A NATALE PUO’ SUCCEDERE: UN MIO RACCONTO PER INSAZIABILI LETTURE BLOG

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Insaziabili Letture – bellissimo blog di letture, recensioni, presentazioni e scritture di qualità – ospita un mio racconto di Natale, A Natale può succedere,  per la serie Romantic Xmas. Sono commossa ed emozionata per la bellezza della cover che hanno ideato graficamente a supporto del mio testo.

Una storia di Natale d’amore Over 50, di rinascita e di speranza.

A voi l’incipit:

Succede così, ogni volta, ogni anno. È una sorta di rituale, di tradizione intima e intensa. Raccogli le scatole impolverate dalla cantina, le apri e subito l’odore zuccheroso e stantio del Natale ti aggredisce. Siamo di nuovo qui, pensi e improvvisamente l’anno appena trascorso ti passa davanti come in un film: la festicciola di compleanno di tuo figlio, il carnevale, il viaggio fatto a Pasqua, l’estate e i gavettoni di ferragosto. Tutto sembra ormai lontano eppure sono trascorsi solo pochi mesi.

Per decorare l’albero ci vuole metodo.

Ecco perché in genere non voglio aiuti. I bambini amano giocare con i festoni e con le palline, ma confondono le idee e ti distraggono da quella che in fondo è una consuetudine intima e solitaria. Prima ricostruisci l’albero, rigorosamente finto perché quelli veri in vendita nei vivai mi intristiscono e mi fanno sentire a disagio. Sono anime imprigionate tra tronco e spine e anche solo il pensiero di violarlo appendendo tra i rami lucine e festoni e vederle lentamente morire con quei trucchi addosso, quindi gettarle nella spazzatura dopo l’Epifania mi ha sempre fatto inorridire.

Appena l’albero è pronto, è la volta delle lucine. È sempre il momento meno piacevole di tutta la celebrazione. Una di quelle incombenze che devi svolgere e che quindi fai alla svelta, per liberartene il prima possibile. Sembra quasi che quelle lucciole di vetro che brillano a intermittenza mi brucino nelle mani per davvero. Ma devo resistere all’impulso di disfarmene buttandole sull’albero a casaccio mentre invece mi impongo di posizionarle con una certa simmetria, facendo in modo che tutti i lati e tutti i rami sia davanti che dietro abbiano la loro giusta illuminazione. E quindi srotolo i fili imprigionati tra loro, poi una volta tesi e liberi li accendo a uno a uno. È un lavoro noioso, che mi porta ogni anno a biasimare me stessa “se li avessi sistemati per bene anziché raccoglierli alla rinfusa l’anno scorso, oggi non starei a perdere tanto tempo a districarli!” mi dico. Ed è lo stesso pensiero tutti gli anni. Esattamente come quello che però spingo lontano con fastidio, conscia del fatto che tra soli venti giorni sarò di nuovo qui, a raccogliere con fretta brutale ogni cosa e por tornare a nascondere, nelle scatole in cantina, questa festa di colori e di lucine. Allora sarà già passato il Natale, avrò già aspettato con ansia il Cenone e avrò già brindato al nuovo anno.  I miei figli avranno già aspettato che le giornate di vacanza dopo San Silvestro scivolino via inesorabili fino all’Epifania e la scuola si sarà già riaperta anche per loro.

Perché devo sempre pensare al dopo?  mi chiedo e non posso resistere alla tentazione di guardare avanti nel tempo

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Grazie, Insaziabili Letture!

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VORREI AVERTI ADESSO: ALTRE BREVI RECENSIONI (wOw!)

timelineamneris

 

Nuove recensioni a Vorrei Averti Adesso su Amazon.it, non tutte positive, ma non si può piacere a tutti…

 

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Le precedenti, qui.

 

CardAmneris

UN MIO RACCONTO PER BABETTE: QUESTA VOLTA COMICO E LEGGERO

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Chissà perché quell’abitudine di leggere sempre l’ultima pagina di un libro e mai la prima,  per capire se ne vale la pena.
“Sei storta da quando sei nata”  mi  ripete mia madre da una vita.
Probabile. Molte cose le faccio al contrario, infatti. Ma questo non è che mi dia più vantaggi, in ogni caso. Come adesso. I libri che ho visto fino a ora non mi hanno colpita. Questo che sto sfogliando, però, è ben scritto. Forse un po’ troppo poetico per i miei gusti.
La tentazione è forte, ma non lo comprerò. Mi vergognerei  a farmi vedere con un libro “rosa” in mano.  Mia madre sarebbe la prima a criticarmi: “Sempre con la testa fra le nuvole! Scendi sulla terra! Basta con le illusioni che leggi tutto il santo giorno in quei libri, fai qualcosa di diverso, vai in palestra! Lì, almeno, potresti incontrare qualcuno…”  Eh, sempre con quella storia. Che il tempo passa, e che se vado avanti così resterò zitella.

Single, mamma, oggi si dice single! E poi basta guardarsi attorno. Anche qui si possono fare incontri interessanti. Il tizio che mi sta di fronte, per esempio:  sta osservando un libro grosso e dalla copertina nera con scritte argentate. Ecco, lui  mi incuriosisce molto. E non è certo un dio greco! Alto e magrissimo, capelli ricci  lunghi e tendenti al rossiccio. Occhialini tondi e lentiggini sul naso. Abbigliamento trasandato, tipico di chi passa tutto il giorno davanti a un computer o a studiare: un giaccone di velluto a coste, più grande di tre taglie, sbiadito da troppi lavaggi sbagliati, blue jeans chiari più corti di due centimetri.
“Intravedi il calzino… per fortuna non è bianco!”. Assorto, immerso in un mondo tutto suo, dove nessuna donna ha il permesso di entrare…
“Infatti ha una cartella bella gonfia a tracolla!” Mia madre ha sempre avuto un acuto spirito di osservazione, non si lascerebbe scappare neppure un dettaglio del suo abbigliamento per poi demolirlo ai miei occhi. “Scommetto che è piena di matite ben temperate, block notes per appunti, e libri… tantissimi libri. Puah, un altro secchione come quelli che ogni volta mi porti a casa! Ma cosa devo fare, io, con te?”  Che colpa ne ho se mi attirano solo tipi del genere?
“Insignificante” taglierebbe corto lei, senza dubbio.

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E POI ARRIVA L’APOCALISSE… UN MIO RACCONTO PER BABETTE BROWN.IT

cover-evento-babs-amneris-di-cesare-1“Sarà l’ultimo tramonto. Poi il buio per tre giorni e di nuovo la pioggia di fuoco…” Risorgerà il sole? C’è speranza per il genere umano? Se lo chiede Amneris Di Cesare in questo racconto.

«Ero per strada e ho visto tutto. Questa mattina, prima che iniziasse a piovere, chiaro e limpido come acqua di sorgente. Non potrei dimenticarmene nemmeno se volessi. Come si fa a dimenticare cosa ho provato in quel momento? Stupore e gelo. Una cosa dentro che si attacca alla pelle, scorticandola. Oppure alle viscere, lacerandole. Letteralmente. Non ero solo, c’erano anche altri con me. E tutti, dico proprio tutti, abbiamo per istinto guardato per aria. Con la bocca aperta, come si fa di solito quando si è meravigliati, ha presente? Abbiamo visto. Cosa? Come cosa? Ah, già, intende cosa abbiamo visto. Ma il sole, no? Sì, il sole. Si stava spegnendo. Come faccio a spiegarglielo?! Be’, prima di tutto quel gelo che le dicevo prima ci ha invasi. Il corpo, i pensieri, tutto. Ma anche i movimenti che faceva. Come chi? Il sole! Sì, il sole: si è mosso. Ecco cosa ci ha confermato che stava morendo. Ha iniziato a roteare, a disegnare dei cerchi nel cielo. Poi si è fermato e ha iniziato ad andare sopra e sotto, a destra e a sinistra poi di nuovo sopra e sotto. Insomma, una croce. Una cosa così. E ha smesso di splendere. Cosa intendo dire con questo? Eh, si è trattato di una vera e propria agonia. Ha presente quando uno sta per morire? Ecco. Io lo sentivo. Lo abbiamo sentito tutti! Se non sapessi che il sole è una cosa, un oggetto inanimato, be’, avrei detto che soffriva. Lo abbiamo anche sentito piangere. Certo, il rumore della vita che scorre ha confuso un po’ ogni cosa, ma a tutti quelli che mi erano vicini in quel momento ho chiesto se avevano udito i suoi lamenti. Be’, sa cosa? Tutti, e dico tutti, hanno risposto di sì, che l’avevano sentito anche loro. Come faccio a dire che erano i lamenti del sole e non di qualcuno non molto lontano da lì? Ma perché l’ho sentito dentro di me e non fuori, quel lamento! Ma andando avanti, poi, è successa la cosa più incredibile: lui… sì, lui si è… spento. Glielo giuro, il sole ha incominciato a spegnersi! Prima era tutto bello infuocato, anzi, la luce per un attimo ha brillato più intensamente, tanto che ho sentito male agli occhi nel guardarlo. E lentamente, proprio pianissimo, ha cominciato a impallidire. Come quando uno si sente male e sta per svenire, ha presente? È quasi diventato trasparente, non so come dire. Sembrava che annegasse nell’azzurro del cielo. Ecco, questa è la descrizione giusta. Sembrava che annegasse. Poi è riapparso e tutto è tornato normale. Lui, cioè, il sole, più caldo e vigoroso, e noi sconvolti e inebetiti. Glielo assicuro, è andata così. Ma del resto i veggenti l’avevano già detto da mesi che sarebbe successo. E nessuno ha creduto alle loro parole…»

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A breve. Oggi è uscito su Amazon, su iTunes e a brevissimo giro – diamo a Streetlib il tempo – sarà online anche sugli altri store.

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Finalista e Menzione di Merito al Premio Racconto nel Cassetto, Villaricca Napoli nel 2009.

CardAmneris

La quarta:

Gabriele ed Eleonora si incontrano sui banchi di scuola. È amicizia al primo incontro. Lui, scanzonato e solare, lei timida e schiva, diventano inseparabili. Indivisibili. “Gabrieleonora, tutto attaccato” li prende in giro chi li conosce bene. E il passo dall’amicizia all’amore è breve, quasi un fatto scontato. Complice la passione per la musica e una piccola band amatoriale che fondano insieme ad alcuni amici e a un misterioso tastierista, dal carattere presuntuoso e scorbutico, e che pare non avere troppo in simpatia proprio Eleonora. Amore, amicizia, gioventù. Colpi di testa. Una telefonata che fa crollare tutto in un istante. E il sottofondo di una canzone eterna che resterà per sempre a ricordare gli attimi di un amore forte, resistente anche al passare del tempo.

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Qualche riga dell’incipit:

Vorrei incontrarti fra cent’anni…
tu pensa al mondo fra cent’anni ritroverò i tuoi occhi neri…
tra milioni di occhi neri…
saran belli più di ieri…

Aspetto in macchina mio figlio. Va a lezione di chitarra, si è fissato che vuole diventare un grande musicista rock. O un cantante bravo come Nek, che per lui è un idolo. Sorrido pensando a come i gusti cambino, con il passar del tempo. Soprattutto quelli musicali. Penso a cosa direbbe mio figlio della canzone di Ron e Tosca, che stanno suonando alla radio proprio adesso, per esempio (Ma mamma! È una lagna pazzesca!):
Vorrei incontrarti tra cent’anni.
Eh, già… tu pensa al mondo tra cent’anni, come sarebbe. O come è stato.

— Ritroverò i tuoi occhi neri, tra milioni di occhi neri.
— Anch’io vorrei incontrarti fra cent’anni.
— Non mi riconosceresti.
— Tra un milione di altre, saprei subito che sei tu.
— Oh, mi dimenticherai in fretta invece!
— Impossibile, io ti amo, ed è per sempre.
— Faresti finta di non vedermi, lo so.
— Perché dici questo?

Impossibile, diceva lui. E invece…
Strade diverse, si dice così no? Mi sono detta per anni. Strade diverse. E’ stato davvero così?

timelineamneris

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Stay tuned!

CHI L’HA DETTO CHE SUCCEDE SOLO A NATALE?

Racconto post-natalizio

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Succede ogni volta, ogni anno.
Ti alzi il 7 gennaio e tutto è passato. Il Natale,  Santo Stefano, i pomeriggi annoiati ma carichi di speranza,  l’ebbrezza dell’attesa per il cenone di San Silvestro.
Passata la festa dell’Epifania, tutto è svanito. E come ricordo di quanto è appena trascorso, solo  l’albero, ormai spento, ma ancora carico delle palline colorate, dei festoni, e delle lucine.
Ed è lo stesso pensiero tutti gli anni: bisogna disfarlo.
Perché ormai non ha più senso che resti lì, spento e ormai privato di tutta la magia dell’attesa che soltanto qualche giorno prima riusciva ad evocare al solo accendersi.

Disfare l’albero è tristissimo. Un’incombenza che vuoi sbrigare senza più pensare ai momenti lieti appena trascorsi e alla gioia che solo qualche ore prima quelle luci e quei festoni colorati infondevano su tutto e su tutti. Ma le feste sono trascorse, le luci nelle strade si sono spente e la vita ha ripreso il suo corso normale senza più attese né aspettative di festeggiamenti e sorprese. E’ il momento più triste delle feste, il dopo Epifania, un rituale solitario e senza brividi, il riporre l’albero in cantina, consapevole che almeno un altro anno dovrà passare prima che riveda la luce e brilli carico di speranza nuovamente.

Questa volta  però è diverso.  Adesso che mi trovo qui a disfare il mio albero, sono allegra e gioiosa, ho voglia di vedere cosa mi aspetta sull’agenda del nuovo anno che ancora deve esser scritta. E pensare che di festeggiare quest’anno non ne avevo neppure voglia! Non avevo proprio niente di cui rallegrarmi! Avrei voluto che le feste sparissero con uno schioccar di dita, come per magia. Niente di bello da ricordarmi di quest’ultimo anno che volgeva al termine, perché tutto quello che era successo era stato un precipitar di eventi inesorabile fin dal primo giorno dell’anno appena trascorso. Giacomo, mio marito a metà di gennaio mi aveva confessato di non amarmi più. Da tempo intratteneva una storia clandestina con una sua assistente e aveva tentato di resistere a mantenere in piedi il nostro matrimonio per il bene dei nostri figli. Ma arrivato al limite, forse anche a causa delle pressioni della sua nuova compagna, aveva deciso di gettare la maschera.
«Fatti un esame di coscienza Lorella e vedrai che non è affatto colpa mia se sono finito tra le braccia amorevoli di un’altra donna! Tu sarai anche una madre devota, ma questo tuo impegno a tirar su i nostri figli ti ha fatto dimenticare che avevi anche un marito a cui pensare e di cui occuparti!»

E quindi oltre al danno, la beffa: se era finita era tutta colpa mia. Nel giro di un mese se n’era andato a vivere con lei.  Credevo che quindici anni di matrimonio e due bellissimi figli di quattordici e dodici ci avrebbero per lo meno portato a  una separazione civile. E invece  iniziarono subito le lotte per gli alimenti, per la casa, per l’affidamento dei ragazzi. Improvvisamente, da mamma modello ero diventata inadeguata, incapace, addirittura pericolosa per il benessere dei miei bambini. Le discussioni di fronte ai nostri avvocati erano state estenuanti, mi ero ritrovata a litigare per pochi spiccioli da elemosinare per pagare il corso di nuoto del più piccolo o i vestiti nuovi per la più grande. Per non parlare della questione “vacanze”. L’avevo spuntata sulle vacanze estive, immagino perché il mio ex marito volesse fare un viaggio con la sua nuova compagna, ma era stato irremovibile per quelle di Natale. Le festività Natalizie le avrebbero trascorse insieme e erano già tutti partiti per un viaggio nel Mar Rosso, al caldo.
Per questo motivo ero triste e stanca e non avevo voglia di decorare l’albero.
Per chi lo avrei fatto? Sarebbero state vacanze che avrei trascorso da sola a piangere e a deprimermi. Lo sapevo bene.

Mentre ragionavo sul fare o non fare gli addobbi natalizi, che avevo comunque portato in casa dalla cantina dove riposavano dall’occasione precedente, il telefono squillò. Era mia nipote Silvana, la figlia più grande di mia sorella. Vive e lavora a Milano, ma per le vacanze di Natale trascorre sempre qualche giorno con la madre qui nella nostra minuscola cittadina. Siamo molto legate e da qualche tempo si sta preoccupando per me come se io fossi sua figlia e non la sua “vecchia” zia.
«Come stai? Stai già facendo i preparativi per il cenone?»
Che senso avrebbe avuto dirle la verità? L’avrei fatta  preoccupare ulteriormente. Non le accennai quindi dei miei propositi di crogiolarmi nella tristezza durante le feste e le risposi tranquillamente di sì, stavo preparando la casa per le feste. E’ stato allora che Silvana mi ha sorpreso chiedendomi un enorme favore, una questione di vita o di morte:
«Zia, ascolta… il mio capo, te ne avevo parlato mi sembra, un bell’uomo, sui cinquantacinque anni, alto, brizzolato… colto… Insomma, passerà il Natale lì in città da voi quest’anno. Ha deciso di nascondersi e crogiolarsi nella sua tristezza per qualche tempo, giusto il periodo di far passare in fretta le feste e ha scelto proprio la nostra piccola città per farlo.»
Presa da un improvviso istinto materno, le chiesi come mai un uomo così interessante e senza un problema al mondo potesse aver deciso di trascorrere le feste Natalizie da solo e in un posto a lui  sconosciuto. Silvana mi raccontò brevemente delle ultime tristi vicissitudini nella vita del suo capo:  da poco separato dalla moglie, che aveva scoperto infedele, aveva deciso di scappare dalla metropoli e stare un po’ per conto suo. Alla mia domanda sul perché quella storia seppur triste dovesse riguardarmi, Silvana aveva già la risposta pronta:
«Non deve assolutamente stare da solo, capisci? Altrimenti è peggio. Già adesso mi sta facendo impazzire sul lavoro. E’ sempre nervoso, irascibile. E sta perdendo colpi anche sulle decisioni da prendere. Se continua così, i vertici più alti lo faranno fuori capisci? E io non voglio, è il miglior capo che abbia mai avuto! »

Silvana aveva pensato che quello che gli ci voleva fosse  una voce amica che lo consolasse, che gli facesse capire che la vita va avanti, che la vita è bella… e aveva pensato che io fossi la persona più adatta. Magari andando a cena con lui, e parlandogli, facendolo sfogare gli avrei fatto capire che chiudersi in se stessi in queste situazioni era solo peggio…
«Tu in fondo sai di cosa stiamo parlando giusto? Non ti sei abbattuta, nonostante la delusione per il tradimento di zio, sei ancora attiva, viva, hai guardato avanti…»
Forse avrei dovuto dirgli la verità, pensai mentre mi diceva così. Cercai di rifiutare quella proposta assurda nella quale non volevo assolutamente esser coinvolta ma mia nipote è sempre stata un vulcano in piena attività e raramente non ottiene quello che vuole. Con tanta diplomazia , confessandomi che per lei era importante per il suo lavoro, riuscì farmi capitolare anche quella volta:
«Francesco Ruggeri non è uno sconosciuto qualsiasi, zia. E’ uomo molto affascinante, tra le altre cose. Per nulla noioso! Non sarà un supplizio per te, te lo garantisco! Solo una sera, al ristorante. Guarda ho già prenotato io, venerdì sera alle otto. Da Rodolfo, il più bello e più caro della città. Alla peggio ti sarai concessa una cena di lusso, gratis. Pago tutto io…»

Ero sconcertata. Mia nipote che mi combinava un appuntamento al buio, alla mia età poi? Mi sono ritrovata a guardare gli scatoloni impolverati in mezzo a casa, l’albero tutto nudo che svettava impettito e che chiedeva di esser decorato e sono scoppiata a ridere da sola, come una sciocca. Cosa avevo da perdere? In fondo si trattava solo di una cena in un ristorante. Avrei mangiato pesce freschissimo e dolci squisiti.
«Va bene Sil, ma solo perché me lo chiedi tu, e… siamo intesi, solo una sera e poi basta! Nient’altro che questo ok? Se non si risolleva, trova qualcun altro, magari uno psicoanalista bravo per aiutarlo, capito?»
Abbiamo riso a crepapelle alla mia battuta e Silvana si è congedata confermandomi che avrebbe prenotato il ristorante per la sera dopo, la vigilia di Natale.

Mi guardai allo specchio e mi  resi conto che i mesi di liti con mio marito mi avevano provato non poco. Mi ero trascurata moltissimo, soprattutto i miei capelli erano ora un cespuglio informe e spinoso. Decisi che avrei dovuto approfittare un po’ del tanto tempo che avevo a disposizione per andare dal parrucchiere, dall’estetista e comprarmi anche un vestito nuovo. Risolsi di lasciare tutto in disordine in casa e uscii immediatamente.

Al mio rientro, con pacchi, pacchettini e guardandomi allo specchio mi sentii orgogliosa di me stessa. A quasi cinquantanni ero ancora una bella donna e il taglio moderno e il colore vivace che la mia parrucchiera mi aveva fatto mi donava molto. Ero molto soddisfatta del risultato. Avevo anche acquistato un tubino nero di maglia e pizzo, con sull’ampia scollatura un bordo di finta pelliccia in tinta. Me lo provai e mi guardai allo specchio. Niente male, Lorella, davvero niente male! Mi dissi.

Mentre stavo facendo una piroetta davanti allo specchio nell’ingresso di casa, suonò il campanello. Prima di chiedermi chi fosse, avevo già premuto il pulsante collegato al portone del palazzo. Era la forza dell’abitudine, lo faccio sempre quando i ragazzi rientrano da scuola, ma adesso non c’erano, perché stavano sicuramente sguazzando nell’acqua calda di Hurgada insieme al padre e alla sua nuova compagna.
«E’ permesso? Signora Lorella? » sulla porta un enorme stella di natale rosso fuoco nascondeva un uomo dalla voce molto sensuale «Sono Francesco Ruggeri, il principale di sua nipote Silvana… Mi scusi per l’intrusione…»
Rimasi per un attimo come paralizzata. Erano passate appena poche ore da quando avevo parlato con mia nipote, e poi la cena era prevista per l’indomani sera…
«Silvana mi ha parlato della sua gentilezza e disponibilità ad accompagnarmi a cena domani sera » riprese lui quasi intuendo il mio pensiero «e prima di tutto volevo ringraziarla con questo piccolo dono, poca roba, solo una stella di natale… » Piccolo dono? Era una pianta enorme,  non riusciva neppure a entrare dalla porta… «E volevo conoscerla prima, sa com’è, un incontro al buio è roba per ragazzini… Ma posso entrare solo un momento? Giusto il tempo di appoggiare questa cosa che sa… è un po’ pesante!»
Mi svegliai  dal torpore nel quale ero caduta. E nel riprendermi diedi uno sguardo a casa mia. Sembrava fosse passato un intero battaglione. Scatoloni per casa, l’albero nudo e in più i sacchetti dei miei ultimi acquisti per terra insieme alla carta velina che avvolgeva il vestito che avevo indosso. Mio Dio che vergogna! Mi affrettai a giustificare quel bailamme informe. Con mia sorpresa, il capo di mia nipote non si meravigliò affatto della cosa ma anzi, entusiasta notò che stavo preparando l’albero. Mi disse che era una cosa che aveva sempre adorato fare da piccolo insieme a sua madre. Non avevo fatto a tempo a farlo accomodare che lui si era già introdotto nel salone e stava osservando tutto come se fosse in una galleria d’arte. Notai che Silvana non aveva mentito: era veramente un bell’uomo. Rimase lì a contemplare la scena con occhi estasiati.
«Mi spiace, l’ho interrotta nel suo lavoro… » mi disse alla fine, guardandomi. Io, ancora con l’abitino nero indosso e già tutta vestita per la cena dell’indomani, mi sentii ancor più in imbarazzo. Questa non era certo la tenuta più adatta per fare un albero di natale! «so che fare l’albero è una specie di rito … sapesse quante volte ho lottato con mia madre per poterla aiutare a farlo! E alla fine lei me lo concedeva a patto che seguissi rigorosamente i passaggi che solo lei eseguiva per decorarlo…»
«Prima si monta l’albero… » risposi io
«Poi si srotolano le lucine e le si dispongono in modo da farlo brillare tutto…» continuò lui. E nei suoi occhi c’era una specie di muto sorriso…
Fu quasi scontato invitarlo ad aiutarmi a terminare il mio. Mi guardò sorpreso, poi sorrise chiedendomi se davvero mi fidassi di uno sconosciuto per un’impresa così delicata.
Gli risposi che gli amici di Silvana erano amici miei e che sì, di una persona così preparata in fatto di alberi di natale potevo aver fiducia.

Sistemato tutto il disordine in casa, approfittando del fatto che Francesco si era assentato un attimo per comprare un po’ di vino,  avevo apparecchiata la tavola della sala da pranzo in grande stile, quello delle grandi occasioni. Tovaglia dorata e rosso fuoco, sottopiatti in tinta, il servizio di piatti elegante, regalo di nozze di nonna Caterina, che uso solo a Natale, centrotavola di agrifoglio e bacche rosse e candele dorate. Lasciai a Francesco l’onore di terminare di mettere le palle colorate sull’albero intanto che io finivo di preparare per la cena. Convenni che era davvero un uomo simpatico, piacevole e stimolante parlare con lui.  Era colto e aveva letto una grande quantità di libri, cosa insolita per un manager di alta finanza. Molti dei suoi libri preferiti erano anche quelli che più piacciono a me e scoprimmo di avere tanti altri interessi in comune. Per esempio, anche lui legge sempre l’ultima pagina di ogni libro, come faccio io.  Insomma, cenammo qui in casa, un primo leggero e veloce e un secondo a base di verdurine grigliate.

La sera dopo invece risolvemmo di approfittare del regalo di Silvana e ci gustammo il cenone della vigilia al ristorante come da programma. Francesco aveva quasi deciso di ripartire immediatamente e invece alla fine cambiò idea: infatti mi  portò  in un localino simpatico e originalissimo per il veglione di Capodanno. Per la durata di tutte le feste mi sono lasciata condurre per mano ovunque lui abbia deciso di portarmi.  I miei figli sono ritornati a casa dopo Capodanno e glieli ho fatti subito conoscere. Sono diventati amici e a loro Francesco piace molto. Siamo stati insieme a pattinare e ho scoperto un altro lato di lui che non immaginavo esistesse in un manager tutto d’un pezzo: ha un animo da bambino. E’ partito qualche giorno fa per tornare al lavoro, ma  mi ha fatto una sorpresa: voleva disfare l’albero insieme a noi ed è rientrato in città per questa occasione. Dice che anche il riporre gli oggetti luccicanti che addobbano l’albero fa parte del rituale magico del Natale e non voleva più perdersene uno per niente al mondo. Adesso siamo insieme soltanto io e lui, i bambini sono tornati a scuola, e stiamo spogliando l’albero dei suoi addobbi. Abbiamo aperto gli scatoloni e raccolto le lucine ormai spente, le decorazioni e i festoni e le abbiamo sistemate tutte in bell’ordine sul tavolo in salone. Per ogni oggetto adesso stiamo preparando una scatola speciale, descrivendone fuori il suo contenuto. Per ogni scatola riposta Francesco mi dà un bacio, divertendosi un mondo. Non potrebbe esserci occasione più allegra e divertente per scacciare la malinconia delle feste appena trascorse.

Un nuovo anno ha già ripreso il suo corso inesorabile e pieno di pagine ancora da scrivere, ma adesso ho voglia di scoprire cosa ci riserva questo tempo che si sta per apparecchiare. Qualcosa di folle e di magico. Ne sono sicura.
Chi l’ha detto che solo a Natale può succedere? 

COSI’ IMPARI, MAMMA!

 

 

SARA’ TRISTE LA NOTTE: UN COMMENTO

Mi si apre la chat di Facebook, così, all’improvviso, di sera, non è ancora molto tardi ma già sto meditando di spegnere tutto e andarmene a leggere un libro (uno dei tanti che ho sul Kindle). E’ un commento. Sulle prime non capisco, ma poi sì. Un commento a un mio racconto, scritto per un concorso di noto liquore al caffé, ovviamente nemmeno preso in considerazione, e quindi spedito alla rivista Inkroci.it con la quale collaboro da qualche anno per traduzioni. Sarà triste la notte? Un racconto, breve, del quale vado particolarmente fiera. Ma di cui mi ero dimenticata. Gransage Sage, l’amico di facebook appena acquisito ha contribuito a ricordarmelo.

 

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Ecco, quando ti arrivano queste belle sorprese qua, tutti i dubbi che ti assillano la mente scompaiono all’istante come per magia.
Sarà triste la notte?
racconto pubblicato su Inkroci
http://www.inkroci.it/…/racc…/sar%C3%A0-triste-la-notte.html

CHAYLOS – ANCORA UN RACCONTO INEDITO

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Carnevale di Venezia
(grazie a Angela Maddalena ed Elena Donà per la foto)

— Dove sono i miei calzini? Dove cazzo hai messo i miei calzini? Eleonora! Tirami fuori subito i miei calzini altrimenti perdio ti faccio vedere di cosa sono capace! ELEONORAAA!
E’ una furia. Continua a ripetere che rivuole i suoi calzini ma io non ricordo più dove li ho messi. Sono stata troppo presa dalla frenesia di questi ultimi giorni. Viaggio di sei ore in pullman, da Bari a Venezia. Arrivo alle Fondamenta del Ridotto, sistemazione in locanda senza bagno in camera, assegnazione delle camere – a Roberta e Gianluigi, che sono sposati, la più bella e la più comoda, quella vista canale – organizzazione dei costumi, trucco e quindi uscita immediata per le calli a vivere e a godere del carnevale. Era il sogno della mia vita: il Carnevale di Venezia quello di parteciparvi, tuffarcisi dentro, come una grande stella filante lanciata sulla marea di gente festosa e ondeggiante. Non so dove li ho messi quei cazzi di calzini. Non mi ricordo. Ma saranno qui da qualche parte, in mezzo a tutti questi vestiti ammucchiati. Sicuramente li trovo. Basta avere un po’ di pazienza.
— Aspetta che li cerco, Fabri. Dammi solo un minuto. Finisco di truccarmi l’altro occhio e vengo a cercar..

<<<<continua su LiberArti.com >>>>

WILL THE NIGHT BE SAD? SU INKROCI LA VERSIONE INGLESE

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She falls quietly in silence. That’s how she does it in any case. Slowly slipping from twilight to evening, and without a breath she becomes night. In complete solitude. Will the night be sad? I think she is, despite the colourful lights of the neon signs and men’s pathetic attempts to turn her on. She remains on the sidelines watching, observing, smiling, feeling sorry for them. I understand the night. Because she’s like me. Not just because I am always dressed in black and my hair, my nails, my lips and the bags under my eyes are the colour of darkness; it is because I really understand her. She lives inside of me. I am the night. And she is me. It was from the moment I lost everything that I understood. Nothing else could penetrate my pain and stick to it so well. <<<<CONTINUED>>>>