BUONE FESTE!

tanti auguri a tutti!
adc

Annunci

quantisogni

Dipinto di Gabriella Frustaci

Arriva di colpo, ma non lo sento. Un sibilo forte, duro. Non riesco a crederci. Il mondo attorno si colora di bianco, e poi, un lungo fischio prende a risuonarmi in testa.
Adesso capisco perché si dice “vedere le stelle”. Ascolto i miei pensieri per una frazione di secondo, e trovo il tempo per dirmi che devo esser matta, perché non si pensano queste cose mentre si riceve un ceffone in faccia.
È buffo, buffo?, ma non fa male subito.

L’avevo incontrato per caso. Alla fermata dell’autobus. Pioveva a dirotto e io mi stavo bagnando nonostante la cerata con cappuccio. L’autobus era in ritardo e l’umidità aveva iniziato a penetrarmi nelle ossa. Stavo battendo i denti e i piedi per terra da quanto mi sentivo gelare.

«Vuoi un passaggio?» La macchina nera, elegante, si era fermata davanti a me. Il finestrino abbassato lasciò intravedere un uomo distinto, ancora giovane ma già avanti con gli anni. I capelli un po’ lunghi erano sciolti. Sembrava un damerino di Jane Austen, io divoravo quei romanzi. Un dandy, ho pensato, un tipo originale. Sembrava a posto, ma sapevo che non si devono accettare passaggi in macchina dagli sconosciuti.

Quasi mi avesse letto nel pensiero, si era messo a ridere: «Abito qui vicino, ma se non ti fidi posso darti patente, libretto, tessera sanitaria, certificato di battesimo, cresima e stato civile. Sono celibe e senza impegni sentimentali. Ti basta per accettare un passaggio in macchina fino alla cima della strada? Ti porto a casa.»

Perché ho accettato non me lo sarei mai spiegata. Ma mi infilai nell’abitacolo felice perché presto sarei stata al caldo, davanti al camino e con una tazza di the fumante.

Sulle prime non fa male, no. Poi eccolo, sordo, un fuoco che mi incendia la pelle. Vacillo, ma non perdo la forza e rimango comunque ferma, orgogliosa, sprezzante, di fronte a lui. Neppure per un istante dimentico la ragione per cui ricevo quella percossa. E gli urlo di nuovo, con tutto il fiato che ho dentro:

“No, non voglio!»

Lo guardo, e mi chiedo chi sia. Non è lui, il mio lui. Non può esserlo, perché quello che io conosco non ha occhi spaventosi, iniettati d’odio e di minaccia; il mio lui è dolce, gentile, sensibile e… innamorato. Ha appena terminato di coprirmi di baci, ha appena finito di amarmi come nessun altro al mondo sarebbe stato capace. Chi ho davanti, chi mi ha colpita, non è il mio cuore. Gli somiglia molto, sarebbe addirittura lui  se non fosse per le vene verdastre sul collo. Sono grosse, pulsano sotto la carne viva mentre il viso stride, indurito dalla collera.

Seppure fosse lo stesso uomo, io non cederei alla sua forza, alla sua rabbia.

Erano baci e carezze ovunque sul mio corpo inesperto. Fino ad allora non avevo ricevuto che timidi baci umidicci da ragazzini come me. Ma poi era arrivato lui. Calmo. Colto. Paterno. Il nostro primo bacio mi era sembrato fuoco puro. E il suo abbraccio un rifugio morbido. Mi ero sentita un cucciolo smarrito che ritrova la guida. Avevo desiderato scodinzolargli dietro, solo questo. Quando mi diceva: Stenditi che adesso giochiamo un po’, mi sentivo fremere e non riuscivo a frenarmi fintanto che lui non mi inondava di calore pieno, col tocco delle dita e della lingua. Non avevo mai pensato che si potessero fare certe cose. E non avevo mai nemmeno immaginato che si potesse provare un tale piacere, una tale voluttà. Mi sentivo ardere di desiderio. La sua pelle mi chiamava di notte, quando lui non c’era, lasciandomi sveglia, agitata e ansante ad abbracciare disperata il cuscino e a mordere le lenzuola invocando il suo nome.

Sostengo il suo sguardo con occhi di sfida. Mi insulta, e io rispondo alla stessa stregua.
«Stronzo!» con la o finale gridata fino a quando non mi si smorza nella gola il fiato per urlarla. Quello dopo fa meno male del primo, penso mentre il secondo colpo mi annebbia la vista. Il dolore bruciante mi invade il volto, mi fa barcollare e infine mi fa cadere a terra.

Perché quando picchiano devono sempre farlo in faccia?

da

Sirena all’orizzonte
Amneris Di Cesare
Amarganta

Giornata-mondiale-contro-la-violenza-sulle-donne

 

PARIS C’EST MOI AUJOURD’HUI

10151310_1060473237317224_3704588991922668582_n

Stamattina avevo paura ad aprire internet. Non ricordavo più – non accendo il televisore da giorni, non leggo quasi più i giornali – dell’attentato di ieri sera a Parigi, in un gesto superficiale di auto-protezione che mi porta a ignorare i problemi, ogni tanto. Stamattina avevo paura a leggere Facebook. Non volevo sentire le parole strazianti delle vittime, non volevo scoprire magari qualche brutta notizia da amici che sapevo a Parigi. Ma non ricordavo, e non capivo perché, io che quasi ogni mattina, automaticamente accendo il portatile prima di ogni altro gesto, proprio oggi non volessi farlo. Rimandassi quel gesto come se il tastino del pc fosse improvvisamente divenuto incandescente.

Poi l’ho fatto. Ho visto. Ho letto.
E ancora non riesco a trovare le parole. Ancora son qui che penso che forse potrei chiudere tutto e ritirarmi nella mia oasi di pace, la mia mente, la mia fantasia, e dimenticare tutto quanto.
Perché, lo so, lo so fin troppo bene. Qualunque cosa accada da adesso in poi, qualunque sia la decisione o la risposta, un’altra volta il mondo cambierà faccia, assetto, politica, vita.
E noi con loro.

E non mi dispiace per me, che ormai son vecchia. Ma son devastata per questi nostri figli, che non potranno mai più vivere il mondo con la spensieratezza e la curiosità con cui l’abbiamo vissuto noi, perché anche solo una passeggiata negli Champs Elisée o a Trafalgar Square o la visita a un museo in Tunisia o lo snorkeling a Sharm el Sheik in Egitto saranno solo un’utopia, un sogno da vivere con ansia e paura, sentendosi mercenari e temerari, con la paura appiccicata addosso di ritrovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato.
Il mondo, che doveva esser loro, è stato loro rubato. Schiacciato. Spezzato. Sbriciolato.
E le loro speranze insieme a esso.

Io non capisco, son troppo stupida per capire, le ragioni per cui tutto questo succeda. Quello che so è che il mondo che ho regalato ai miei figli è un mondo cupo, coperto di nuvole nere e saturo di odio e pessimismo. E per questo io chiedo loro scusa.

Amori miei belli, perdono.
Trovate voi un modo di colorare di nuovo questo cielo immenso.
Aprite un varco tra le nubi nere e fate che la luce, i colori dell’arcobaleno, la serenità e la Pace possano comunque introdursi e neutralizzare questa coltre malsana e putrida di terrore e oppressione.
Solo voi avete questo potere.
Noi vecchi siam troppo supini, ormai carichi delle nostre puzzolenti corruzioni.
Voi invece avete ancora la forza e la leggerezza dell’onestà e della speranza.

E comunque, Paris c’est moi aujourd’hui.

foto da google images

L’ESEMPIO CHE MI RAPPRESENTA

Essere donne non è affatto facile.
Essere donne corrette, lo è ancora meno.
Perché provare rivalità, invidia e risentimento o disapprovazione sfrenata e carica di sarcasmo, chissà, forse fa proprio parte della nostra natura; fatto sta, che bisogna lavorarci molto, su quel noi stesse che ci impedisce di essere solidali e “compagnone” come spesso vedi essere e fare agli uomini.
Io non ho visto la Tatangelo e la sua fotografia.
Lei ha fatto un gesto per le donne, e, pur non avendo tanto in simpatia la persona, non la critico per aver dato la propria immagine alla causa della prevenzione sul cancro al seno.
Ha le tette rifatte e per puro scopo estetico? E allora?
Perché una donna (o un uomo) non può decidere di ricorrere alla chirurgia estetica per ritoccare qualcosa che non la fa star bene con il proprio corpo?
Perché questo voler sempre e comunque demonizzare qualunque gesto o intenzione?
Non reputo la Tatangelo un testimonial che mi rappresenti, però. Questo lo posso affermare. Non per via delle tette rifatte, semplicemente perché, fortuna sua, non sa non può sapere cosa significa avere una spada di damocle sulla testa.
Una testimonial che mi rappresenti è lei, Simona Liubicich, donna dalla forza e dal coraggio oserei dire quasi disumano.
Ecco, se io dovessi prendere esempio e fare mente locale al problema del tumore al seno, lo farei partendo dalla sua coraggiosa esperienza e del suo accettare di mettersi a nudo, in tutti i sensi.

11997295_995776817111135_1967793474_n
http://logokrisia.com/…/il-mio-maledetto-compagno-di-simona…


E grazie, Simona, perché quando ho letto questa tua testimonianza, è stato come un pugno allo stomaco ed è servito molto più di mille campagne di sensibilizzazione, o post cretini e ambigui su Facebook su dove appoggio la borsa quando entro in casa e altre amenità varie.
Grazie.
Essere donne non è facile.
Lavorare sull’invidia e sulla volontà di darci sempre contro è molto di più difficile.
Mentre sarebbe così semplice far risaltare il bello e il cazzuto di cui siamo dotate.

SOLO AMORE, NIENTE PAROLE.

images (1)

#NewYork, August 1945, #WWII #End moment captured by Eisenstaedt. Love wins.

 

 

In #Hungary, despite a policy of hate, in this moment captured by Yannis Androulidakis, love wins. #Syria #Refugees

#Hungary, September 2015 moment captured by Yannis Androulidakis  love still wins 70 years after. #Syria #Refugees

GOODBYE OLIVER…

114646248-6df68ae2-3a75-4f0e-94b9-75a654a93be2

 

Ho letto due suoi libri, “L’uomo che scambiò la moglie per un cappello” e “Risvegli”.
Libri bellissimi anche se parlano di malattie e sintomi, di terapie e di vita medica.
Quando leggevo questi libri ricordo che pensavo “Che cultura e che anima che ha quest’uomo!”.

Non sapevo che fosse malato terminale.
Oggi scopro che se n’è andato ed è dolore come se fosse scomparsa una persona cara.
Leggo questo suo coming-out e sorrido: era la persona bella che sentivo fosse e forse anche qualcosina di più.

E ora, debole, col fiato corto e i muscoli una volta sodi sciolti dal cancro, trovo che i miei pensieri, non sulle cose soprannaturale o spirituali, ma su cosa si intende per vivere una vita buona e utile – hanno ptovocato un senso di pace dentro di me. Scopro che i miei pensieri vanno allo Shabbat, il giorno di riposo, il settimo giorno della settimana, e forse il settimo giorno della nostra vita, quando possiamo sentire di aver fatto il nostro lavoro, e di potere, in buona coscienza, riposare.

http://www.repubblica.it/cultura/2015/08/20/news/quel_giorno_di_shabbat_in_cui_dissi_a_mio_padre_sono_gay_-121880888/

#XF9 L’AVVENTURA RICOMINCIA

[MOMENTO #XF9 MODE ON]

 

11933433_1044765825541744_9073588859405854705_n

 

Troppo bella questa graph-pic!

 

[MOMENTO #XF9 MODE OFF]

QUANTO E’ DIFFICILE, A VOLTE, VOLERSI BENE (2)

 

 

Non ho mai preteso niente nella vita.
Mi sono sempre accontentata.
Ho sempre accettato tutto quello che mi veniva dato, anche il brutto e il bruttissimo, prendendo ogni cosa come un dono.
Non ho mai chiesto.
Forse, mi viene da pensare,  non ho mai davvero lottato per qualcosa in cui credevo e che volevo ardentemente.
Ho sempre lasciato fare.
Adesso non sono più capace di volere.
Nemmeno di desiderare
:/

QUANTO E’ DIFFICILE, A VOLTE, VOLERSI BENE

 

Avrei voglia di camminare per la mia città deserta a Ferragosto.
Oppure fermarmi con un paio di amici a bere un aperitivo e spizzicare qualche salatino, parlando di cazzate.
Oppure passeggiare per vecchi mercatini dell’usato e comprare un oggetto bizzarro per la casa
Magari provare l’ebbrezza di salire in cima a una montagna e ascoltare il gorgoglio di un fiume che corre a valle.
Chissà, magari una corsa in bicicletta in mezzo a campi riarsi dal sole.
Giocare con i miei figli, ancora piccoli, al parco dietro casa, ascoltando una cicala lontana gracchiare.
Avrei voglia di cose banali, semplici ma assolutamente spontanee.
E soprattutto serene.
Le cose semplici e banali sono sempre lussi impagabili.

 

GRAZIE DI TUTTO, MR. IWATA

11695375_993940977316818_6882571240973289968_n

Hai fatto sognare i miei figli e hai permesso a me qualche ora di pace, da dedicare a me stessa.
Hai diffuso risate portatili e grandi gare all’ombra di un capanno o di una cabina.
Ho catturato e scambiato Pokémon come se non ci fosse un domani pure io.

Il futuro oggi è un po’ più colorato grazie alla fantasia che ci hai regalato.
Buon viaggio,Satoru Iwata-sensei.