SCRITTURA: PAUSA PASQUALE

Devo per forza fare una pausa.
Ho cambiato tutto mentre scrivevo.
L’outline è inservibile.
Le cose hanno preso un’impennata differente.

E allora d’accordo.
Niente scrittura fino a Lunedì.
Si medita, si lascia macerare il cambiamento, si indossa il testo e si valutano le mosse successive.
Nel frattempo, si ascolta musica.
La playlist del romanzo, appositamente selezionata per lui su Deezer.

 

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YES, I WATTPAD TOO!

Sì, oggi ho aperto Wattpad. Questo è il mio profilo:

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https://www.wattpad.com/user/AmnerisDiCesare e potete iniziare a leggere la mia Diana, enjoy!

#QUALCOSACHESTOSCRIVENDO: FEDERICO

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Federico, personaggio

La prima cosa che faccio appena rientrato in casa è di mandare un wazzup a Virgi.
So che è in camera sua che sta aspettando mie notizie.Sarà a casa ancora per pochi giorni. La madre la vuol portare in America per il mese che le spetta e dopo, Virgi passerà il resto delle vacanze con suo padre al mare a Riccione. Lei e la tipa del padre, Rossana, mi pare che si chiami.

Virgi le odia entrambe. La madre e la tipa.

La madre per via dell’astio velenoso che sembra produrre in quantità industriale verso tutto e tutti. Dopo la fine tragica dell’amante scrittore che aveva – il tipo si è gettato dal sesto piano di un palazzo in un momento di delirio onirico-creativo – circa sei anni fa, non è più riuscita ad avere una storia decente. Pare che di uomini in quel letto ne siano passati parecchi ma che si siano fermati molto poco tempo. E che da quasi tutti abbia ricevuto sonori calci in culo. Ovvio che più gli uomini sparivano, più il suo odio verso il mondo cresceva. La cosa assurda è che di tutto questo lei accusa mia madre. Ma è pazza, anche la figlia se ne rende conto.

La tipa del padre di Virgi invece non la sopporta perché questa se la tira ai massimi. Col fatto che sta con un luminare della cardiologia, lei che era una semplice infermiera, si sente cresciuta a livello sociale. Adesso frequenta gli ambienti della Bologna “bene” e non è più guardata dall’alto al basso. Pare che anche al lavoro, in ospedale, faccia valere questa cosa per rifarsi su colleghi e superiori. E ovviamente anche con la Virgi ha un atteggiamento scorretto: ipocrita e arrogante. Se potesse cancellare l’esistenza della figlia del compagno, lo farebbe senza pensarci su. Quindi quando sono in presenza di Massimo si tollerano, con sorrisi a mezz’asta, quando son sole non si rivolgono mai la parola.

Perciò le scrivo:
F: “Figata! Ho trovato lavoro! Vuoi vedere che non torno più a Bologna?”
Cazzo, mi rendo conto subito dopo averlo inviato della stronzata che ho fatto. Adesso quella sta male che magari si pensa che è vero, che non torno a Bologna e mi strippa di brutto. Madò.
Me la immagino adesso nella sua cameretta che guarda il messaggio con quei suoi occhioni blu spalancati di puro terrore neanche stesse vedendo Shining.
Tempo uno… due… tre…
BIIIP!
Ecco che arriva la risposta.
V: “Stai scherzando o stai parlando sul serio?”
Rispondo subito sennò chissà che isterica che mi diventa
F: “Del lavoro è vero. Che non torno è una presa per il culo, ovvio!”
Lo so che non si calma, che questa risposta non le basta. Infatti:
V: “Ma che genere di lavoro? E per quanto tempo? Non dovevi star via solo una settimana?”
Ok, diamole pace.
F: “Un lavoretto da niente. In un vivaio. Devo imparare a piantare fiori e sporcarmi di terra tutto il giorno”
L’idea di conoscere mio padre al momento mi sembra irrilevante raccontarglielo.
V: “Sembra una cosa molto adatta a te”
Perspicace la ragazza.
F: “Sono molto contento, infatti. Ma Lunedi prossimo sarò a casa di nuovo, stai tranquilla…”
Così si mette calma.
V: “Mia madre ha deciso di partire Domenica. Forse non ci vediamo”
Oh, questa poi!
F: “E allora cazzo vuoi? Cioè, tu che te ne vai domenica e io non posso star qui più tempo a lavorare se mi va? Fanculo!”
Ecco che mi fa sbiellare, ma come ci riesce?
V: “Scusa! Non ti arrabbiare. Sai che ho una gran paura che tu non voglia stare più con me. Avresti tutte le ragioni di questo mondo per farlo”
Mi sono reso conto subito che amare la Virgi non sarebbe stato facile. E forse avrei dovuto continuare a maltrattarla e farla scappare definitivamente. Ma non ce la faccio. Non fino in fondo. Sono un gran vigliacco, lo so. Ma quello che provo per lei è una roba che faccio fatica a comprendere del tutto: è voglia di ridere e di incazzarmi di brutto subito dopo. E’ voglia di fare lo scemo, di sentirmi cretino e non vergognarmene affatto. E’ come quando guardi quei film idioti a Natale, hai presente? O tipo quello che fa Singin’ in the rain, che balla sotto la pioggia e si tocca i talloni mentre salta. Insomma, questo. E poi è avercelo sempre in canna ed essere pronto a sparare a ogni buco che incontri ma non voler sparare se non a un buco preciso. E allo stesso tempo, io alla Virgi non voglio bucarla. Non ancora. Mi fa troppa paura. Eppure non sono un novellino eh! Di battaglie ne ho fatte e portato a casa vessilli vittoriosi!
Ma la Virgi è un’altra cosa. E’ roba pulita, è roba più mia, più tutta mia. Da tanto tempo.
Eccola che scrive ancora:
“Fede? Fede? C6?”
Sì, ci sono, ci sono Virgi.
“Non lo so, adesso sto scazzato”
“Ti prego no! Gliel’ho detto che non parto prima, che aspetto te”
“E lei cazzo dice?”
“Cosa vuoi che dica? Le solite stronzate sue. Che non sei adatto a me. Che mi rovino la vita dietro di te. Che un giorno mi darai un calcio nel culo come quella merda di mio padre”
“Certo che è sempre una lady la tua signora madre eh?”
Non vedo l’ora di avere diciott’anni per andarmene di casa”
“See e dove cazzo vai senza soldi?”
“Papà mi ha promesso di prendermi in affitto un appartamento. Posso andare a viverci con un’amica”
“Perfetto, vorrà dice che quell’ “amica” sarò io!”
Rido. Mi immagino la faccia del tipo. Dopo esser stato rifiutato da mia madre, anche lui me ne ha fatte passare! Certo che casino sarebbe. Anche per  mia madre dover affrontare i genitori di Virgi. Meglio che la smetta con i film in testa, che tanto mancano ancora un bel po’ di anni prima che diventi maggiorenne e il problema si ponga. Ne passa di acqua sotto i ponti prima di allora!
Un altro BIIP! Non è la Virgi.
“Ricordati: domattina ore 5:00”
E’ Francesco.
Va bene, buona notte a tutti quanti!

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Titolo provvisorio: Profumo di rose a mezzanotte

FACCIAMO IL PUNTO. NOVE COSE CHE HO FATTO O STO FINENDO DI FARE.

 

#PuntoDellaSituazione:

  1. Tre manoscritti di amiche scrittrici proposti a editori e accettati, uno dei quali già pubblicato, uno in uscita, l’ultimo spero anch’esso prossimissimo in uscita;
  2. Un manoscritto di amica scrittrice debuttante, che contrariamente al gusto dei “lettori magistrali” a me piaceva e che, da pochissimo ho saputo essere stato accettato dalla MIA casa editrice (quella per cui collaboro ora).
  3. Quattro mini-romanzi (diventeranno 3 ebook e 2 libri di carta) di scrittrice straniera letti, apprezzati, proposti a casa editrice, richiesto diritti esteri, ottenuti, da me tradotti, e presto pubblicati.
    Felice io.
    Son libri controversi, argomento difficile e particolare, ma belli.
    Molto intensi, emozionalmente parlando.
  4. Saggio su scrittura romance in buona dirittura di arrivo. Spero di riuscire a scrivere la parola fine in due, massimo tre settimane.
  5. Saggio su saga fantasy pazzesca, che amo e che apprezzo da morire che sta per esser iniziato.
  6. Giornata sul Fantasy da organizzare per seconda metà dell’anno.
  7. #ioleggodifferente, movimento per stimolare alla lettura di libri di nicchia, diversi, non bestseller che parte e approda al suo sito web personale.
    E’ bello!
  8. Rimane incerto il destino del progetto a cui tenevo di più, quello degli albi per bambini con argomento difficile. Ma non dispero. So che alla fine riuscirò anche in questo.
  9. Last but not least: #ilmanoscrittocheodio è in fase di editing e uscirà, anche se sotto pseudonimo e in ebook.

Cinque mesi di lavoro e nessun romanzo scritto.
Ma di scrittura, anche se altrui, continuo ad occuparmi. Perché io la SCRITTURA LA AMO.

#QualcosaCheStoScrivendo: Italo

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Italo, diciotto anni. Quattro anni più di Diana. Un bel ragazzo, alto, secco secco, la pelle color del muschio annerito dal sole in autunno, i capelli neri come la pece usata per impermeabilizzare i tetti degli ovili, e due occhi scuri ma brillanti come le penne lustre dei corvi. Una bocca carnosa, scrigno fatato nel quale custodiva denti brillanti come gemme che però mostrava volentieri, esibendoli in sorrisi aperti e sinceri.

Diana lo vide per la prima volta insieme a Giacinta mentre correvano senza freni. Con ogni probabilità si era innamorata di lui nello stesso istante in cui aveva incrociato il suo sguardo. Era bello, Italo. Bello e pericoloso. Perché quel suo sorriso sincero e il suono di quella risata franca erano contagiosi. E una ragazza per bene non sorride e, soprattutto, non ride mai di gusto. Eppure quando lui era presente, Diana aveva sempre voglia di farlo. Anche per molte ore dopo averlo visto, rideva. Aveva imparato a “ridere dentro”. A nascondere dentro di sé la felicità mascherandola con una mestizia che dava più garanzie. Solo alla madre non poteva mentire. Perché lei “vedeva”.
«Ti brillano gli occhi. Smettila di sorridere con lo sguardo!»

L’aveva capita subito. E non sapeva come né dove, ma sua madre aveva scoperto che sua figlia aveva incontrato qualcuno.

#QualcosaCheStoScrivendo: Diana

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Ovviamente va cambiato, corretto, limato, asciugato, magari totalmente riscritto…

La grande palla infuocata si tuffò nel mare spandendo le sue fiamme ovunque in maniera scomposta e allungando scintille dorate sulle onde calme, appena appena increspate. Dalla sua finestra Diana assisteva alla cerimonia come tutte le sere, imbevendosi occhi e mente di colore ed energia. Quando tutto fu avvolto nuovamente dall’azzurro e la luna, tonda, grandissima si apparecchiò all’orizzonte, seppe che era il momento di dare inizio all’altro rito. Mise la pentola sulla fiamma sempre accesa nel camino grande e nero che componeva la parte più ampia del raro mobilio della cucina, e iniziò a preparare la sua parca cena. In tavola dispose il piatto fondo, il cucchiaio e lo strofinaccio usato come tovagliolo. Un bicchiere, la bottiglia di vino mezza piena, metà di una pagnotta di pane di segale rimasta dalla cena precedente, una fetta di pecorino piccante. Nella pentola intanto bolliva la zuppa di ortiche, cipolle e cardi selvatici. Quando tutto fu pronto, si sedette e iniziò a mangiare. Sapeva bene che ciò che aveva davanti a sé era troppo. Non ne avrebbe mangiato, forse, neppure la metà; era sempre stata una donna risparmiosa, e il suo corpo esile e minuto non conteneva mai troppo cibo. Il resto lo avrebbe tenuto al caldo per il giorno dopo ma a tavola si concedeva la parvenza di un’abbondanza, esile lusso per i suoi occhi ormai stanchi e quasi addormentati.

Con gesti lenti replicò ogni azione con la pedanteria e la precisione che l’età avanzata obbliga ogni essere umano a compiere quasi per paura di dimenticarne passaggi fondamentali. Del resto lei ben lo sapeva: ogni tappa di rituale è importante, nessuno di essi può esser omesso. Questo glielo aveva insegnato la terra dalla quale proveniva e nella quale viveva, e il destino che l’aveva voluta testarda come le capre che allevava e che di giorno pascolavano serafiche nella brughiera. Dura, si sarebbe definita se qualcuno le avesse chiesto di descriversi. Come la roccia di quarzo che spunta dal terreno, a stento sfiorata dall’erba rada e dal muschio umido che più volentieri si avvinghia alla roccia. Dura perché non so perdonare avrebbe detto a chiunque le avesse chiesto il perché di quella definizione. Non so perdonare gli errori commessi e neppure quelli che inevitabilmente commetterò, avrebbe risposto Diana, la mammay della brughiera.

Sua madre era come lei. Piccola, minuta e silenziosa. Pochissime le parole e infiniti i gesti quotidiani che inondavano casa di luce e profumo. Entrando nella costruzione lunga e bassa, fatta di roccia e quarzo impastati con fango, muschio, pece e sterco di capra, che era la casa di famiglia, si sarebbe detto che un sortilegio fatato muovesse le cose, gli oggetti, riponendo pentole e piatti nelle madie, agitando scope e spazzole e allagando i pavimenti per la pulizia quotidiana. Mentre invece era lei che aveva il dono di muoversi svelta, a una velocità tale da sembrare invisibile; in pochi minuti tutto era lustro, lindo e profumato. Adorava la lavanda, la madre di Diana, tanto da metterla dappertutto, persino nelle pietanze da lei cucinate perché, diceva:
«Disinfetta e ammazza i vermi. Prima li stordisce con il profumo, poi li soffoca rendendoli sterili».

Non si fermò mai a spiegarle come fare un orlo a un pantalone o a disossare un cosciotto di agnello. Si limitava a guardarla con occhi neri, profondi e severissimi e quella capiva all’istante ciò che doveva fare: starle dietro e fare esattamente ciò che lei faceva. Era una figlia diligente e non una a cui piacesse molto parlare. Andavano d’accordo su questo, loro due. A entrambe piaceva il silenzio della casa svuotata dal disordine che seminano gli uomini e quando restavano sole, con i due fratelli più grandi e il padre nei campi a lavorare fino a sera, un timido sorriso, più una smorfia sottile, il taglio di un temperino sulla buccia di una castagna prima di metterla sul fuoco, le colorava il viso di soddisfazione. Lei e Diana al lavoro. Silenzio e velocità. Questo era il loro mondo. Il regno imperturbabile che accoglieva i loro sogni e i loro pensieri.

#INCIPIT di #QUALCOSACHESTOSCRIVENDO

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Il taxi mi ha lasciato proprio davanti alla porta di casa. Quasi per magia, ben due auto parcheggiate proprio lì davanti si sono messe in moto e allontanate mentre sopraggiungevamo noi e ci hanno permesso di accostare e farmi scendere le valigie sul marciapiede senza tante manovre scomode. Addirittura il tassista mi ha aiutato a salirle sui sei gradini che separano la porta dalla strada. Forse si aspettava che lo lasciassi entrare in casa e sistemarle fin dentro, ma senza rivolgergli lo sguardo, una volta sulla soglia l’ho liquidato con un bel centone facendogli cenno di tenersi il resto. Poi sono entrato e ho spinto tutto dentro con un calcio infastidito e quasi violento. L’ho appena sentito augurarmi la buona notte, non gli ho degnato neppure di un sorriso di circostanza.
«Signor Longwood, me lo farebbe un autografo?» mi ha chiesto lui, tornando sui suoi passi dopo qualche istante. Giusto prima che io chiudessi il resto del mondo fuori dalla porta di casa. L’ho guardato dritto negli occhi e ho visto brillare una luce di commozione sincera, di quelle acquose che celano il rimpianto e l’impotenza a passare oltre il limite che gli Eterni hanno tracciato.

E’ stato allora che ti ho riconosciuto.
Come tutte le altre volte.

Accade sempre dopo, quando non è più possibile tornare indietro. Perché anche adesso, ho sentito quella richiesta solo pochi istanti prima che la porta si chiudesse. Ho visto il brillio delle tue lacrime e ho cercato di fermare il mio gesto rapido e brutale, di impedire che si separassero i nostri mondi. Ma quando sono riuscito a tornare sui miei gesti, tu eri già sparito. Svanito nel nulla.
E la sofferenza brucia.
Nel petto e nella mente.
Sempre di più.

Ho lasciato le borse nel corridoio e ho attraversato la casa al buio.
Non ho voglia di luce. Non stasera.
Ho voglia solo di te.
Di te che non sei più.
Di te che mi solletichi nel sonno e non ti lasci afferrare.
Di te che ti palesi per pochi istanti negli occhi della gente e poi svanisci.
Ho voglia solo di quelle carezze, di quei baci ruvidi e soffici che riuscivamo a donarci di nascosto e che ora vorrei aver potuto mostrare senza pudori a un pubblico impiccione e invadente.

Così arrivo alla stanza da letto che tu non hai mai conosciuto (non ho fatto a tempo a mostrartela, a rotolarmi tra le lenzuola di seta con te, amore mio) e mi ci butto sopra vestito, con ancora addosso le scarpe e il cappotto. Abbraccio un cuscino e prego.
Prego che il sonno arrivi a colpirmi in pieno volto e mi intontisca all’istante.
Prego che le Fate di Morfeo mi prendano per mano e mi accompagnino in fretta, proprio lì, esattamente dove voglio andare e dove voglio essere.
Prego che tu ti faccia di nuovo vedere nel sonno e mi avvolga del tuo abbraccio rude e appassionato.
Ormai vivo per questo.
Ogni ora del mio giorno e della mia notte è piena solo di questa voluttà velenosa: dormire e sognare.
Sognare di te.
Non faccio altro.
Non vivo che di questo.
Sognare e dormire.
Incontrarti agli incroci dei venti.
E tu arrivi a prendermi per mano. Ti vedo, mi sorridi, mi porgi le braccia con i palmi rivolti verso l’alto, chiedendomi di avvicinarmi e seguirti. Io, docile, ubbidisco, perché non c’è niente che voglia di più se non quello di assecondare le tue sollecitazioni.

[…] continua…

#Incipit
di
#QualcosaCheStoScrivendo