Smetto di illudermi, non certo di scrivere.
Quello continuerò a farlo.
E se a nessuno importerà, me ne sarò fatta una ragione.

E mi divertirò un casino di più!

 

Lo dicevo solo poche settimane fa. Oggi sulla mia pagina autore scrivo questo:

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NON SO TROVARE LE PAROLE

Non sono uno scrittore.
Uno scrittore saprebbe trovare le parole, in questo momento.
Saprebbe scrivere ciò che gli sgorga dall’anima, ciò che prova.
Io sono solo un’incapace.
Qualcuna che ogni tanto trovava una bella frase e la buttava giù sul foglio.
Ma che nei momenti peggiori, quelli come questo, di Orlando, non sa fare altro che osservare attonita e lascia montare dentro di sé la rabbia e lo sconforto.
Non sono uno scrittore, una scrittrice.
Perché non so trovare le parole.
So solo desiderare che si faccia silenzio.
Che ci si raccolga, anche in posizione fetale, e si pianga interiormente, si viva il lutto, in maniera silenziosa ma determinata, forte.
Che non è perché erano “gay, poverini”. Che non è perché erano diversi.
No, quei ragazzi, quei 50 giovani erano uguali a me. SONO uguali a me. Non hanno niente di diverso. Non hanno niente di particolare tatuato sulle braccia o sul cuore. Era, SONO, ragazzi che una notte di inizio estate volevano ballare e divertirsi, incontrare qualcuno da amare, ballare con chi amavano, gridare la propria voglia di vivere. E cosa c’è di diverso in quello che faccio, penso, dico io tutti i santi giorni?
Non sono uno scrittore.
Uno scrittore saprebbe farlo molto meglio di me.
Io sono solo una che è così stanca di questo odio. Che non ne può più dell’odio di chi discrimina, di chi allontana, di chi emargina e di chi per un perverso scopo, a me sconosciuto e incomprensibile, usa la religione per dilaniare la vita di altri.
Non sono uno scrittore.
Sono solo una persona. Inetta e impotente.
Che è stanca di odio. E che non odierà in risposta.
Non sono uno scrittore. Perché non so trovare le parole.

p.s.: Solo una cosa, Ti chiedo: Tu che hai allontanato, emarginato, tacciato di abominio chi ama non secondo i Tuoi schemi, adesso non provarci nemmeno a solidarizzare, a lanciare messaggi buonisti. Resta nella Tua. E, se puoi, fai silenzio. Per rispetto di quella Vita Umana che dici di voler santificare ma che con il tuo radicalismo e l’odio che i tuoi adepti seminano e spargono come il più letale dei veleni hai contribuito a distruggere. Fai silenzio. Stai nel Tuo. 

#PrayersForOrlando
#NonAvreteIlMioOdio
#CanYouTellMeWhy

#INTERNETDAY: UN GRANDE AMORE A PRIMA VISTA

#InternetDay
Ricordo di esser rientrata dal Brasile alla fine del 1993 e mentre tutti impazzivano per la novità del telefono cellulare (che non mi ha mai affascinato più di tanto), io sentivo parlare, per la prima volta dagli amici brasiliani che mi scrivevano di “email“.
Attraverso uno strano “indirizzo” corredato da una “chiocciolina”, si poteva corrispondere in maniera così veloce che una lettera –  normalmente, da Rio de Janeiro a Bologna una busta inviata per posta ordinaria avrebbe impiegato dieci giorni – arrivava a destinazione in pochi minuti. Era una cosa così incredibile che non sembrava possibile.
Avevo sempre desiderato di possedere un computer mio. Avevo lavorato, prima di partire per l’America Latna, nel 1990, con un personal computer in ufficio. La possibilità di avere un programma di videoscrittura che mi permettesse di archiviare tutte le parole senza perderle e poi modificarle, cambiarle, cancellarle e riscriverle senza dover impazzire tra fogli scritti a mano e carte carbone, era il mio sogno proibito. Ma era un oggetto così costoso da non poter certo immaginare di poterne avere uno in casa.
Per cui, approfittai di alcuni amici di mio padre che iniziavano a organizzare corsi di computer e partecipai. Così, solo per il gusto di trovarmi di fronte a un monitor e una tastiera e “giocarci” per qualche ora. 
Si parlava della differenza tra email e website (allora la differenza non era molto chiara) e mi fecero vedere l’invio di una email di prova.
Ricordo ancora l’emozione. Avevo visto qualcosa che sembrava piuttosto una specie di magia.
Il CNR bolognese, qualche tempo dopo organizzò un corso per aspiranti imprenditori della Rete, e siccome era gratuito, partecipai. Mi inventai un’idea imprenditoriale, qualcosa molto vicina a quello che anni dopo sarebbe diventata “Google Earth”, e ottenni persino il plauso per l’idea da parte degli organizzatori. Cercai di provare a realizzarla ma non riuscii a trovare le persone disposte a investire con me quell’idea. La cosa buffa, se ci penso, è che parte di quell’idea, ancora oggi non è stata realizzata. E sarebbe un’idea fighissima.
Trascorsi praticamente i successivi sei anni a leggere tutto quello che c’era su internet, ma il mio primo personal computer lo ebbi solo nel 2000.
Frequentai un corso per “esperto in reti telematiche e commercio elettronico” organizzato dalla Fondazione Aldini Valeriani, solo per la voglia e il bisogno di conoscere di più la rete e i suoi segreti.
Amavo così pazzamente Internet che ero disposta a studiare, trascorrere giornate intere a parlare solo di quello e tutto senza avere un computer mio. Il corso durò otto mesi, con conseguente esame di stato. Oggi dovrei essere un’esperta di reti telematiche, ma a me quello che piaceva sul serio era costruire pagine web fare siti, lambiccare con l’html, e rimpiansi tanto il non aver frequentato negli USA il corso di studi per programmatore, che anni prima (nel 1987) era disponibile.
L’amore per la scrittura – l’antico, vecchio amore – è arrivato solo molto dopo, nel 2003. Avevo già scoperto le Web Community e iniziai a scrivere qualche racconto.
Ma l’amore per internet, per il computer e per il web in generale non è mai morto. Si è trasformato.
Oggi, purtroppo sono un addicted.
Dovrei smettere.
Ma non ci riesco. E sapete perché?
Perché del web quello che mi ha sempre affascinato è stata la possibilità di SPERIMENTARE.
E ancora adesso, nonostante tutto sembri esser stato inventato, sento che è ancora possibile.
Buon compleanno, Internet.
A me hai regalato una vita diversa.
Soprattutto mi hai reso il mondo a un tocco di click. 

CONFLITTO DI CUORE, MENTE E ANIMA

Da tre, quattro anni sto vivendo un fortissimo conflitto interiore.
Sono sempre stata una persona “pia“.
Frequentavo da ragazzina la parrocchia della piccola cittadina di provincia dove abitavo: mai mancata una lezione di catechismo, comunione e cresima fatte con trepidazione e felicità e a Messa più spesso che potevo.
Ho avuto esperienze molto dure, di vita, da giovanissima, che non hanno però intaccato quella che consideravo “Fede“. E ho sempre ritenuto i miei simili, i “cattolici” e i cristiani, persone di cui potersi fidare perché seguivano le stesse mie dottrine, i miei stessi ideali.
Pregavo costantemente, anche durante la giornata, anche solo per ringraziare l’Altissimo per una cosa buona ricevuta o un piccolo successo ottenuto, e se la giornata non era stata buona, gli offrivo la mia delusione e la mia frustrazione. Ho sempre ricevuto da Lui risposte, quando gliele chiedevo. E mi sono sempre sentita protetta e amata, anche quando ho attraversato momenti di buio molto profondi.
Ho sempre cercato di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti ma soprattutto di vivere una vita degna della dottrina che mi era stata impartita.
I comandamenti sono stati la mia legge per quasi tutta la vita e le poche volte che mi sono ritrovata a sgarrare, a sviare qualche piccola parte dei loro mandamenti, ho sempre provveduto con una sana e robusta Confessione.
Anche quando la vita mi ha tradito, quando ho subito situazioni violente, non mi sono mai ribellata al mio Destino, ma anzi, ho sempre cercato di rivolgere a Dio uno sguardo sorridente e grato, consapevole del fatto che anche nel dolore Lui c’era stato e c’era.
Non mi sono mai chiesta cosa potesse Dio fare per me, ma sempre cosa potessi fare io, per Lui.
Tutto intorno a me era Buono e Santo. E tutto ciò che era religioso era sinonimo di Bontà e Purezza.
Ah, la Purezza!
Era la cosa che più cercavo e alla quale più aspiravo.

Ma c’erano cose che non riuscivo a capire.

Non riuscivo a capire il perché di un certo accanimento da parte del clero, per esempio, verso le persone che si accorgevano di aver sbagliato a scegliersi un compagno di vita e lo lasciavano, o semplicemente persone non più innamorate che, amando qualcun altro, divorziavano. La condanna nei confronti di quelle persone da parte dei prelati e dei sacerdoti e dell’ambiente che gravitava attorno a loro era totale.
Non riuscivo a capire, altro esempio, come mai sempre i sacerdoti di quegli ambienti di cui sopra, propendessero per posizioni politiche radicali e verbalmente violente, di destra, e votate alla tutela della proprietà privata e della ricchezza. Non avrebbero dovuto parteggiare per una sinistra, più diretta verso il povero, il poco tutelato, il più fragile economicamente? Anche in chiesa, durante l’omelia, ascoltavo descrivere il “comunismo” come lo strumento del diavolo per assoggetare l’umanità cristiana. Vero, Marx aveva detto che la religione era l’oppio dei popoli e i comunisti non volevano nessun tipo di religione a interferire con la loro ideologia, ma forse un dialogo sarebbe bastato a far capire loro che i cristiani, proprio perché seguaci di quel Cristo che si scagliava contro i sepolcri imbiancati e i mercanti del tempio, o di quel Fraticello che predicava la Sorella Povertà come unica ancora di salvezza, ecco, sarebbe bastato quello a far capire ai comunisti che i cristiani volevano più o meno le stesse cose. Ma a quanto pare, non è così, perché i prelati e il clero sono da sempre notoriamente di destra e sacerdoti come Don Milani sono stati velocemente messi alla berlina.
Non riuscivo a capire, altro esempio, perché i sacerdoti fossero severissimi e spesso intransigenti nei confronti delle peccatrici e invece molto indulgenti, addirittura giustificanti nei confronti dei peccatori. Perché un semplice pensiero impuro dovesse essere stigmatizzato, comportasse un buon quarto d’ora di ramanzina nel confessionale e per lo meno dieci pater e ave di penitenza per me, donna, e semplicemente un buffetto di bonaria riprovazione per le fisiche necessità dei miei compagni di scuola di sesso maschile, che spesso si vantavano fuori dal confessionale per esser stati “puniti” solo con un atto di dolore, letto tra l’altro su un santino a disposizione del penitente e senza alcun obbligo di doverlo mandare a memoria, cosa che noi femmine invece dovevamo assolutamente saper recitare senza alcun errore pena la ripetizione a oltranza.

Ma mi si diceva che era così che doveva essere perché così era decretato dai Sacri Libri, e io accettavo, perché desiderosa di essere una brava cristiana e una, per lo meno, decorosa cattolica.

Da un po’ di tempo, dicevo, sto vivendo un conflitto di cuore, mente e anima.

Perché ho smesso di chiedermi perché non capivo.
Ho smesso di tentare di capire.
Forse ho proprio smesso di voler capire.
Molto lentamente, il processo è stato lento ma inesorabile, ho smesso di vedere tutto Buono e Bello. Soprattutto ho iniziato a Non Vedere Più la Purezza che invece avevo così tanto cercato e voluto intorno a me.
Ho iniziato a vedere Gente Cattolica che si scagliava contro “i Divorziati”.
Gente Cattolica che addirittura stigmatizzava i “Separati”.
Ho assistito personalmente al dolore senza fine di alcune persone amiche, separate, che desideravano l’Eucarestia e che gli veniva negata semplicemente perché aveva abbandonato un marito, magari violento, magari abusivo, magari semplicemente egoista e indifferente, traditore, promiscuo addirittura.
Gente Cattolica che urlava e condannava come abominio persone che amavano diversamente, che amavano in maniera differente, che amavano persone del loro stesso sesso.
E allo stesso tempo, vedevo Preti che vivevano nel lusso, collezionavano auto d’epoca, facevano strozzinaggio nei confronti di chi aveva difficoltà economiche, lucrava su affitti nei confronti di extracomunitari, magari affittando loro scantinati e cantine, approfittando della loro condizione di sfollati, profughi, clandestini, o poneva affitti esorbitanti a immobili ricevuti in donazione da pie parrocchiane – affinché quei locali fossero dati a gente bisognosa – ho assistito personalmente a cene pantagrueliche dove grassi Don Abbondio si abbuffavano di cibi prelibati e vini pregiati, alle dita anelli con pietre preziose e un linguaggio di sicuro non pio, ma piuttosto “mondano” e secolare.
Ho letto di abusi e soprusi, soprattutto nei confronti di bambini e ragazzini, e ho letto di cose indegne coperte e ignorate.

Ma queste son cose eclatanti, dicono, cose da televisione. Non sono tutti così. Non è tutto così quel mondo.
La Purezza di Cuore esiste ed esiste Tra Loro.
E allora ho cercato.
Ho guardato.
Ho visto.
Ho visto la signora che va tutte le settimane a Messa e che prega, che fa volontariato, che aiuta persino a casa del Parroco e che quando può parla male delle colleghe, della vicina, screditandola e calunniandola con una tale rabbia da far paura.
Ho ascoltato insegnanti, timorate di Dio, religiosissime e pie che durante tè pomeridiani parlavano di alunni extracomunitari, bambini, che meglio avrebbero fatto se fossero annegati cadendo dal gommone con il quale erano arrivati qui da noi, e questo solo perché incapaci di comprendere la nostra lingua e quindi agitati e disturbatori delle loro lezioni.
Potrei andare avanti a raccontare.
Di storie così ne ho panieri pieni, nascosti negli angoli più bui della memoria.
Ho sempre meno desiderato di capire.
Ho visto sempre meno purezza e sempre più interesse, ingordigia, corruzione, depravazione.
Ho visto odio nei confronti di chi non si conforma e di chi ama in maniera non allineata.
Ho sentito usare termini come abominio, depravazione ma non per gli abusi che certi prelati compivano sui bambini, o per il lucrare sulle miserie e le disperazioni di altri esseri umani, o per la corruzione di quelli che invece dovevano dare l’Esempio, e fare da Guida. No, quei termini sono usati verso chi semplicemente ama. Ama un altro uguale a se stesso. Semplicemente questo.
Ho visto odio.
Soprattutto odio.

E quel conflitto tra mente, cuore e anima si è fatto voragine.
Oggi sono come chi “sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (cit.Ungaretti) anche se forse con un po’ più di forza di volontà rispetto a quelle foglie che inesorabilmente prima o poi dovran cadere: sto su un ramo, in bilico, tenendomi aggrappata con tutta la capacità che questo corpo ormai vecchio dispone, per non cadere, per non perdere quella che ritengo sia uno dei più bei doni: La Fede.

Oggi continuo ad amare il mio Dio. Continuo a credere in Lui.
Ma non mi parla più, o forse, in mezzo a tutte queste grida e gli insulti che ascolto tra il vociare indistinto della gente non riesco più a riconoscere la sua Voce.
E non so.
Non so se faccio bene o male a dubitare.
Non so se riuscirò, senza Guida ad arrivare alla Giusta Meta.
Non so se riuscirò comunque ad accettare che ci sia gente che soffre perché discriminata ed emarginata.
E soprattutto, non so se colmerò mai più questa voragine che si è formata proprio al cento della mia anima.

p.s.: oggi, 8 aprile 2016, è uscito Amor Laetitia, l’atto conclusivo del Sinodo vergato da Papa Francesco. Qualcosa, in risposta alle mie domande, in questo documento c’è. E’ tanto. Lui ha dunque ripreso a parlarmi? Riesco di nuovo a riconoscere la sua Voce?

16 MARZO 2003: TREDICI ANNI FA MORIVA RACHEL CORRIE.

Io Rachel Corrie me la ricordo bene.
Quando lottava, i giorni prima contro le ruspe israeliane, le sue foto venivano postate sulle web community di MSN (non esisteva ancora facebook ma il web era già un fermento di opinioni e di scambi di notizie) e la notizia della sua morte fu data quasi in diretta.
Son passati 13 anni.

Onore a una Grande Donna.
Onore a una Grande Anima.

SU PEACELINK.IT LA STORIA E LE LETTERE DI RACHEL CORRIE.

TU SEI UN PIRATA. GLI ALTRI SOLO POVERI LADRI

14 febbraio 2004.
Scrivevo di Pantani.
Peccato che i vecchi link siano saltati, che molti dei blog da me citati in questo vecchio post sian poi stati chiusi, perché ho perso molte cose belle e importanti
Però il mio ricordo del Pirata è questo e lo rimane anche oggi. Oggi che si scopre come quest’uomo sia stato calpestato e defraudato di tutto. E oggi, lo ammetto, il mondo mi fa ancora un po’ più schifo.
Ciao Pirata.
Chissenefrega del giro.
Te lo hanno rubato ma tu adesso stai brillando di altra luce.
Tu sei comunque Il Pirata. Loro solo poveri, miseri ladri

E’ strano. Ieri era un giorno per molti bello e pieno di sogni. Ieri era S. Valentino. Che poi sia diventata una festa commerciale, beh, questo dipende dal cuore di ognuno di noi, per me è sempre stata un momento di attesa. Attesa di una telefonata, di un bigliettino romantico, di un bacio (quello fatidico magari!) o di un gesto che ti faceva capire, proprio in quel giorno, che c’era una speranza. Era anche il pretesto per far capire alla tua amica, o a tanti tuoi amici, che tifavi per lui/lei, che ti auguravi le stesse cose belle che desideravi per te stessa. Per questo, gli auguri di S. Valentino, li ho sempre fatti ad amici e amiche che non erano affatto l’oggetto del mio sentire romantico. Insomma, ieri era una bella giornata, una giornata che per tanti, significava festeggiamenti, regalini, frivolezze. E’ stata la stessa cosa anche per me. Ho girovagato sui blog che più amo frequentare, e ho lasciato la mia traccia festaiola. I miei auguri. Poi mi son fermata sul blog di BaroneAgamennone. E ho letto il suo ultimo post. Un post incredibile quanto vero, un racconto che alla fine ti pugnala con la forza della leggerezza della sua scrittura. Un post che ti rimane dentro perchè parla di solitudine. Di un ragazzo lasciato solo, abbandonato a se stesso e ai problemi di una vita da vivere…Ho sentito dentro di me, tutta la solitudine di cui questo post è permeato, una solitudine che ti può piombare addosso da un momento all’altro, una solitudine che quando è abbandono, è impossibile sopportare. Ho scritto spesso, che amo la solitudine, che aspiro a momenti di completo isolamento per poter respirare me stessa e i miei pensieri. Ma è una solitudine diversa. Una solitudine che comunque non esclude la presenza di persone, sentimenti, sensazioni, ricordi. Immagino, oggi, invece la solitudine di Marco Pantani. E la comprendo. Era una solitudine disperata, di chi era riuscito a toccare la vetta della montagna ma poi, scivolato rovinosamente verso un baratro dal quale, non avrebbe mai più saputo risalire. Era la voglia di nascondersi e scomparire, ma era anche l’abbandono, da parte di tanti che amici nei momenti di gloria, avevano diretto le loro ovazioni a nuovi vincenti, nuovi campioni. Lui, il campione con un anima, usato e poi scartato, sapeva di essere ormai solo l’ombra del suo mito. E forse, non voleva nemmeno esserlo, un mito. Oggi, sentendo i tanti che lo ricordano, nei servizi televisivi, negli articoli di giornale, tutti che ne parlano come il “più grande” tutti che ne descrivono le qualità meravigliose, tutti che si affrettano a dichiararsi amici suoi… mi viene da sorridere. Mi è sempre piaciuto, il Pirata Pantani, così schivo e senza capelli, di poche parole e anche un po’ matto. Un romagnolo dalla forza dei nervi che disegnavano il contorno dei suoi muscoli. Forse perchè assomigliava in maniera impressionante a mio nonno… forse semplicemente perchè amo le persone discrete, che non cercano i riflettori, che non si atteggiano a divinità solo per aver raggiunto un grande traguardo, ma che vi corrono incontro con la forza della volontà spinta al massimo.. Mi piaceva Pantani anche dopo lo scandalo, anche dopo le cadute e le umiliazioni, e tifavo per lui. Perchè uomo e umano. Con i limiti e i difetti di un uomo, umano fino all’ultimo. Non lo conoscevo personalmente. Ma mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Anche se non fosse stato Pantani il campione, so che sarebbe stato un grande amico. A cui avrei fatto volentieri gli auguri per un buon San Valentino. Ciao Pirata… come ho letto su un biglietto che ti hanno lasciato sul portone di casa, vola… continua a volare…

Sono Solo Scarabocchi

ciao Pirata…

se volete leggere qualcosa su di lui, priva della retorica che tutti i giorni ci invade, specie quando qualcuno di straordinario se ne va, leggete qui.Roberto Ferrucci, è un giornalista, uno scrittore. Che sa descrivere i sentimenti di molti e tradurli in parole.

[Questo, invece, lo scrivo io].
E’ strano. Ieri era un giorno per molti bello e pieno di sogni. Ieri era S. Valentino. Che poi sia diventata una festa commerciale, beh, questo dipende dal cuore di ognuno di noi, per me è sempre stata un momento di attesa. Attesa di una telefonata, di un bigliettino romantico, di un bacio (quello fatidico magari!) o di un gesto che ti faceva capire, proprio in quel giorno, che c’era una speranza. Era anche il pretesto per far capire alla tua amica, o a tanti tuoi amici, che tifavi per lui/lei, che ti auguravi le stesse cose belle…

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GRAZIE PER I TUOI INSEGNAMENTI, PROFESSORE!

Semplicemente grazie. 

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le   premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.

(tratto da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000. Forse precedente a questa lista è quella, analoga ma applicata alla lingua inglese, del giornalista statunitense William Safire. Leggila qui)

grazie anche a Lingua & Cultura Italiana

BUON SAN VALENTINO!

HAPPY VALENTINE’S DAY

BUON SAN VALENTINO

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Opera di Niccolò Pizzorno 

ALWAYS #ALANRICKMAN

 

“After all these years?”
“Always”
R.I.P #AlanRickman

BUONE FESTE!

tanti auguri a tutti!
adc