho un marito impaziente e fastidioso, lo so…)
Mai che gli autori italiani pensino a una fiction in cui ci sia una storia romantica tra una ragazza “normale”, e un attivista, un black block, un ragazzo dei fatti di Genova. Mai che si parli di cose “vere”, attuali, di giovani “reali” e idealisti dei tempi di adesso. O anche dei tempi di allora, perché no.
Che so? Un ragazzo delle giornate di Bologna del ’77? O dei Ragazzi della Pantera Nera del 1989?
Sempre solo: soldi, potere, auto di lusso, donnine assatanate di oro e gioielli e borse di Vuitton.
Yack.

Per fortuna, esiste internet e il mondo a portata di un click.
Altrimenti, da questo mondo,  sarei già scesa da un pezzo.

LA CINA NON MI E’ VICINA, LA SOSPENSIONE DI INCREDULITA’ NEMMENO

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Dopo che la collega scrittrice Clara Cerri ne aveva parlato in un commento a mio post di facebook qui, la frase “sospensione di incredulità” ha continuato a tamburellarmi nella mente per giorni, ripetendosi ossessivamente e con ritmo incalzante quasi un mantra. E’, a pensarci bene, una bella frase “so.spen.sio.ne.di.in.cre.du.li.tà” se ripetuta allungando le vocali, sembra quasi una preghiera. Oppure sarebbe una perfetta parola d’ordine per avere accesso a una setta segreta.

Fuori dalla porta blindata, si apre uno specchietto e due occhi scuri osservano con diffidenza:
– Parola d’ordine!
– Sospensione d’Incredulità!
– Perfetto, potete entrare!

E’ come quell’altra, simile, che fa tanto figo usare ma che si fa sempre un po’ fatica a capire cosa realmente voglia dire: “senza soluzione di continuità”. Sono frasi così, che accendono i pensieri e conquistano per la loro apparente semplicità, quando in realtà il concetto che esprimono non è affatto semplice.

Narra Wikipedia:

La sospensione dell’incredulità o sospensione del dubbio (suspension of disbelief) è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia. La frase venne coniata da Samuel Taylor Coleridge in un suo scritto del 1817:
« … venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, ed a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica. »

Ed ecco che compare all’orizzonte un fatto, un’occasione per mettere alla prova questa esperienza così particolare che è la sospensione di incredulità. Sto guardando un drama, ma questa volta non è coreano. E’ cinese. Ambientato a Beijing, la Pechino dei giorni nostri. E c’è una storia. Io come si sa, sono sempre a caccia di storie e questa volta, chissà perché, mi attardo a esaminare questa:

Lui1 e Lui2 sono fratellastri. Amano la stessa donna. Lei però è segretamente sposata con Lui1 dal quale ha avuto, sempre segretamente, anche un figlio. Lui2 però vuole Lei a tutti i costi, così con una scusa, mentre Lui1 è in ospedale convalescente (perché ha donato un rene al padre di entrambi morente), la convince ad andare a casa sua, la droga, la spoglia, le fa foto compromettenti.

La madre di Lui1, che non sopporta Lei, viene in possesso di queste foto, e durante una lite di famiglia (a cui sono presenti tutti, Lui1, Lui2, il padre di entrambi redivivo e ovviamente Lei) gliele sbatte in faccia accusandola di essere una “sgualdrina”.
Lei si difende, cerca di spiegare, prega in ginocchio Lui1 che non è mai stata fedifraga, che lei ama solo Lui (1) e che non lo ha mai tradito, che ci deve essere una spiegazione in tutto questo.
Ma Lui (1) inflessibile, non le crede, e compreso nel suo dolore e orgoglio ferito, le dice di andarsene via, che tra loro è tutto finito.
Lei, sempre segretamente,  incinta del secondo figlio, scappa, si nasconde e per otto mesi nessuno sa dove sia andata a finire (e poi la Cina è così grande che è facile perdersi nei meandri…)
Nel frattempo Lui2 si pente di ciò che ha fatto. E in un commovente dialogo, straziante con Lui1 (che non sa ancora che Lei è fuggita e irreperibile) del tipo:
<<Fratello, devo confessarti una cosa!>>
<<Non ho bisogno delle tue confessioni, adesso, va’, vattene via!>>
<<Ma è importante, ho commesso un’azione meschina! Lei non c’entra niente, ho fatto tutto io…>>
<<Cosa hai fatto?>> (tono piatto, come se chiedesse che ore sono) <<Sentiamo un po’>>
<<L’ho drogata, l’ho spogliata, ho fatto io quelle foto! Lei non è mai stata infedele, lei ama solo te! Perdonami fratello!>>
<<Perché lo hai fatto?>> (tono monocorde di cui sopra)
<<Perché ero geloso! Non potevo accettare che lei avesse scelto te! Ti prego, fratello, perdonami! Ma soprattutto, cosa aspetti? Va’, vai da lei!>>
E Lui1 abbraccia il fratello Lui2 in una straziante scena di riappacificazione famigliare. Non si arrabbia neppure un po’, non dice al fratellastro neppure un <<Disgraziato, ma ti rendi conto di che casino hai combinato?>>.
Niente. Si abbracciano e piangendo si perdonano a vicenda per tutte le carognate che per trent’anni si sono fatti. 

Ora, con tutta la buona volontà, e il più immane sforzo immaginativo, qui la io la sospensione di incredulità non la riesco proprio ad applicare.
Sorry.
I Drama Cinesi non fanno per me. La Cina NON mi è, viCINA
La sospensione di incredulità nemmeno.

UNA “VITA INCOMPLETA” CHE FORSE UN PO’ RIMPIANGO

 

Ormai è nota la mia passione per i Drama Coreani. Non sto a spiegarne più il perché. Ho già detto fino alla nausea che sono alla ricerca di storie, quelle storie che non trovo nei libri che leggo, e sono bulimica in questo senso, affamata sempre di ogni forma narrativa, qualunque essa sia. Quindi nessun bisogno di specificare, di puntualizzare, di giustificare.

Ho visto da tre mesi circa a questa parte, un qualcosa come venti, trenta drama coreani. Alcuni li ho apprezzati, altri meno. Studiati tutti, nei particolari, circa il linguaggio, le ambientazioni, la caratterizzazione dei personaggi. Devo ammettere che i coreani sono proprio bravi a raccontare. Storie anche difficili, o a volte, come nel caso di Misaeng, drama appena terminato, apparentemente (soltanto apparentemente) banali.

Certo, i Drama raccontano una realtà molto lontana da questa nostra occidentale, in quanto mentalità, tradizioni, usi, costumi e, ovviamente, modo di vivere e di rapportarsi con gli altri. Ma è bello proprio per questo. Riuscire a osservare, attraverso le storie raccontate, una realtà e mentalità lontana dalla mia, anche se, per certi versi, vorrei lo fosse.

Per anni ho amato lavorare. Studiare, informarmi, dedicarmi al mio lavoro con tutta me stessa. Ho persino rinunciato ad avere una vita sentimentale pur di poter vivere il mio lavoro con abnegazione. Arrivare mezz’ora prima in ufficio e uscire quando ormai tutti erano andati a casa da diverse ore era, all’epoca (ma sicuramente anche oggi), assolutamente incompatibile con una relazione amorosa. Ma era esaltante riuscire a raggiungere un obiettivo o farlo raggiungere al mio capo. Era bellissimo corrispondere con il mondo intero (con i “potenti mezzi di allora” che stavano appena apparendo sulla scena: un telex, un fax erano già sistemi all’avanguardia e avveniristici. Le email ancora non erano state inventate…) e poterlo fare passando da una lingua straniera all’altra in poche battute.

Era bello lottare per un contratto, per una sponsorizzazione, per una nuova commessa acquisita. Era bello anche il rapporto che si instaurava con i colleghi: non di amicizia, non di fratellanza, non di amore, bensì di cooperazione e, se eri fortunato, con alcuni anche di complicità. Era bello stimare il proprio capo e sentirsi parte di una squadra. Essere fedeli a quel superiore che, spesso, ti trattava anche male, se commettevi un piccolo insignificante errore non te la faceva liscia, a volte anche urlandoti dietro, ma che, qualunque fosse l’entità dell’errore, ti sosteneva, ti difendeva, ti dimostrava di tenere al fatto che appartenessi alla sua squadra.

Amavo gli uffici. I magazzini. Le strutture quadrate e lineari delle costruzioni nelle quali l’Azienda si insediava. Amavo l’odore della carta che veicolava da ufficio a ufficio, del toner delle fotocopiatrici, del caffé mal tostato delle macchinette nella sala d’attesa, e il trillare continuo dei telefoni interni e quello più aspro dei centralini. Amavo gli uffici, amavo l’Azienda. Amavo lavorare.

E’ stato un bel periodo, quello in cui ho creduto nel sogno di una carriera. Anche se non rimpiango la scelta diversa fatta poi.

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E un drama, Misaeng, che in 20 puntate racconta la vita quotidiana di alcuni impiegati in una multinazionale commerciale  coreana mi ha fatto ritornare alla mente tutto questo. Le lotte, i pettegolezzi, le sgomitate, le sottili cattiverie, gli schemi e le strategie per salire di grado, le complicità e amicizie inespresse ma solide e costanti, la fatica, il sudore, le notti insonni trascorse su un progetto o una presentazione. Lo studio. Gli aggiornamenti. Il training costante.

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Complimenti all’autore di questa fiction di successo (ha ottenuto picchi di audience in Corea sbalorditivi) Jung Yoon-jung e al regista Kim Won-seok.  Anche se la Corea è lontana dall’Italia, ho ritrovato in questo raccontare molte similitudini, anche quelle negative del mobbing e del sessismo, con la realtà lavorativa mia di anni fa. Non posso dire che sia quella di oggi, perché sono fuori dal mondo del lavoro da tempo, ma il ricordo di ciò che di bello all’epoca mi suggeriva, è riaffiorato guardandola.

Misaeng, una vita incompleta, è il titolo di questo drama.
Una vita incompleta, che, forse, un po’ rimpiango.

IL LATO CONTEMPLATIVO DELLA FORZA

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Nell’ultimo anno, complice un articolo apparso su Diario dei Pensieri Persi sugli shounen-ai, ho letto ben più di cento manga, tra shounen, shoujo, shounen-ai e yaoi. L’avidità con cui leggevo sembrava non aver fine, estasiata dall’originalità di alcune storie, dalla bellezza di certi disegni e dal ritmo incalzante che combinava entrambe le cose, storie e disegni. Ho riso, pianto, sorriso e spesso ho riletto alcune opere perché davvero meritevoli.
Mi sono documentata, sono andata alla ricerca delle storie delle mangaka che li avevano ideati e creati, ho apprezzato la differenza dei tratti, e l’audacia di alcuni manhwa (manga coreani) rispetto ad altri, quelli giapponesi, i manga. Poi, lentamente, perché di quelli più avvincenti volevo approfondire fino in fondo, ho iniziato ad apprezzarne gli anime, ho scoperto cosa siano gli OVA, ho atteso insieme a tutti gli appassionati del genere le uscite e gli upload tradotti sia su YouTube che sui siti specializzati.

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Dal manga/manhwa agli anime il passo è stato breve ma ancor più veloce è stato il passaggio alle live action. Confesso che quelle, un po’ mi ispiravano diffidenza. Un personaggio disegnato, anche “cartoonizzato” mi stava bene, vederlo muoversi in carne e ossa nella sua forma umana, forse non potevo tollerarlo. E invece…

Sono stata travolta dalla forza degli occhi a mandorla. Della musicalità di due lingue impossibili (il giapponese e il coreano) e dai profumi di una cucina che sulle nostre tavole non compare neppure lontanamente ma che, sia nelle live action e successivamente nei drama, specie quelli coreani, abbonda di colori e sapori (che tu, dall’altra parte dello schermo puoi soltanto immaginare, ma nonostante tutto ti ritrovi a desiderare con tanto di acquolina in bocca!).

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Il passaggio ai Drama coreani, non ricordo bene come sia avvenuto. Un’amica, la “sensei” responsabile dell’articolo sugli shounen-ai (anche se non direttamente lei l’autrice dell’articolo) mi ci ha condotto per mano. Consigliandomi il primo, poi il secondo, infine lasciandomi andare, ormai indipendente e corrotta.

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Per una come me, sempre alla ricerca di storie – quelle storie che non riesco a trovare e a farmi raccontare dai libri degli altri – il mondo dei Drama è come il Paese dei Balocchi. Alcuni sono scritti basandosi sulle trame dei più famosi manga giapponesi, ma altri sono assolutamente originali, scritti da chi sa condensare in poche puntate (perché diciamocelo, i Drama Coreani e Giapponesi, al massimo durano 21 puntate, non settordicimila come le telenovelas venezuelane e otto/dieci mesi come quelle brasiliane) azione, suspence, conflitto, tensione, ironia, dramma, e passione. E una cosa, hanno, i puritanissimi Drama orientali (qualità comune un po’ a tutti, anche quelli thailandesi e taiwanesi): riescono con solo un castissimo bacio, lasciato sospirare per puntate e puntate (il pensiero ricorrente è: ma la bacia o no? ma l’abbraccia e la stringe e la strapazza oppure no?) a commuovere anche il più sgamato e smaliziato degli occidentali, abituato a ben altre storie, ben altre fiction dove se non ci si rotola nudi tra le lenzuola non si è soddifatti. Un abbraccio, uno sfiorar di mani, un bacio sulla fronte diventano momenti di intimità assoluta, di passionalità espressa attraverso l’anima e non il corpo.

Il tutto condito da carrellate paesaggistiche esotiche che ti incantano e ti risucchiano attraverso il monitor.

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Forse non andrò mai in Giappone e in Corea, ormai per me il tempo dei viaggi e della scoperta del mondo pare essere definitivamente tramontato, ma il vivere un’altra cultura, un altro mondo, un’altra lingua e filosofia di vita attraverso queste pagine di creatività assoluta è un’esperienza che vale la pena di sperimentare.

E ho scoperto che gli orientali sono bellissimi.

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Insomma, in questo ultimo periodo sono passata al lato contemplativo della forza: guardare è bellissimo, sognare poi, è magnifico!

I manga più belli:

Ookami shoujo to kuro ouji
Ao Haru Ride
Boku no Hatsukoi o Kimi ni Sasagu
Hapi Mari (Manhwa)
Hirunaka no Ryuusei
Kinkyori Renai
L-DK
Say I love You
Sensei!
Sora Log
The One (Manhwa)
Uragiri wa Boku no Namae o Shitteiru
No. 6
Psycho-Pass – Kanshikan Tsunemori Akane
Sekaiichi Hatsukoi
Junjou Romantica
Doushitemo Furetakunai
Himegoto Asobi

Drama consigliati:

My love from the star
Kill me heal me 
Fated to love you
Healer
Master’s sun
It’s ok, that’s love
Full house
Love rain
Pretty Man
Love to kill
Bad Love
Personal taste
My princess
Goong
Boys over flower
Flower boy nextdoor
Cinderella man
Misaeng
Heart to heart
Shine and go crazy

I TANTI MODI (INADEGUATI) PER AVVICINARSI ALL’ASIA

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Esistono tanti modi per avvicinarsi a un popolo: studiarne la lingua, leggere la letteratura e la poesia di quel paese, guardare i film dei cineasti più quotati e, ovviamente, imparare a cucinarne le ricette tradizionali più popolari.

Però, per paesi asiatici quali il Giappone, per esempio, non è subito facilissimo. La lingua, gli usi e i costumi, la letteratura, la musica, la cultura e la storia di questo paese sono così vaste da rendere impossibile un’operazione simile in pochi mesi di studio. Anni e anni di approfondimento e non si riesce ad acquisirne una visione neppure lontanamente completa, figuriamoci la lettura di quattro manga, e la visione di due o tre film. Per non parlare poi della lingua e della grafia. Mission impossible.

E allora ecco un metodo raFFaZZonatissimo: “ZEN MOOD ON“, ovvero “sentirsi asiatici (o anche solo un po’ giapponesi)” tutti i giorni, aggiungendo qualcosa di empatico ai nostri gesti abituali. Ecco che un risotto ai funghi impiattato in una boule piccola anziché in un normalissimo piatto fondo, e degustato con due “chopstick” prelevati dal figlio minore alle elementari in una gita scolastica che prevedeva una sosta al ristorante cinese, fa subito “Giappone” anche se il paese del Sol Levante è molto ma molto lontano da qui.

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Le infradito indossate con le calze, faranno poco “geisha” ma uno con un po’ di fantasia, ci può arrivare lo stesso a sognare un kimono e uno SAKURA BLOOMING.

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Se poi vai a casa da un’amica e scopri che ti ha preparato una cena a base di piccole porzioni di bontà in una forma che vagamente rassomiglia a un piatto coreano, basta aggiungere due ferri da calza per fare subito “GangGNAM Style“.

Insomma, “ASIAN MODE ON” o se volete, appunto “ZEN MOOD ON