STORIE D’AMORE IN PILLOLE: T’INNAMORERAI DI MARCO MASINI

Si conclude qui, con la numero 17 (il mio numero fortunato), la mia “carrellata” di “Storie d’amore in pillole”, una panoramica di tutta la mia produzione “romance” fino a oggi mai scritta.  La concludo con un pezzettino tratto da “Mira dritto al cuore”, anticipazione del romanzo che sta per uscire, probabilmente in Aprile, per Runa Editrice.


T’innamorerai – Marco Masini

T’innamorerai, forse non di me, 
starai ferma lì 
e succederà da sé
…da sé
Della libertà degli amici tuoi
te ne fregherai
quando t’innamorerai
…vedrai
Sarà bello da guardare
come un poster di James Dean
sarà dolce la paura
sganciandosi i blue jeans
sarà grande come il mare
sarà forte come un Dio
sarà il primo vero amore
quello che non sono io 

Eravamo rimasti soli. Brian e la madre erano già andati a dormire. Avevamo guardato un po’ la televisione ma ci eravamo stancati subito di assistere al programma insulso in onda quella sera. Si era accoccolato su di me, appoggiando la testa sulla mia spalla, e abbracciandomi si era appisolato. Ogni tanto mi stringeva forte, e rivolgeva il viso verso il mio, sorridendo. Mi sentivo soffocare, ma era piacevole, perché quella stretta mi raccontava il bene che mi voleva. Giocavo con i suoi capelli ribelli, e gli carezzavo le guance. Le ciglia bionde erano bagnate da lacrime; aveva nascosto alla madre e al fratello il suo dolore, ma ora che era rimasto solo con me, sapeva di essere libero di lasciarlo scendere in un’ultima corsa verso il nulla. Alzò di nuovo il volto in direzione del mio, e sempre a occhi stretti, rispondendo alle mie affettuose carezze, cercò la mia bocca. Non gliela rifiutai, pensando a un bacio casto tra fratelli. E invece fu un bacio vero, pieno di passione e di tormento.

Per un attimo il tempo si fermò in bilico tra lo stupore e la paura. Cosa stavamo facendo?
Lo sentii irrigidirsi e quindi staccarsi da me bruscamente, aprendo gli occhi e guardandomi interrogativamente. Sostenni il suo sguardo, imbarazzata.
«Che ore sono?» finse un risveglio confuso a cui risposi con falsa naturalezza. Tremavo e il cuore mi scoppiava in petto, ma non sapevo spiegare se fosse a causa del bacio, che sì, era stato davvero magico o del senso di colpa per aver baciato chi? Un fratello? Un amico? Il mio migliore amico? Avevo forse commesso un peccato mortale? Un incesto? Mi sentivo ondeggiare come fossi sul ponte di una nave e non riuscissi a restare in equilibrio. E lo sguardo che vedevo adesso su Thomas mi faceva stare ancora peggio. Era indecifrabile. Né indifferente, né partecipe. Davvero non si era reso conto di nulla?
«È meglio andare a dormire» disse alla fine, e barcollando si diresse verso la porta della camera richiudendola alle sue spalle e lasciandomi seduta su quel divano a ripercorrere i nostri ultimi gesti. E poi di nuovo, e di nuovo ancora, come un disco rigato che arresti la puntina e ripeta all’infinito l’ultima parola. Restai sveglia tutta la notte a chiedermi che conseguenze avrebbe avuto quel nostro incontro così ravvicinato.

Mira al cuore
di
Amneris Di Cesare
Runa Editrice
Aprile 2014

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STORIE D’AMORE IN PILLOLE N.16: TIZIANO FERRO – ROSSO RELATIVO

Tiziano Ferro – Rosso Relativo

[….]

Mi aveva chiamata la mattina dopo e mi era passato a prendere addirittura nel primo pomeriggio. Non aveva perso tempo in preamboli inutili. Si era diretto subito verso un alberghetto, un fatiscente  palazzotto ai margini della città, che sarebbe diventato il nostro rifugio per incontri casuali e intensi. Imparai presto ad amare quella stanza n. 17,  la carta da parati a fiori verdi e lilla, strappata in più punti e sporca di fuliggine da termosifone. Mi divertiva persino il letto cigolante sul quale ci buttavano forsennati e animaleschi. Adriano sapeva amarmi come nessuno era mai stato in grado. Frenava la mia foga, la mia fretta.  Mi dominava, mi guidava. Ma nello stesso tempo teneva in grande considerazione i miei desideri, le mie curiosità. Ci univamo con furia ma anche con lentezza. Lui trascorreva ore a guardarmi soltanto, a carezzarmi lieve squassandomi di brividi. Con Adriano mi sentivo bella. Per la prima volta, sicura di me stessa e del mio potere sensuale. Era diventata un’abitudine a cui credevo di non poter più fare a meno, quel nostro incontrarci così, nel primo pomeriggio e tirar fino a sera tra amplessi e carezze, molto sesso e poche parole. Amavo il pomeriggio anche per questo, ora. Era uno spazio dilatato del tempo, una dimensione parallela e sospesa nel vuoto del giorno. Un momento di attesa, infinito. Mi rialzavo da quell’alcova solo al filtrar della luce dalle persiane abbassate, che coloravano la stanza di righe azzurro chiaro. Quello era il momento di andarsene, di lasciarlo ancora nudo e sudato a pregarmi di restare, una volta soltanto, a dormire con lui. Ma non gliel’avrei ancora permesso. Dormire con lui, non sapevo bene spiegare perché, era un privilegio che non volevo concedergli. Non ancora.

Non gli avevo mai fatto domande sulla sua vita privata. E non avevo mai raccontato a nessuno di quegli incontri nascosti tra le pieghe di pomeriggi speciali. Men che meno a Giuliana e a Federica, che sembravano aver dimenticato quella sera in cui me lo avevano presentato. Non me la sentivo di raccontare loro di quegli appuntamenti clandestini. Inoltre, Adriano spariva per giorni, per settimane addirittura, senza una spiegazione, immediatamente dopo i nostri accesi amplessi, quando invece la passione avrebbe imposto un rivedersi più assiduo. Non gli avevo mai chiesto perché svanisse così, o dove andasse, né con chi si vedesse; e se si vedesse con qualcun’altra? Questo sì, lo temevo. Ma resistevo dal porgli domande che avrebbero potuto farlo scappare.

Rimanevo in attesa. Di una sua telefonata. Di un suo cenno. Di un’altra occasione per incontrarci nella stanza n.17 e fare di nuovo all’amore. Restavo in ascolto. Dei miei battiti di cuore che mano a mano che il nostro strano rapporto procedeva, diventavano sempre più rapidi, e delle parole che mi nascevano dentro a descrivere ciò che provavo per lui. La sua voce sulla segreteria telefonica mi bastava a colmare quei vuoti, quelle sue assenze.

 Mi aveva chiamato la sera prima:
«Passo a prenderti nel primo pomeriggio»  mi aveva promesso. E stavolta avrei ascoltato la sua voce sussurrarmi parole eccitanti dal vivo. Sapevo cosa mi aspettava, cosa lui si aspettava da me. E non vedevo l’ora. Mi ritrassi dallo specchio. Avevo terminato di prepararmi. Mi girai, ora a sinistra ora a destra, ammirando la mia immagine riflessa, compiaciuta. Ero in gran forma. Mi divorerà di baci. Sorrisi pensando alla mia audacia e irresponsabile impudicizia. Una ragazza per bene non si crogiola in pensieri così spinti. Ma io non volevo essere una ragazza per bene. O invece lo ero?

Attrazione pomeridiana
racconto
di
Amneris Di Cesare


[…]
(continua)

STORIE D’AMORE IN PILLOLE n.15: BY THE TIME di MIKA

It’s the early morn
Lights flick on
Sleepy eyes peek through the blinds at something wrong
Motionless remains the mess
Shame, such a beautiful, beautiful young life

[…]

Una birra tra amici.
Un tavolo unito per far posto ad altri che sono divenuti subito gruppo.
Una battuta. Una pacca sulla spalla.
Un pugno per finta sul braccio in risposta.
Non ti ho fatto male, ma hai comunque riso lamentandoti della mia troppa irruenza.
Una chiamata al cellulare che ti ha costretto a uscire in fretta per rispondere.
La fitta al petto per una gelosia che non potevo giustificare in alcun modo, non ne avevo diritto, ma che mi ha permesso di capire quanto già fossi preso di te.
Un’occhiata d’imbarazzo, poi, al tuo ritorno.
Una domanda che mi sono subito pentito di averti fatto ma che invece non ho resistito a porti:
«Il tuo ragazzo?» speravo mi dicessi di no.
«Il mio compagno. Sì» hai invece risposto lacerandomi dentro senza rendertene conto – o forse proprio volendo distruggere quel poco di lucido e sano che in me ancora esisteva prima di incontrarti? – «E’ di una gelosia spaventosa. Mi controlla. Mi segue ovunque io vada».
Tutte quelle spiegazioni!
Il senso di smarrimento e di perdita, la confusione, le risa, gli schiamazzi degli altri e che invece avrei voluto cessasse immediatamente, che se ne andassero pure affanculo, che mi lasciassero solo!

La tua mano sulla mia.
Gli occhi tuoi, marrone screziato di verde, come la terra appena irrigata dalla pioggia, e immersi nei miei a togliermi anche l’ultima boccata di ossigeno che mi restava prima di affogare direttamente nell’oblio del mio turbamento.
«Ho voglia di fumare, mi accompagni fuori?»
Un invito. Che sulle prime non avevo capito avresti gradito tu ricevere da me.
E quindi il vicolo buio, immerso nella puzza della città nascosta, sconosciuta e dimenticata, quella dei cortili interni anneriti dai fumi del caloriferi condominiali, quella all’ombra di occhi indiscreti e giudicanti o forse solo indifferenti.
L’attesa.
Di un’azione, di una mossa che non avrei mai osato fare io per primo.
Il fumo delle nostre sigarette mescolato alla condensa di respiri sempre più affrettati e di un freddo inverno così rigido da annebbiare ogni colore.
E un passo verso di me.
Il tuo odore.
Il tuo profumo.
«E’ da tanto che fumi? Io avrei deciso di smettere…»
«Non so. Non ci ho mai pensato. Non ricordo…» e un tamburo ha iniziato a pestarmi il petto, un pum pum ritmato e violento che chiama all’adunata tutti i supereroi del mio cuore tornato bambino. Mi sono ritrovato a balbettare come un cretino, sperduto e incapace come il più scemo dei pivelli.
Robusto e forte, dominatore e sicuro, di fronte alla tua fragile ed esile essenza, eppure nudo e disarmato, ecco chi ero io, quella sera, di fronte a te mentre ti accostavi fissandomi dritto nell’anima.
E più ti avvicinavi, più idiota io mi sentivo.
L’odore della tua pelle, quell’umore forte e deciso che ancora adesso basta penetri un poco nelle narici per farmi esaltare, allora mi avvolse in una spira soffocante di eccitazione.
Mi hai guardato, mi hai sorriso, hai lanciato il mozzicone lontano e mi hai soffiato il fumo in bocca, aderendo con le tue labbra a ventosa sulle mie.
Un bacio.
Sconvolgente e crudo, affamato e scomposto.
Così tanto da farmi venire come un adolescente.
Hai trovato la cosa divertente al punto da scoppiare a ridere in maniera plateale, brutale.
Maleducata quasi.

Poi quei fari a trafiggere il buio fumoso della notte.
Beccati sul fatto come due adolescenti nel bagno della scuola a scambiarsi baci e carezze proibite.
Ti ho visto inorridire lievemente e le tue guance si sono colorite del terrore più cupo, al pensiero di ciò che sarebbe stato da allora in avanti.
«Sono il giocattolo di un uomo potente» mi hai detto dopo che siamo corsi via, sgattaiolando per i vicoli bui e tortuosi che proteggevano complici la nostra “marachella”.
Ci siamo fermati per prendere fiato e tu hai riso di un’ansia repressa e scomposta, gettando la testa all’indietro, felice di sentirti così.
«Non sopporta di essere tradito. Non mi perdonerà, ora che ha saputo. Non lascerebbe in pace neppure te, perciò le nostre strade si dividono qui, adesso» hai aggiunto alla fine. Lo hai detto come se stessi scegliendo un film da vedere al cinema, la stessa noia e incosciente indifferenza che si usa quando non si sa che vestito mettersi davanti ad un armadio pieno di abiti luccicanti. «Perdonami, ma io sono così. Quello che mi piace, me lo prendo. E bevo veleno, se devo ».

[…] continua

Non scapperemo più
di
Annemarie De Carlo
racconto in progress
ispirato alla canzone
By the time
di
Mika

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Google Translate

[….]

A beer with friends.
A table joined to make room for others who became instantly a group.
A joke. A pat on the shoulder.
A punch on the arm in response to mock you.
I didn’t hurt you, but you still laughed moaning  at my extreme vehemence.
A cell call  you had to get out in a hurry to attend.
The sharp pain in my chest for a jealousy that I could not justify in any way, I had no right, but that allowed me to understand what I already felt you.
A glance of embarrassment, then, when you went back.
One question that I immediately regretted I made but that I could not resist to make you:
“Your boyfriend?” I hoped you’d say no .
“My parnter. Yes,” you replied  tearing me apart without realizing it – or maybe just wanting to destroy what healthy in me  still existed before I met you? – “It’ a scary jealousy . He checks. He follows me wherever I go. “
All those explanations!
The sense of bewilderment and loss , the confusion , the laughter , the shouting of the other and that instead I wanted to cease immediately, well fuck off, leave me alone!

Your hand on mine.
Your eyes, brown mottled green, just like the land watered by the rain and soaked into mine to take off the last breath of oxygen left to me directly before you drown in the oblivion of my confusion .
“I want to smoke , are you coming out with me ?”
An invitation. That at first I did not realize you’d welcome you receive it from me.
And then the dark alley, surrounded by the stench of the hidden city, unknown and forgotten, the one of the inner courtyards blackened by the smoke of the radiators, the one cealed bt the shadow of prying and judgmental or maybe just indifferent eyes  .
And then the wait
Of an action, a move that I would never dare do myself first.
The smoke from our cigarettes mixed  to our breaths condensation getting rushing over and over while the cold winter was getting so sharp to obscure each color.
Then a step toward me .
Your smell.
Your perfume.
“It ‘ been so long since you smoke? I would have decided to stop … “
” I do not know . I never thought of that. I do not remember … “and a drum began to beat me on the chest, a pum pum paced and violent that calls muster all the superheroes of my heart back baby. I found myself stammering like an idiot , lost and unable to be the most stupid rookies .
Sturdy and strong , domineering and safe, in front of your essence frail and thin , but naked and unarmed , that’s who I was, that night, in front of you while you apporaching me staring straight into my soul .
And more you went close to me, more idiotic I felt .
The smell of your skin, that strong and sharp temper that even now tough enough to penetrate a little into the nostrils to exalt me , then it wrapped me in a loop choking with excitement.
You looked at me, you smiled at me, you threw the butt away and  blown the smoke in my mouth, adhering with your lips suction cup on mine.
A kiss.
Shocking and raw, hungry and broken .
So much to make me cum like a teenager.
You found it funny to the point of bursting out laughing in a blatant and brutal, almost rude way.

Then those headlights pierce the smoky darkness of the night.
Caught on the fact like two teenagers in the school bathroom to exchange forbidden hugs and kisses.
I saw you shudder slightly and your cheeks were colored of a dark terror at the thought of what it would be from then on.
“I am the toy of a powerful man ,” you told me after we ran away, slinking to the dark alleys and winding protecting accomplices our “prank .”
We stopped to take a breath and you have pent-up anxiety and broken laugh, throwing your head back, happy to hear that.
“He hates to be cheated . He won’t forgive me , now that he has learned . He won’t  leave in peace even you, so our paths diverge here now, ” you’ve added at the end . You said it as if you were choosing a movie to watch at the cinema, the same reckless indifference and boredom that is used when you do not know what dress to choose, standing in front of a closet full of  shiny clothes. “Forgive me, but I am like that. What I like, I’ll take it. And I drink poison, if I have to . “

[….] to be continued

We’ll run away no more
story in progress 
inspired by the song 
By the time 
of 
Mika

STORIE D’AMORE IN PILLOLE n.14: LATIN LOVER DI CESARE CREMONINI

Latin Lover – Cesare Cremonini

Se gli amori passati non contano niente, 
e sono lontani da noi, 
gli errori che ho fatto col senno di poi… 
Tu baciami adesso, se vuoi… 
Baciami adesso se vuoi…. 

Fidati di me, un latin lover 
non canta l’amore: lo vuole per sè! 
Ecco perché non sono un latin lover: 
io canto l’amore si, ma solo per donarlo a te!

[…]

Entrai nel ristorante con passo sicuro. Il mio corpo snello fasciato da un tubino nero e avvolto in una nuvola di profumo costoso colpì subito nel segno: tutti si girarono a guardarmi con ammirazione e invidia. Mi resi immediatamente conto di come fosse fuori luogo quello sfoggio di classe. I miei compagni, tutti già presenti, erano vestiti in abiti molto informali. E tutti parevano portare sulle spalle il peso di quei dieci anni trascorsi: non sembravano trentenni ma molto più vecchi.

Mi salutarono con affetto e calore, facendomi mille complimenti sul mio aspetto favoloso. Stefano si avvicinò per ultimo, lasciando al tavolo una ragazza graziosa e in carne, che amorosamente tentava di calmare un bambino in passeggino.
— Teresa! Sei venuta! Quando ti ho mandato l’avviso per i compiti di scuola speravo che telefonassi o scrivessi, così ti avrei detto della cena… ma non ho avuto notizie da parte tua e neppure i tuoi sono riuscito a rintracciare…
— Sì, i miei vivono parte dell’anno con me a Londra — risposi volutamente asciutta — ed è stato un caso che abbia incontrato la Ricci a scuola ieri… — continuai ostentando indifferenza — ti trovo bene, Stefano — aggiunsi con una punta di sarcasmo nella voce. Stefano abbozzò, ma comprese l’allusione.
— E’ stata dura, Teresa. Molto. Ma ce l’ho fatta alla fine. Grazie a Margherita sono riuscito a risalire la china…
— Già, che gran fortuna non è vero? — replicai senza più riuscire a trattenere la mia acidità. Mi allontanai da lui, sorridendo al professore di latino che era entrato in quell’istante nella sala. Il primo round era andato, avrei atteso un po’ per dare a Stefano la mia stoccata finale.
Sentivo i suoi occhi su di me, e quell’attenzione mi infastidiva. Non lo detestavo, in fondo al mio cuore ero persino contenta che ce l’avesse fatta. Solo sentivo forte il rimpianto che, a causa delle sue pressioni e quelle della sua famiglia, avevo rinunciavo a vivere un grande amore, come probabilmente non ne avrei potuto più incontrare per il resto della mia vita. Ma forse era stata tutta colpa mia. Se avessi avuto il coraggio di dire a Stefano subito tutta la verità, avrei sopportato momenti di grande tensione ma tra me e Matteo non si sarebbe formato quel baratro che poi ci aveva divisi. Mentre riflettevo su questo, Stefano si avvicinò.
— Posso parlarti in privato? Sono anni che sento il bisogno di chiederti scusa…
— Stefano, davvero… non…
— Ti prego, Teresa, ho bisogno di chiarire tante cose con te. Tu presto partirai, tornerai a Londra, non avrò più occasioni…
Ci allontanammo dal resto dei commensali. Sulla verandina davanti al mare ci fermammo a guardarci per un lunghissimo istante senza dirci nulla. Poi Stefano parlò:
— Ti chiedo scusa, Teresa, per tutto quello che ti ho fatto. Non ho mai smesso, in tutti questi anni, di pensare al modo per farlo. Tu hai fatto tanto per me, in quegli anni, e io allora non ho saputo apprezzare nulla di quello che mi hai dato…
— Non c’è bisogno di chiedere scusa, Stefano, io non ho fatto niente — aveva importanza ormai? Avevo scelto liberamente di stargli vicino, di lasciare Matteo al suo destino — mi ha fatto male solo il sapere che il mio starti vicino ti danneggiava piuttosto che farti del bene. Me lo disse il tuo psicologo…
— Fece molto male, in realtà a dirti quelle cose. Ma suppongo che abbia avuto un effetto positivo su entrambi… In ogni caso, ti sarò grato per sempre per quello che mi hai dato, allora.
— Peccato che per darti quello che ti ho dato, ho perso il mio grande amore. Quello che si incontra una volta sola nella vita.
— Parli di Matteo vero?
— Come sai di Matteo?
— Ho trascorso alcuni anni a riflettere, prima di incontrare Margherita. Ho fatto due più due ripensando a quello che accadde quell’estate: i vostri comportamenti, la tua insofferenza, il suo distacco, a quella partenza che sapeva tanto di fuga…
— E’ vero, io e Matteo ci amavamo. Alla follia. Non ho mai avuto il coraggio di confessartelo e quando tuo padre…
— Matteo venne a dirmelo prima di partire. Per questo mi sono lasciato andare così. Quando ho saputo che il mio migliore amico ti amava e fuggiva per lasciarmi libero il campo, il mondo mi è crollato addosso letteralmente.
— E io dovrei provare compassione per te, adesso? — sbottai. Ero sconvolta. Stefano aveva sempre saputo e non aveva fatto nulla per cambiare le cose. Ma mi ripresi subito. Mi guardai attorno e mi tranquillizzai vedendo che nessuno si era accorto della nostra assenza e del mio alzare la voce.
— No, certamente no. Io mi sono comportato male. Ma l’ho capito solo molto tempo dopo. In realtà, è stata Margherita, mia moglie, ad aiutarmi a capire quanto…
— Se tu mi avessi detto che sapevi di me e Matteo, forse io mi sarei sentita libera di andare da lui… Avremmo per lo meno vissuto fino in fondo la nostra storia e non l’avremmo lasciata a metà… incompiuta.
Un’ovazione generale, all’interno del ristorante attirò la nostra attenzione. Immediatamente, incuriositi ritornammo all’interno per capire cosa fosse accaduto.
— Non ci crederete! —esclamò entusiasta la Ricci venendoci incontro — il grande Ingegner Gherardi è qui! E’ venuto anche lui! — Sentii il cuore scoppiarmi dentro e poi sciogliersi in mille scintille incandescenti. Forse non sarei stata in grado di sopportare anche quell’emozione. Rimasi immobile sulla porta guardando gli altri accalcarsi attorno a un uomo alto, massiccio e anch’egli vestito in modo formale. Matteo era sempre bellissimo nel suo completo di lino color champagne, la camicia bianca leggermente sbottonata da cui spiccava un’abbronzatura perfetta. Dalle tempie però appariva già qualche spruzzata di grigio e gli occhi tradirono una stanchezza che non pareva soltanto fisica. Per un istante lunghissimo i nostri occhi si incontrarono e fu la stessa scossa elettrica di sempre quella che ci colpì e mi impose di scappare in spiaggia di nuovo, lontano da tutti, per affrontare i ricordi che ora si affollavano scomposti nella mente.

Non saprei dire quanto tempo trascorsi là fuori, al buio, i piedi scalzi nell’acqua calda dell’estate, il rumore delle onde a rifrangersi sul mio cuore in tumulto. Pensai probabilmente di restare lì per sempre, ad aspettare che finisse la festa, che, dimentichi della mia presenza, tutti se ne andassero per la loro strada. E invece…
Matteo venne a cercarmi. Quando mi trovò si fermò accanto a me in silenzio, ad assaporare il fumo di una sigaretta che brillava nell’oscurità della notte ormai inoltrata. Parlai io:
— E’ passato tanto tempo…
Ma lui non rispose. Chiacchierone e casinista un tempo, ora immobile a fissare un punto indefinito all’orizzonte, chiuso in un silenzio indecifrabile e inquietante. Sentii l’ansia crescere e soffocarmi quasi, ma non assecondai la tentazione di parlare ancora.
— Ho saputo che hai fatto una carriera importante — la sua voce mi colse di sorpresa e mi colpì come una frustata in pieno volto. Era ancora la voce suadente e calda di un tempo, quando mi sussurrava parole d’amore nell’intimità. E niente era cambiato in me. Il mio cuore sanguinava ancora di desiderio e dolore — lavori presso uno studio legale importante a Londra… Ho sentito spesso fare il tuo nome nei vari consigli di amministrazione…
— Anche tu sei diventato qualcuno, mi dicono… — risposi, tentando di nascondere la mia emozione — di te non ho saputo nulla, però, fino a stasera. In realtà non ho mai voluto sapere nulla, mi avrebbe fatto troppo male…
— Sì, fa male, in effetti — continuò lui — sentire di essere a poca distanza dalla donna che si è amato tanto e che forse si ama ancora e non poter far nulla per avvicinarla, parlarle, chiarire con lei…
— Perché non hai potuto farlo? Io non ti avrei respinto…

[…] continua

estratto da

La cena di classe
racconto di
Amneris Di Cesare

FUMO: LOVE STORY IN PILLS N. 13

Dieu est un fumeur de havanes – Serge Gainzbourg e Catherine Deneuve

Un odore. All’assaporarlo pare profumo, ma non lo è. Perché è l’odore di una folata di tabacco. Acre e forte, ma al tempo stesso dolce e delicato. Esala da un sigaro e la raggiunge all’improvviso, mentre tranquilla cammina sul marciapiede di una via molto affollata in una città sempre di corsa. Nuvola bianca che la investe,  un turbinio misto tra aspro muschio e soffice borotalco.
Sensazione piacevole,  quasi un regalo
pensa distraendosi dai pensieri malinconici che l’assediano da un po’, riprendendosi svelta dal torpore che il plumbeo mattutino le ha avvolto intorno come una sciarpa di  umida nebbiolina.
Quale bizzarra carezza, il fumo la sfiora dolcemente e le ridona attenzione e curiosità per il mondo che la circonda. Subito dopo lui, che con quel “profumo” l’ha schiaffeggiata dolcemente, la sorpassa.
Alto, scultoreo, un armadio solido che dondola lentamente su gambe lievemente incurvate dal peso di muscoli che sebbene parzialmente nascosti dal cappotto, si intuiscono possenti…
Lo guarda e ne soppesa l’aspetto. Si stupisce di tanta attenzione, ma indugia nell’osservarlo, come lasciandosi trasportare da un gioco.
Biondo, viso  quadrato, niente di angelico in quei tratti. I capelli cortissimi e un accenno di barba non rasata: non bello, sicuramente non il volto da attore di film.  Lineamenti concreti di persona abituata alla vita e che dalla vita ottiene sollecitazioni reali…
Già, è un gioco segreto, in fondo innocuo.
Chi mai potrà scoprire ciò che sta avvenendo in questo preciso istante nella mia mente?
Ridacchia tra sé, divertita e imbarazzata.
Mani grandi, tozze. Callose, di chi è operoso senza risparmio,  ma con un che di gentile, delicato. Curate nonostante la forza che sanno spiegare. Le dita trattengono il sigaro quasi ad accoglierlo con tenera premura
Intrigante il pensiero delle stesse dita sfiorarle la pelle, accarezzarle le guance passando lievi su labbra vivide di attesa. Ne avverte il ruvido contatto sul collo sottile, quasi un solletico lieve.
Che matta  sono… però è divertente
Superandola, lui l’ha ovviamente ignorata. Come milioni di altri passanti che si incrociano, si incontrano o si scontrano distrattamente, si sorpassano sulla via, in autobus, o in metropolitana tutti i giorni. E lei tenta di fare altrettanto, decisa a liberarsi di quell’interesse improvviso, richiamando i pensieri all’ordine, indirizzandoli verso più opportune osservazioni.
Ma l’odore di tabacco le rimane impresso nelle narici. E quella schiena imponente, che le ondeggia ora davanti allontanandosi con fretta lieve non vuol decidersi a scomparire dalla sua attenzione.
Chissà che mi succede, non mi era mai capitato prima
si chiede incuriosita mentre segue quasi ipnotizzata quella camminata mascolina che, suo malgrado, non smette di trovare attraente. Un semaforo pedonale li arresta entrambi, e la fa fermare al suo fianco. Con la coda dell’occhio lo vede portarsi le dita alla bocca di nuovo. Un’altra folata di fumo. La aggredisce in una nuvola densa di color azzurrino, le avvolge la faccia e penetrando negli occhi, le punge le pupille che lacrimano un poco, le si insinua in gola, solleticandola e facendola tossire leggermente.
Dita che scivolano via leggere su seta fresca, spogliando a poco a poco le spalle e sfiorandone la pelle ora nuda,  indugiando poi  in una stretta più forte
— Mi scusi… Si gira verso di lei, schernendosi, visibilmente imbarazzato.
— Si figuri… — lei socchiude ancora gli occhi che pizzicano — è molto buono questo odore  — sussurra piano, quasi arrossendo.
— E’ la prima donna che mi dice una cosa simile — sorride lui incuriosito.
L’attrazione per quell’uomo la fa trasalire di timido imbarazzo mentre si sente ora spiata da occhi scuri che la scrutano semichiusi.
Di nuovo quelle dita dal tatto rovente ora stringono i fianchi, solleticano la schiena, percorrono chilometri di pelle e brividi..
Non riesce più a portar ordine ai propri pensieri, che, ammutinati, ora frullano indisciplinati. Il gioco segreto non è più così innocuo. — questo perché generalmente le donne non fumano… — riprende lui apparentemente seguendo pensieri suoi, quasi saccheggiando ricordi lontani  —… sigari — conclude poi con un sorriso schietto e luminoso.
La voce. Ispida, severa ma profonda. Avvolgente e sinuosa come…
— Fumo? No, non ne fumo nemmeno io, infatti…— risponde lei perplessa ma contagiata ormai da quel timbro che scopre particolarmente rilassante.
— E allora?
— Come mai mi piace questo odore? —  lo guarda ora diritto negli occhi, ansiosa e titubante.
Quello sguardo così cupo e penetrante. Potrà leggere i miei pensieri? Impossibile!  Eppure mi sento come trasparente…
— Già, ne sono stupito
— Non lo so nemmeno io… Un odore dolce e amaro al tempo stesso… molto… — continua spavalda a sostenere il suo sguardo
Un viso interessante,  non comune. Un volto provato dal tempo e dall’esperienza, nonostante l’aspetto ancora giovanile…
Il gioco, non più innocuo, continua suo malgrado. Vorrebbe ribellarsi ma non riesce. Non può liberarsi dalle spire di quel profumato odor di fumo che l’annienta
— qualcosa di molto forte, virile, ma allo stesso tempo, delicato, gentile… —  parla, quasi ascoltando se stessa  parlare. Guarda oltre quegli occhi,  vedendosi  in una dimensione parallela a quella reale. Ora quelle mani si son fatte ingorde, assaggiano il suo corpo con infuocata impudicizia. Sente stranamente di aver caldo, nonostante la pioggia, nonostante l’inverno che sta pigramente avanzando nelle strade. Lo ha fatto ancora.
— Sono sbalordito!
— Da cosa? — risponde ansiosa lei, come svegliandosi da un sogno o da un’emozione profonda.
— Dalla capacità di descrivermi così accuratamente — lui le sorride, aperto e franco — eppure lei non mi conosce affatto. E’ una sconosciuta!
— E’ un complimento? — lo guarda ironica adesso.
— Se vuole… — lui le restituisce una smorfia scherzosa, fissandola dritto negli occhi.
Le nostre bocche si avvicinano. Odorano di fumo e di desiderio. Chissà come dev’essere baciare quella bocca?
— E’ verde…
— Prego?
— Il semaforo… è diventato verde… — risponde lei di nuovo cosciente, libera dal fumoso incanto, e indica la folla che ha già attraversato il vicolo mentre loro ancora sono fermi, immobili, a guardarsi negli occhi e a chiedersi se questo strano incontro ha un senso, un perché.
— Ah… — Lui non sembra aver voglia di muoversi, di riprendere il suo percorso, e anche per lei è lo stesso.  Non ha più voglia di andare nella direzione senza meta di qualche minuto prima.
— Lo vuoi un caffè?
— Potrebbe essere un’idea

Il semaforo è verde. La folla in attesa si muove tutta insieme. Sembra un mare che ondeggia placido al levarsi del grigio sole autunnale. E lei rimane sola a guardare le spalle di quell’uomo mescolarsi alle altre, mentre il fumo del sigaro volteggia ora su altre teste e aggredisce altre facce diverse dalla sua. Io e la mia fervida immaginazione sorride voltandosi e tornando indietro sui suoi passi …imparerò mai a non volare via al  primo soffio di fumo?

Fumo di Amneris Di Cesare pubblicato su TifeoWeb 2008

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Translated with Google Translator (sorry, no time to fix!)

A scent. It seems perfume at taste, but it is not. Because  It’s the scent of  tobacco. Sharp and strong, but at the same time sweet and delicate. Exhales from a cigar and reaches her suddenly while quietly walking down the sidewalk of a very busy street in a city always in a hurry. A white cloud that invests her in a swirl mixture of sour musk and soft talcum powder.
Pleasant feeling, almost a gift
she thinks  distracted by the melancholy thoughts that besiege a while, quickly recovering from the torpor that the leaden morning has wrapped around like a scarf damp mist. What a bizarre caress, the smoke gently skims and restores attention and curiosity about the world that surrounds her. Immediately after, with that “fragrance” that gently slapped her face, he surpasses her.
Tall, sculptural, a wardrobe solid rocks slowly on legs slightly bowed by the weight of muscles that although partially hidden by the coat, are perceived mighty
She looks at him and  weighs his appearance. It amazes that so much attention, but lingers in observing, as a drifting game.
Blonde, square face, nothing angelic in those traits. The close-cropped hair and a hint of unshaven: not beautiful, certainly not the face of film actor. Outlines concrete person accustomed to life and from life stress gets real …
Yeah, it’s a secret game, basically harmless.
Who can find out what is happening at this very moment in my mind?
She chuckles to herself, amused and embarrassed.
Hands … large, stubby. Calloused, who is industrious without saving, but with a touch of gentle, delicate. Cured despite the strength who can explain. The fingers hold the cigar almost to welcome him with tender care …
Intriguing thought of the same fingers touching her skin, caressing her cheeks of light passing vivid lips waiting.
I feel the rough touch on the neck thin, almost a slight tickle. What are … crazy … but it’s fun …
Exceeding the line, he has obviously ignored. Like millions of other two-way traffic, meet casually or collide, they pass on the street, on the bus, or subway every day. And she tries to do the same, determined to get rid of that sudden interest, recalling her thoughts to order, directing them to the most appropriate comments. But the smell of tobacco lingers in the nostrils. And that impressive back, now that sways in front of moving away quickly with slight does not decide to disappear from his attention.
Who knows … that happens to me, I had never experienced before …
asked curiously as she follows almost hypnotized by that masculine walk, which despite herself, does not stop to find attractive. A pedestrian traffic light stops them both, and impose him to stop by her side. With one eye she sees him move his fingers to his mouth again. Another gust of smoke. The attack in a dense cloud of bluish color, surrounds the face and penetrating her eyes, the pupils stings a little watery, the creeps in her throat, tickling her and making her cough slightly.
Fingers that slip away … read on silk fresh, stripping little by little the shoulders and touching upon the bare skin now, then lingering in a narrow stronger …
– Excuse me …
He turns toward her, visibly embarrassed.
– You’re welcome … – she closes her eyes again that pinch – this is very good smell – she whispers softly, almost blushing.
– It’s the first woman who tells me that  – he smiles curiously.
The attraction for the man the thrills of shy embarrassment while now feels spied by dark eyes that stare half-closed.
Again … those fingers touch the red-hot now shake your hips, tickling the back, travel miles of skin and chills ..
He can no longer take orders at her own thoughts, which, mutineers, now blending unruly. The game secret is not so harmless.
– This is because women generally do not smoke … – takes him apparently following his own thoughts, looting almost distant memories – … cigars – then concludes with a candid smile and bright.
The … voice, hispid, strict but deep. Snug and sinuous as …
– Smoking? No, I do not even smoke, in fact … – she says, puzzled but now plagued by that voice, that turns out particularly relaxing.
– So what?
– How come I like that smell? – She looks at him straight in the eye now, anxious and hesitant.
That look … so dark and penetrating. You can read my thoughts? Impossible! Yet I feel as transparent …
– Yeah, I’m amazed
– I do not even know
... A smell sweet and bitter at the same time … very … – continues to support its bold look ... An interesting face, uncommon. A face proven by time and experience, despite the still youthful appearance …
The game is no longer harmless, continues in spite of himself. He wants to rebel but fails. She can not get rid of the coils of the fragrant smell of smoke that annihilates
– Something very strong, manly, but at the same time, gentle, kind … – speak, almost listening to herself talk.
Look beyond those eyes, seeing herself in a parallel dimension to the real one. Now those hands are become greedy taste his body with fiery fornication. That he feels strangely warm, despite the rain, despite the winter that is lazily advancing in the streets. He did it again.
– I’m stunned!
– From what?
– She replied anxiously, as if waking from a dream or a deep emotion.
– The ability to describe so accurately – he smiles, open and frank – and yet you don’t not know me at all. You’re a stranger!
– Is it a compliment? – she looks ironically now.
– If you want to … – he returns a playful grimace, staring straight into his eyes.
… Our mouths are approaching. They smell of smoke and desire. I wonder how it must kiss that mouth?
– And  it’s green …
– I beg your pardon?
– The traffic light has turned green … – she says again conscious, free from smoky charm, and pointing to the crowd that had already crossed the alley while they are still firm, immobile, to look into his eyes and wondering if this strange encounter has a sense, a reason.
– Ah …
He does not seem to want to move, to resume his career, and also for her is the same. He has no desire to go in the direction aimlessly a few minutes before.
– Would you like a coffee?
– It might be an idea
The traffic light is green. The waiting crowd moving all together. It looks like a placid sea that sways to the rising of the gray autumn sun. And she is left alone to look at the shoulders of the man mingling with the other, while cigar smoke whirls now attacks on other heads and faces other than their own.

Me and my imagination ... smiles turning around and going back on his feet … will I ever learn not to fly away at the first puff of smoke?

STORIE D’AMORE IN PILLOLE 12

Stardust – Mika ft. Chiara Galiazzo

Lei
È un attimo, un attimo solo. Le nostre labbra si sfiorano appena, perché attratte le une dalle altre come da un’invisibile calamita. È un’esplosione violenta, quella che ci colpisce e che ci stordisce. Come se un cielo pieno di fuochi d’artificio si illuminasse nelle nostre menti. Vedo Brian che scappa, che viene rincorso, picchiato, buttato a capo in giù dentro il water del bagno della scuola. Vedo che balla nella sua stanza, che gioca con i suoi gingilli mentre guarda in TV un film porno, il padre che entra all’improvviso e che gli batte una mano sulla spalla in senso di approvazione. Vedo Brian che balla in salone con la madre e una lunga tavola imbandita e decorata con addobbi natalizi, molta gente seduta che parla.
E poi.
Poi vedo me.
La mia vita. Semplice e un po’ solitaria, nella mia stanza a Budrio, mio padre che torna dal lavoro, mia madre mesta che in silenzio gli serve il pranzo. Vedo mia nonna Zoraida che ride, che scherza, che mi chiede di suonarle il pianoforte. È tutto mescolato, la vita mia e quella di Brian insieme, tra immagini in bianco e nero e visioni colorate. Ma soprattutto posso sentire. Voci. Suoni. La risata di mia nonna, uno squillo di tromba, argentino, esplosione di allegria e voglia di vivere. Il brusio della tavolata di famiglia di Brian, invece, è un alveare di calabroni che borbotta sempre più minacciosamente. E poi Brian adolescente e io, con le trecce rosse che corro per i campi, che guardo l’impresa di mio padre seduta con le gambe nel vuoto su una finestra del granaio. E Brian che bacia una ragazza carina, dai lunghi capelli biondi e lisci e subito dopo questa si stacca da lui e ride, indicandolo, ride e altri ragazzi appaiono alle sue spalle e ridono anch’essi. E vedo un ragazzo bellissimo, biondo, nudo disteso su un letto sfatto che dorme. No, non voglio più guardare! Non voglio che il mio segreto sia svelato a Brian. Non voglio che nessun’altro sappia!
Inizio a lottare contro quelle immagini e vedo me stessa che picchio con i pugni le spalle di qualcuno di cui non vedo il volto. Sento me stessa gridare e un’onda di terrore mi aggredisce e mi accoglie, avvolgendomi in un tiepido e soffice abbraccio.
«Va tutto bene» sento Brian rispondere «ho capito. Ho visto anche io. Adesso vedrai che tutto andrà a posto».
Il contatto è perduto, ci siamo liberati dall’abbraccio elettrico in cui eravamo legati, ma la scossa non è terminata. Entrambi siamo ancora invasi e pervasi da tremiti e brividi intensissimi.
«Cosa… cosa è stato?» domando «Tu l’hai capito?» e lui mi guarda perplesso e fa cenno di no con la testa.

Lui
Mi chiede un abbraccio. A me, che milioni di donne e uomini sulla terra vorrebbero invece toccare, palpare, baciare, leccare, mordere, assaggiare… scopare. Sì, Usiamo questa parola forte che vuol dire solo una cosa: sesso. Mentre lei mi chiede un abbraccio, un gesto d’amore tra i più delicati e puri, pulito, semplice ma così potente da annientare. E io l’accontento, felice, sì, felice. Impazzito di gioia, di prenderla tra le mie braccia e stringerla come non ho fatto mai con nessuna donna, neppure con mia madre, perché il contatto fisico con gli esseri umani mi ha sempre fatto paura. E sono sempre stato abituato ad avere violenza anziché gentilezza. Con Sasha erano sì carezze, ma rudi, spicce, sbrigative, due maschi che si strattonano, non si attardano troppo a solleticarsi la pelle. Amore, sì. Non lo rinnego. Sesso, anche. Ma dominante. Mai dominato. Sempre io. A decidere. A fare. Mai lui a morire in me. Perché la sola idea di soccombere mi paralizza. E ora invece, è abbraccio e paura, è volo nel vuoto senza protezione. Stringo questa donna come se fosse l’unica cosa da fare, l’unica vera cosa giusta da fare. È lo specchio di un minuto e lei alza il volto verso di me. Fragile, impotente esattamente come lo sono io a resistere e respingere le sensazioni di euforia e disagio che proviamo. Si perde nei miei occhi e in quel momento sento, finalmente, ma soprattutto vedo.

Una casa immersa nei campi. Solida, quadrata, dalle pareti rosse e dalle persiane di un verde sbiadito dall’umidità e dalla nebbia che scivola vischiosa e ne sfuma i contorni. Un uomo affaccendato dentro il motore di un vecchio furgone bianco in cortile, un’ombra femminile che lo osserva da dietro una tenda in casa. E poi c’è lei. È giovanissima, i lunghi capelli color carota legati in due trecce spesse e lo sguardo perso nel vuoto, a cavalcioni a strapiombo sul vuoto, seduta con le gambe a penzoloni su una finestra di un alto granaio. Attorno solo campi e nebbia mattutina. Un boschetto in lontananza. Il sole che è già alto ma non ancora allo zenith. E canta. Nessuno la sente, o almeno lei così crede. È sola, finalmente libera di farlo. E so che lo fa perché le è proibito altrove. Sorride, la bocca intrappolata in una gabbia di ferro, ma non ha più vergogna a mostrarsi, bruttina e insicura, lì dov’è. Un ragazzino più piccolo, in basso, nascosto l’ascolta e sorride. Non so chi sia quel ragazzo, ma quello sguardo liquido e blu so di averlo già avuto su di me. E poi vedo un uomo grosso, alto, spalle enormi e volto quadrato, arcigno, incombente, pericolosamente arrabbiato. Urla. Contro una donna piccola, sottile, triste. Una donna più anziana, i capelli bianchi e il volto segnato dal tempo si pone a scudo di quella che percepisco esser la figlia da difendere. È fiera, altezzosa, l’aria di chi non ha paura a sfidare. Una mano vibra nell’aria. La anziana donna si accascia, ma si rialza, con in mano un bastone e il tono di minaccia invade tutta la scena: “se ci provi  ancora ti ammazzo!”. Violenza. Io non l’ho mai conosciuta in questo modo, se non a scuola, tra i miei coetanei. Invece Bianca l’ha vista in famiglia, protetta dalle mura di una casa dalle pareti grosse e troppo isolata per avere testimoni a confermarlo. Infine Bianca che ride, e canta in un locale fumoso, applausi che l’imbarazzano lei che per prima non crede alla sua bravura, al suo talento.

Mio padre. Mi guarda e mi scruta, nascosto da una tavolata imbandita per le feste, tra le decorazioni fatte di candele e aghi di pino che mia madre con orgoglio ha creato per noi. E Sasha. Allunga una mano sotto il tavolo, mi accarezza la coscia all’altezza dell’inguine, mi sfiora con un tocco rude i genitali, li stringe, sussulto, mi sorride malizioso. Sostiene la sua provocazione con tutti i commensali, guarda mio padre e poi guarda me. E io ignaro di tutto, troppo preso a raccontare del mio concerto a Parigi, delle follie dei fan, dei colori sul palco, della bellezza dei costumi che mia madre ha cucito per me. E poi di nuovo Bianca. Bellissima. Raggiante. Il corpo fasciato in un Cavalli di seta nero, lungo che le fa risaltare il pallore della carnagione, i capelli arricciati da un parrucchiere sapiente le scendono a incorniciare il viso. Alza in alto un trofeo sorridendo felice. Ha vinto. È la gloria. Un’ombra la segue fin dentro il camerino. Terrore. Terrore che provo e ricordo. So cosa sente, perché io stesso ho sentito.

Stelle nella polvere
Romanzo in progress

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Awfully translated by me, myself and I!

She
It is a moment, just a moment. Our lips barely touching, because attracted from each other as by an invisible magnet. It is a violent explosion, one that affects us and that stuns us. As if a sky full of fireworks will illuminate our minds. I see Brian running away,  chased, beaten, kicked his head down into the toilet in the bathroom of the school. I see him dancing in his room, playing with his trinkets while watching a porn movie on TV, his father who suddenly enters and taps him on his shoulder in the direction of approval. I see Brian dancing in the living room with his mother and a long table set decorated with Christmas ornaments, many people sitting and talking.
And then.
Then I see me.
My life. Simple and a bit lonely in my room in Budrio, my father comes home from work, my sad mother  that in the silence serves him  lunch. I see my grandma Zoraida laughing, joking, asking me to play on the piano. It’s all mixed up, my life and that of Brian’s together, including images in black and white and colorful visions. But most of all I can hear. Voices. Sounds. The laughter of my grandmother, a trumpet, an argentinian sound, an explosion of joy and love of life. A buzz  at the table of  Brian’s family, however, is a hive of hornets that mumbles  more and more threateningly. And then Brian teenager and I, with my red braids running through the fields, I look at my father’s company sitting with my  legs in the air on a window of the barn. And Brian kissing a pretty girl with long straight blond hair and immediately after this, she comes off from him and laughs, pointing, mocking and other boys appear behind him and laugh too.  And I see a young beautiful, blonde, naked man lying on an unmade bed sleeping. No, I will not watch! I do not want my secret’s revealed to Brian. I do not want anyone to know!
Start to fight those images and I see myself  hitting with my fists over someone’s shoulders  I cannot see in the face. I hear myself screaming and a wave of terror attacks me and welcomes me, wrapping me in a warm and soft embrace.
“It’s okay,” I hear Brian say “I understand. I saw it myself. Now you’ll see that everything will fall into place. “
The contact is lost, we got rid of the electric contact in which we were bound, but the shock is not finished. Both of us are still invaded and pervaded by intense tremors and chills.
“What … what was that?” Wonder, “You understand?” And he looks at me puzzled and shakes his head.

He
She asks me a hug. To me, someone that millions of women and men on earth would rather touch, grope, kiss, lick, bite, taste … fuck. Yes, let’s use this strong word that means only one thing: sex. While she asks for a hug, a gesture of love among the most delicate and pure, clean, simple but powerful enough to annihilate. And I can live with, happy, yes, happy. Mad with joy, take her in my arms and hold her like I’ve never done with any woman, not even with my mother, because physical contact with humans has always made me afraid. And I’ve always been used to having violence rather than kindness. With Sasha was caressing, but rough, hasty, two boys who jerk, do not linger too much to tickle their skin. Love, yes. I do not deny. Sex, too. But dominant. Never dominated. I always have to decide first. Always have to do first. Never him to die in me. Because the very idea of ​​succumbing paralyzes me. And now instead, it’s embrace and fear, it is flying in space without protection. I tighten this woman in my arms as if it were the only thing to do, the only real thing to do. It is just one minute and she raises her face towards me. Fragile, exactly as I am, powerless to resist and reject the feelings of euphoria and discomfort we both feel. She’s lost in my eyes and at that moment I feel, finally, but most of all I see.

A house surrounded by fields. Solid, square, with red walls and shutters of a faded green humidity and fog that slides slimy and it blurs the outlines. A man busy working at the engine of an old white van in the yard, a female shadow  watching him from behind a curtain in the house. And then there’s she. She’s very young, the long carrot-colored hair tied in two thick braids and staring into space, astride overhanging the void, sitting with her legs dangling out of a window of a higher loft. Around only fields and morning mist. A grove in the distance. The sun is already high but not yet at its zenith. And she sings. No one hears her, or at least she thinks so. She’s alone, finally free to do so. And I know that it is because she is not allowed elsewhere. She smiles, her mouth trapped in an iron cage, but no longer ashamed to show herself, ugly and insecure, where it is. A smaller boy, below and hidden,  listens and smiles. I do not know who that guy is, but that blue liquid look is familiar to me and I know I already had it on me. And then I see a big man, tall, huge shoulders and square face, grim, looming dangerously angry. He screams. Against a small woman, thin, sad. An older one, white hair, her face marked by time, arises shield of what I perceive to be the daughter to defend. She is so proud, haughty air of one who is not afraid to challenge. One hand is in the air. The old woman collapses, but gets up, holding a stick and the tone of menace invades the scene: “I’ll kill you if you try again.” Violence. I’ve never known it this way, if not at school, among my peers. Instead Bianca saw it in the family, protected a house with thick walls and too isolated to have witnesses to confirm this. Finally Bianca laughs, and sings in a smoky bar, getting applauses that embarrasses her, ‘cause she  does not believe in her skills or her talent.

Then my father. He looks at me and scans, hidden by a table laden for the holidays, between candles and decorations made of pine needles  that my mother has created for us with pride. And Sasha. He reaches me under the table, he caresses my thigh at the groin,  touches my genitals with a  rude caress, squeezes them; I wince, he smiles slyly. He bears his provocation with all the diners, looks at my father and then he looks at me. And I’m oblivious to everything, too busy to tell about my concert in Paris, the follies of the fans, the colors on the stage, the beauty of the costumes that my mother sewed for me. And then again Bianca. Beautiful. Glowing. The body wrapped in a black silk Cavalli’s gown  that makes out the paleness of her skin, her hair curled by a wise hairdresser  going down to frame her face. Raising aloft a trophy while smiling happily. She won. It is the glory. A shadow follows her right into the dressing room. Terror. Terror that I experience  and remember. Bianca, I know what you feel, because I have felt it myself!

Stars in the dust 
novel in progress

STORIE D’AMORE IN PILLOLE N.11

L’Amour dans le mauvais temps – Mika 

mon amour personne à l’horizon
plus que le temps assasin
personne ici, il n’y a plus de saisons
pourquoi écouter en vain la météo cruelle
moi j’aime autant
faire l’amour dans le mauvais temps

Può accadere che piova, nei giorni afosi di Agosto, e che il cielo si colori di sapori autunnali, si esprima in burrasche violente. Può accadere che il mare diventi cattivo, ruggito e rigurgito di tumulti naturali e che si increspi, si incurvi, si inalberi agitato e spaventato, inondando, e poi trascinando per risucchiare a sé ogni umore e sapore. Può accadere che piova pioggia fitta e spessa, frustata di vento e lampi accecanti, che le nuvole grigie si diano appuntamento sul finir dell’orizzonte e si siedano accigliate a osservare il percuotere del maestrale, la natura supina e succube a tanto impeto. E può capitare che per qualche ora, quella furia riposi per dare un po’ di requie agli esseri viventi, permettendo loro di raccogliere ciò che la tempesta ha sparpagliato ovunque. E Danilo corre angosciato verso quel capanno fragile e sottile, pensandola in pericolo, sola a fronteggiare incubi e ricordi. La casupola è malandata ma ancora intatta. Forse qualche tegola caduta e una persiana sbalestrata. Ma lei tranquilla sulla veranda a raccogliere i cocci dei vasetti di geranio, sconsolata ma altera. Nel vederlo arrivare, però, gli occhi le brillano di una luce che è soddisfazione e sollievo. E per la prima volta gli sorride, felice. Lui non dice nulla, le si avvicina, la guarda nel profondo dell’anima e capisce. Stringe le mani nelle sue, le bacia delicatamente e si fonde in un abbraccio solido, tra brividi e sussulti, di emozione e smarrimento.

Le passa quindi le dita tra i ricci soffici e brillanti, osservandole attentamente il bel viso sereno, e prende a carezzarlo con le labbra in ogni sua parte. Prima le ciglia poi la punta del naso, le guance e infine la bocca. Il dolce sapore dell’amore di lei si schiude per offrirgli l’anima più tenera e protetta. Entrano leggeri nel capanno, richiudendo il mondo alle loro spalle. Il tempo smette di trascorrere, e il fondersi è la naturale conseguenza del loro essersi incontrati, o forse ritrovati.

[continua]

Il capanno sul mare
estratto di un racconto 2005

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Un grand merci à Corinne/@france7885 qui m’a corrigée la traduction! 

ll peut arriver qu’il pleuve dans la canicule d’un mois d’Août et que les couleurs du ciel aux saveurs d’automne s’expriment dans de violentes tempêtes. Il peut arriver que la mer devienne mauvaise à force de rugir et de régurgitations des perturbations naturelles, et s’ébouriffe, s’enroule, se retire, agitée et effrayée, envahissante.

Il peut arriver qu’il pleuve d’une pluie plus lourde et épaisse, fouettée par le vent avec des éclairs aveuglants, des nuages gris qui se donnent rendez-vous au bout de l’horizon et s’assoient en fronçant les sourcils pour observer la grève du mistral, la nature couchée et soumise à une telle violence. Il peut se produire pendant quelques heures que cette fureur se calme pour donner un peu de répit aux êtres vivants, leur permettant de réunir ce que la tempête à dispersé. Et Danilo se dirige avec détresse vers la cabane, fragile et mince pensant qu’elle est en danger pour faire face à ses cauchemars et ses souvenirs. 

La cabane est touchée mais toujours intacte. Peut-être quelques carreaux en moins et une fenêtre détruite. Mais elle est calme sous le porche, ramassant les morceaux des pots de géraniums, inconsolable mais fière. En le voyant venir, cependant, ses yeux brillent d’une lueur de satisfaction et soulagement. Et pour la première fois, souriant, heureuse. Il ne dit rien ; il s’approche en regardant dans les profondeurs de son âme pour comprendre. Joint les mains dans les siennes, en l’embrassant doucement et se confond dans une étreinte forte parcouru de frissons et de soubresauts d’excitation et de confusion. 

Elle passe ensuite ses doigts dans ses boucles souples et brillantes, en observant attentivement le beau visage serein, et commence à lui caresser les lèvres de toutes parts. Puis le bout du nez, les joues, et enfin sa bouche. Le goût sucré de son amour se diffuse lui offrant la tendresse et la protection de son âme. La lumière entre dans l’étable laissant le monde derrière eux.
Le temps s’arrête.
La fusion est la conséquence naturelle de leur rencontre ou retrouvailles.

 

STORIE D’AMORE IN PILLOLE N. 10 – AMORE DISPERATO

Amore disperato – Nada  1983

Sembra un angelo caduto dal cielo 
quando si incontrano toccarsi e’ proprio uno shock 
e tremando, e tremando, e tremando, e tremando 
e tremando, e tremando, e tremando, e tremando forte 

Lei ballera’ tra le stelle accese 
e scoprira’, scoprira’ l’amore 
l’amore disperato

Trascorsero così il pomeriggio, Vittoria a mostrare il suo mondo segreto a Pierpaolo, e lui a scoprire finalmente qualcosa di quella strana ragazza, dalla fama di dura e rigorosissima, ma in realtà gioviale e viva, e dal sorriso magnetico. Bella, anche se in maniera diversa dalle altre fino a ora conosciute. Alta, sottile, quasi fragile aveva però un portamento fiero, di chi non ha paura nonostante tutto. Il viso dai lineamenti allungati, era incorniciato da lunghi capelli neri, lasciati sparsi sulle spalle senza cura o attenzione. Gli occhi grandi, nerissimi, parevano contenere più di un’anima, la memoria stessa di quei luoghi, così misteriosi e carichi di storie, di vicende ormai forse dimenticate. La bocca, carnosa e piena, era una tentazione per gli occhi. Pierpaolo non riusciva a smettere di osservarla, fantasticando, durante le conversazioni, sulla possibilità di assaggiarla. Vittoria in qualche modo pareva sospettare dei suoi pensieri, perché mostrava un atteggiamento di sottile imbarazzo e  di voluta noncuranza. Il tramonto li sorprese e li lasciò senza fiato; si distesero di nuovo sulla sabbia ancora calda, e restarono ad ammirare il globo infuocato immergersi nell’acqua rosata. Parlare, in quel momento sarebbe stato un delitto. Vittoria girò la testa verso Pierpaolo, nello stesso istante in cui lui fece altrettanto. Si guardarono per un attimo che parve lunghissimo, sorridendo.  Lento quanto un bradipo indeciso, Pierpaolo avvicinò il suo volto a quello di Vittoria, timoroso di un rifiuto. Ma Vittoria restò zitta, il fiato sospeso. E lui prese coraggio, avvicinò ancor di più le sue labbra a quelle di lei, e sempre con timidezza gliele sfiorò  delicatamente. Sorpreso nello scoprire che non si era ritratta, ma anzi aveva risposto con morbidezza, proseguì dunque nella sua esplorazione, culminando in un bacio languido, soffice, appassionato.

Sembravano non esser mai sazi. Prima un bacio, poi un altro. E un altro ancora. Stretta tra le braccia forti e protettive di Pierpaolo, Vittoria si sentiva leggera e languida. Era una sorpresa anche per lei, scoprirsi così. Non appena lui faceva per staccarsi dall’abbraccio, lei si allungava sinuosa e supplichevole, finché non veniva accontentata. E lui la stringeva di nuovo, la baciava di nuovo. Desiderio. Era questo forse? Sapeva soltanto di sentirsi in cima a una nuvola e non aver proprio voglia di scendere. Un altro. Affamata di baci e attenzioni. Per qualche tempo non pensò a nulla. Solo ad ascoltare i propri sensi e le proprie emozioni. Era tutto così nuovo! Un sottile tremore la percorreva dalle dita dei piedi a quelle delle mani. Passare le dita tra i capelli di Pierpaolo era come prendere la scossa, ogni volta. Annusare l’odore buono di ragazzo pulito e salsedine, le dava una lieve ubriacatura. E il suo corpo! Tutto in attesa spasmodica di contatto, di pelle. Quando sentì che l’abbandono era diventato prepotente, iniziarono i pensieri. Milioni, tutti insieme, le affollarono la mente. Farà sul serio o starà solo divertendosi? Il volto impertinente di Daniela le arrivò nella testa, improvviso e doloroso come uno schiaffo in faccia. Quante volte avevano discusso sul lasciarsi andare troppo in là, nelle effusioni amorose? Quanti racconti di amiche “poco serie” che si erano lasciate toccare, abbandonate a carezze lascive e poi svergognate negli spogliatoi, dai ragazzi a cui avevano ceduto? Quanti di questi stupidi aveva affrontato per difenderle, lei stessa? Pirro, era uno di questi. Seduto al bar della piazzetta tutto il giorno con la sua banda di bulli, trascorreva il tempo a guardarle passeggiare e a commentare le prestazioni effettuate su ciascuna di quelle che aveva passato in rassegna. E Sasà era anche peggio. Daniela lo sapeva bene! Anche Pierpaolo era uno di quelli? Si irrigidì. Staccandosi bruscamente dall’ultimo abbraccio, si fermò a guardarlo in faccia, severa e inquisitoria.
— Che c’è? Cos’ho fatto? — le domandò lui, confuso come se fosse stato svegliato bruscamente da un bel sogno.
— Che intenzioni hai? — domandò Vittoria inquieta, in ansia.
— Non  capisco — rispose evasivo Pierpaolo, allungando di nuovo il viso e la bocca verso di lei. Il sogno era stato troppo bello, voleva riprendere da dove lo avevano interrotto.
— Su di me, su di noi. Che intenzioni hai? Stai giocando? Sono una facile conquista da esibire agli amici del bar stasera?
Pierpaolo cambiò espressione del volto. Da confusa e sognante, divenne seria e seccata
— Ma per chi mi hai preso?
— Dimmelo tu, io non ti conosco quasi.

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Awfully translated by me, myself and I

So they spent the afternoon, Victoria showing her secret world to Pierpaolo, and he finally discovering something about that strange girl, considered so hard and rigorous, but in fact cheerful and lively, and with a magnetic smile. Nice, although in a different way from the others known so far. Tall, thin, almost fragile, however with a proud pose, someone who is not afraid no matter what. The face-featured elongated was framed by long black hair, left scattered on the shoulders without care or attention. Big eyes, jet black, seemed to have more of a soul, the very memory of those places, so mysterious and full of stories, stories now perhaps forgotten. The mouth, fleshy and full,  was a temptation to eyes. Pierpaolo could not stop watching it, dreaming, during conversations, of having the chance to taste it. Vittoria seemed somewhat suspicious of his thoughts, because she showed an attitude of subtle embarrassment and deliberate neglect. The sunset caught them by surprise and left them breathless, they laid back on the sand  still warm, and stayed to see the world plunge into the fiery pink. Speaking at that time would have been a crime. Victoria turned her head to Pierpaolo, at the same time while he did it. They looked for a moment that seemed very long, smiling. Slowly as an undecided sloth, Pierpaolo brought his face close to Victoria’s, afraid of rejection. But she remained silent, holding her breath. And he took courage, approached even more his lips to hers, and always timidly touched them gently. Surprised to find that she had not receded, but rather had answered softly, then continued his exploration, culminating in a languid, soft, passionate kiss .

They seemed never to be satisfied. First a kiss, then another. And another one again. Closed in his strong and protective arms,  Vittoria felt light and languid. It was a surprise for her to discover it. As soon as he was to break away from the embrace, she stretched sleek and appealing, until he was satisfied. And he held her again, kissed her again. Desire. Could this be? He only knew of feeling on top of a cloud and did not really want to go down. Another one. Hungry kisses and attention. For a while she did not think of anything. Just listening to her senses and emotions. Everything was  so new! A fine tremor ran through her hands to her feet. Pass her fingers through Pierpaolo’s hair  was like getting an electric shock every time. Smelling the smell of good clean and salty boy, gave her a slight intoxication. And her body! All waiting spasmodic contact of skin. When she heard that the abandonment had become arrogant, there started the thoughts. Million, all together, crowded into the mind. Is he doing seriously or he’ll be just having fun? Daniela’s naughty face came to her in the head, sudden and painful as a slap in the face. How many times had they discussed the letting go too far, in amorous effusions? How many stories have been told in the guy’s locker rooms, about  “unserious” friends who  surrendered to be touched, abandoned to lascivious and shameless caresses? How many of these fools had she personally faced to defend her friends? Pirro, was one of those guys.  Sitting at the bar in the square all day with his gang of bullies, he spent the time to look at and comment on the walk made on each of those who had gone through. And Sasà was even worse. Daniela knew it! Pierpaolo was also one of those? She stiffened, devastated by doubt. Coming off abruptly last embrace, she stopped to look at his face, severe and inquisitorial.

– What is it? What did I do? – He asked, confused, as if suddenly awakened from a beautiful dream.
– What are you doing? – Asked Victoria restless, anxious.
– I do not understand – Pierpaolo replied evasively, reaching again the face and mouth to her. The dream was too good, he wanted to pick up where they had left off.
– About me, about us. What are you doing? Are you playing? I am an easy conquest to show off to friends at the bar tonight?
Pierpaolo changed his facial expression. From confused and dreamy, became serious and dried
– But who do you take me for?
– You tell me, I don’t know you, almost.

STORIE D’AMORE IN PILLOLE N. 9

Sognami – Biagio Antonacci

Sognami se nevica 
Sognami sono nuvola 
Sono il tempo che consola 
Sono dove vai….. 
Rèves de moi amour perdu 
Rèves moi, s’il neigera 
Je suis vent et nostalgie 
Je suis où tu vas 

Le foglie d’autunno cadevano piano mentre il vento sferzava impietoso i rami secchi e sembrava quasi infierire sulle cose e sulle persone.“Teresa, non potevi scegliere periodo più malinconico per andartene!” Annibale non poté fare a meno di pensarlo, ma subito un profondo senso di vuoto lo aggredì e per difendersi si strinse ancor più forte tra le falde del suo cappotto.

Era stato un caso che l’avesse saputo. Non comprava mai giornali. Dava sempre un’occhiata distratta alla prima pagina dei quotidiani su internet, così, giusto per non restare in disparte dalle cose del mondo, ma anche in quel caso, di rado ne leggeva gli articoli per intero. In genere si limitava ai titoli e poi, con fastidio, chiudeva tutto e riprendeva a occuparsi di quello che più lo interessava. Tornava ai suoi amati “cocci”, come li chiamavano gli amici e i parenti prendendolo in giro. “Ma questi hanno una storia, una vita che ancora scorre dentro la creta o il vetro che ne è rimasto” rispondeva in silenzio, limitandosi ad alzare le spalle alle burle della poca gente che ancora frequentava. Eppure la mattina precedente, mentre a piedi si dirigeva verso il suo negozio, si era sentito mancare. Un attimo. Un capogiro, le gambe molli, la vista annebbiata. Istintivamente si era portato la mano al petto.
— Ha cinquantasette anni, è l’età critica per un uomo! — l’aveva ammonito il suo medico curante. Ma non c’era nessun dolore a confortare il suo timore di un infarto improvviso. E allora cos’era stato?
Era entrato nel bar all’angolo e aveva ordinato un cappuccino e una pasta con la crema. Anche questa era una cosa che non faceva mai. In genere beveva un caffè d’orzo annacquato in casa, e restava a digiuno quasi fino all’una, l’ora di chiusura pomeridiana. Ecco che forse quel mancamento era dovuto a debolezza e andava risolto con una sferzata di zuccheri e calorie. Così si era seduto al tavolino e aveva preso il giornale abbandonato sulla sedia. Era del giorno prima. Vi buttò l’occhio esperto a riconoscere le notizie interessanti. Niente che già non sapesse, i titoli erano grida scomposte ormai offuscate da nuove voci più distinte. “Come durano poco, gli eventi al giorno d’oggi” si trovò a riflettere mentre stirava le pagine stropicciate in modo da poterne leggere il contenuto all’interno “non come i fatti di un tempo, dei Grandi del passato. Quelle son notizie che non svaniscono mai” E si sentì forte, nel suo vivere a stretto contatto con la storia e il passato lontano. Dalla radio del bar una musica dolce e ritmata lentamente sciamava verso il mondo.

Sognami se nevica/Sognami sono nuvola/Sono il tempo che consola/Sono dove vai……/
Rèves de moi amour perdu/Rèves moi, s’il neigera/Je suis vent et nostalgie/Je suis où tu vas

Sognami, di Biagio Antonacci, il tormentone estivo di quell’estate appena trascorsa e già dimenticata. Con fastidio aveva cercato con lo sguardo il proprietario e attirato la sua attenzione con un gesto rapido della mano, per chiedergli di spegnere o per lo meno di abbassare. Quella canzone gli dava inspiegabilmente sui nervi. La cronaca cittadina si presentava a lui tutta pizzi e merletti, vestita negli abiti migliori: “galà di beneficienza al Palazzo Comunale”; “Fiera della Cioccolata in Piazza Maggiore”; “sfilata auto storiche lungo la Via Emilia”. Notizie futili, come effimere erano le gocce di pioggia che cadevano adesso sulla vetrina del bar, annunciando un temporale d’autunno. Sorseggiò il cappuccino, pensando che stava tardando ad aprire, ma risolse che in fondo, non erano mai molti i clienti a quell’ora. Per fare cosa, alle otto del mattino? Comprare vecchi soprammobili e cassapanche del secolo passato? Preferì rilassarsi e godersi la dolcezza di quell’insubordinazione alla sua tabella di marcia, senza doversi sentire in obbligo di marciare diritto, come sempre. Continuò a scorrere il quotidiano, con attenzione pignola. In piccolo, in un angolo, lo spazio per i necrologi. “Son già a quello stadio? Informarmi su chi è morto, per sentirmi ancora vivo? Sorrise, prendendosi un poco in giro.
E poi lo vide. Piccolo, breve, laconico:

 Si è spenta serenamente ieri
Maria Teresa Ranuzzi,
ved. Panbianco.
I figli la piangono sconsolati.
Le esequie domani pomeriggio, alle ore 14:00...

Teresa… si è spenta serenamente. Il capogiro che prima lo aveva fermato, adesso lo aggredì con maggior forza, facendolo tremare con prepotenza. Teresa, la mia Teresa non c’è più. Ed eccolo, finalmente, quello stiletto appuntito e sordo, in mezzo al petto. Quasi a consolarlo e a confermargli che poteva sempre contare sul dolore per superare gli orrori della vita. Teresa. Che abitava nel suo stesso quartiere, e con la quale aveva giocato a corda e a pallone per anni, fino a quando si era accorto di amarla per la vita. Teresa, che gli diceva sempre detto “l’amicizia non muore mai, resta sempre lì, sospesa, e ogni tanto si fa risentire, risorge più forte che mai”.
Teresa, che quando lui le aveva detto di non voler esser suo amico perché l’amava, aveva sorriso, e gli aveva risposto:
— Sì, lo so. Ma io di più
Teresa, i suoi baci. Il suo corpo sinuoso e delicato, un cardellino tra le sue mani rudi e callose. Perché lui, Annibale era andato garzone dal falegname a soli dieci anni, e a diciotto aveva già tutti i polpastrelli graffiati di fatica. Teresa che sobbalzava quando le passava le mani tra i capelli e poi giù, per la schiena soffice, rabbrividiva nel sentire quelle dita dure rasparle la pelle. Teresa che rideva, dicendogli
— Sei buffo! — ma poi diventava seria e gli saltava al collo e non voleva più staccarsi da lui. Teresa che un pomeriggio di settembre, dopo una corsa nei campi, scappando dalla vista dei grandi, gli si era offerta
— perché domani parti soldato, e chissà quando tornerai — che lui aveva preso sotto quella quercia gentile, e a cui aveva promesso
— tornerò presto, mica resterò una vita a fare il soldato! E’ solo un mestiere sicuro, in questi anni incerti!
Teresa che si era sposata a un altro, che aveva cambiato quartiere e di cui non aveva saputo più nulla fino a dieci anni prima. Un’amica, incontrata per caso, gli diede il suo numero.
— Teresa? Ciao, sono Annibale, ti ricordi?
— Annibale! Carissimo amico mio… come stai? — si sarebbe aspettato freddezza e imbarazzo e invece l’aveva accolto con gioia e trasporto, al telefono. L’aveva chiamato “amico mio”. “Amici? Io non voglio esserti amico, io ti amo!”
— Eh, son tornato. Da un anno ho lasciato l’esercito e adesso lavoro nel vecchio quartiere. Ho un negozio…
— Oh, che bello! Un negozio? E di cosa?
— Vendo anticaglie. Piatti, bicchieri, mobili e gioielli antichi…
— Interessante! A me fanno impazzire le cose antiche!
— E tu? Come stai? Ho saputo che ti sei sposata…
— Oh, son già tanti anni. Venti mi pare…Sì, qualche mese dopo che tu fosti partito. Ho conosciuto mio marito e ci siamo sposati subito. Ho due figli. Uno di venti e uno di diciotto…
— Ah… di venti. Be’ non avete perso tempo eh?
— Eh, già. Mio marito voleva tanto avere dei bambini. Ha fatto di tutto per… Ma dimmi, e tu? Sposato?
— Separato. Da tredici anni. Sposato, lo sono stato solo due. Non avevamo assolutamente niente in comune. E’ finita quasi subito. E figli, no, lei non ne voleva. Diceva che…
— Troppo lavoro? Eh, i figli sono un grande impegno…

No. Giovanna diceva che di figli con uno che aveva in testa un’altra, lei non ne faceva. Si era accorta subito che sposarlo era stato un errore.

[continua]

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The autumn leaves were falling, while a merciless wind whipped the deadwood and seemed almost furious about things and people. “Teresa, you could not choose more melancholy period to go!” Annibale could not help but think that, and a deep sense of emptiness attacked him and clung to defend even more strongly in the folds of his coat.

It was by accident that he had known. He did not ever buy newspapers. Always gave a distracted look on the first page of online magazines, well, just not to remain aloof from worldly things, but even then, he rarely read the articles in full. Generally limited to securities and then, with annoyance, he closed everything and took up to deal with what most interested him. He returned to his beloved “pieces”, as his friends and family called while teasing. “But they have a history, a life that still flows into the clay or glass that has been” he quietly replied, merely shrugged pranks of the few people who still dated. And yet the previous morning while walking is his way to his shop, he had felt fainting. It was just a moment. Dizzy, his legs soft, blurry vision. Instinctively, he brought his hand to his chest.
– You are fifty-seven, the critical age for a man! – Had warned the doctor. But there was no pain to comfort his fear of a sudden heart attack. And then what was it?

He entered the bar on the corner and ordered a cappuccino and a pastry with cream. Again, this was something he never did. Usually drank a barley coffee watered down in the house and remained fasting until almost one o’clock, closing time in the afternoon. That’s maybe that the reason for that weakness and faintness and had to be solved with a burst of sugar and calories. So he sat down at the table and picked up a newspaper left on the chair. It was one of the day before. He threw the trained eye to recognize the interesting news. Nothing he did not already know, the headlines were broken cries now clouded by new more distinct voices. “How lasts little, the events nowadays,” he found himself thinking while stretching wrinkled pages so hecould read the contents inside “not as for the past, for the Great Men of the past. Those are stories that never disappear ” And he felt strong in his living in close contact with history and the distant past. A soft but rhythmic music came from a radio and slowly swarmed to the world.

Dream of me if it snows / Dream of me I am a cloud /Only time consoles / I will go wherever you go /
Rèves de moi amour perdu / Rèves moi, s’il neigera / Je suis vent et nostalgie / Je suis où tu vas

Sognami, by Biagio Antonacci, the summer hit of a summer just gone and forgotten. With annoyance had tried to match the owner’s look and his attention with a flick of his hand, and asked him to turn off or at least lower the music. That song gave him inexplicably on his nerves. The local news was presented to him all lace, dressed in the best clothes: “Charity Gala at City Hall,” “Chocolate Fair in Piazza Maggiore”, “classic car parade along the Via Emilia.” News trivial, ephemeral as the rain drops were falling now in the window of the bar, announcing a storm of autumn. He sipped his cappuccino, thinking that he was taking time to open, but resolved that in the end, there were never many customers at that time. To do what, at eight o’clock in the morning? Buy old ornaments and chests of the past century? He preferred to relax and enjoy the sweetness of that rebellion to his schedule, without having to feel obliged to march right, as always. He continued to run the paper, carefully fussy. In short, in a corner, the space for the obituaries. “Am I already at that stage? Inquire of the dead, to feel alive? He smiled, taking himself a little around.
And then he saw. Small, short, terse: 

She died peacefully yesterday
Maria Teresa Ranuzzi,
ved. Panbianco.
The children weep the disconsolate.
The funeral is tomorrow afternoon at 14:00 …

 Teresa … turns off peacefully. Dizziness, which earlier had stopped, now attacked him with greater force, making him tremble with arrogance. Teresa, my Teresa is no more. And here it is, finally, the stiletto sharp and dull, in the middle of the chest. As if to console him and confirm for him that he could always count on the pain to overcome the horrors of life. Teresa. Who lived in his own neighborhood, and with whom he had played ball and rope for years, until he realized that he loved her for life. Teresa, who always said that “friendship never dies, it remains there, suspended, and every now and then you suffer, there is emerging stronger than ever.”
Teresa, that when he had told her not to want to be his friend because he loved her, smiled, and replied:
– Yes, I know. But I love you more
Teresa, her kisses. Her curvy and delicate body, a goldfinch in his hands rough and calloused. Because he, Annibale had gone from apprentice carpenter in just ten years, and at eighteen had all his fingers scratched of fatigue. Teresa bobbing when he ran his hands through her hair and then down through her soft back, trembling while his hard fingers scrabbled her skin. Teresa laughed, saying,
– You’re funny! – But then she became serious and jumped around his neck and did not want to get away from him. Teresa who offered herself to him in a September afternoon, after a run in the fields, running away from the sight of the adults.
– Because tomorrow you’re leaving to become a soldier, and who knows when you’ll be back –he had taken her under that oak tree while promising:
– I’ll be back, I will not stay in the army all my life long! It ‘s just a safe job in these uncertain years!
Teresa, who got married to another man and moved, without giving news about her life up to ten years before. A friend, whom he met by chance, gave him her number.
– Teresa? Hello, I’m Annibale, remember?
– Annibale, my dear friend … how are you? – Would have expected coldness and embarrassment and instead she had welcomed him with joy and transport on the phone. She called “my friend.” “Friends? I don’t want to be your friend, I love you! ”
– Well, I’m back. I left the Army a year ago and now work in the old neighborhood. I have a store …
– Oh, how nice! A store? And for what?
– Sale of antiques. Dishes, glasses, furniture and antique jewelry …
– Interesting! I am crazy about old things!
– And you? How are you? I heard that you got married …
– Oh, many years ago. Twenty I think … Yes, a few months after you were gone. I met my husband and we got married right away. I have two children. One of twenty and one of eighteen …
– Ah … of twenty. Well you have not wasted time eh?
– Oh, yeah. My husband would love to have children. He did everything for … But tell me, and you? Married?
– Separated. Almost thirteen years ago. But we were married only for two. We had absolutely nothing in common. It was almost immediately over. And children, no, she did not want to. She said that …
– Too much work? Well, children are a big commitment …
No. Giovanna said that she didn’t want children with one who had another woman in his head She had noticed right away that it was a mistake to marry him.

 [continues]

STORIE D’AMORE IN PILLOLE N. 8

Nel blu dipinto di blu – Sanremo 1958 – Domenico Modugno

Penso che sogno così
non ritorni mai più,
mi dipingevo le mani
e la faccia di blu,
poi d’improvviso venivo
dal vento rapito,
e incominciavo a volare
nel cielo infinito.

Non ero mai uscita dal paese, nemmeno per andare nella città grande, e adesso dovevo addirittura andare fino a Napoli per vedere partire mio figlio. Se non ci fosse stato Arturino, non avrei saputo come fare. Ma pensò a tutto lui, e per l’occasione, andammo in automobile. Non ero mai salita su un’auto prima di allora. Non ne avevo mai avuto bisogno, io andavo sempre a piedi ovunque avessi bisogno di andare. Quando si presentò davanti a casa con quella scatola su quattro ruote, mi emozionai. Tentai di ribellarmi.
— Eddai, Mari’ non fare scrimpi! – disse ridendo Arturino, prendendomi in giro. Riteneva infatti che facessi i capricci come i bambini. Mi fece salire e sedere sul seggiolino davanti, e appena ci mettemmo in moto, sentii una vertigine alleggerirmi la mente.
— Mi pare di volare! – seppi dire solamente.
— E noi voleremo, Mari’… fino a Napoli! – rise lui, felice di farmi provare qualcosa di nuovo. Fu un bel viaggio. Quella macchina correva come un fulmine. Dopo i primi momenti di paura e timidezza, presi coraggio e abbassai il finestrino. Il vento mi scompigliava i capelli e mi carezzava la faccia con un delicato soffio fresco.
— Ti prenderai un malanno, Mari’ – mi diceva Arturino  -Siamo ancora ad aprile, è ancora presto per prendere aria! Chiudi il finestrino che ti fa male!
— Unn’è nenti, Artu’… È troppo bello! Lassame jire, ’ cca me ste’scialannu!
Per la prima volta mi sentivo libera e felice. Avevo una gran voglia di ridere e persino di cantare, ma di canzoni non ne conoscevo nessuna. Non avevo mai avuto tempo per ascoltarne qualcuna alla radio, e di impararne a memoria le parole, poi! Uf! Eppure quella volta mi dispiacque di non saperne almeno una, magari antica antica, da poter urlare al vento e dimostrare a tutti che pure a zannuta, per una volta, in vita sua
è stata felice! Ma sì, adesso me ne veniva in mente una, che tante volte avevo sentito gracchiare alla radio del bar di Mariuzzo, da ragazza:

Volareee ohoh… cantareeee ohohoho…

Arturino ha sorriso. E mi ha fatto il verso, perché ha continuato a cantare anche lui la stessa canzone fino alla fine, sapeva tutte le parole.
— Mari’, ma che beddra vucia ca tene! All’anima, quante doti ca tena ‘sta fimmena!

Tratto da
Nient’altro che amare
Amneris Di Cesare
Edizioni Cento Autori 2012

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Translated by Google

I’ve never had left my village, not even to go to the big city, and now I even had to go to Naples to see my son go. If it were not for Arturino, I would not have known what to do. But he thought about everything, and for the occasion, we went by car. I never got on a car before. I’ve never needed it, I always went to walk everywhere I needed to go. When he arrived at home with that box on four wheels, I became very emotional. I tried to refuse.
– Come on, Mari‘ uffari scrimpi,  don’t play up! – Laughed Arturino, kidding. He thought I was throwing tantrums like children. He let me sit on the seat in front, and as soon as we started running, I felt a dizziness releasing my mind.
– I feel like flying! – I could only say.
– And we’ll fly, Mari’… up to Naples! – He laughed, happy to let me try something new. It was a nice trip. That car ran like a thunderbolt. After the first moments of fear and timidity, I took courage and rolled down the window. The wind ruffled my hair and caressed my face with a gentle fresh breath.
– You’ll catch your death, Mari’- told me Arturino -We are still in April, it is still too early to get some air! Close the window that hurts!
Unn’è nenti, It’s nothing, Arthur … It’s too good! Lassame jire, ‘cca ste’scialannu. Let me do that, I’m having fun!
For the first time I felt happy and free. I had a great desire to laugh and even sing, but I did not know any songs. I never had time to listen to someone on the radio and to memorize the words But that time I regretted not find at least one, maybe an ancient one that I could scream to the wind and prove to everyone that even a fanged woman, for once in her life was happy!
And finally  I could  think of one, which I had so often heard squawking on the radio at Mariuzzo’s, when I was a little girl:

Volareee ohoh … cantareeee ohohoho … 

Arturino smiled and mimicked me, singing the same song ‘til the end, ‘cause he knew all the words.
– Mari’, but ca beddra vucia ca tene! What a lovely voice you have! For Christ’s sake how many gifts this woman has!

 

Taken from
Nothing but love
Amneris Di Cesare
Edizioni Cento Autori 2012