QUANDO CI SI METTE IL DESTINO…

 

funny.pho.to_vintage_memories

Misterioso è il cuore è un romanzo strano.
L’ho scritto anni fa, romanzando un episodio che accadde realmente.
Ero amica e discepola di un Grande Sacerdote. Di quelle Guide che quando appaiono sul tuo cammino, devi fare molta attenzione a riconoscere come tali e poi accettarle nella tua vita senza discutere. L’incontro che ebbi con Padre Michele non fu dei migliori, anzi, gli urlai contro, gli dissi di non farsi mai più sentire e mai più provare a contattarmi. Poi tornai sui miei passi, e gli parlai. Da quel momento iniziò un’amicizia che è proseguita per anni, fino alla scomparsa di questa Grande Presenza nel mio destino.

A un certo punto di questo percorso di vita, comparve un pittore, Ubaldo. Un artista strano, scorbutico, petulante, irriverente. Amico fraterno di Padre Michele. Che dipingeva cose differenti da ciò che ero solita ammirare nelle varie mostre a cui andavo sia da sola che in compagnia del mio amico sacerdote.
Per due anni circa ci incontravamo la sera in osteria noi tre.
A parlare di Dio, di Arte, di Fede e di Imperialismo.
Ubaldo era l’imperialista, il materialista, il più scettico e più difficile da far capitolare.
Padre Michele era sornione, carismatico e ironico.
Io, la ingenua e fiduciosa del gruppo, aspettavo entusiasta lo srotolarsi degli eventi della mia vita con un ottimismo disarmante.

funny.pho.to_loving_you

Poi la vita ha diviso le nostre strade.
Michele non c’è più.
Ubaldo continua a dipingere quadri stranissimi.
Io scrivo storie che rubo alla realtà di tutti i giorni.

Misterioso è il cuore è una storia d’amore. Ovviamente inventata e romanzata. I personaggi sono presi in prestito per muoversi in uno scenario da me costruito. Per pudore e per umiltà ho fatto leggere a pochissimi questo mio scritto. Una volta sola, senza troppa convinzione, lo inviai a un concorso, al Premio Romanzi Brevi di Vico sul Gargano, e ottenni una menzione di merito.

Poi, ho deciso di pubblicarlo. In self-publishing, così da non gravare sulle responsabilità di una casa editrice. Avevo già esperienza, avevo già pubblicato DUEL e sapevo come fare. Ho deciso di pubblicare più per un bisogno mio di vedere il mio libro online che per altre ragioni. Certo, che fosse letto mi faceva piacere. Ma i miei scopi, le mie ragioni erano e sono altre.

Ho inserito i miei due Self-published su Babelcube per esser tradotti. Inizialmente ho trovato un traduttore per la lingua inglese per DUEL. Ero molto contenta. Un mio libro in lingua inglese, era una gran bella cosa. Il traduttore però, a metà lavoro è sparito. Non so se comparirà di nuovo all’orizzonte, lo spero.

Nel frattempo, si è fatta avanti un’altra traduttrice. Questa volta per Misterioso è il cuore, e per la lingua che porto nel cuore come la mia seconda lingua madre: il portoghese. Sono nata in Brasile, quel paese che mi ha dato i natali lo amo tanto quanto amo l’Italia, e la sua lingua, il portoghese appunto, la amo esattamente come adoro l’italiano. Sandra Santos mi ha tradotto Misterioso è il cuore. A una velocità impressionante e con una perizia magistrale.
Misterioso è il cuore sarà presto pubblicato in portoghese. Duel, è ancora lì che aspetta.
Credo ci sia una ragione, in questa “corsa dei manoscritti“…
Secondo me, il destino ha fatto la sua parte.
E si sa…
Quando ci si mette il destino…

covernuova1

Annunci

DIECI ANNI. UN BUCO NEL CUORE.

182043749-66806128-307f-4e3a-8305-98c2a0971109

Dieci anni.
Il foglio bianco di questo blog rimane bianco. Non riesco a scrivere nient’altro. Solo “dieci anni”. Che non ci sei più. E mi rendo conto che il buco formatosi al centro del cuore oggi è proprio voragine. Guardo le foto che Il Resto del Carlino ha pubblicato in tuo onore. E mi fa male al centro del petto. Io ti sento ancora così vivo, così presente, così efficace nei tuoi discorsi, suggerimenti, consigli, consolazioni. Ti vedo, con quegli occhi che penetravano qualunque spessore, raggiungermi e costringermi ad abbassare i miei, eternamente e perennemente intimidita dalla tua sicurezza e lungimiranza.

Mi manchi.
In una maniera impressionante. Sarà sempre così. Sarà sempre di più, fino alla fine. Oggi, scrivo queste parole insignificanti, incapace di coordinare i pensieri e le emozioni e farle diventare frasi, con un nodo potente alla gola. Le lacrime pulsano prepotenti e vorrebbero uscire, sfogare la loro ansia correndomi sul volto, ma le trattengo, le disciplino, mi impongo e le imprigiono. Oggi non piangerò. Lo farò domani. Recitando un Pater Noster e stringendo un rosario di legno. Entrando di nuovo in San Domenico, percorrendo la navata di sinistra e venendoti a cercare lì, dove dieci anni fa sapevo, avrei potuto trovarti ogni giorno, dentro un confessionale. Guarderò il tuo “posto” e crollerò in ginocchio, pregando.
Vienimi incontro, ti prego, quando sarà il momento.
Questo solo ti chiedo.

Ciao Michele.

BUON SAN GIUSEPPE, PADRE MICHELE!

casali_copertina

Ogni tanto mi viene da scriverti.
Non capita in un giorno specifico.
A volte succede il giorno della tua partenza, altre quella del tuo compleanno.
Altre volte, come queste, per la festa del papà. mi viene da scrivere – e già lo so, poi piangerò calde lacrime copiose – perché se devo pensare a un Padre, a quella persona che ti accudisce, ti istrada, ti protegge, ti sgrida anche con durezza (come hai fatto più volte) ma anche con tanta tenerezza, che ti ascolta e che riesce a trovare una parola giusta, a mezza strada tra il conforto, il sostegno e l’ammonizione, ebbene a me viene da pensare solo a te.
Ti ho incontrato già avanti negli anni.
Ero reduce da una storia devastante. Mi hai cercato tu. E ti ho trattato malissimo. Ti ho persino urlato contro.
Se ci penso oggi…
Poi, sono tornata indietro sui miei passi. Ti ho cercato. Mi hai ricevuto immediatamente, cancellando probabilmente un’agenda di impegni fittissima. Ci siamo guardati negli occhi. E non mi hai fatto parlare.
Mi hai solo detto “Ho capito”.
Da quel momento, fino a quando io ho strappato le maglie di quel legame specialissimo che ci univa con un gesto forte e ribelle, non ci siamo più persi di vista. Ti ho avuto sempre alle mie spalle, a proteggermi.
Se ho trovato la Fede lo devo a te.
Se continuo disperatamente ad aggrapparmici con le unghie e con i denti, è solo perché non voglio deludere te, anche se adesso non ci sei più.
Se amo Dio con tutto il cuore, lo devo solo ed esclusivamente a te, Padre Michele.
E mentre mi sciolgo tra lacrime e singhiozzi, penso che in fondo, qualunque cosa mi succeda, prima o poi, ti riabbraccerò lassù.
E il futuro non mi appare più così cupo.
Buon San Giuseppe, Michele.
Dal profondo del mio cuore, buona festa del Padre.
a.

Mi diede appuntamento una mattina alle undici. Arrivando a S. Domenico, mi fecero entrare in una stanzetta piccola e disadorna, dove solo due seggioline di ferro uguali a quelle abbinate ai banchi di scuola, arredavano il vuoto sovrastante. Aspettai quasi un quarto d’ora, chiedendomi se avevo fatto la cosa giusta. Se tutto non fosse una perdita di tempo. Poi, arrivò. Lui, grande, immenso. Vestito di bianco con alla cintola un rosario di legno. I suoi occhi, che non potrò mai dimenticare, profondi al punto da passarti da parte a parte come uno stiletto affilatissimo. E un sorriso dolce ma severo al tempo stesso. Rimasi immobile, sopraffatta dalla soggezione che quella figura imponente mi metteva. Lui aprì le braccia, e mi accolse in un abbraccio forte e tenero al tempo stesso. Fu l’unico abbraccio che in tutta la sua vita mi diede. E che avrei desiderato poter rivivere per tutto il tempo che lo frequentai e ancora oggi. No, non mi ha mai più abbracciata. E ogni volta che lo incontravo, altro desiderio non ho mai avuto. Quello di perdermi nel suo abbraccio paterno e ristoratore. Perché in quell’abbraccio, ritrovai la pace perduta.

Oggi ho parlato di te ad un confessore. Quel sacramento che tu tanto tenevi caro e che promuovevi con ardore. Un prete piccolo e bianco, severo e semplice ma anche lieve e tollerante. Ho parlato di te e ho chiesto se secondo lui, mi senti. Mi ha detto che sì, certamente mi senti e mi ascolti. Adesso mi ascolti nel cuore. Gli ho chiesto se potevo parlarti e pregare per te e con te, ora che non sei più. Mi ha detto che tutto ciò che mi hai lasciato resterà dopo di te, e che le tue parole mi accompagneranno sempre, aiutandomi e conducendomi. E allora, io camminerò, da oggi in poi, nel tuo pensiero, nel tuo ricordo. E spero, sogno, che tornerai, a parlarmi come facevi un tempo. E a farmi sentire la tua mano sopra la testa, come avveniva quando eri qui, vicino a me. Buona Domenica delle Palme, Michele. E le mie lacrime scendono senza che io senta dolore. Solo un po’ di malinconia. E il vuoto grande della tua mancanza. A.

Malinconia di sapore nebbioso.

Mi innebbio di musiche sottili, mentre mi abbandono un minuto alla lettura degli eventi mondiali e non, mi ritiro in un angolino del mio essere per difendermi dal sopravvanzare della malinconia. Sarà che di nuovo son stati colpiti bambini, e che una mano feroce – o anche solo un triste mantello di cupa incomprensione – si è abbattuta su di loro, sarà che il mondo piange e ancora non ha terminato di sotterrare angosce e macerie, sarà che risulta così difficile vivere senza il pensiero che ogni giorno è donato, che domani chissà, cosa potrà accadere a chiunque di vicino o lontanto sia passato sul tuo cammino, sarà che sono atterrita e impotente e che non son capace di fare nulla per scrollarmi da questa attonita ottusità che mi ha colpita, sarà che sono viziata e mi fa paura esser così privilegiata. Sarà che mi manchi, e tanto, perchè tu sapevi darmi la risposta che cerco e che non trovo. Sarà che non ricordo più molte delle tue parole e che non so più se ti sarebbe piaciuta questa anima così immobile che mi ritrovo ad essere ora. Sarà che non ci sei più, Michele e sola, tra le mura protette di una casa silenziosa, posso piangere lacrime salate e mute. Sarà…

Il rimpianto e la malinconia…

Rientrare a casa, dopo tanto tempo, e scoprire che si fugge solo temporaneamente ai propri pensieri, ai propri rimpianti, alla malinconia di cose che ormai non sono più. Rientrare a casa, e riprendere la vita di tutti i giorni, ma con il pensiero, dentro, che qualcuno che sapevi esserci, sempre e comunque, oggi non c’è e non ci sarà mai più. Aprire gli occhi sul mondo la mattina e sapere fin da subito che se avrai un dubbio, o bisogno di una carezza, non potrai più pensare “magari gli telefono… magari vado e mi confesso…” perchè quel confessionale è vuoto, o forse già occupato da un altro frate. E pensare che hai aspettato tanto tempo, per dirgli quanto bene gli volevi, hai lasciato correre i giorni, i mesi, gli anni… e gran parte di quel tempo trascorso senza più un sorriso o un abbraccio per lui, lo hai passato davanti a questo monitor. Non riesco a perdonarmi per tante cose… e questa è una di quelle. Ti voglio bene, sempre e comunque, anche se forse tu ormai pensavi il contrario, Michele. A.

Un dolore immenso.

Non riesco a trovare le parole. Volevo venirti a trovare, pensavo, credevo, che anche stavolta ce l’avresti fatta. Aspettavo solo di poter tornare, a sentirti dir messa, e magari, trovare il coraggio, di nuovo, di venirmi a confessare, come un tempo. Ti ho scritto tante lettere che ho ancora nel cassetto. Non le riceverai più. Ti chiedo perdono. Per non esserti stata figlia fino in fondo, fino all’ultimo. E soprattutto, spero, credo, so che sarà così, ti sappia il bene immenso che Ti ho sempre voluto. Michele, ciao. Un dolore, forte senza fine, dentro la mia anima. A.

 

Il suck di Gerusalemme, per come me lo ricordo io, che lo vidi moltissimi anni fa, era come tutti i suck delle città del Medio Oriente, un brulicare di persone e animali, un rincorrersi di colori e suoni e profumi, a volte dolciastri a volte intensissimi. Attraverso il suck, si stende la Via Dolorosa, il percorso che ogni pellegrino che intraprenda un viaggio in Terrasanta ha l’obbligo di fare, e al mescolarsi dei turisti, dei mercanti, si fanno largo piccoli gruppi che recitano il Rosario, seguendo il cammino delle stazioni della Via Crucis. E’ un tale caotico vortice di tante variegate e variopinte culture, che a stento, riuscivo a seguire – e mi sentivo per questo in colpa – il celebrante e le preghiere del mio gruppo. Ero arrivata in Israele con un gruppo di pellegrini, in quel viaggio organizzato dai domenicani della mia città. Era stato un viaggio deciso in fretta e per stizza. Il mio capo mi aveva imposto di andare in ferie. E io non avevo trovato amiche e itinerari per un viaggio di piacere che mi alletassero davvero. Poi, un carismatico frate che ogni tanto contattavo per simpatia, mi disse “Perché non vieni con me a incontrare Gesù? Se lo stai cercando, se lo vuoi incontrare veramente, lo devi venire a cercare nei luoghi dove è vissuto…” Questo invito mi impressionò. Era l’originalità, e forse anche la banalità di un’affermazione: sapevo che Dio, a ben cercarlo, lo puoi trovare in ogni luogo, ma queste parole mi frullarono nella testa per giorni interi. Finchè accettai. Inizialmente, del mio gruppo, avevo poca e timida confidenza con le mie due compagne di stanza e basta. In effetti, vedevo tutti molto compresi nella loro fede, e soprattutto molto eruditi, io mi sentivo ignorante e fuori posto. Quasi tutti sapevano recitare in latino, le preghiere più frequenti nei pellegrinaggi, e conoscevano molti passi delle scritture a memoria… io a malapena ricordavo qualche insegnamento del catechismo… mi sentivo lontana e distaccata da loro. Decisi, pertanto che il mio percorso l’avrei compiuto da sola, cercando il mio Dio all’interno del mio cuore, chiedendo a quei luoghi di mostrarmelo, quel Gesù che ero venuta a cercare, se davvero Lui si fosse voluto mostrare.Gerico, Nazareth, Bethlemme, il Mar Rosso, tanti posti bellissimi, a volte anche pericolosi, per le turbolense politiche che anche allora imperversavano, ma davvero meraviglie paesaggistiche. Padre Paolo, un frate domenicano, un esegeta giovanissimo, spiegava, quei luoghi e i tratti del Nuovo Testamento che li riguardavano, e le sue meditazioni erano davvero molto ispirate. E quando arrivammo a Gerusalemme, vidi in quei suoi occhi giovani ed entusiasti una luce, un’allegria che a stento riusciva a contenere “Gerusalemme… vedrai che bella” e come un bambino che non riesce più a sopportare un viaggio lungo e un’attesa estenuante, si affacciava al finestrino del pulman con insistenza, scostando ora di qua, ora di là le cortine parasole. E’ bellissima davvero Gerusalemme, per come me la ricordo io, un’esplosione di luce e calore. Sentivo, dentro di me, che quella terra “traspirava spiritualità” ma un senso di cupa malinconia, mi diceva nel profondo del mio intimo, che quella terra non aveva pace, e non l’avrebbe avuta in futuro. L’ultima stazione della Via Crucis, porta direttamente al portone del Santo Sepolcro. Una chiesa che immaginavo imponente come San Pietro a Roma, e che invece, ha un che di quasi anonimo. Una porticina, sorvegliata da militari armati, e moltitudini di fedeli di diverse confessioni. Cattolici, Protestanti, Ortodossi, Copti… ognuno con il suo sacerdote, ognuno con la sua veste caratteristica. La pietra della deposizione, la scala che porta al Golgota… e infine, in una specie di grotta sulla quale la basilica fu costruita, attraverso un varco angusto, il Santo Sepolcro. La coreografia e la distrazione per quelle luci e le curiosità finiscono lì. Su quella pietra liscia e fredda. Non so, cosa mi accadde. Ma capii, uscendo, che avevo imparato ad adorare il mio Dio. Una strana sensazione di estraneità ai luoghi e alle persone, una comunione di pensiero, corpo e anima, una sorta di trance spirituale. Pochi minuti di intensità sconvolgenti. Uscendo da quella piccola grotta, mi sentivo strana e scossa. Una sorta di sbalordimento che mi portava a guardare con occhi diversi quei luoghi, quelle persone. Un frate copto, che seduto quasi ai miei piedi, chiedeva l’elemosina, mi fece cenno, sorridendo, di avvicinarmi… una frase incomprensibile, un sorriso aperto e compiaciuto e un piccolo rosario di legno tra le sue mani, che a tutti costi volle darmi. Al mio cercar denaro da dargli in cambio, mi fece cenno di no, che non ne voleva…“Fede non si compra… Fede si regala” mi disse in italiano. “Torneremo anche domani, prima di lasciare Gerusalemme?” chiesi alla guida del gruppo, che mi rispose “Impossibile, partiamo alle otto in punto! Siamo anche in ritardo sulla tabella di marcia!”… Io volevo tornare al Sepolcro. Mi avvicinai al giovane esegeta, e gli chiesi se sapeva a che ora apriva la chiesa “chiude alle sette di sera, e riapre alle cinque del mattino…” siccome avevo capito che conosceva abbastanza la città, gli chiesi di farmi un percorso, perché avrei voluto venire da sola, la mattina dopo, al sepolcro a pregare… “Ma è pericoloso! E siamo in pieno ramadan…Sei proprio sicura di volerti avventurare da sola nel suck a quell’ora?” “Sento che devo venire… sento il bisogno di venire a pregare ancora più a lungo sul Sepolcro… rischierò… avrò il mio Dio a proteggermi”… e così, mi spiegò il percorso che avrei dovuto fare, per arrivare alla chiesa.Ma la mattina seguente, quando alle cinque, lasciai la stanza per uscire dall’albergo, lo trovai ad aspettarmi fuori dalla porta “Il tuo coraggio, o la tua incoscienza, mi hanno fatto capire che anche io voglio rivedere il Sepolcro… ti accompagno” Percorremmo le stradine buie e silenziose della città e del suck senza parlare, senza dire una sola parola. Io avevo in mano il piccolo rosario che il frate copto mi aveva regalato, e senza rendermi conto, lo stavo recitando… Padre Paolo, stava facendo altrettanto, leggendo dal suo breviario le sue orazioni mattutine… La chiesa era diversa, dal pomeriggio precedente. Immersa nel silenzio della città che dorme, aveva acquistato un’aurea di spiritualità e già dalla spianata dell’ingresso si potevano sentire i canti gregoriani cantati per le celebrazioni mattutine. Un’odore fitto di incenso ci accolse e svariate file di frati di tutte le confessioni religiose già sfilavano ognuno nella propria processione. “Presto, le solennità sono già iniziate!” Ora Padre Paolo aveva ripreso quell’espressione fanciullesca, e saltellava impaziente di raggiungere la processione del suo ordine religioso…io lo seguii fino al Sepolcro, dove mi ritirai a pregare, e nuovamente provai quell’estasi meravigliosa. Ricordo la sensazione di aver “toccato la veste di Dio”…ancora oggi. Uscendo, frastornata per aver riprovato quella sensazione, quell’immensità di sensazioni, capii che ero voluta tornare, perché scettica, perché timorosa di aver vissuto un piccolo delirio immaginario…invece quell’evento si era ripetuto, era quella dunque, l’adorazione. Mi ritrovai Padre Paolo, in piedi commosso e raggiante, che osservava davanti a sé qualcosa che mi volle far vedere, dicendomi solo “guarda!” Un portone di ferro battuto dalle dimensioni gigantesche, che il giorno prima non avevo notato perché chiuso, era ora spalancato e mostrava una basilica interna con affreschi, luci, altari avvolta in una nuvola di incenso, alla quale accedevano tutti i sacerdoti, di tutte le processioni che avevo visto formarsi all’entrata , lentamente, tra canti celestiali. Era una visione talmente apocalittica, che ricordo solo l’emozione, lo stupore, ma anche il senso di pace e armonia. “Questo è il cuore della basilica.” E poi tornammo, con i cuori gonfi ed elettrizzati, consapevoli di aver condiviso un’esperienza unica e irripetibile. Padre Paolo sarebbe tornato a vivere a Gerusalemme, dietro mio consiglio e vi sarebbe rimasto più di dieci anni. E io… io rimango con il desiderio di poter tornare un giorno, a pregare, su quella lastra lucida e fredda di marmo.

Padre Michele Casali O.P. era il padre carismatico di cui accenno distrattamente in questo mio ricordo, colui che mi invitò ad incontrare Gesù nei luoghi in cui era vissuto. Il viaggio che avrebbe sconvolto e cambiato totalmente la mia vita, fu lui, a convincermi di intraprenderlo. Appena avrò il coraggio e la testa per raccontare qualcosa di quel cambiamento, lo farò. Momenti anche buffi, che Michele soleva poi raccontare divertito, come la proposta della guida giordana di comparmi per 10 cammelli, alla quale dovette intervenire lui, inventandosi la “bugia” che io fossi già stata “comprata” da un’altro partecipante al pellegrinaggio. Per ora, sento solo un grande vuoto sopra di me. Pur nella lontananza, ho sempre sentito la sua mano paterna e protettiva sulla mia testa. Tredici anni fa, mi univa in matrimonio con il padre dei miei figli. Domani, alla stessa ora, io lo accompagnerò nella sua ultima celebrazione. Addio Michele. Prega per me da lassù. A.