NIENT’ALTRO CHE AMARE: RECENSIONE DI INSAZIABILI LETTURE

Son trascorsi quasi quattro anni dalla sua pubblicazione e Nient’altro che amare pare non essere un romanzo che si dimentica troppo in fretta. Ogni tanto spunta un fiore di recensione, come oggi, regalo più bello, per la Festa della Donna dell’8 marzo. Grazie Biola di Insaziabili letture per aver letto questo piccolo romanzo e per averne parlato così bene da lasciarmi sorpresa e commossa!

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Ho avuto il piacere di entrare nuovamente nel mondo di Amneris Di Cesare, nella sua scrittura sicura, forte, capace di travolgermi totalmente facendomi perdere la cognizione del tempo. Questa volta vi parlo del romanzo d’esordio dell’autrice: Nient’altro che amare.
In questo breve romanzo la Di Cesare ci parla di Maria, soprannominata a’zannuta dalla sua stessa madre a causa dei suoi denti sporgenti, un tratto che la perseguiterà per tutta la vita. Già dalla nascita la vita di Maria è stata segnata: il padre, desideroso di un maschio, si ritrova una femmina, tra l’altro brutta; la madre è incapace di amarla. Priva di attenzioni, derisa, maltrattata, allontanata, Maria sarà usata da tanti uomini, violata, ma allo stesso tempo desiderata e poi abbandonata.
Maria è una donna che ama senza limiti, e sarà proprio questo suo aspetto a farvi innamorare di lei: è una donna forte che per l’amore dei suoi figli sarà disposta a tutto, perfino a vendere il suo corpo, del resto ‘quella cosa’le piaceva, solo con il tempo capirà la differenza tra il sesso e l’amore.
Tanti saranno gli uomini che entreranno nella sua vita, molti lo faranno per comodità, altri, invece, la ameranno per davvero, la comprenderanno, e insieme a lei ameranno anche i suoi figli, uno più bello dell’altro, uno più coraggioso dell’altro, piccole creature che crescendo diventeranno sempre più coraggiose e fiere della propria madre, piccole creature che portano il nome dei propri padri.
L’autrice è stata brillante nel descrivere la realtà di una società del passato fatta di pregiudizi, di discriminazioni, una realtà di un paesino dove un soprannome ti marchia a vita. Meraviglioso è stato leggere espressioni dialettali che fanno capire la passione che ci ha messo l’autrice per entrare nel mondo di Maria, un mondo non troppo lontano dal nostro, del resto nei piccoli paesi quei pregiudizi ce li abbiamo ancora, ed è difficile estinguerli. Non posso far altro che consigliarvi di immergervi in questa lettura capace di assorbirvi totalmente dimenticando la vostra realtà quotidiana!

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UN LIBRINO PICCOLO E “NERO” CHE SI LEGGE PER DAVVERO

C’è un “librino” (perché non è molto spesso come Mira dritto al cuore) che ho pubblicato nel “già lontano” 2012, Nient’altro che amare, ma dai più conosciuto come il libro de La Zannuta (infatti, anche Facebook riconosce il titolo e lo tagga come Nient’Altro Che Amare )
A questo link, in tempi non sospetti (del mio amore per l’Oriente e il Giappone) pubblicai l’incipit un anno quasi prima che fosse pubblicato da Edizioni Cento Autori
E’ ancora disponibile su Amazon.it

http://www.autoriperilgiappone.eu/?page_id=1848

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NIENT’ALTRO CHE AMARE: ANCORA UNA RECENSIONE

ZANYLOR

 

Ormai son passati due anni pieni dall’uscita di “Nient’altro che amare” e questo libriccino-ino-ino dopo aver camminato lento ma inesorabile, sembra aver intrapreso la strada del “pensionamento”. Nuovi libri vengono pubblicati, nuove storie, nuovi romanzi. Eppure, ancora, qualcosa si muove e qualcuno lo compra e ne tesse le lodi. Sono grata a chi ha visto in questo racconto lungo e nella mia Zannuta lo spiraglio di luce necessario per avere il diritto delle stampe. Ancora oggi questo romanzo e la sua protagonista regalano emozioni ai lettori. E questa è la cosa più importante.

#ZANNUTA: UN’ALTRA RECENSIONE PER NIENT’ALTRO CHE AMARE – INKROCI

Su Rivista Inkroci n.4 Recensione Bonsai di Nient'altro che amare

Su Rivista Inkroci n.4 Recensione Bonsai di Nient’altro che amare

Rivista Inkroci, recensione bonsai di Heiko Caimi
Maria, detta zannuta a causa dei denti sporgenti, non è amata dalla madre, che se ne vergogna, né dal padre, che non la difende dagli abusi degli uomini. A causa del suo corpo sensuale e prorompente, Maria sarà sempre al centro delle attenzioni maschili e, lasciata la famiglia, si costruirà una coscienza e valori basati sul suo maggiore talento: quello di saper amare.
Leggila tutta qui: http://goo.gl/5CqYOm
#amnerisdicesare#letteraturameridionalista#sensualità#storiedamore#amore,#sentimento#nientaltrocheamare — con Heiko H. Caimi e Amneris Di Cesare

 

COME FILUMENA MARTURANO – Il racconto “dopo la Zannuta”

Racconto spesso come è nato Nient’altro che amare, alle mie presentazioni. Un giorno, dovendo scrivere un racconto per Confessioni Donna, giornale al quale collaboravo all’epoca, e volendolo scrivere ispirandomi a Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, creai la Zannuta. Delle 20.000 battute spazi compresi, in un delirio creativo arrivai a scriverne 60.000. Troppe. Il giornale non me lo avrebbe mai pubblicato. Scrissi alle due mie amiche che leggono tutto ciò che scrivo, Gabriella e Livia e chiesi cosa dovessi fare: tagliare il racconto? Mutilarlo? O scriverne un altro? La risposta fu unanime, mi dissero entrambe di fare la seconda cosa, cioè scriverne un altro. Cosa che feci. E questo che segue è il racconto, che fu poi pubblicato. Zannuta è poi diventato un romanzo, il mio primo romanzo pubblicato, sotto il titolo di Nient’altro che amare.

scansione0027“Con quella bocca può dire ciò che vuole” recitava la pubblicità di un dentifricio, durante Carosello. Più o meno era quello che sognavo io, guardandomi davanti allo specchio la sera, prima di addormentarmi, ammirando i miei seni diventare più rotondi, le mie cosce più lunghe e affusolate, le mie labbra più carnose e gli occhi grigio verde, più intensi. Con questo corpo posso fare ciò che voglio. Pensavo, probabilmente, senza avere piena coscienza di ciò che significava realmente quel mio pensiero. Ero già donna, ma non lo sapevo. Eppure avrei dovuto capirlo, quando uscendo per strada, gli uomini si voltavano a guardarmi, e ogni tanto un lungo fischio di approvazione mi seguiva fin sulla scalinata che dall’atrio mi portava in classe, a scuola. I ragazzi più grandi si stringevano attorno a me, con la scusa qualsiasi, e cercavano di sfiorarmi e di bere il mio profumo di cerbiatta appena svezzata. Del resto non ho mai avuto una madre che mi insegnasse a diventare grande senza cadere nei tranelli della vita, che mi consigliasse, che mi parlasse da donna a donna.  No, non mi sono mai resa conto dell’effetto che facevo sui maschi, fino a quando non sono diventata adulta. E allora era già troppo tardi. Innocente non lo ero più da un pezzo. Perché l’innocenza me l’avevano strappata a morsi e poi gettata in pasto ai cani. Senza ritegno, senza nessuna delicatezza.

Si chiamava Tonino detto Mani-di-fata. Perché sapeva far lavorare bene le mani. Riusciva a far sparire una moneta da cento lire tra le dita e fartela riapparire tra i capelli, o rubarti una sigaretta accesa tra le labbra e poi trasformarla in farfalle che svolazzanti ti danzavano attorno come petali di pesco. Era sempre al centro dell’attenzione, in piazza, al bar o all’unico ristorante del paese, e ovviamente durante le feste comandate, quando si ballava e mettevano su le bancarelle con giocattoli e dolciumi, e noi bambini pensavamo fosse sempre Natale in quei giorni. Restavo per ore a guardarlo, dalla finestra, quando passeggiava lungo il corso vestito a festa, con i pantaloni a vita alta, la cintura di raso rosso, la camicia bianca e il panciotto nero, sempre sbottonato sul davanti, la giacca abbandonata sulle spalle. I capelli lucidi all’indietro, il pizzetto malandrino sul mento. Gli occhi scuri, piccoli, due capocchie di spillo luminose e furbi, da furetto. Ogni volta una ragazza più bella tenuta sottobraccio. Di quelle truccate di tutto punto, con il rossetto rosso acceso, e gli occhi pittati di nero. Quando arrivava all’altezza della mia casa, si fermava, mimava un inchino con ampio gesto con il braccio, e qualche volta, mi porgeva un fiore. Ogni tanto una margherita, più spesso tulipani. Una volta, quella volta, una rosa rossa. E dietro un cenno lievissimo del capo all’indietro, mi strizzò l’occhio, in segno d’intesa. Era il segnale.  Evasi i controlli di mio fratello, e scappai appena fuori il paese. Sapevo che lui mi aspettava là. Volevo un bacio. Il mio primo bacio, doveva essere lui, Mani-di-fata a darmelo. Lui aveva ben altro in mente.
— Devi darmi la prova.
— Che prova?
— La prova d’amore. Che ne so io se sei come t’ha fatto mamma? Venirtene qua, Rosalba mia, tutta sola, e soprattutto di tua volontà. Una sfrontata sei. E c’ho bisogno di prove, per decidere se tenerti oppure no.
La prova. La classica trappola per le ragazzine inesperte. Le mamme più accorte iniziavano le loro piccoline già dai primi anni 

scansione0028di vita a metterle in guardia da tali insidie, ma mia madre era troppo lontana con la mente per poterci pensare. Dopo aver dato alla luce l’ultimo dei miei fratellini, era come se insieme al bambino da lei se ne fosse uscito anche  il senno. Non parlava più, restava solo a guardare la fiamma del fuoco acceso nel caminetto, fissandolo senza riuscire a vedere nulla.  E mio padre, arrabbiato con il mondo, con Dio ma soprattutto con lei, per essersene andata e averlo lasciato solo, nemmeno lui guardava cosa gli succedeva attorno. A sfamare cinque figli piccoli, senza nemmeno una camicia pulita la sera, a quello lui pensava. C’ero  soltanto io a occuparmi della casa. Nessuno mi spiegò che quella di Tonino era una trappola. Che lui fuggiva con tutte le belle ragazze del paese, le disonorava e poi,  con il ricatto della vergogna, le costringeva ad andare con altri, amici suoi, e si faceva pagare pure. Nel breve tempo di due mesi, le ragazze erano additate come puttane, e non avevano più destino, neppure il sogno di un futuro, buono o cattivo che fosse.  Io pensai solo che fosse ragionevole dargli la prova del mio amore e della mia illibatezza. Accettai di baciarlo, e lo lasciai fare quando mi disse che
— quando due si amano, è così che si fa. Ci si coccola, ci si bacia, ci si unisce in una cosa sola…

Persi la mia verginità su un letto di foglie secche all’ombra di un grande ippocastano, con il cielo azzurro d’estate per tetto, e i fiordalisi come cuscino. Tonino fu dolce, attento, sulle prime. Poi brusco e sgarbato quando tutto fu finito.
— E adesso che facciamo? Mi presenti ai tuoi? — gli chiesi a bruciapelo, solleticandogli il naso con un filo d’erba. La sua risata scomposta mi accolse come il vento gelido di febbraio che scortica la pelle e fa sanguinar le labbra.
—Tonino mani-di-fata fidanzato in casa? Questa è proprio da ridere. Mi ci vedi con il vestito buono a portarti a passeggio sul corso, e in chiesa la domenica mattina? E con chi poi? Con una come te?
— Perché, come sono io? Che ti ho fatto? Ti ho dato la cosa più preziosa che avevo.
— Ma fammi il piacere! Non hai neppure fatto finta di ribellarti, di rifiutarti. E’ bastato chiedertelo, che hai ceduto!  Forse non ero nemmeno il primo!
— Ti giuro! Non l’ho mai fatto con nessuno…
— Troppo sensibile, troppo audace,  per essere alla prima esperienza.
— Davvero, non so cosa mi è preso. Ma quando tu mi abbracci, io mi sciolgo tutta…
— E allora si vede che ce l’hai nel sangue. E questo mi fa comodo, perché avevo giusto bisogno di una come te. Fai proprio al caso mio. — disse, afferrandomi per i polsi, costringendomi a rimettermi in piedi. Uno strano brillio scintillò dagli occhi scuri. Una luce cupa e pericolosa —  Da domani, sarai la mia protetta. E farai tutto quello che ti dico. Perché ora mi appartieni e io potrò disporre di te come voglio.
— Io non sono la serva di nessuno. E tu non puoi darmi ordini! — risposi risoluta.
Tonino Mani-di-fata, le mani lievi le aveva per davvero. Mi aveva acceso i sensi, solleticandomi la pelle e infuocandola di brividi intensissimi. Ma quando sentii il palmo duro colpirmi gli zigomi, capii che sapevano anche esser cattive, pericolose. Continuò a colpirmi fino a quando gli implorai di smetterla, che sì, avrei ubbidito.
— Farò quello che mi dirai di fare — pregai, per salvarmi dalla sua furia. Divenne il mio protettore.  Il primo, ma anche l’ultimo.

scansione0029Fu così che iniziai “la professione”. Ero giovane, bellissima, un corpo da far fermare il cuore agli uomini che mi vedevano passare sulla via. Divenni popolare e richiestissima. E lui si arricchì ben presto, elargendomi solo i pochi spiccioli che mi permettevano di sopravvivere. Mio padre non disse mai nulla, neppure quando mi cacciò di casa, parlò. Si limitò a buttarmi fuori dalla porta insieme a un sacco coi vestiti, e chiudersela alle spalle.  Da quel momento proibì a chiunque di dire che era sua figlia la puttana più in voga del paese.

Rimasi incinta del primo figlio dopo quasi otto mesi. Nessuno mi aveva spiegato bene come funzionano queste cose, e quando iniziai ad avere nausee al mattino e un lungo ritardo, Tonino si insospettì. La sua reazione fu brutale. Mi picchiò di nuovo, urlando che quell’inconveniente gli avrebbe causato grosse perdite economiche. Mi portò da Assuntina, un’anziana infermiera in pensione, che si manteneva aiutando le prostitute a togliersi dai guai come il mio.

— Non si può fare nulla. Troppo avanti. Se solo l’avessi scoperto una decina di giorni fa. Una bella tisana di ortiche e di calendula, e l’incomodo sarebbe venuto giù senza problemi. Poi una lavanda con bicarbonato e aceto e tutto di nuovo come prima. Ora, il bambino è troppo forte. Troppo attaccato alla vita. Bisognerà intervenire diversamente.
— Io non voglio fare nulla di quello che state pensando. Questo bambino io lo farò nascere.
Fui irremovibile. Minacciai Tonino di andare alla polizia, se mi avesse costretto ad abortire. E poiché aveva già precedenti con la giustizia e non voleva tornare dentro, mi picchiò un altro po’, sperando di farlo “scendere” così, ma poi mi lasciò in pace. Mi portò fuori, in un piccolo paesino sul mare, dove rimasi fino alla nascita del mio primo figlio.
Lasciai il bambino da certi contadini sulle montagne dietro il mare, nel paese dove avevo vissuto durante la gravidanza. E tornai a casa. Dividevo una baracca insieme ad altre due protette di Tonino, e ci facevamo forza a vicenda. Scappare non si poteva. Ci avevamo pensato, ma dove saremmo andate? Quello era il nostro destino, quella la vita che era stata riservata a noi. Tonino poi, era sì un delinquente, ma non era troppo cattivo. Ci picchiava raramente. Solo quando ubriaco veniva a chiederci il ricavato della giornata e si accorgeva che avevamo guadagnato meno di quanto aveva perduto a carte la sera prima. Ma in genere raccoglievamo abbastanza denaro da accontentarlo. A noi ne veniva poco, ma ci permetteva di vivere con abbastanza comodità. E io, avevo una bocca da sfamare ora, dovevo mandare i soldi ai contadini per far crescere mio figlio senza patimenti. Una sera, il commissario dei carabinieri ci mandò a chiamare. Dovevamo effettuare un riconoscimento. Tonino era disteso su un tavolo di acciaio, coperto da un lenzuolo. Durante una lite in un’osteria fuori dal paese, aveva ricevuto una coltellata. Che era risultata fatale. Morendo, ci aveva reso libere. Le mie due compagne, se ne andarono subito via, al nord, credo. Io restai, e con i soldi che ora erano tutti per me, cambiai casa, andai a stare in una più grande e pulita. Divenni protettrice di me stessa.

Il figlio di Don Mario il farmacista del paese, Giovanni, era un bell’uomo, sulla trentina. Era diventato ricchissimo, per merito di certi affari che gli erano particolarmente riusciti su al nord, e viveva nella casa che un tempo era la residenza  estiva di un vecchio barone ormai caduto in disgrazia. Era diventato mio assiduo frequentatore già quando Tonino era in vita, e con lui era stata attrazione a prima vista. Le mie compagne, qualche volta avevano anche scherzato sul fatto che da quando aveva scoperto la strada verso il mio letto, non era più stato capace di andare con nessun’altra donna, e che da allora rifiutava qualsiasi proposta di ammogliarsi che il padre gli sottoponeva. E in effetti, negli anni, Giovanni non si sarebbe mai sposato. Ma lui diceva che era per non avere noie.
— Una moglie per casa è sempre una gran seccatura — aveva detto una sera, che gli avevo chiesto come mai non si fosse ancora deciso. Con me era gentile, garbato. E mi faceva molti regali. Quando Tonino morì, fu lui a raccomandarmi al padrone di casa, che altrimenti non mi avrebbe mai affittato l’appartamento, e si offerse persino di pagarmi l’affitto. Ma io, risoluta e orgogliosa, ho sempre rifiutato. Soldi da lui li accettavo, certo. Ma in cambio di una regolare prestazione. Esser mantenuta da lui, non so perché, non mi piaceva. E non accettai neppure di esser di suo esclusivo appannaggio. Se mi voleva tutta per sé, che mi prendesse a vivere in casa. Cosa che non poteva fare, perché l’anziana madre viveva con lui.
— E allora farai la fila, come tutti gli altri. Prenotati i giorni, perché altrimenti poi non trovi posto!
Moriva di gelosia e di desiderio, ma io lo tenevo sempre sulle spine. E non ha mai smesso di venirmi a fare visita. Il lunedì e il giovedì, dalle quattro del pomeriggio fino alle nove di sera. Direi una bugia, se affermassi che non provavo nulla per lui, che era come tutti gli altri, un cliente e basta. Perché a poco a poco, avevo imparato ad amarlo. Ma io ero Rosalba, la prostituta. Che se ne sarebbe fatto del mio amore?

scansione0030Mi sono allontanata un’altra volta, nella mia vita, dal mio paese e dal lavoro che svolgevo lì. Mi sono andata a rifugiare in quel paesino sul mare, e ho partorito un altro maschietto, nove mesi dopo. Due figli, dunque. I contadini a cui avevo affidato il primo erano diventati vecchi, per cui il secondo lo misi in collegio. Non ho mai rinunciato ai miei diritti su di loro. Li ho sempre mantenuti tutti e due. E li ho fatti studiare. Istruirsi è meglio che spaccarsi la schiena in un campo o su una pressa in fabbrica. Ora che erano cresciuti, li volevo con me. Ma mi avrebbero voluta, loro, come loro madre? In fondo non mi conoscevano. Cosa avrebbero pensato, nel conoscere il mio passato, la vita che avevo condotto? Non volevo che provassero vergogna nell’essere figli di una donna come me. Volevo diventare rispettabile. Abbandonai la professione.  Cercai persino di trovare tra gli ex-clienti di un tempo un possibile marito, che a me regalasse decoro e ai miei figli un cognome. Ma sentivo, dentro il mio cuore, che nessuno di loro sarebbe andato bene. E così rinunciai. Mi resi conto che l’unico uomo che avrei potuto sposare era lui, Giovanni. Ormai aveva passato la cinquantina, i capelli neri erano diventati grigi. Era ancora bellissimo, ma sul suo viso, la solitudine aveva lasciato profondi solchi che lo rendevano triste e malinconico. Gli anziani genitori erano morti da tempo, viveva da solo in quella grande casa vuota e cupa. Ma a lui, non avrei mai chiesto di prendersi carico di me e dei miei ragazzi. Ma decisi di confessargli di avere due figli.
— Non lo sapevo. Nessuno qui in paese lo sa.
— Sono stata molto brava a nascondere il mio segreto. E per tanti anni.
— Sono figli di Tonino? — chiese evasivo, quasi tentando di cambiar discorso.
— No, nessuno dei due. Uno, è figlio di un muratore. Venne qui in paese per restaurare il palazzo del Comune, ed è stato con me per tutto il tempo. Quando se ne è andato, mi ha lasciato una banconota da 500 lire. Ti ricordi? Erano mini assegni. Non aveva altro da darmi, aveva mandato tutti i soldi a casa, alla famiglia. Si scusò così tanto, per non potermi regalare di più, ero stata così buona con lui, disse, gli avevo reso il lavoro meno duro e più sopportabile.
— Sempre un pezzente, lo stesso. Ti ha usata e poi, tanti saluti.
— Era un bel ragazzo. L’ho accolto volentieri tra le mie braccia. E poi mio figlio è forte e sano, come era lui. Bellissimo.
— E il secondo? Di chi è figlio?
— Il secondo è figlio tuo.
— Figlio mio? Stai farneticando…
— No, sto parlando sul serio. Uno dei due, è figlio tuo. Ho le prove.
— Le prove? Ma va’! Come puoi provare una cosa simile…
— Ti ricordi quando andammo al mare, lontano da qui? Avevamo passeggiato sulla riva, a piedi nudi. Mi avevi tenuto per 

scansione0030mano, come se fossi la tua donna e non una qualsiasi. Ci eravamo baciati con passione. Poi eravamo andati a mangiare, in quel ristorante che aveva aperto proprio per noi, perché la stagione era ancora chiusa. E avevamo bevuto vino rosso, così tanto da non riuscire più a camminare. E il padrone del ristorante, che doveva aver creduto fossimo amanti, ci aveva offerto la chiave della stanza sul retro. Ti ricordi?
— Sì. E’ stato una delle più belle volte, quella tra noi.
— Abbiamo fatto l’amore tutta la notte. Mi hai amata con passione. Mi hai detto “Ti amo”.
— Eravamo ubriachi, lo hai detto tu.
— Infatti. Perché, la mattina dopo, quando ci siamo alzati e rivestiti in silenzio, quell’intesa e quel trasporto non c’erano già più. E alla fine, prima di uscire dalla stanza, mi hai messo in mano una banconota da cinquecentomila lire. Hai pagato la mia prestazione.
— Come sempre. E’ quello che fai per vivere no? Ti fai pagare per…
— Sì, è vero. Mi faccio pagare. Ma quella volta non era come tutte le altre volte, capisci? Mi avevi detto “Ti amo”. E avevi fatto l’amore con me, non era solo sesso quello.
— Ti sei illusa. Io non ho mai detto che…
— Tranquillizzati. L’avevo capito. Solo che, vedi, quella banconota non l’ho mai spesa. E infatti, eccola qua. Te la restituisco. Quella volta, era gratis. Perché quella volta abbiamo concepito un figlio insieme, noi due. Sparii per otto mesi, dopo ti ricordi?
— Eri andata a curare una zia molto malata…
— La zia malata, ero io. Ero molto incinta, altro che! Controlla, la data corrisponde.
 — E quindi? Cosa vorresti da me ora, che mi racconti tutto questo?
— Niente. Volevo che tu sapessi di avere un figlio.
— Dimmi quale dei due è mio figlio, gli farò fare l’esame del sangue e mi prenderò tutte le responsabilità del caso.
— No, Giovanni. Uno dei due è figlio tuo. Ma tu non devi nulla, né a loro né a me. Ritenevo solo fosse giusto che tu sapessi di avere seminato un germoglio che poi è fiorito e che quando te ne andrai, una parte di te comunque continuerà a vivere. Questo. E nient’altro.

Sono Rosalba, un’ex-prostituta. Madre di due splendidi ragazzi che pur avendomi conosciuto poco, mi hanno amata sempre e scansione0031hanno riempito la seconda parte della mia vita di gioia e di tenerezza. Il figlio del muratore si è laureato ieri in medicina. Il figlio di Giovanni è entrato all’università e diventerà avvocato. Giovanni non ha mai saputo quale dei due è suo figlio, e non glielo dirò mai. Dopo la mia confessione, Giovanni è sparito per qualche tempo. Per qualche anno, a dire il vero. Avevo perso le speranze di potergli vivere accanto, e mi ero anche data della stupida, quando avevo pensato che sapendo di avere un figlio, avrebbe potuto accettarmi e volermi bene per amore della creatura generata assieme. Finché un giorno è tornato in paese. E mi ha cercata subito. Aveva la banconota da 500.000 lire, ormai scaduta, perché ora sono gli euro la moneta ufficiale, e voleva farmi vedere che non l’aveva spesa neppure lui.
— Guarda… — disse mostrandomela. E poi l’aveva stracciata in tanti piccoli pezzettini minuscoli — avevi ragione. Quella volta, ho sbagliato a darti questi soldi. L’amore non si compra. E neppure il bene di un figlio. Rosalba, è troppo tardi per provarci?

Ho chiamato i miei figli e ho presentato Giovanni come loro papà. Lui li ha presi sotto braccio entrambi e si è avviato lungo il corso, eretto, impettito, orgoglioso di presentare al paese i suoi ragazzi.

scansione0026Come Filumena Marturano
pubblicato sul n. 236 di
CONFESSIONI DONNA
Novembre 2008

NIENT’ALTRO CHE AMARE: PREMIO MONDOSCRITTURA.IT IL 19 OTTOBRE 2013

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Ciampino (RM)
Sabato 19 ottobre 2013
ore 17:00
Sala Consiliare del Comune di Ciampino
Via 4 Novembre

Io, cascasse il mondo ci sarò. Voi?