C’E’ UN POSTO CHE MI PIACE, SI CHIAMA…

Ci sono giorni in cui vorrei essere Americana. Ho vissuto negli States, ho due carissime amiche americane che non vedo da anni ma a cui penso con affetto continuamente.
Ci sono giorni in cui mi piacerebbe essere Giapponese per un giorno almeno. Adoro quella lingua, i manga, gli anime e anche quella loro millenaria cultura e tradizione che vorrei conoscere ma che non credo riuscirò mai ad apprendere.
Poi ci sono giorni in cui vorrei essere Coreana, Finlandese, Norvegese. Sono i giorni in cui mi appassiono a una lettura, un film, una serie TV un drama.
E oggi…
Oggi vorrei essere Danese.
Per via di questo spot meraviglioso.
Che mi ha commosso.
Una cosa è sicura.
Amo il mondo. Amo la gente, qualunque essa sia e comunque sia.
Amo la vita in quest’epoca mia.
Diciamo che sono sempre io.
E che sono sempre stata una cittadina del mondo.

 

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VORREI INCONTRARTI TRA CENT’ANNI: VENT’ANNI DI MERAVIGLIA.

CardAmneris

Vorrei averti adesso, racconto ispirato dall’ascolto di Vorrei incontrarti tra cent’anni, di Ron.

Il 24 febbraio 1996 si apriva uno dei Sanremo più polemici e controversi della storia del Festival e della Canzone Italiana. Due furono i conflitti che lo riguardarono:

1. La vittoria di Vorrei incontrarti fra cent’anni, cantata da Ron e Tosca, scritta da Rosalino Cellamare (aka Ron) rispetto a La terra dei cachi, di Elio e le storie tese, che, secondo la sala stampa, avrebbe ottenuto il massimo delle votazioni ma il cui risultato Pippo Baudo in persona avrebbe modificato personalmente con l’introduzione di schede sospette e non regolamentari (fonte Wikipedia) e della cui vertenza si occupò la magistratura. A Striscia alla notizia, nel corso della puntata di Sabato, trasmissione che precedeva di poche ore la finale del Festival e la proclamazione del vincitore, Enzo Jachetti fece una battuta all’apparenza innocua: “farò un film con Rosa Fumetto, Lino Banfi e Vince Tempera”. In realtà si trattava di una sorta di acrostico: prendendo solo i nomi di battesimo degli artisti citati, Rosa-Lino-Vince, si rivelava anticipatamente colui che sarebbe risultato vincitore del Festival quell’anno. Rosalino Cellamare è il nome vero di Ron.

2. La querelle sull’eventuale “plagio” da parte di Ron ai danni di Shakespeare, reo di aver utilizzato alcune strofe di alcuni sonetti del Sommo Vate di Stratford on Avon nel testo della canzone che poi avrebbe vinto il festival.

Plagio vero e proprio non si tratterebbe, in quanto i diritti sui testi di Shakespeare – della cui effettiva esistenza alcuni persino mettono in dubbio – sono scaduti abbondantemente ma in tanti ritengono che Ron avrebbe fatto bene a rivelare anticipatamente la fonte di ispirazione per la scrittura del testo della sua canzone, cosa che avrebbe, a mio avviso aggiunto valore al brano. Altri ritengono che anche l’intro musicale della canzone Vorrei incontrarti fra cent’anni sia identica a quella di More than words degli Extreme, uscita sei anni prima, nel 1990.

In ogni caso, Vorrei incontrarti tra cent’anni è una canzone senza tempo. Quest’anno ha compiuto vent’anni ma non li dimostra affatto. Poesia, lirismo, sentimento, delicatezza e pathos. Un piccolo gioiellino, un capolavoro che Rosalino Cellamare in arte Ron ha regalato al pubblico italiano, facendoci conoscere, tra le altre cose, la talentuosissima Tosca. Grazie Ron!

SOLO AMORE, NIENTE PAROLE.

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#NewYork, August 1945, #WWII #End moment captured by Eisenstaedt. Love wins.

 

 

In #Hungary, despite a policy of hate, in this moment captured by Yannis Androulidakis, love wins. #Syria #Refugees

#Hungary, September 2015 moment captured by Yannis Androulidakis  love still wins 70 years after. #Syria #Refugees

SI PARLA DI DONNE: LAURA COSTANTINI RIFLETTE SU MARA ROBERTI & CO.

 

E’ estate, fa caldo. Ci vorrebbe una menta ghiacciata, un ombrellone, un bel mare piatto come una tavola e un refolo di vento. E invece te ne stai chiusa in casa con l’aria condizionata a leggere le cose belle che scrivono gli altri, perché con questo caldo, anche solo pensare fa fatica.

Laura Costantini, riflette sullo scrivere rosa, e lo fa dopo aver letto il post di Mara Roberti sul suo Blog Rosa per caso:

Ebbene sì: esiste il FEMMINISMO ROSA

Rifletto. Mi capita. Anzi, direi che è la mia attività principale. E non sono uno specchio. Okay, la battutaccia la dobbiamo al caldo. Ma, dicevo, rifletto. Chi mi segue sa che da tempo mi interrogo sulla scrittura. E sulla scrittura delle donne. Ho intervistato un bel po’ di autrici, ne ho ricavato un saggio (https://www.bookrepublic.it/book/9788896656815-scrivere-non-e-un-mestiere-per-donne/) e non ho mai nascosto il fastidio che provo per il radicato pregiudizio in base al quale a una firma di donna in copertina, corrispondano per forza pagine dedicate a una storia d’amore. Un fastidio spesso condiviso dalle autrici che ho intervistato. Averne parlato mi ha procurato non pochi scontri con lettori/scrittori maschi convinti che il sillogismo sia “le donne parlano solo d’amore – le donne scrivono libri – i libri delle donne parlano solo d’amore”. Potremmo facilmente dimostrare che non è così, ma non è di questo che voglio parlare adesso. Perché l’amore è l’argomento principe del 99,9% delle storie da che esiste la scrittura. E anche prima. Raccontarne è una pulsione insita nell’animo umano, a prescindere dal cromosoma X o Y. La questione è come lo si racconta. Ed è qui che voglio introdurre il concetto di “femminismo rosa” per il quale rimando al blog di Mara Roberti  con un sottotitolo che è tutto un programma. Ovvero “O di come una femminista convinta iniziò a scrivere rosa”.

Il post è più lungo, non lo metto tutto qui perché invece merita che lo andiate a leggere sul suo blog e scopriate che donna fantastica e che giornalista, scrittrice talentuosa e competente è Laura Costantini.

E in quanto alla “scrittura di genere” e un po’ sessista che vuole suddividere lo stile narrativo in “maschile” e “femminile” vi consiglio anche questa intervista fatta da Florelle sempre a Laura in coppia con la sua “socia” Loredana Falcone:

CRONACA SEMISERIA DI UNA QUADRATURA DEL CERCHIO PARTICOLARE (PARTE I)

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La foto non è messa qui a caso.
Questa è stata una “2giorni” intensissima e tutta all’insegna di Mika.
La quadratura del cerchio, la fine di un’epoca, il realizzarsi di un sogno, la chiusura di un libro aperto ormai più di tre anni fa, quel famoso 6 dicembre 2012 quando una star internazionale dal falsetto che uccide e una giovane aspirante cantante, partecipante a un talent show musicale si incontrarono per caso su un palcoscenico e diedero vita a una performance indimenticabile, breathtaking, sarebbe la parola giusta, se questo post fosse scritto in inglese.

Tutto è cominciato quando Sara, cara e bellissima amica conosciuta su facebook ma poi incontrata di persona già il Novembre scorso, e protagonista della “tregiorni” Mengonian-Bolognes-Fiorentina” del 21 maggio scorso, mi chiama già a Marzo per dirmi:
“Ci vieni a Milano a vedere Mika al Fabrique?”
“No, non penso, troppo faticoso…”
“Se trovo i biglietti ci vieni?”
“Mah… chissà… ho paura… vabbe’, tanto non li trovi, prova pure…”
……………
“Ho trovato 4 biglietti!”
ed è iniziata così la mia avventura.

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Ho trascorso i successivi tre mesi a dirmi ogni giorno
“Tanto non ci vado, all’ultimo momento troverò una scusa, dirò che ho mal di testa, che la casa è andata a fuoco, che ho tante cose da fare, da scrivere, da tradurre, da editare…”

E mentre mi dicevo così, una vocina dietro la nuca rimarcava:
“Da due anni rompi le balle a tutti con ‘sto Mika, che quasi nessuno prima conosceva e oggi anche la vicina di casa che incontri a far la spesa ti ferma per dirti “Ma lo sai che Mika stasera sarà a CheTempoCheFa da Fazio?, è da due anni il tuo sogno di poterlo ascoltare dal vivo, di poterne sentire gli acuti in presa diretta, e che cosa fai? Ti tiri indietro all’ultimo minuto?”
Insomma, gira che ti gira, tra un dialogo tra diavolo e angioletto che mi ritrovavo sulle spalle a darmi consigli, la data del 10 giugno 2015 è finalmente arrivata. E l’avventura è iniziata.IMG_3517[1]

Per farmi forza e coraggio mi sono trascinata dietro il FiglioMinorePolemicoEPetulante, che mi ha fatto pagare con gli interessi ogni minuto di questa giornata lunghissima e stancante, fin dalla fermata dell’autobus con cui abbiamo raggiunto la Stazione di Bologna Centrale. A ogni metro che percorrevamo non faceva che ripetere:
“Quanti favori che mi dovrai fare da lunedi in poi! Ricordati mamma: il 10 agosto faccio “after”, torno a casa da lunedi alle 2:00 tutte le sere, posso portare a casa i miei amici e la mia ragazza quando voglio, un giorno mi fai il ragù e il giorno dopo le polpette al sugo senza soluzione di continuità e per almeno due anni di fila, e tante e tante altre…”

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Insomma, sotto il continuo ricatto morale del FiglioMinorePolemicoEPetulante, arriviamo a Milano, ci incontriamo con Sara e Corinne e arriviamo al Fabrique che saranno non più che le 11:30 del mattino.

La fila davanti al Fabrique è già lunghissima. Un’organizzazione spettacolare a opera delle ragazze del Mika Fan Club Italiano (MFCI) e del gruppo Mika Fan Action su Facebook ci stampano sulla mano un numero che sarà quello che farà fede all’entrata per poter accedere ai primi posti del parterre.

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Sì, perché me la sono voluta godere tutta la mia prima (ma probabilmente ultima) avventura Mika’s Gig, e ascoltandolo dal parterre a pochi metri dal palcoscenico. E per fare ciò, ho dovuto vivere la vita delle “fan”, quella vera, rude, delle lunghe attese in fila seduta per terra sull’asfalto che brucia sotto un sole cocente,

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dei panini portati da casa, dell’ombrello che di solito usi per ripararti dalla pioggia e che oggi utilizzi per risparmiarti un’ustione di 3° grado alle spalle,

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quella del tempo infinito che non passa mai, dei piedi doloranti, della voglia di farti una doccia e la consapevolezza che fino almeno alle 2:00 del mattino non ti sarà possibile, ma anche dei canti a squarciagola del tuo beniamino quando un fan in fila accende lo stereo della macchina e dei balli,

delle giocate a carte o a Memory, all’uopo realizzato in versione “Mika”,

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delle risate insieme alle amiche che insieme a te vivono questa avventura e che addirittura son arrivate dalla Francia per viverla proprio con te.

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E così, anche le lamentele un po’ feroci del FiglioMinorePetulante diventano più leggere.

La cosa buona del Tempo è che passa, inesorabilmente anche se ti sembra il contrario e in un battibaleno relativo ti ritrovi dentro al locale, seduta davanti al palco, a guardare quel pianoforte a coda che prima o poi vedrà Mika suonarlo, ballarvi sopra, saltarci come un gatto sinuoso e giocare con il pubblico scherzando e facendo un po’ lo scemo.

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La cosa bella del parterre è che ti ritrovi accanto le amiche del cuore e anche nuovi “arrivi” simpatici e sorprendenti.

E poi arriva lui.

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Entra in scena e tutto cambia. Diventa un’altra cosa. Lo hai visto in video milioni di volte. Lo hai ascoltato parlare da YouTube e dai siti delle radio online, nelle interviste e in televisione, a Xfactor 7 e 8, la sua voce è inconfondibile, il suo viso altrettanto ma lui è lì, adesso, davanti a te, in carne e ossa, con quella giacca blu con i cuoricini rosa, che probabilmente gli ha disegnato la sua mamma per Valentino, e sai che la tua Musa sta per apparecchiarti una scorpacciata di emozioni che, sì ti aspettavi, ma che probabilmente saranno totalmente diverse da quelle che immaginavi, troppe persino per la tua fervida immaginazione.

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Non è solo bello, Mika, su quel palcoscenico. E’ il palcoscenico. E’ l’Arte che si fa Corpo e Voce.

Quando ho scritto il “manoscritto che odio” ispirata da lui, dalla sua voce, dalle vibrazioni che emanava attraverso i suoi testi, le melodie scritte, i pensieri raccontati attraverso La Repubblica XL, credevo di avere un legame empatico con lui e di “sentire” ciò che viveva. Farneticazioni di scrittrice, lo so. L’ho sempre saputo. Eppure, adesso che me lo vedo lì, davanti, a grandezza naturale, in technicolor che si lancia in un acuto potente e irresistibile, è come se il mondo mi si aprisse sotto i piedi e una pedana naturale mi sollevasse e mi portasse alla sua altezza. Come se le persone che mi ritrovo a sentire spingere dietro, accanto e davanti a me non esistessero più. Siamo io e lui, io e la sua musica, io e la sua voce.
Io e le vibrazioni che manda a piene manciate…

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Mio figlio, il FiglioMinorePolemicoEPetulante di prima si avvicina e mi urla nell’orecchio:
“Mamma, mi rimangio tutto quello che ho detto oggi contro di te e contro Mika, grazie, lui è Fantastico!”

Dire che sapevo che sarebbe andata così, sarebbe useless (sempre se questo post fosse scritto in inglese) e ridacchio divertita, mentre continuo a vivere la mia personale armonia con il mio IdoloSulPianoforte.

Finché non canta Stardust.
Allora lì, il mio cuore skip a beat, and then two, and then three more.
Stardust ha un significato molto importante e intenso, per me. Non solo è la canzone con cui Mika mi ha conquistato, ma è quella che ha ispirato la mia vita narrativa per ben otto lunghi mesi. Una canzone che pur avendola ascoltata milioni di volte (e non esagero) continua a darmi brividi intensissimi a ogni ascolto. E’ musica che si fa liquida, poi si sublima e diventa aria, ti entra dentro e si solidifica di nuovo scoppiando in mille schegge di sensazioni.
Come Underwater
Come Any Other World  (che canterà alla fine, pare in base a una richiesta delle “vecchie” e fedelissime fan) e Over My Shoulder (che non ha cantato).
Come By the time (che non mi risulta abbia mai cantato e non capisco perché, dato che è una delle più belle del secondo album) che tra le altre cose mi ha ispirato così tanto da obbligarmi a scrivere un lungo racconto su quelle note e quelle lyrics.
Come Good Guys e Last Party in questo ultimo album che sta per uscire, per dire.

Ma tornando al momento in cui canta Stardust, ecco, lì mi sono sentita piccola piccola, un puntino in mezzo a uno spazio immenso e immortale. Non avevo quasi più voce, a quel punto da usare per cantarla, e quindi l’ho semplicemente recitata sottovoce, con i lucciconi che si facevano lacrime agli occhi ma non avevano il coraggio di scendere a prendersi la loro rivincita sulle emozioni che in quel momento si alternavano nel cuore. Stardust.
La “mia” Stardust. Come la poesia di Pascoli letta da bambina per la prima volta. La “mia” Poesia. Come Il Barone Rampante di Italo Calvino, incontro folgorante a sedici anni, adolescente sognatrice e tormentata. Il “mio” romanzo.

Il concerto arriva alla fine, i piedi sono in fiamme, le gambe formicolano di stanchezza esausta, la gola è riarsa ma stranamente non mi sento male, anzi, incredibilmente attiva ed energica.
A sentirmi esausta ci penserò poi.

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Dentro al Fabrique

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Sara, Corinne and I

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Mika the King – Foto di Simona Gardella

QUELLA GRAN ROMPIBALLE DI CENERENTOLA…

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“Stai davvero pensando di rivivere i ricordi dell’infanzia che hai perso? Sei davvero intenzionata a ricordare la tua infanzia per me, per aiutarmi a ritrovare la mia? Questo… puoi non farlo? Anche senza ricordare cosa è successo nel passato si vive molto bene nel presente. Hai tante persone attorno a te che ti amano,  hai davvero bisogno di ricordare ciò che è accaduto nel passato? Se lo stai facendo per me, allora  non farlo, ti prego di fermarti. Basta che tu viva la tua vita come è ora..”

Kill me, Heal me.

Io non so resistere alle storie d’amore belle, ben ideate e ben scritte. A quelle scritte male, inverosimili o odiose invece so resistere benissimo. Ultimamente, visto che sto documentandomi su un certo modo di scrivere, su una certa tipologia di genere, mi sono resa conto di essere diventata insofferente a molti cliché letterari, a tanti stereotipi che affollano la narrativa di genere “rosa”. Uno dei cliché più frequenti, in questi ultimi anni, è il “mito di Cenerentola“. Che piano piano sta iniziando a starmi cordialmente sulle scatole. Cenerentola non la sopporto più.

Oddio, poverina, a me lei personalmente non ha fatto niente. Anzi, da un certo punto di vista è ammirevole. Nasce in un ambiente sano, amata e coccolata dai suoi genitori benestanti (il re e la regina del castello), attorniata da tante persone che la seguono e le vogliono bene (la governante e le cameriere), e poi, improvvisamente la madre muore, il padre si risposa un’arpia velenosa, muore anche il padre e l’arpia la riduce a schiava licenziando tutta la servitù. Cenerentola sopporta, sopporta, sopporta. E in un guizzo di follia, una sera prende la pal(l)a al balzo e partecipa al ballo del Principe Azzurro (se devo essere sincera fino in fondo, se Cenerentola mi sta sulle scatole, il Principe Azzurro mi sta proprio sul c…avolo!), complice la fata madrina che la veste, le trasforma una zucca in cocchio, i topolini in cocchieri, le fa indossare le scarpette di cristallo e le dà un out-out terrificante: a mezzanotte tutto tornerebbe come prima per cui lei dovrà lasciare il ballo. Ovviamente da “cenerella” bruttina e sporca, per qualche ora Cenerentola si trasforma in bellissima, fighissima con un sex appeal da urlo e il Principe Azzurro capitola ai suoi piedi.

La storia è nota: Cenerentola scappa a mezzanotte, perde la scarpetta, le sorellastre tentano di dimostrare che la scarpetta è la loro, ma alla fine l’inganno si scopre e tutti vissero felici e contenti.

Dai tempi di “C’era una volta“, di Cenerentola ne abbiamo viste di tutti i colori. Con varie interpretazioni. Ma in genere sempre sullo stesso piano: bella inconsapevole, nascosta da una goffaggine e da un carattere restio alla socializzazione, vittima di bullismo da parte o dei consanguinei o dai compagni di scuola, viene scoperta dal “Bello/Bullo” più ambito della società e grazie alla sua scoperta da baco diventa farfalla, da brutto anatroccolo diventa cigno, da brutta/sporca/imbranata (che cade a pelle di leone con indosso ballerine o antiestetici mocassini tacco basso) diventa superstrafiga che corre con tacco 17 e si dimena sulla pista da ballo che nemmeno una cubista moldava in abitini succinti e minigonne inguinali. Tutto “grazie” alle attenzioni e alla “scoperta” del Principe Azzurro (o di altro colore, magari Grey?) di turno.

Sinceramente a me Cenerentola inizia a rompere le balle. Non tanto perché è Cenerentola, ma proprio per questa cosa di essere l’eterno diamante grezzo da “ripulire”, da far brillare di luce propria: come se una messa in piega, un trucco pesante, due tacchi a spillo e minigonna ascellare fossero “il meglio del meglio” a cui una donna possa aspirare.

Nelle Cenerentole contemporanee poi, le “eroine” son sempre tutte “intonse”, “immacolate”, diciamolo pure, “vergini”. Tutte ritrose e anche se ingrifate come ricci femmina, pronte a difendere la loro illibatezza a suon di ceffoni (e già qui, l’uso della violenza… ) ma in genere hanno tutte – fateci caso, leggete a caso qualche nuovo libro “rosa” che abbia una Bella Swan, Anastasia o ultima della serie, Abigail Abernaith come protagonista e poi mi saprete dire – un’amica “zoccola”. Una che ama saltare bellamente da letto a letto e che altro non fa che indurre in tentazione l’amica dall’anima pura come giglio e consigliarle di “divertirsi pure lei tra le lenzuola di qualche compagno occasionale di sesso”. Ora, capisco che magari a 22/24 anni, se ti vesti con gonnellone di pannolenci verde marcio, mocassini pesanti nero mogano, completino twin set di cachemire color cachi(na) e ti pettini tenendo i capelli (sempre lunghi, vaporosi, luminosi ma anch’essi inconsapevoli di tanta luminosità, dalle stupende sfumature color cioccolato tendenti al ramato) raccolti in uno chignon stile Signorina Rottenmaier, grosse possibilità di rimorchiare non ne avrai, ma mi piacerebbe capire perché nel 2015 una donna dovrebbe martorizzarsi così solo per dimostrare di non essere una che ama zompare da un letto all’altro (perdendosi tutto il divertimento, tra l’altro). E ancora: perché sinonimo di “bella” deve essere il solito abbinamento “minigonna inguinale, tacco 17, unghie laccate di cinque colori diversi più lustrini a piacere, rossetto rosso carminio e ciglia finte+mascara triplo spessore”? Spiegatemi cosa hanno di tanto poco sexy un tubino nero sotto il ginocchio e scarpe con tacco di quattro centimetri, o tailleur blu marine camicina di seta e collana di finto-perle. Spiegatemi perché non un paio di jeans e una maglietta bianca, semplicissima. O un vestitino a fiori con gonnellina svasata e golfino verde pisello. Spiegatemi perché. Che io non capisco. Son vecchia, son tarda, son di altra generazione.

Poi arriva Lui, il Principe Azzurro e tutto cambia. Perché è notorio che noi donne siamo così cretine che siamo tutte lì che aspettiamo di essere cambiate dal Principe Azzurro. Anzi, plasmate da lui. Ah!

Terminando questo excursus, in questi giorni ho letto una marea di storie così: romanzi rosa storici (quelli cosiddetti dell’epoca Regency), romanzi rosa Young Adult (quelli rivolti a un pubblico di ragazzine adolescenti, fascia di età dai 14 ai 19 anni) e romanzi rosa hardcore (le solite Cinquanta sfumature in salsa piccante varie versioni, con più o meno svolazzi erotici e sadomaso al loro interno). Addirittura ho letto di un Cenerentolo (Cinder, di Marie Sexton), storia gay-romance che forse è quella che più ho apprezzato per l’ironia e il romanticismo malinconico contenuto in esso.

Dicevo prima, alle storie d’amore non so resistere, a quelle scritte male so resistere benissimo. Bene. E qui torniamo ai Coreani. Sì, proprio a loro, a quelli che hanno tanti problemi sociali che la metà basta, a quelli che hanno differenze sociali incommensurabili che per carità di Dio, stiamoci alla larga. E che sanno scrivere storie d’AMMORE con la A e ben due M maiuscole.

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Dove magari l’eroina è una psichiatra al suo primo anno di tirocinio. Non  “sciatta” anche se un po’ “goffa”, non scialba, affatto introversa (ha un carattere molto forte, al punto da tenere testa ai più violenti e imprevedibili malati psichiatrici che ha in cura e osservazione nel suo ospedale) e da un carattere volitivo e dominante che tiene a bada persino il fratello più ostinato e combina guai.  Non diventa una “strafiga mozzafiato con abitini corti fino all’inguine e tacco 17” mai, neppure per sbaglio, quando si rimette a lustro, mantiene sempre un piccolo particolare un po’ kitch nel suo modo di vestire, e se ne fa vanto, ne fa il suo primo e inconfondibile segno distintivo.

Lui non èlo stronzo-violento-che-usa-le-donne-e-le-getta-come-gusci-di-noccioline-vuoti“. E’ anzi, fragilissimo, così fragile da aver spezzettato la sua mente e la sua anima in sette personalità diverse e si nasconde per terrore di poter far del male a qualcuno, in special modo a lei, che è prima il suo medico ma poi, lui scopre, il suo primo amore di bambino. E’ una fiaba. Ma una fiaba amara e tenerissima, che sfiora temi pesanti, come quella delle molestie e delle percosse ai bambini, dell’infanzia negata, della malattia mentale, del recupero, della cura e del perdono. Un piccolo capolavoro. Che mi auguro gli americani NON copino e stravolgano come solo loro sanno fare.

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Capito? L’Anti-Cenerentola e l’Anti-Principe-Azzurro, percosse e violenze all’infanzia, traumi infantili, segreti inconfessabili, senso di colpa, voglia di farla finita, depressione e cura, riscatto, perdono. Questi i temi di questa splendida storia, di questo drama magnifico che sa dosare amarezza e orrore a ironia e dolcezza e che nel mezzo, protagonista ma non principale, la storia di un amore delicato e maturo, che cresce pian piano, senza brividi di sessuale attrazione ma semplicemente attraverso il calore e la complicità, il sostegno, il bisogno di essere insieme e di proteggersi a vicenda.

Scrivere storie d’Amore non banali non copiando dai vecchi classici del passato, come Cenerentola, è possibile. Sarebbe bello se, anziché utilizzare sempre gli stessi canovacci, cercassimo di creare qualcosa di nuovo. C’è chi ci riesce. Perché noi no?

#ioleggodifferente

UNA MUSA E’ UNA MUSA: SEMPRE

#‎MikaMyMuse‬
… all’improvviso, dopo tante settimane di silenzio, di voli “altrove”, di occhi a mandorla e profumi esotici, dalla camera a fianco, dal computer di mio figlio le note di una canzone “magica” e molto amata, le voci delicate e familiari.
E’ un tuffo al cuore.
Quello che ha accompagnato tre anni di sogni, immagini, deliri, scritture, fanfiction, occhi a cuoricino esplode in me e ritorna vivo.
Non era un fuoco di paglia.
Non è un amore finito.
Mika è la mia Musa e lo sarà, ormai, sempre
Sto solo aspettando, in questo letargo silenzioso, che lui riaffiori con nuove sonorità e suggestioni.
Manca ancora poco, comunque. Questo lo so bene.
https://www.youtube.com/watch?v=tPCvhfdIUkg

COSI’ IMPARI, MAMMA!

 

 

UNA “VITA INCOMPLETA” CHE FORSE UN PO’ RIMPIANGO

 

Ormai è nota la mia passione per i Drama Coreani. Non sto a spiegarne più il perché. Ho già detto fino alla nausea che sono alla ricerca di storie, quelle storie che non trovo nei libri che leggo, e sono bulimica in questo senso, affamata sempre di ogni forma narrativa, qualunque essa sia. Quindi nessun bisogno di specificare, di puntualizzare, di giustificare.

Ho visto da tre mesi circa a questa parte, un qualcosa come venti, trenta drama coreani. Alcuni li ho apprezzati, altri meno. Studiati tutti, nei particolari, circa il linguaggio, le ambientazioni, la caratterizzazione dei personaggi. Devo ammettere che i coreani sono proprio bravi a raccontare. Storie anche difficili, o a volte, come nel caso di Misaeng, drama appena terminato, apparentemente (soltanto apparentemente) banali.

Certo, i Drama raccontano una realtà molto lontana da questa nostra occidentale, in quanto mentalità, tradizioni, usi, costumi e, ovviamente, modo di vivere e di rapportarsi con gli altri. Ma è bello proprio per questo. Riuscire a osservare, attraverso le storie raccontate, una realtà e mentalità lontana dalla mia, anche se, per certi versi, vorrei lo fosse.

Per anni ho amato lavorare. Studiare, informarmi, dedicarmi al mio lavoro con tutta me stessa. Ho persino rinunciato ad avere una vita sentimentale pur di poter vivere il mio lavoro con abnegazione. Arrivare mezz’ora prima in ufficio e uscire quando ormai tutti erano andati a casa da diverse ore era, all’epoca (ma sicuramente anche oggi), assolutamente incompatibile con una relazione amorosa. Ma era esaltante riuscire a raggiungere un obiettivo o farlo raggiungere al mio capo. Era bellissimo corrispondere con il mondo intero (con i “potenti mezzi di allora” che stavano appena apparendo sulla scena: un telex, un fax erano già sistemi all’avanguardia e avveniristici. Le email ancora non erano state inventate…) e poterlo fare passando da una lingua straniera all’altra in poche battute.

Era bello lottare per un contratto, per una sponsorizzazione, per una nuova commessa acquisita. Era bello anche il rapporto che si instaurava con i colleghi: non di amicizia, non di fratellanza, non di amore, bensì di cooperazione e, se eri fortunato, con alcuni anche di complicità. Era bello stimare il proprio capo e sentirsi parte di una squadra. Essere fedeli a quel superiore che, spesso, ti trattava anche male, se commettevi un piccolo insignificante errore non te la faceva liscia, a volte anche urlandoti dietro, ma che, qualunque fosse l’entità dell’errore, ti sosteneva, ti difendeva, ti dimostrava di tenere al fatto che appartenessi alla sua squadra.

Amavo gli uffici. I magazzini. Le strutture quadrate e lineari delle costruzioni nelle quali l’Azienda si insediava. Amavo l’odore della carta che veicolava da ufficio a ufficio, del toner delle fotocopiatrici, del caffé mal tostato delle macchinette nella sala d’attesa, e il trillare continuo dei telefoni interni e quello più aspro dei centralini. Amavo gli uffici, amavo l’Azienda. Amavo lavorare.

E’ stato un bel periodo, quello in cui ho creduto nel sogno di una carriera. Anche se non rimpiango la scelta diversa fatta poi.

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E un drama, Misaeng, che in 20 puntate racconta la vita quotidiana di alcuni impiegati in una multinazionale commerciale  coreana mi ha fatto ritornare alla mente tutto questo. Le lotte, i pettegolezzi, le sgomitate, le sottili cattiverie, gli schemi e le strategie per salire di grado, le complicità e amicizie inespresse ma solide e costanti, la fatica, il sudore, le notti insonni trascorse su un progetto o una presentazione. Lo studio. Gli aggiornamenti. Il training costante.

misaeng

Complimenti all’autore di questa fiction di successo (ha ottenuto picchi di audience in Corea sbalorditivi) Jung Yoon-jung e al regista Kim Won-seok.  Anche se la Corea è lontana dall’Italia, ho ritrovato in questo raccontare molte similitudini, anche quelle negative del mobbing e del sessismo, con la realtà lavorativa mia di anni fa. Non posso dire che sia quella di oggi, perché sono fuori dal mondo del lavoro da tempo, ma il ricordo di ciò che di bello all’epoca mi suggeriva, è riaffiorato guardandola.

Misaeng, una vita incompleta, è il titolo di questo drama.
Una vita incompleta, che, forse, un po’ rimpiango.

ZODIAC WAY OF THINKING

 

 

 

Dicono che chi è nato sotto il segno zodiacale del Cancro ami il passato e viva guardandosi sempre indietro, che faccia fatica a vivere il presente perché è sempre il rimpianto di ciò che è stato che muove le sue azioni e decisioni.
Io devo essere un Cancro atipico.
Non mi guardo mai indietro, o se lo faccio, lo faccio con nostalgia sì ma senza desiderio di tornare a quei momenti. Non mi fanno impazzire, infatti, i fantasy dei viaggi nel tempo tranne qualcuno, o se di viaggi nel tempo si deve parlare, che siano viaggi nel futuro.
Non rimpiango chi ero qualche anno fa.
Ho curiosità solo per ciò che è davanti a me e non dietro.
Mi piace leggere Jane Austen ma la vorrei trasposta a oggi e il mondo di adesso, pur con tutte le sue brutture e incongruenze, difficoltà del vivere e quant’altro ha più fascino per me di quello di cento, duecento anni fa. Mi piace vivere l’oggi e mi sento esattamente nel posto giusto al momento giusto, nell’epoca giusta per vivere.
Se tornassi a nascere, vorrei tornare a nascere nel 2050 e non nel 1850. Per dire.
Sono un Cancro atipico.
Sarà perché sono ascendente Leone?
‪#‎ZodiacThinking‬