LEGGERE. PERCHE’?

Immagine presa da Google Images.

 

Giovanna è sposata da quarant’anni ma con il marito non non c’è più feeling da tanto tempo. E’ rimasta insieme a lui per amore del figlio e vivono tutti insieme, lei, marito, figlio e anziani genitori di lei. Hanno un bel rapporto, vanno tutti molto d’accordo, però Giò, come la chiamano gli amici più stretti, sogna da sempre l’Amore, quello vero, quello della passione travolgente. A quasi sessant’anni è disillusa, quell’Amore non arriverà. Si sente sola, Giò, anche in mezzo a tante persone di famiglia, un numero incredibile di amiche che la circondano e la coccolano, l’ascoltano sempre. Ma per lei, l’unico sollievo è la lettura. Leggere la porta lontano, in quel mondo che sogna di muoversi e di vivere. E spesso – non sempre, alterna letture “impegnate” a letture più frivole – legge romanzi d’amore. Perché le danno sollievo. Le trasmettono l’illusione di vivere passioni sfrenate. Quelle che lei non ha potuto vivere.

Teresa è vedova. Il marito era un brav’uomo ma un uomo distratto. Lei ha avuto un solo figlio che ora è cresciuto e sposato. La nuora non la può vedere. Non ha mai capito perché. Non è stata una madre assillante, chioccia od ossessiva, ha sempre lasciato il figlio libero di muoversi e di fare scelte ed esperienze senza che lei lo frenasse o gli impedisse di vivere. Non è mai stata la suocera rompiscatole che critica tutto quello che fa la nuora. Ha sempre lasciato che i “ragazzi” avessero la loro privacy, la loro libertà. Quando sono arrivati i nipotini, li ha amati e si è data disponibile a tenerli, a permettere ai due sposi di riposarsi un po’ dalle fatiche del crescere bimbi vivaci e forse anche un bel po’ viziati, ma non si è mai intromessa nei metodi educativi né del figlio né della nuora. Eppure… La donna le ha piano piano diradato le visite e le occasioni di convivialità. Ha fatto sì che ad andarla a trovare fosse solo il figlio e anche lui, con molta parsimonia. Teresa non ha mai capito il perché di questa ostilità, ha provato a chiarire ma si è trovata di fronte un muro che non è mai riuscita ad abbattere. E’ sola. Vive con un gatto in un piccolo appartamento. E legge. Il suo rifugio è la lettura. Ama le storie d’amore. Le fanno ribollire il vecchio sangue e le danno la sensazione di essere viva. Prima chiedeva al figlio di comprargli i libri per lei. Ma a ogni critica sulle scelte letterarie che riceveva dal figlio si sentiva mortificata. Poi ha scoperto Amazon e internet ed è stata una salvezza. Quando su Facebook le hanno parlato di Kindle, ha fatto di tutto per imparare a usarlo. Oggi compra ogni ebook che esce, qualunque titolo catturi la sua curiosità, perché conosce la maggior parte delle scrittrici sia self che di case editrici importanti. Il figlio si arrabbia perché alla fine del mese non rimane quasi nulla della cospicua pensione della madre ma Teresa è felice. Perché legge storie d’amore che le fanno battere il cuore. Alcune sono scritte meglio di altre, ma a lei non importa. Quello che conta sono le storie. E i sogni che riesce a fare a occhi aperti, ogni giorno diversi.

Caterina è laureata. In medicina e chirurgia. Ginecologa. E si occupa di fecondazione in vitro. Tutti i giorni ascolta storie di donne, storie di drammi personali, di desideri disattesi. Donne che vogliono diventare madri ma che non riescono. Donne che “diventano vecchie” troppo presto. Donne che piangono perché non hanno un bambino in braccio da cullare e lo vorrebbero. Caterina ha due figli, ormai grandi. Li ha cresciuti con amore e con attenzione. Forse troppa attenzione, perché non appena sono stati in gradi di fuggire, i figli le sono scappati, andando a studiare all’estero tutti e due. Il marito di Caterina ha un lavoro che lo porta a viaggiare anche lui, e quindi anche Caterina è una donna sola. Alla soglia dei 60 anni, rientra a casa la sera, dopo una giornata trascorsa a dare speranza o a toglierla del tutto ad altre donne come lei, e la casa è vuota. Non ha voglia di accendere la televisione. Il più delle volte sono disgrazie, provocazioni, polemiche. E lei ha bisogno di pace. Di quiete. E di evadere. Caterina è una lettrice accanita. Ama moltissimo i best seller contemporanei, ma non quelli pacchiani, quelli un po’ sofisticati. Quando viene proclamato il Nobel per la Letteratura, ogni anno, si mette con puntiglio a leggere tutto quello che quell’autore ha scritto. Non prima, se non ne ha mai sentito parlare, ma dopo state sicuri che saprà dirti esattamente perché quel particolare scrittore è stato scelto per il Nobel (o se invece è uno scandalo che non sia stato assegnato a qualcun altro).

Lorenza è una nobildonna del sud. Vive in una grande casa sul mare, i giardini a strapiombo sugli scogli e un prato che di sera si illumina quasi a giorno. La casa, enorme sul serio, con piscina, è abitata da altre sei persone oltre a lei. Marito, due figli e tre persone di servizio. I figli sono gradi e vanno e vengono anche se più spesso invitano a cena e in piscina amici fino a tardi. Quella casa è sempre piena di gente. Ma Lorenza ama la quiete. Ama il silenzio. E si è ritagliata un angolino su uno scoglio più sotto, dove può estraniarsi da tutto e da tutti e non incontrare nessuno se non vuole. E’ un’intellettuale. Legge saggistica, legge libri impegnati, autori di alta levatura e di grande profondità. Ogni tanto qualcuno di questi grandi scrittori viene ospite a cena, perché ne conosce parecchi e ama averli al suo desco. Il marito di Lorenza è stato un gran donnaiolo in passato e l’ha tradita molte volte. Lorenza ha fatto una scenata solo la prima volta che l’ha scoperto, poi… ha lasciato perdere. Non ha mai divorziato. Non riteneva fosse necessario. Se avesse trovato l’Amore della sua vita, forse ci avrebbe pensato. Altrimenti perché? Sono amici, tutt’ora, ma amanti non lo sono più da tanto tempo. Sa che suo marito a una giovane amante da qualche parte in città, ma non si sente ferita né amareggiata: la giovane illusa si prende tutto il negativo che quell’uomo ha bisogno di sfogare e a lei lascia il meglio, se non altro il più tranquillo. Da qualche anno ha cambiato genere di letture. Ha sempre un libro impegnato e scritto dall’autore più sofisticato che il panorama editorale internazionale possa mai pubblicare tra le mani, con il dito indice sempre infilato tra le pagine a far capire che lo sta leggendo, ma si porta sempre dietro in tasca un Kobo. E dentro quel Kobo c’è nascosto un mondo letterario che nessuno conosce perché nessuno ne può vedere le copertine. Sono romanzi erotici. Spesso fatti di un erotismo greve e violento. Il più delle volte arrossisce lei stessa mentre legge certe cose perché non sa spiegare la ragione di quel suo cambiamento. Ma leggere quel tipo di romanzi la fa star bene. La fa sentire… vitale. Reale. Sente il corpo vibrare in qualche modo ed è come se un campanello suonasse alla porta del suo essere. Ci sono, si dice. Esisto. E provo sensazioni.

Paola scrive. Romanzi d’amore. Romanzi di amori speciali. E legge. Romanzi d’amore. Romanzi d’amori speciali. E’ il suo modo di accettare la vita che con lei forse è stata anche generosa ma che in qualche modo le ha negato la vita stessa. Lentamente, nel corso degli anni, è come se si fosse ritirata sempre di più, un golfino di lana infeltrito che è diventato rigido e ruvido e non ha più neppure la brillantezza dei colori di un tempo. Eppure nessuno ha pensato di gettarlo via, per cui è lì, chiuso in un cassetto ad aspettare che qualcosa o qualcuno lo utilizzi in qualche modo. Paola si sente inutile il più delle volte. Ma non si dispera. Non si abbatte. Semplicemente sta. Accetta quella soluzione, e sopporta. Sopravvive. E scrive. Perché scrivere l’aiuta a sopravvivere. Ogni tanto pensa che prima o poi il suo corpo cederà al peso degli anni e inizierà ad abbandonarla. E si augura, scuotendo la testa subito dopo averlo pensato, che il suo corpo sia così clemente da non portarle via gli occhi e le braccia. Senza occhi e senza mani, non potrebbe leggere o scrivere. Il resto che se lo porti pure, se vuole. Ma non gli strumenti per continuare a esistere: mani per reggere un libro, occhi per leggere le parole in esso contenute. Paola scrive, dicevamo. Cosa? Storie d’amore. Con uomini bellissimi e tremendamente sexy, dalla voce calda e dagli occhi che inceneriscono. E donne romantiche e sfortunate che nessuno comprende e soprattutto della cui bellezza nessuno si accorge. Finché non arriva il Protagonista, l’Eroe che raccoglie quel fiore di campo e lo trasforma in rosa. Paola scrive per sé. Le storie che altrimenti leggerebbe volentieri nei libri scritti da altri. E che compra effettivamente e che legge. Perché Paola ha bisogno di quelle storie. Per vivere. Più del cibo. Più dell’acqua. Più dell’aria da respirare. Paola legge e scrive. E vive solo per questo.

Potrei continuare. Ho tante amiche che leggono. Tante tipologie di lettori. Tante storie differenti. Ma ciascuna con un motivo per cui si legge e si legge in un certo modo o un certo genere letterario.

La lettura a volte salva delle vite. Anche una lettura non “perfetta”, non “grammaticamente” o “stilisticamente” corretta. La lettura salva.

#Sapevatelo.

p.s.: I nomi delle donne citate sono totalmente inventati. Le storie raccontate sono molto liberamente ispirate a storie vere. Ma sono storie possibili. Comunque reali. 

PERIODICHE RIFLESSIONI SUL CREDERE

Ogni tanto mi parte la riflessione religioso-mistica.
Non ci posso far niente, la spiritualità fa parte di me, lo ha sempre fatto. Quasi un anno fa, in questo post, riflettevo sul quanto poco tempo io vi abbia messo a cambiare e perché. Oggi invece mi domando piuttosto come io sia cambiata e in quanto il mio cambiamento mi abbia modificato.

Ma cominciamo per ordine. O forse, andiamo in modo ben disordinato…

Non ho mai sopportato, anche quando ero ligia e osservante, le ipocrisie dei bigotti. Era più forte di me, ma li sapevo riconoscere anche se mascherati da subdolo perbenismo e buonismo con fini nascosti. Identificavo immediatamente quelle persone animate da Fede tutt’altro che spirituale, vestite di carità di plastica e compassione stantia. Difficilmente mi ingannavano i sorrisi affettati e le vocalità delicate perché la non sincerità si palesa proprio alla fine, in uno svirgolare tagliente o un acuto stridore. E le false intenzioni si svelano attraverso commenti masticati insieme a bontà a buon mercato mescolati ad acida invidia,  si palesano attraverso giudizi tranchant, che di pietas non hanno praticamente niente.

Mi sono sempre tenuta alla larga dalle persone così. Perché possono essere pericolose, molto spesso, mi sono resa conto infatti, che non si rendono conto del loro status, sono tutte convinte di essere non solo nel giusto, ma nel giustissimo, depositari della Giustizia Assoluta. Io ho sempre avuto paura delle persone senza dubbio alcuno, le “tutto d’un pezzo” e gli assolutisti. Mantenendomi a debita distanza e mostrando una pacata diffidenza, ho saputo proteggermi.

Anche perché fino a qualche tempo fa certi passi falsi si potevano mascherare, si potevano in qualche modo arginare.

Ma oggi, forse anche per via dell’avvento dei social, i falsi, i buonisti, i tranchant, gli assolutisti non hanno più remore a mostrare il loro volto e i canini insanguinati che non riescono più neppure a mitigare. E ho molto raccapriccio per ciò che sta avvenendo. Perché tra gli “opinionisti” (siam sempre lì, anche questa è una parola che finisce in “ismo”), c’è chi dimostra di avere la Verità Piena, di essere padrone del Sapere, di essere Detentore della Giustizia più Infallibile.

Non mi sto riferendo a fatti particolare, ma non posso non fare a meno di pensare all’ultimo avvenimento, quello di DJ Fabo. Tanta crudeltà e saccenteria tutta in una volta non credo di averla mai letta. Tanta mancanza di rispetto, tanta mancanza di compassione.

Non entro nel merito, non mi importa. Ho la mia visione sulla faccenda, sono convinta che la “meccanica” e la “tecnologia” abbiano fatto meraviglie e abbiano reso la nostra vita milioni di volte migliori di quanto non lo fossero cento, duecento anni fa, ma allo stesso tempo ci imprigionino e ci condannino, soprattutto grazie al fatto che ancora siamo legati a concetti etici ormai sorpassati, a ideologie piuttosto che ideali, a pregiudizi e a superstizioni che ingabbiano l’uomo piuttosto che liberarlo. Quindi non entrerò nel merito delle scelte di Fabo, ma solo mi limiterò a provare per quel giovane ragazzo, strappato alla vita troppo presto, un profondo senso di tristezza ed empatia.

Quello che mi preme adesso è riflettere: questo buonismo un tanto al chilo, questa spiritualità snob che ci porta a sproloquiare filosofeggiando, mi sta facendo allontanare da ciò in cui credo, anzi, credevo. Mi sto allontanando dalla mia religione e dalla Fede. Una voce interiore, mentre ragiono in questo modo mi dice:
“ma ci vuol così poco per sconfiggerti, dunque?”
e chinando il capo, rispondo a Colui che so parlarmi in questo momento:
“Non è che lo voglia, Padre. Io voglio continuare a credere. Voglio continuare a sentirti vivo dentro di me e provare quella gioia immensa che mi inonda ogni volta che ti sento. Il fatto è che il dubbio e il raccapriccio mi aggrediscono con sempre più forza e l’età, forse anche le ingiustizie del mondo e la totale mancanza di pietà che leggo in giro mi indeboliscono. Il mio corpo sta invecchiando, e così anche il mio cuore. E’ forse più difficile credere oggi che ieri, quando giovane mettevo tutto in discussione. E invece pensavo che la paura di morire mi avrebbe sempre più avvicinato a te.”
La risposta non tarda a venire:
“Perché pensi che io richieda un atto di contrizione proprio alla soglia della partenza? Perché contrariamente a ciò che si pensa è più difficile credere prima di andarsene, quando non si ha più tempo, rispetto a quando si ha tutta la strada di fronte. E’ per questo che ho chiesto alle spose di tenere sempre accesa la lampada.”

E’ un epoca difficile.
E’ un mondo terribile.
Solo la voglia e il piacere di vivere e la curiosità nel proseguire il cammino, mi permettono di procedere con relativa fiducia. Mi auguro solo che una volta di là Lui possa capire le mie motivazioni, le mie debolezze ed essermi particolarmente indulgente.

BLA BLA LAND

Ok, sei statuette e premio come miglior attrice all’Academy Awards. E possiamo dire che anche quest’anno ce lo siamo levato di torno. Hanno dovuto premiare un film musicale, dopo tanti Oscar negati a film ben più illustri – dico che hanno dovuto perché era un tributo che forse da un po’ mancava – e non è che se ne producano poi così tanti di film musicali, quindi c’era questo di questo regista giovane, ok, mettiamo in elenco questo e facciamoci su un po’ di can can in modo che la gente vada a vederlo al cinema e dica che è un capolavoro.
Peccato che sia di una noia mortale e che l’unica voglia che ti prende mentre lo guardi è di uscire dalla sala e chiedere il rimborso dei soldi del biglietto. O di mangiarti un ennesimo barattolino di pop corn seduta al tavolino della caffetteria del Ucicinema, perché il cartellone promozionale del prossimo “hit da botteghino” è più interessante e divertente del film che ancora sta andando sullo schermo nella sala da cui sei appena uscita.
Noia mortale dicevo, parliamo di trama: credo che a fatica su Amazon si riesca a trovare un self-published con un plot così scarso.
Lui si scontra con Lei, litigano, si dividono, vanno ognuno per la propria strada. Si incontrano di nuovo, litigano, ognuno per la propria strada. Di nuovo a una festa, lei lo provoca, lui sta al gioco, parlano, poi di nuovo per la propria strada. Lui cerca di vivere il suo sogno, lei cerca di vivere il suo sogno. Lei ha un fidanzato ricco che la vuole come soprammobile. Lui le propone di vedere un film in un vecchio cinema underground. Il fidanzato di lei la porta a cena, lei si annoia da morire a un certo punto saluta il fidanzato e corre – intanto lui è già al cinema e sta per finire il primo tempo – su due scarpe tacco26 nella notte e arriva al cinema dove c’è lui. Sognano e si ritrovano nel film Gioventù Bruciata e sognano sognano sognano ballano ballano ballano. Lui vuole aprire un locale jazz in un ex-locale tempio del jazz. Lei vuole scrivere una pièce teatrale one-woman-show e lui le dice “perché non lo fai? Dai, fallo” e lei ci si mette di brutto. Lui ha una botta di culo e ottiene un lavoro: deve suonare in una band di successo. Vanno a vivere insieme e lei aspetta che lui torni la sera, ma la band ha successo e lui deve andare in tournée (per guadagnare i soldi che gli servono per aprire un locale, il suo sogno). Lei aspetta, aspetta, aspetta e lui intanto suona suona suona, poi torna a casa e le prepara la cena, ma lei rompe le palle perché non sa più dove stanno andando e se lui vuole davvero inseguire il suo sogno. Litigano, lui butta le lasagne nella spazzatura (ma no! si potevano ancora mangiare, gli americani buttano sempre il cibo che non mangiano, spreconi!) e va a fare una passeggiata. Lei resta a casa a preparare il suo spettacolo. Fa lo spettacolo che è un fiasco totale e lui non ce la fa ad arrivare perché – orrore, stava lavorando! – e lei lo lascia e scappa da mammà. Mentre lei è da mammà arriva la richiesta di un provino e lui la cerca per convincerla a farlo. Lei lo fa e il provino ha successo. Lui le dice, vai, parti per Parigi e vivi il tuo sogno. Lei gli chiede “e noi?” Lui, staremo a vedere come vanno le cose, sappi che ti amerò per sempre. Lei: “anche io ti amerò per sempre”. Nemmeno decollato l’aereo lei è già incinta di un altro. Dopo cinque anni, un marito ricco, una figlia di 4 anni lasciata alla baby sitter, famosa come poche, Lei si imbatte (Toh!) nel locale che Lui sta inaugurando proprio quella sera (Ma ToH!) perché Lui ha effettivamente realizzato il suo sogno. Carrellata sul “ciò che avrebbe potuto essere” tra i due e, zoomata finale sul primo piano di Lei che se ne va con il marito ricco.
Fine.
Figata.
Dicono: la regia, la fotografia. Il Jazz! Uhm. Primi piani, campi lunghi, scenografie alla Norman Rockwell. Cosette così. Un ballo sull’autostrada giusto all’inizio. In molti hanno inneggiato al capolavoro. Io trovo la cosa invece un tantino stucchevole. Amici esperti dicono che le parti dedicate al Jazz contengono tante inesattezze da irritare e sono davvero povere. Io le ho trovate – da profana – molto piacevoli, forse l’unica cosa davvero piacevole. Fotografia: carina, molto carica, molto “colorata”, tipo cartone animato. Dicono: ma il Musical! Dov’è? Solo perché canticchiano un po’ e la protagonista con le sue amiche sculettano per strada di notte, quella è una citazione di un musical? Siamo seri. Dai.
Bocciato, su tutta la linea.
E non, come ho letto da altre parti, perché non c’è un lieto fine.
Semplicemente perché è una delle cose più banali e noiose che abbia mai visto negli ultimi anni.
Invece voglio andare a vedere Moonlight.
Che ha MERITATEVOLISSIMEVOLMENTE Meritato l’Oscar, quello vero, quello del miglior film.
Ok.
Voltiamo pagina, cosa danno al cinema stasera?
 

DECISIONI IMPORTANTI

 

Ci sono momenti in cui devi per forza scegliere. E io ho sempre scelto autonomamente nella mia vita. Anche quando le scelte sono state indotte da consigli sbagliati – ho scoperto poi, a mie spese, che le decisioni prese ascoltando il consiglio di altri e non la mia personale e intima intuizione si sono tutte rivelate sbagliate e ho dovuto pagarle caro – ho sempre scelto e non ho mai rinnegato o rifiutato la responsabilità di una scelta mia.

Oggi devo scegliere, e non è che sia di chissà quale strategia stiamo parlando, ma è comunque una decisione che devo prendere. E che prenderò

Ritornerò su questo spazio, abbandonando per un po’ i social network. Mi rintanerò qui a parlare del nulla o del tanto, a seconda di come uno vorrà interpretarlo e metterò qui dentro pezzetti di scrittura, di sogni, di riflessioni. E le recensioni dei libri che leggerò, quelli che compro e che leggo spontaneamente e non quelli che invece mi assegnano i blog per cui collaboro. Ho già iniziato, andrò avanti in questa direzione.

Non ho una meta, non ho un fine. Ho smesso di cercare di vedere oltre l’orizzonte.

Da oggi, l’orizzonte torna a essere una linea dritta in lontananza. 

(se guardi attentamente proprio prima del sorgere o del calar del sole, un raggio di colore verde intenso può comparire sula linea dell’orizzonte… https://it.wikipedia.org/wiki/Raggio_verde )

SENTIERI GIRO-GIRO-TONDI

Immagine presa (in prestito) dal sito Nerudo
(bellissimo, scoperto per caso, ma vale la pena!) 

Questo blog è stato aperto, su Splinder (piattaforma defunta ormai sei anni fa), nel lontano 2002. Era un blog di riflessioni e racconti miei gettati alla rete. Avevo un seguito discreto, ma si sa, erano i primi anni, il Blog era un “fenomeno” che da lì a qualche anno sarebbe esploso e poi, quasi subito, si sarebbe estinto o, per meglio dire, sarebbe evoluto in qualcos’altro. Ho visto tutto questo. Ho conosciuto i Grandi Blog-Star, ho riso, scherzato, commentato e ricevuto le loro attenzioni ai miei scritti. Poi, senza un perché o un evento “limite” ma semplicemente un’inesorabile biforcazione nei propri sentieri, ognuno è andato per la propria via.

Loro sono cresciuti e hanno fatto strada. Io, ho fatto tanto ma sono ferma al palo.

Non mi lamento, ma constato. E’, tra le altre cose, una prerogativa mia quella di fare bilanci di ciò che ho fatto e ciò che sto per fare. Non c’è data precisa, sono un’anarchica per certe cose, non mi piace inquadrarmi in una data specifica o un’occasione preposta per fare bilanci. Li faccio adesso perché da qualche giorno ho avuto una sorta di folgorazione. Quasi mistica.

Ho fatto tanto ma in realtà non ho combinato nulla.

Ho pubblicato sì parecchi libri. Ho tradotto i libri di altri. Ho scoperto la scrittura di molti. Ho letto tantissimo, di tutti i generi. Ho esplorato ambientazioni e sentieri inusitati. Ho ascoltato. Ho sostenuto. Ho segnalato. Ho promosso. Ho… fatto. Ma sostanzialmente sono ferma qui. A questo punto. Un po’ come un gatto che si morde la coda in eterno, un po’ come chi si ritrova in una sorta di cerchio dal quale non riesce a uscire.

Ecco.

Oggi rifletto e mi dico che è stato bello. Ma che devo uscire dalla gabbia che mi fa girare in tondo da così tanti anni. E se non è questo il mondo che mi merito e mi merita, bene, là fuori ce n’è un altro che profuma di smog e gelsomino.

Posso cominciare da lì.

Posso iniziare camminando.
Da qualche parte, questo andare mi porterà.

CASE EDITRICI vs. SELF-PUBLISHING #Episode n.2

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Vi ricorderete il post di un anno fa SELF-PUBLISHING VS. CASE EDITRICI: CONSIDERAZIONI DI UNA NEOFITA nel quale esponevo alcuni dubbi circa la effettiva convenienza da parte di uno scrittore – aspirante o emergente che fosse – a tentare la via dell’auto-pubblicazione. Le considerazioni che facevo erano un po’ i dubbi che tutti i neofiti di questo mondo si pongono. La Casa Editrice, dicevo, in fondo non è altro che una sorta di copertina di lana, ti avvolge, ti protegge, ti offre servizi che altrimenti sei costretto a pagarti di tasca tua, ti sostiene e si occupa di te e del tuo libro.

Ho pubblicato DUEL, il mio primo auto-prodotto, quasi per dimostrare che auto-pubblicarsi non conviene. Ma a Duel si è poi aggiunto MISTERIOSO E’ IL CUORE, e oggi il racconto lungo VORREI AVERTI ADESSO, appena pubblicato gratuitamente in tutti gli store. E il perseverare credo la dica lunga su come e cosa pensi io oggi dell’auto-pubblicazione.

Non solo. Ho letto molti self-published pubblicati da altr* collegh* in questo anno. Alcuni, lo ammetto, di pessima fattura. Refusi, errori grammaticali, incongruenze nella trama, azioni deboli e spesso con dinamiche irrealistiche a non finire.

Ma, nel marasma della fuffa editoriale autoprodotta ho estratto veri  propri gioielli.

Alcuni di autori che conoscevo già e che seguivo da tempo, come Stefano Santasiere (subito reclutato da Newton & Compton che lo ha strappato dalle maglie comode e audaci dell’autoproduzione per aggiungerlo alla sua scuderia) e Lucrezia Scali (Te lo dico sottovoce, un romance insolito, non banale, diverso per ambientazione e caratterizzazione dei personaggi), per non parlare delle mie recentissime letture: Karen Waves ed Emiliana De Vico (le cui recensioni ai loro romanzi potrete leggere su http://www.babettebrown.it in questi giorni) e Marion Seals per citarne solo alcuni.

Romanzi belli. Arguti. Insoliti.

Personaggi non banali (BASTA con i Principi Azzurri, BASTA con i Multimiliardari che scopano forte, soprattutto BASTA con i palestrati senza un etto di ciccia e altrettanto cervello!) dal carattere forte, duro ma impegnati socialmente, con messaggi da dare attraverso l’esempio (come per il personaggio leader del romanzo di Emiliana de Vico Non lasciarmi mai indietro) o uomini dalle ambizioni semplici, che aspirano a vivere nella natura e per mezzo di essa e di amare una donna scorbutica ma dal gheriglio tenero nascosto all’interno di una corazza solida costruita attorno al cuore (come per Whon-ho, il maschio “Alpha” di Le Cesoie di Busan di Karen Waves).

Poliziotti, assistenti sociali, agricoltori, bagnini, baristi, spazzacamini. Chi l’ha detto che l’eroe deve essere ricco, bello e dannato?

La narrativa del Self-publishing sta attuando una piccola rivoluzione: se le Big stanno mantenendo le loro precarie vendite in equilibrio con argomenti ormai obsoleti e stereotipati, pubblicando a iosa decine e decine di romanzi fotocopia, nell’autoproduzione c’è fermento, c’è passione e soprattutto c’è voglia di sperimentare.

E’ un po’ come quando uscirono i blog nei primi anni 2000: molta fuffa, molta scrittura banale e condivisione di “giornate tipo” insulse e senza mordente. Ma in mezzo a quei diari online senza spina dorsale quanta sperimentazione, quanta originalità e soprattutto, quanto genio ancora da scoprire? Non a caso molti dei primi blogger di ieri, oggi sono affermati opinionisti, giornalisti, scrittori e conduttori televisivi. I blog di allora sono ormai defunti, le sperimentazioni si sono trasferite altrove ma il fermento rimane. Ed è nell’autoproduzione letteraria.

E io voglio stare dove c’è fermento.
Perciò a un anno dalla mia prima esperienza dico: Self-publishing sì, sapendo scegliere.

BUON COMPLEANNO PENNYWISE!

it_coverIl 16 settembre di trent’anni (1986) fa usciva in libreria negli USA IT, il romanzo horror di Stephen King,  diventato poi cult della narrativa e non semplicemente di genere horror contemporanea. Più di 1000 pagine di scrittura “cremosa e densa”, come amo sempre definire io lo stile narrativo del “RE” dell’editoria moderna. Perché sebbene non ami il genere horror (non amo in particolare la separazione in genere letterario da parte degli editori riguardo gli argomenti trattati nei romanzi, cosa che trovo sempre più limitante) questo romanzo in particolare, rispetto a tutti gli altri che di King successivamente ho letto e non necessariamente appartenenti a questo genere,(si pensi a La Torre Nera,  serie di romanzi di genere fantastico, un mix tra western, horror e fantasy, o a Il miglio verde, che non può inquadrarsi in nessun genere letterario se non il mainstream), rappresenta per me la pietra miliare, o se vogliamo il giro di boa vero e proprio riguardo alla mia personale scrittura.

Ormai quasi 15 anni fa partecipavo attivamente alle discussioni in atto su un forum di scrittori e scritture (WMI), e mi ritrovai a chiedere agli esperti, che sapevo gravitavano in quello spazio virtuale, se raccontare una storia a pezzi, andando avanti e indietro nel tempo, fosse una cosa fattibile.

Mi rispose l’editor responsabile allora del gruppo dicendomi:
si chiama tecnica del flash backSe vuoi imparare e capire come si utilizza e quando, leggi It di Stephen King.”
Comprai il libro, per curiosità – questa cosa mi aveva intrigato – e per documentarmi su quella che pensavo fosse una strana esigenza mia e una scelta molto azzardata per qualcuno che, come me, non aveva mai scritto ancora un romanzo fino alla fine.
Divorai il libro in una settimana scoprendo allora un Grande della narrativa contemporanea, uno Scrittore con la S maiuscola, un Maestro e un Genio di stile e immaginazione.
E poi scrissi Sirena all’orizzonte.

Sirena all'orizzonte

Sirena all’orizzonte

Ma una volta ottenuto l’insegnamento e la spiegazione che cercavo, la sensazione di appartenenza che quel libro mi aveva lasciato non mi abbandonò neppure passato qualche anno. E cercando ispirazione o anche solo un “gancio” per costruire la comunicazione tra due personaggi che stavo imbastendo e che poi sarebbero diventati Sarah e Thomas in “Mira dritto al cuore“, IT Il Libro, si presentò quasi automaticamente nella mia mente:

«Ehi, ci sono prima io!» esclamò sgarbatamente qualcuno dietro il porta libri girevole. Era sempre lui, il ragazzo biondo del miniclub. Thomas.
«Scusami, non ti avevo visto…» risposi, cercando di evitare lo scontro.
«Se cerchi quelli in italiano, sono dall’altra parte» indicandomi un’altra libreria rotante, più vicino alla cassa.
«Non ne voglio uno in italiano. Lo voglio proprio in inglese. Io lo parlo e lo leggo… perfettamente…!» mentii. A scuola riuscivo a strappare appena la sufficienza. Ecco perché volevo andare in America, per imparare a parlarlo bene. Era indispensabile se volevo diventare interprete!
«Oh, how nice!» rispose con un perfetto accento britannico. «So, you absolutely must read this!», devi assolutamente leggere questo. Ero riuscita a comprendere cosa volesse dirmi, e sospirai per il sollievo. Ma di rispondergli a tono, neppure a parlarne! Mi porgeva nel frattempo un libro voluminosissimo, di almeno mille pagine. Aveva la copertina nera e un pagliaccio dalla bocca rosso acceso che sembrava sbucarvi fuori. Le sue mani erano gocciolanti di sangue e aveva un ghigno malefico. Il titolo era brevissimo: “IT”. Pronome personale alla terza persona singolare, neutro. “Esso”. “La cosa”. O qualcosa del genere…
«Ma è enorme!»
«E allora? Ti spaventa leggere?»
«No, anzi, ma…»
«Ma leggere in inglese un libro così è forse un po’ troppo difficile vero? In effetti non c’è ancora la versione tradotta initaliano…»
«Non mi spaventano i libri grossi. Conosco questo libro, è appena uscito… ne parlano tutti! È che… non mi piacciono
gli…» guardai la copertina nera e non seppi trattenere una smorfia di disgusto «gli horror, ecco. Non è un libro horror questo?»
«Uhm, sì, in effetti lo è. Allora no, non fa per te. Il Re non è autore per tutti in effetti!»
«Come sarebbe a dire?»
«Stephen King scrive cose troppo… too deep, se capisci cosa voglio dire. Profonde. Non va bene per una ragazzina che ama gli harmony!» e nel dire la parola “harmony” aspirò la acca davanti e pronunciò la erre insistendo sul suono in modo molto affascinante. Dovetti riconoscere che aveva una pronuncia inglese davvero sexy.
«Io non leggo harmony!» e ricalcando la parola appena pronunciata tentai di imitarlo; in un gesto di stizza presi dallo scaffale il libro nero. «Se dici che faccio bene a leggerlo, lo leggerò!»
«No, dai, non volevo!»
Non ci fu nulla da fare, pagai e uscii di volata.

Mira dritto al cuore
Amneris Di Cesare
Runa Editrice
2014

 

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Mira dritto al cuore

Insomma, King, il “RE” della scrittura mondiale e il suo IT non sono stati solo una fonte di insegnamento ma anche di ispirazione e in tutt’altro ambito di quello del genere horror. Pertanto, incondizionatamente e con estrema riconoscenza, Buon Compleanno e grazie IT!

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BELLE PERSONE CHE INCONTRI AL SALONE: CRONACA DAL PARADISO DEI LETTORI

#SalTO16

Devo lasciare decantare un po’ le sensazioni che ho accumulato in questi due giorni di Salone Internazionale del Libro di Torino. Ho per il momento molta stanchezza da smaltire e piedi gonfi e terribilmente doloranti. Ho camminato in questi due giorni come non ci fosse un domani, ma senza avvertire né fatica né disagio, volando letteralmente da un Padiglione all’altro, da uno Stand all’altro ubriacandomi di libri e odore di carta stampata.

Il Salone di Torino, panoramica

Aver male alla schiena e i piedi gonfi, in questo caso è un buon segno. Significa che ho speso tutta la mia energia nel visitare, incontrare, sorridere, abbracciare. Conoscere di persona chi, spesso, condivide con me una passione virtuale. Quella per i libri.

A Torino c’erano molte persone che volevo incontrare.

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Io e Isabella. Il selfie era d’obbligo.

La prima, amica mia carissima, è Isabella. Persona con cui ho da sempre un grandissimo feeling virtuale, e con la quale condivido molte passioni (in gergo faisbukkese chiamati “tunnel”): Mika, Outlander, Harry Potter tra le tantissime che ci accomunano. Da anni progettiamo di incontrarci senza mai esser riuscite a realizzare questa possibilità ma l’occasione è spuntata dopo che Isabella si è trasferita a Torino. Finalmente Sabato ci siamo riuscite.
Che dire?
Il virtuale non esiste, dicono, ed è vero.
Perché dal momento in cui l’ho riconosciuta sulla piattaforma della stazione dei treni, con Isabella è stato come se fossimo andate a scuola insieme, se ci fossimo salutate due giorni prima, quel feeling che avvertivamo via web si è dimostrato essere semplice e naturalissima intesa. Lasciarla, infatti, oggi, per tornare a Bologna è stato doloroso.
Con Isa abbiamo passeggiato tra i libri della Fiera, ho riso, scherzato, condiviso.

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Isabella infiltrata agli accrediti. Che è comunque una bellissima sensazione.

Altro incontro a cui tenevo particolarmente era con Cristina Lattaro, la mia bossa, e Paola Fallerini, “bossa in seconda”. Cristina è forse la persona con cui mi sento più spesso per ragioni di Casa Editrice, ma non avevo ancora mai avuto occasione di incontrare Paola prima. L’anno scorso a Farfa, per un caso fortuito l’ho mancata per un soffio. Conoscerla è stato piacevole, perché mi ha dato a conferma di quanto avessi già intuito via internet: Paola è una donna competente, professionale e dotata di un’intelligenza acuta che mescolata a una gentilezza rara la rendono persona chiave in questo duo editoriale: oggi comprendo perché Amarganta sia cresciuta così tanto in così poco tempo e soprattutto sia riuscita a costruire un catalogo d’eccellenza. L’energia esplosiva e la curiosità entusiasta di Cristina viene arricchita dalla capacità riflessiva e profonda, dalla critica meticolosità di Paola. E questo permette di ottenere libri perfetti e di particolarissima raffinatezza.

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Le “bosse” Cristina e Paola sono ROCK!

Ho avuto modo di incontrare di nuovo Babette Brown (al secolo Annamaria Lucchese) con la quale mi trovo benissimo a collaborare al  blog http://www.babettebrown.it che porta il suo nome. Donna forte, lucida, dalla mente “acuminata” (sì, Babette, acuminata. Non è la replica dei “capelli fluidi” questa, è voluto, il termine e ti spiegherò perché!) perché l’intelligenza di questa donna è una sorta di freccia che punta diritto al cuore delle questioni e delle persone, senza tentennamenti, senza piaggerie. E’ dotata di un umorismo pungente, infatti, e vivacissimo, ed è impossibile non amarla subito. Ecco, Babette è una di quelle persone che mi piacerebbe frequentare spesso, e mi dispiace che abiti lontano.

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Scusatemi se gongolo. Ma Babette con maglietta in pendant col mio libro è un MUST!

E poi i “miei amori” Francesco e Guido. Felicissima di ritrovarli, abbracciarli, ritrovare quell’atmosfera di scanzonata allegria e ilarità che avevo scoperto a Farfa, riscoprire la goliardia cameratesca con Francesco, che mi ha subito riportato alle “nottate di editing condiviso” di due anni fa, quando in torride notti d’Agosto ci scambiavamo testi e riscrivevamo romanzi sulla base dei suggerimenti e delle reciproche stroncature.  Rispolverare la semplicità che l’empatia trasmette e che ha solo bisogno di uno stimolo, di una scintilla per accendersi nuovamente.

La presentazione di Amarganta a 360° è stata bellissima. Tanta gente tra il pubblico, tantissimi gli autori Amarganta a parlare delle loro “creature”. Babette ha moderato l’evento in maniera magistrale e coinvolgendo gli astanti con le sue domande sempre a fuoco e sempre dirette e intelligenti.

E poi l’incontro con Clara Cerri, finalmente. Che dire di lei? E’ bellissima, intelligente, piena di talento, così amabile da non poterla odiare neppure un pochino per quella sua scrittura così “cremosa” e suadente. Così simpatica da volerla come migliore amica, se non fosse che abita anche lei lontano.

Ma perché non abitate tutti a Bologna, ecchecca…volo?

Le “Ragazze di EWWA“. Le cito tutte insieme, perché erano tante, ed è stato stupendo vederle alla presentazione di Amarganta tra il pubblico a fare la hola e la clac! Grazie. Uno dei più bei regali avuti quest’anno è stata l’iscrizione alla EWWA. E che bello abbracciarvi e salutarvi. Ma tanto, con voi, riavrò presto occasione in altri incontri e workshop.

Alessandro Fieschi, “papà” di Oliver Lifeless e Monica Nicolosi, mamma premurosa che lo ha saputo disegnare così bene, ha presentato il suo libro “Oliver Lifeless” a un pubblico attento e curioso e il libro è andato ruba. Sono felice, perché questo piccolo romanzo Under15 mi è piaciuto immediatamente e in lui credo moltissimo.

Oliver Lifeless

Oliver Lifeless

E poi Fabio, Francesca, Cathlin, (sei andata via troppo presto, neppure il tempo di scambiare due parole!) Isabella, Stefano, Lidia, Lucrezia, Manuela… Sono felice di avervi incontrato. Un po’ meno che l’evento sia finito per me, perché avrei voluto restare di più in vostra compagnia.

Avevo, dicevo, tanta gente da incontrare al Salone di Torino. Una persona in particolare. Un’anima bellissima che è sempre disponibile a rispondere a qualunque richiesta io abbia e con la quale ho avuto l’onore di collaborare per anni in quella realtà bellissima che è Rete-News.it, Sara Frison. Una persona dolcissima che proprio non potevo mancare di incontrare e che purtroppo, le circostanze hanno impedito di trascorrere con lei più tempo in compagnia. Ma almeno un bacio e un abbraccio ce lo siamo potute scambiare con la promessa che in futuro non mancheranno altre occasioni di incontri. Insieme a lei una stupenda Beatrice Latella che, durante una chiacchierata qualche mese fa, mi promise una torta al cioccolato (in sostituzione di quella che io avevo ripetutamente bruciato) e che mi ha portato al Salone dopo essersi messa ai fornelli alle 6:00 del mattino. Grazie, Beatrice, mio marito sta apprezzando tantissimo, e io sono profondamente commossa dal tuo gesto dolcissimo (in tutti i sensi)!

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Gli angeli Beatrice e Sara. SMUACK!

Due giorni a Torino, tra amici vecchi, amici nuovi, e tanti libri. Due giorni bellissimi che già mi mancano tanto. E come sempre mi succede in queste occasioni, son pentita di non aver prolungato il soggiorno ed essermi goduta anche il lunedì di questa maratona editoriale così piena e soddisfacente.

Carissime Bossa1 e Bossa2 di Amarganta: rifacciamolo presto!

 

 

#INTERNETDAY: UN GRANDE AMORE A PRIMA VISTA

#InternetDay
Ricordo di esser rientrata dal Brasile alla fine del 1993 e mentre tutti impazzivano per la novità del telefono cellulare (che non mi ha mai affascinato più di tanto), io sentivo parlare, per la prima volta dagli amici brasiliani che mi scrivevano di “email“.
Attraverso uno strano “indirizzo” corredato da una “chiocciolina”, si poteva corrispondere in maniera così veloce che una lettera –  normalmente, da Rio de Janeiro a Bologna una busta inviata per posta ordinaria avrebbe impiegato dieci giorni – arrivava a destinazione in pochi minuti. Era una cosa così incredibile che non sembrava possibile.
Avevo sempre desiderato di possedere un computer mio. Avevo lavorato, prima di partire per l’America Latna, nel 1990, con un personal computer in ufficio. La possibilità di avere un programma di videoscrittura che mi permettesse di archiviare tutte le parole senza perderle e poi modificarle, cambiarle, cancellarle e riscriverle senza dover impazzire tra fogli scritti a mano e carte carbone, era il mio sogno proibito. Ma era un oggetto così costoso da non poter certo immaginare di poterne avere uno in casa.
Per cui, approfittai di alcuni amici di mio padre che iniziavano a organizzare corsi di computer e partecipai. Così, solo per il gusto di trovarmi di fronte a un monitor e una tastiera e “giocarci” per qualche ora. 
Si parlava della differenza tra email e website (allora la differenza non era molto chiara) e mi fecero vedere l’invio di una email di prova.
Ricordo ancora l’emozione. Avevo visto qualcosa che sembrava piuttosto una specie di magia.
Il CNR bolognese, qualche tempo dopo organizzò un corso per aspiranti imprenditori della Rete, e siccome era gratuito, partecipai. Mi inventai un’idea imprenditoriale, qualcosa molto vicina a quello che anni dopo sarebbe diventata “Google Earth”, e ottenni persino il plauso per l’idea da parte degli organizzatori. Cercai di provare a realizzarla ma non riuscii a trovare le persone disposte a investire con me quell’idea. La cosa buffa, se ci penso, è che parte di quell’idea, ancora oggi non è stata realizzata. E sarebbe un’idea fighissima.
Trascorsi praticamente i successivi sei anni a leggere tutto quello che c’era su internet, ma il mio primo personal computer lo ebbi solo nel 2000.
Frequentai un corso per “esperto in reti telematiche e commercio elettronico” organizzato dalla Fondazione Aldini Valeriani, solo per la voglia e il bisogno di conoscere di più la rete e i suoi segreti.
Amavo così pazzamente Internet che ero disposta a studiare, trascorrere giornate intere a parlare solo di quello e tutto senza avere un computer mio. Il corso durò otto mesi, con conseguente esame di stato. Oggi dovrei essere un’esperta di reti telematiche, ma a me quello che piaceva sul serio era costruire pagine web fare siti, lambiccare con l’html, e rimpiansi tanto il non aver frequentato negli USA il corso di studi per programmatore, che anni prima (nel 1987) era disponibile.
L’amore per la scrittura – l’antico, vecchio amore – è arrivato solo molto dopo, nel 2003. Avevo già scoperto le Web Community e iniziai a scrivere qualche racconto.
Ma l’amore per internet, per il computer e per il web in generale non è mai morto. Si è trasformato.
Oggi, purtroppo sono un addicted.
Dovrei smettere.
Ma non ci riesco. E sapete perché?
Perché del web quello che mi ha sempre affascinato è stata la possibilità di SPERIMENTARE.
E ancora adesso, nonostante tutto sembri esser stato inventato, sento che è ancora possibile.
Buon compleanno, Internet.
A me hai regalato una vita diversa.
Soprattutto mi hai reso il mondo a un tocco di click. 

CONFLITTO DI CUORE, MENTE E ANIMA

Da tre, quattro anni sto vivendo un fortissimo conflitto interiore.
Sono sempre stata una persona “pia“.
Frequentavo da ragazzina la parrocchia della piccola cittadina di provincia dove abitavo: mai mancata una lezione di catechismo, comunione e cresima fatte con trepidazione e felicità e a Messa più spesso che potevo.
Ho avuto esperienze molto dure, di vita, da giovanissima, che non hanno però intaccato quella che consideravo “Fede“. E ho sempre ritenuto i miei simili, i “cattolici” e i cristiani, persone di cui potersi fidare perché seguivano le stesse mie dottrine, i miei stessi ideali.
Pregavo costantemente, anche durante la giornata, anche solo per ringraziare l’Altissimo per una cosa buona ricevuta o un piccolo successo ottenuto, e se la giornata non era stata buona, gli offrivo la mia delusione e la mia frustrazione. Ho sempre ricevuto da Lui risposte, quando gliele chiedevo. E mi sono sempre sentita protetta e amata, anche quando ho attraversato momenti di buio molto profondi.
Ho sempre cercato di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti ma soprattutto di vivere una vita degna della dottrina che mi era stata impartita.
I comandamenti sono stati la mia legge per quasi tutta la vita e le poche volte che mi sono ritrovata a sgarrare, a sviare qualche piccola parte dei loro mandamenti, ho sempre provveduto con una sana e robusta Confessione.
Anche quando la vita mi ha tradito, quando ho subito situazioni violente, non mi sono mai ribellata al mio Destino, ma anzi, ho sempre cercato di rivolgere a Dio uno sguardo sorridente e grato, consapevole del fatto che anche nel dolore Lui c’era stato e c’era.
Non mi sono mai chiesta cosa potesse Dio fare per me, ma sempre cosa potessi fare io, per Lui.
Tutto intorno a me era Buono e Santo. E tutto ciò che era religioso era sinonimo di Bontà e Purezza.
Ah, la Purezza!
Era la cosa che più cercavo e alla quale più aspiravo.

Ma c’erano cose che non riuscivo a capire.

Non riuscivo a capire il perché di un certo accanimento da parte del clero, per esempio, verso le persone che si accorgevano di aver sbagliato a scegliersi un compagno di vita e lo lasciavano, o semplicemente persone non più innamorate che, amando qualcun altro, divorziavano. La condanna nei confronti di quelle persone da parte dei prelati e dei sacerdoti e dell’ambiente che gravitava attorno a loro era totale.
Non riuscivo a capire, altro esempio, come mai sempre i sacerdoti di quegli ambienti di cui sopra, propendessero per posizioni politiche radicali e verbalmente violente, di destra, e votate alla tutela della proprietà privata e della ricchezza. Non avrebbero dovuto parteggiare per una sinistra, più diretta verso il povero, il poco tutelato, il più fragile economicamente? Anche in chiesa, durante l’omelia, ascoltavo descrivere il “comunismo” come lo strumento del diavolo per assoggetare l’umanità cristiana. Vero, Marx aveva detto che la religione era l’oppio dei popoli e i comunisti non volevano nessun tipo di religione a interferire con la loro ideologia, ma forse un dialogo sarebbe bastato a far capire loro che i cristiani, proprio perché seguaci di quel Cristo che si scagliava contro i sepolcri imbiancati e i mercanti del tempio, o di quel Fraticello che predicava la Sorella Povertà come unica ancora di salvezza, ecco, sarebbe bastato quello a far capire ai comunisti che i cristiani volevano più o meno le stesse cose. Ma a quanto pare, non è così, perché i prelati e il clero sono da sempre notoriamente di destra e sacerdoti come Don Milani sono stati velocemente messi alla berlina.
Non riuscivo a capire, altro esempio, perché i sacerdoti fossero severissimi e spesso intransigenti nei confronti delle peccatrici e invece molto indulgenti, addirittura giustificanti nei confronti dei peccatori. Perché un semplice pensiero impuro dovesse essere stigmatizzato, comportasse un buon quarto d’ora di ramanzina nel confessionale e per lo meno dieci pater e ave di penitenza per me, donna, e semplicemente un buffetto di bonaria riprovazione per le fisiche necessità dei miei compagni di scuola di sesso maschile, che spesso si vantavano fuori dal confessionale per esser stati “puniti” solo con un atto di dolore, letto tra l’altro su un santino a disposizione del penitente e senza alcun obbligo di doverlo mandare a memoria, cosa che noi femmine invece dovevamo assolutamente saper recitare senza alcun errore pena la ripetizione a oltranza.

Ma mi si diceva che era così che doveva essere perché così era decretato dai Sacri Libri, e io accettavo, perché desiderosa di essere una brava cristiana e una, per lo meno, decorosa cattolica.

Da un po’ di tempo, dicevo, sto vivendo un conflitto di cuore, mente e anima.

Perché ho smesso di chiedermi perché non capivo.
Ho smesso di tentare di capire.
Forse ho proprio smesso di voler capire.
Molto lentamente, il processo è stato lento ma inesorabile, ho smesso di vedere tutto Buono e Bello. Soprattutto ho iniziato a Non Vedere Più la Purezza che invece avevo così tanto cercato e voluto intorno a me.
Ho iniziato a vedere Gente Cattolica che si scagliava contro “i Divorziati”.
Gente Cattolica che addirittura stigmatizzava i “Separati”.
Ho assistito personalmente al dolore senza fine di alcune persone amiche, separate, che desideravano l’Eucarestia e che gli veniva negata semplicemente perché aveva abbandonato un marito, magari violento, magari abusivo, magari semplicemente egoista e indifferente, traditore, promiscuo addirittura.
Gente Cattolica che urlava e condannava come abominio persone che amavano diversamente, che amavano in maniera differente, che amavano persone del loro stesso sesso.
E allo stesso tempo, vedevo Preti che vivevano nel lusso, collezionavano auto d’epoca, facevano strozzinaggio nei confronti di chi aveva difficoltà economiche, lucrava su affitti nei confronti di extracomunitari, magari affittando loro scantinati e cantine, approfittando della loro condizione di sfollati, profughi, clandestini, o poneva affitti esorbitanti a immobili ricevuti in donazione da pie parrocchiane – affinché quei locali fossero dati a gente bisognosa – ho assistito personalmente a cene pantagrueliche dove grassi Don Abbondio si abbuffavano di cibi prelibati e vini pregiati, alle dita anelli con pietre preziose e un linguaggio di sicuro non pio, ma piuttosto “mondano” e secolare.
Ho letto di abusi e soprusi, soprattutto nei confronti di bambini e ragazzini, e ho letto di cose indegne coperte e ignorate.

Ma queste son cose eclatanti, dicono, cose da televisione. Non sono tutti così. Non è tutto così quel mondo.
La Purezza di Cuore esiste ed esiste Tra Loro.
E allora ho cercato.
Ho guardato.
Ho visto.
Ho visto la signora che va tutte le settimane a Messa e che prega, che fa volontariato, che aiuta persino a casa del Parroco e che quando può parla male delle colleghe, della vicina, screditandola e calunniandola con una tale rabbia da far paura.
Ho ascoltato insegnanti, timorate di Dio, religiosissime e pie che durante tè pomeridiani parlavano di alunni extracomunitari, bambini, che meglio avrebbero fatto se fossero annegati cadendo dal gommone con il quale erano arrivati qui da noi, e questo solo perché incapaci di comprendere la nostra lingua e quindi agitati e disturbatori delle loro lezioni.
Potrei andare avanti a raccontare.
Di storie così ne ho panieri pieni, nascosti negli angoli più bui della memoria.
Ho sempre meno desiderato di capire.
Ho visto sempre meno purezza e sempre più interesse, ingordigia, corruzione, depravazione.
Ho visto odio nei confronti di chi non si conforma e di chi ama in maniera non allineata.
Ho sentito usare termini come abominio, depravazione ma non per gli abusi che certi prelati compivano sui bambini, o per il lucrare sulle miserie e le disperazioni di altri esseri umani, o per la corruzione di quelli che invece dovevano dare l’Esempio, e fare da Guida. No, quei termini sono usati verso chi semplicemente ama. Ama un altro uguale a se stesso. Semplicemente questo.
Ho visto odio.
Soprattutto odio.

E quel conflitto tra mente, cuore e anima si è fatto voragine.
Oggi sono come chi “sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (cit.Ungaretti) anche se forse con un po’ più di forza di volontà rispetto a quelle foglie che inesorabilmente prima o poi dovran cadere: sto su un ramo, in bilico, tenendomi aggrappata con tutta la capacità che questo corpo ormai vecchio dispone, per non cadere, per non perdere quella che ritengo sia uno dei più bei doni: La Fede.

Oggi continuo ad amare il mio Dio. Continuo a credere in Lui.
Ma non mi parla più, o forse, in mezzo a tutte queste grida e gli insulti che ascolto tra il vociare indistinto della gente non riesco più a riconoscere la sua Voce.
E non so.
Non so se faccio bene o male a dubitare.
Non so se riuscirò, senza Guida ad arrivare alla Giusta Meta.
Non so se riuscirò comunque ad accettare che ci sia gente che soffre perché discriminata ed emarginata.
E soprattutto, non so se colmerò mai più questa voragine che si è formata proprio al cento della mia anima.

p.s.: oggi, 8 aprile 2016, è uscito Amor Laetitia, l’atto conclusivo del Sinodo vergato da Papa Francesco. Qualcosa, in risposta alle mie domande, in questo documento c’è. E’ tanto. Lui ha dunque ripreso a parlarmi? Riesco di nuovo a riconoscere la sua Voce?