RFS – ROMANTICAMENTE FANTASY MI HA INTERVISTATA!

http://www.romanticamentefantasy.it/incontro-lautore-amneris-cesare/ 

 

<<<SE VOLETE LEGGERE L’INTERA INTERVISTA, CLICCATE QUI>>>

Annunci

#FIGLIADINESSUNO BLOGTOUR: 4 TAPPA

screenshot-2016-12-19-18-05-49

 

Quali sono i temi affrontati in Figlia di nessunoI temi trattati sono principalmente la forza e la caparbietà nel percorrere la vita, nel combattere con qualunque mezzo le difficoltà oggettive dell’ambiente in cui si nasce e si è costretti a vivere e il superare ogni ostacolo senza vacillare, cosa che la mia Nivea sa fare molto bene. Il romanzo lo considero in parte una “costola” del mio primo romanzo, Nient’altro che amare (Edizioni Cento Autori), pubblicato nel 2012. In Nient’altro che amare la protagonista, Maria a’zannuta, supera le brutture della vita e l’emarginazione a cui viene costretta dal suo stesso paese attraverso l’amore che non può fare a meno di provare per le sue creature e per gli uomini con cui li ha avuti. In questo primo romanzo, Zannuta usa l’amore come arma di riscatto. In Figlia di nessuno, invece Nivea non si concede che una volta sola, il “lusso di amare”. Quasi fosse una sorta di premio che la vita le deve dopo tanto lottare.

Sei di origini brasiliane e per la promozione del romanzo è stato organizzato anche un quiz sul Brasile. Che rapporti hai con questo Paese? Quando lo hai visitato l’ultima volta? Come ho accennato nella prima domanda, sono nata in Brasile, per anni ho sognato, sperato, anelato di poter un giorno visitare quel paese e a trent’anni mi si è presentata la possibilità di andarci a vivere per un certo periodo di tempo. Ho vissuto in Brasile per tre anni. Tre anni di grande difficoltà – il Brasile si affrancava allora da una lunga dittatura, vivendo una situazione politica critica e un tasso di povertà e violenza immensi, contro un’Italia che ancora doveva entrare in quello che sarebbe stato il lungo periodo di recessione degli anni ’90 – ma anche di indicibile bellezza. Ho studiato la lingua con una pignoleria inusuale (io parlavo già bene il francese e l’inglese, strumenti di lavoro) e ho cercato anche di studiarne la letteratura e comprenderne usanze e credenze. Non in maniera approfondita, purtroppo, il tempo per farlo è stato pochissimo. Ma il Brasile, i suoi profumi, la lingua meravigliosa, i volti delle persone mi sono rimasti dentro. Per anni guardavo ogni programma, saccheggiavo la rete alla ricerca di telenovelas o documentari sul Brasile. E ancora oggi, ne sento la mancanza quasi fisica. Purtroppo non sono mai più potuta tornare. Ormai sono venticinque anni che manco e la saudade si fa ogni giorno più forte.

<<<L’INTERVISTA COMPLETA QUI>>>

GIULIO MOZZI, INTERVISTATO PER IL BLOG WWW.BABETTEBROWN.IT

screenshot-2016-12-10-16-21-24

5. Chi ti conosce e ti segue da tempo (vedasi la sottoscritta) sa che sei un lettore assiduo e particolarissimo, non leggi “cose banali” o semplici. Come scegli le tue letture? E quanti libri all’anno? Leggo parecchio per studio. Non seguo particolarmente le pubblicazioni del tempo presente. Da un decennio scandaglio gli anni Sessanta e Settanta, secondo me – checché se ne dica – molto interessanti. Come tutti, vado per contiguità e continuità: se un’opera di Tizio mi interessa, cerco un’altra opera di Tizio; se so che Tizio andava sempre a cena con Caio, cerco un’opera di Caio. E così via. È come un domino infinito.

51im8xtsogl-_sx350_bo1204203200_6. C’è un genere letterario che prediligi? E perché? E se invece non c’è, perché? Rispondo al contrario: ogni genere letterario ha un suo specifico immaginario; a me interessano pochissimo gli immaginari del giallo e del fantasy. Mentre, tanto per fare degli esempi, l’immaginario teologico e cosmologico mi interessa moltissimo, l’immaginario funebre e macabro idem (ma non l’horror). Quanto al perché, mi pare evidente: la fine del mondo e il morire sono cose che toccano tutti; i delitti e i draghi no.

7. Esiste una forma di lettura “critica” che si differenzia da una lettura “di evasione”? E se sì, quali sono le differenze, secondo te? Le differenze stanno nella competenza (un lettore “critico” è un lettore che, oltre a leggere un’opera, vede come è fatta) e nell’attenzione (anche un lettore “critico”, se deve fare un lungo viaggio in aereo con code, attese, imbarchi, sbarchi, transiti, reimbarchi, eccetera, legge solo per passare il tempo – ossia per “evasione”).

Qualche tempo fa un bambino di undici anni, che si era appena letto (per intero) Il conte di Montecristo di Dumas, richiesto da me di un riassunto della storia cominciò dicendo: “In fondo, è la storia di una vendetta”. Questa capacità di sintetizzare l’intera complicata vicenda in una frase è già, secondo me, un bel segno di capacità critica.

<<<LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA>>>

INTERVISTA ALLA SOTTOSCRITTA DI GNOMO SOPRA LE RIGHE

screenshot-2016-11-29-17-32-27

 

Come è il tuo rapporto con il Natale?È una festa che mi piace molto e a cui tengo in modo particolare.

2)      Presepe o albero, perché?Albero di Natale. Perché non ha mai fatto parte della mia tradizione famigliare e perché l’Albero carico di frutti e di palle colorate abbraccia un più ampio senso di condivisione e unione, accoglienza e famiglia, nel mio immaginario.

3)      Cosa ne pensi di Babbo Natale? Ci credi ancora? Quando hai smesso di crederci e perché?Raccontaci un aneddoto natalizio. Babbo Natale è un po’ la versione giocosa e fanciullesca del senso di Mistero e Ignoto, insieme al senso di Festa e Famiglia, per me, anche se, da bolognese, il Natale era sì una festa importante, ma i doni da noi a Bologna, arrivavano il giorno della Befana, il 6 gennaio, Epifania. Ed era un po’ triste, perché proprio perché arrivavano l’ultimo giorno delle vacane natalizie, i giochi ricevuti li potevamo sfruttare molto poco, ce li potevamo godere per meno tempo. Ho smesso di crederci in prima elementare, il primo giorno di scuola, a 6 anni: una compagna di classe, non ricordo più a che proposito, esordì dicendo “Lo sappiamo tutti che Babbo Natale sono i nostri genitori!”. Non dissi niente ma ci rimasi malissimo. Cosa strana, non mi aggrappai all’idea e volerci credere a tutti i costi. Aveva senso, per cui non feci neppure domande ai miei. Mia madre però mi proibì di rivelarlo a mio fratello il quale credo ci abbia creduto fin verso i 10 anni. E di questo, ricordo che soffrivo: avrei voluto poter tornare a crederci anche io, ma non era più possibile. J

4)      Ami fare i regali? O ricevere regali? Che tipo di regali? Preferisci la sorpresa o suggerisci a qualcuno i tuoi desideri?Amo fare i regali più che riceverli. In genere inizio già a ottobre a pensare a cosa regalare per Natale (faccio l’albero verso il 20/25 novembre, per potermi godere l’albero più a lungo) e per ogni persona a cui faccio un regalo penso in base alla personalità e a cosa gli piacerebbe ricevere. Per quello che riguarda me, preferisco la sorpresa e non dico mai nulla che possa mettere le persone sulla strada giusta.

5)      Ami ricevere libri o preferisci comprarteli? Hai mai ricevuto un libro che non sei riuscito a leggere? E perché? O uno che invece è stata una vera bella sorpresa inaspettata?Amo ricevere libri come regalo e apprezzo moltissimo chi lo fa (non lo fanno in tanti). Sì, molto spesso ricevo libri che non riesco a leggere, perché in genere gli amici si basano su ciò che viene venduto di più, sui bestseller e io li detesto. Una bellissima sorpresa inaspettata fu quando mi regalarono un libro di Stefano Benni, uno dei miei autori italiani preferiti.

6)      Come si intitola il romanzo che hai scritto e vorresti consigliare come regalo di Natale? Il romanzo che ho appena pubblicato si intitola Figlia di nessuno e come sottotitolo  Sonhar não custa nada. È la storia di Nivea, una ragazza della favela della Rocinha di Rio de Janeiro che piano piano si affranca dalla condizione di povertà e miseria in cui è nata e attraverso una gran forza di volontà riesce ad arrivare a essere una persona importante. È la storia forte di una donna povera del Brasile.

7)      Cosa ha di particolare il tuo romanzo per finire sotto l’albero di Natale? A chi è adatto? È la storia di una donna forte, determinata, senza paura. Una donna che non si concede il lusso di sognare. Forse è adatto a chi ama le storie dure, forti e con un messaggio di speranza.

8)      Ti è piaciuto scriverlo? Da dove nasce la storia? Mi è piaciuto moltissimo scriverlo, e nasce da una canzone, la canzone-sigla di una scuola di samba del Carnevale del 1992. Avevo in testa questa canzone che amo da allora, quando andai a vedere il carnevale nelle strade di Rio. La scuola di samba (Mocidade Independente de Padre Miguel) quell’anno non vinse ma quell’enredo ancora oggi lo ritengo il più bello mai scritto.

QUI L’INTERVISTA COMPLETA

CRISTIANA PIVARI: LA MIA INTERVISTA PER BABETTE BROWN.IT

screenshot-2016-11-24-15-27-47

 

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Purtroppo è nata da un grande dolore diciassette anni fa. Avevo perso improvvisamente il mio compagno e una domenica, a letto, pensavo come sarebbe stato farla finita. Ho pensato a ipotetici titoli sul giornale, mi sono fiondata al pc e ho iniziato a scrivere un racconto, ironico naturalmente perché grazie a Dio ho il dono dell’ironia che mi ha sempre salvata in parecchie situazioni della mia non facile vita. Parlava di una donna che voleva farla finita e stava organizzando il suo funerale. L’esperimento di scrittura mi è piaciuto e allora ho continuato a scrivere racconti, che sono poi il genere in cui mi trovo meglio.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Rigorosamente a video, anche se prendo appunti su un quadernetto che mi porto sempre appresso e che poi faccio a fatica a decifrare, vista la mia grafia da gallina.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Non c’è mai un momento. Metto in atto una strana forma di auto-sabotaggio e continuo a rimandare il momento in cui sedermi davanti al pc. Mi invento di tutto, stiro pure, e io odio stirare, procrastino alla grande e poi mi arrendo. Questo può succedere nel pomeriggio, quando non lavoro, la sera meno o nel week end, se non ho nipotini da accudire.

Che cosa significa per te scrivere? Scrivere per me è un’occupazione come un’altra che mi viene meglio di qualche altra. Mi piacerebbe poter dire che la scrittura è la mia vita. Fa parte della mia vita, ma non è tutto.

<<<L’intervista completa qui>>>

FRANCESCO FALCONI: INTERVISTATO PER BABETTE BROWN.IT

screenshot-2016-10-20-18-49-47

 

La prendo molto alla larga con la prima domanda: perché scrivere? Quando e come è nata questa tua “necessità”? Qualche anno fa, per un’intervista a Panorama, dissi: «La scrittura non è un mestiere. Non è un hobby. Né una passione. È un’esigenza di cui non si può far a meno. Perché senza ti senti soffocare. E sai che è l’unico modo per liberare quella bestia che ti strangola. Se provi questo, allora vuol dire che hai una bella storia da raccontare.» In molti mi chiedono se aver scritto fantasy sia un modo per evadere la realtà. Oggi penso esattamente l’opposto: il genere fantastico racconta la realtà che ci circonda in modo ancor più profondo. Quando a 14 anni iniziai a scrivere Estasia, era sicuramente per divertimento. Amavo il fantasy e desideravo creare la mia storia. Oggi la scrittura rappresenta qualcosa di più complesso. Scrivere mi permette di mettere ordine nel caos che mi circonda e capire il chiaroscuro dentro la mia anima.

Siccome mi piace farmi i fatti degli scrittori, voglio sapere: come scrivi? A mano? Con il computer? Ti porti dietro sempre un Moleskine? Usi il microfono/dittafono dell’iPhone? Le idee arrivano quando meno te le aspetti, e le appunto semplicemente nelle note dell’iPhone. Tutto il resto via Mac, con il programma Scrivener che mi permette di ordinare documenti in maniera metodica. Ogni libro implica uno studio approfondito dell’ambientazione, degli eventi storici e dei personaggi. So che sarebbe molto più poetica e romantica la versione moleskine con penna stilografica, ma mentirei. I mezzi digitali di oggi, la sincronizzazione sul cloud e via dicendo sono molto utili e rendono più semplice concentrarsi nella fase creativa.

Scrivi tutti i giorni qualche pagina, oppure ti lasci sedurre dall’impeto dell’ispirazione? Sei un metodico della scrittura o un esuberante estemporaneo? Dipende, non esiste un’unica metodologia. Come primo lavoro sono ingegnere per un operatore telefonico, quindi posso scrivere solo la sera o nel fine settimana. Questa è l’unica costante, tutto il resto dipende dall’umore, dall’ispirazione e dalla stanchezza. A volte scrivo pagine e pagine di getto, che poi rivedo con calma. Costruisco sempre un plot abbastanza dettagliato, che poi puntualmente modifico. Cerco sempre di non farmi prendere la mano dai personaggi, cosa non semplice perché se questo implica genuinità, possono anche essere soggetti all’umore del sottoscritto e quindi perdere coerenza. Insomma, è un lavoro complesso, ma dopo aver pubblicato sedici libri posso dire con certezza che ogni romanzo ha una sua particolare storia e anima, non è possibile incasellarlo.

<<<<continua su www.babettebrown.it>>>>

INTERVISTA A MASSIMO PADUA

screenshot-2016-09-29-08-55-08

1 – Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Scrivere significa approfondire la conoscenza con l’io interiore, sondare il terreno dell’inconscio, ma anche divertirsi, sebbene costi un certo sacrificio. Quando ho cominciato, ai tempi del liceo, è stato più che altro per gioco. Non pensavo sarebbe divenuta una “necessità”. Ho iniziato con alcuni racconti che molto spesso abbozzavo durante le lezioni (ma i professori non se ne sono mai accorti) e poi sviluppavo a casa. La logica conseguenza è stata quella di provare ad addentrarmi in una storia di più ampio respiro ed è nato il primo romanzo. Durante i cinque anni di liceo ne ho scritti quattro, ma ancora oggi sono custoditi gelosamente in un cassetto. Non perché li ritenga dei capolavori, anzi… direi proprio per l’esatto contrario: non vorrei mai che finissero tra le mani di qualcuno! Li ricordo con un misto tra affetto e “orrore”, esercizi propedeutici che, a meno di una profonda revisione, non proporrei mai a un editore.

2 – Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Il primo romanzo che ho scritto al computer è stato “La luce blu delle margherite”, che poi è quello con il quale ho esordito, e non ti dico che fatica è stata per me, abituato fino a quel momento a scrivere a mano su quadernoni. Sembra di parlare di secoli fa, e invece sono trascorsi “solo” poco più di dieci anni. È ovvio che ormai si utilizzi il computer per tutto, e ci mancherebbe altro, e adesso per me è impensabile usare carta e penna. Il guaio è che non riesco quasi più a scrivere a mano… pensa che ho difficoltà perfino a firmare! Molto di rado prendo appunti, e succede solo quando uno spunto, una frase, o magari un titolo intrigante mi attraversano la mente. Ecco, in questi casi devo avere a portata di mano una penna e un pezzo di carta, altrimenti, così com’è arrivata, l’intuizione se ne va senza lasciare traccia.

3 – C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Fino a un po’ di anni fa scrivevo soprattutto durante la notte. Adesso trascorro così tanto tempo al computer che non ci riuscirei più. I miei occhi si stanno ribellando e quindi ho imparato ad adottare un po’ di metodo. Scrivo principalmente di mattina, a mente più o meno fresca, e, tra un impegno e l’altro, riguardo tutto durante il pomeriggio. In questo modo, la sera posso rilassarmi, anche se la mente spesso resta incatenata alle storie che sto raccontando.

<<<CONTINUA>>>

INTERVISTA A PAOLO GULISANO SU WWW.BABETTEBROWN.IT

screenshot-2016-09-08-14-19-16

 

Paolo Gulisano, scrittore e giornalista, è uno dei più apprezzati cultori e critici italiani di letteratura fantasy e, in particolare, dell’opera dello scrittore britannico J.R.R. Tolkien. Amneris Di Cesare è riuscita a intervistarlo.

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Scrivere è per me una necessità, un elemento costitutivo della mia identità personale. Fin dalle scuole elementari mi divertivo a scrivere racconti, a inventare personaggi. Erano per lo più racconti avventurosi, frutto delle mie letture infantili che avevano avuto una notevole importanza nella formazione del mio immaginario: i romanzi di Jules Verne e di Jack London, e le antiche leggende di cavalieri. Leggevo anche fumetti, come Topolino, che nutrivano ulteriormente la mia fantasia. Ma oltre che essere un lettore avido, amavo fantasticare e mettere sulla carta i miei sogni. Direi quindi che la necessità di scrivere si è manifestata decisamente molto presto!

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e   appunti   al   volo,   oppure   rigorosamente   tutto   a video, computer portatile, ipad, iphone? Ho molta nostalgia della penna e della carta.  Scrivo naturalmente a video, su PC fisso, circondato però da carta: i libri che consulto, e anche gli appunti che sono sempre rigorosamente cartacei! I miei libri nascono sempre su taccuini dove metto appunti e spunti, dove “schematizzo” anche il lavoro da fare.  Da questo punto di vista non sono ancora troppo tecnologicizzato.

C’è   un   momento   particolare   della   giornata   in   cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Dipende. Dovendo fare per vivere un lavoro che mi impegna dalle 8 alle 17 dal lunedì al venerdì, scrivo quando è possibile. Per cui la fascia oraria più utilizzata è la sera. Tuttavia sfrutto anche i sabati e le domeniche, e in questo caso scrivo dal mattino alla sera. D’altra parte, quando mi prende l’ispirazione, non c’è orario e durata del lavoro che tenga!

<<<<l’intervista continua qui>>>>

ALESSANDRA ZENGO, EDITOR: INTERVISTATA PER BABETTE BROWN

Screenshot 2016-07-07 12.17.50

 

1. Sei un editor. Scrivi anche oppure leggi e “correggi” solo i testi altrui? Mi prendo cura delle parole altrui, quindi per il momento non scrivo, eccettuati i post per il mio blog personale. Tuttavia ho una gestazione lunghissima anche per gli articoli, quindi posso impiegare diversi giorni o settimane per produrre qualcosa che valga la pena di essere letto.

2. Ovviamente, come per uno scrittore, anche per l’editor bisogna prima saper “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Leggo moltissimo, tutti i giorni, sebbene nell’ultimo periodo mi stia concentrando più sulla saggistica specialistica. Da quando ho abbandonato Anobii, però, non conto più i libri che leggo (ero rimasta a un centinaio all’anno) e Goodreads non è mai riuscito a conquistarmi davvero. Ho un profilo, ma non lo aggiorno da parecchio.

3. Quale è il genere letterario che prediligi? Non ho un genere preferito. Per le mie letture personali scelgo a seconda del momento e dell’ispirazione.

4. Esiste una forma di lettura “critica” che si differenzia da una lettura “di evasione”? E se sì, quali sono le differenze, secondo te? Una lettura professionale non coincide mai con una lettura di piacere. Per fare una valutazione seria, chi legge deve prestare attenzione a tutti gli aspetti del libro: se ci sono errori, se la storia funziona, se i personaggi sono realistici, se lo stile è personale, ecc. E questo richiede tempo, anche perché durante la lettura si prendono appunti e note da riutilizzare nella scheda finale, in cui ogni giudizio deve essere motivato. Inoltre talvolta è necessario rileggere, se non tutto il libro almeno alcuni passaggi fondamentali.

<<<l’intervista continua qui>>>

GIANMARIA BOZZOLAN: ARTISTA E GRAFICO FUORICLASSE PER BABETTE BROWN

 

 

 

Screenshot 2016-06-02 10.27.26

Come si diventa grafico e perché?

Nel mio caso ci si diventa con tante sere spese al tavolo da disegno o imparando a usare software di grafica. Non ho una formazione artistica tradizionale. Ho studiato ragioneria e lavorato molti anni come contabile. Tuttavia ogni giorno ho sempre dedicato un po’ di tempo al disegno. Ho frequentato corsi di approfondimento e qualche anno fa ho avuto la fortuna di vincere un concorso di fumetto che mi ha permesso di  frequentare la Scuola Internazionale di Comics, grazie alla quale ho arricchito il mio bagaglio di conoscenze.

La giornata tipo di un grafico: ce la puoi descrivere?

Lavoro in un agenzia di comunicazione. Mi occupo principalmente di CMS e gestione contenuti di siti web. Purtroppo non c’è molto tempo per le illustrazioni e i fumetti. Per cui dopo le  ore di lavoro ordinario torno nel mio studio e mi dedico alle mie caricature e ai miei disegni su commissione.

Pittore/artista preferito.

I fumettisti in genere.  Jacovitti su tutti. Massimo Bonfatti e anche i grandi disegnatori Disney: Cavazzano, De Vita, Scarpa… Mi piace molto lo stile  di Robert Crumb e Joe Sacco. Akira Toriyama per lo stile Manga/umoristico.

auto-sovraccarica-bozzolan600x600Autore/Libro preferito.

Restando nel fumetto, mi sono piaciute molto le storie di Manu Larcenet. Nella letteratura in senso più ampio i romanzi di Haruki Murakami.

Colore o bianco e nero?

Trovo stimolanti entrambe le strade. Il bianco e nero per la possibilità di giocare con luci e ombre in maniera netta, anche se è più rischioso perchè l’errore e la bruttura sono dietro l’angolo. Il colore è un mondo  vasto e mi permette un’espressione a 360°, quasi in 3D.

<<<L’INTERVISTA CONTINUA QUI >>>