PERCHE’ DOVRESTE LEGGERMI? LO DICO A BABETTE BROWN

Non sono molto brava a convincere le persone a fare qualcosa per me. E credo che, anche in questo caso, sia stata capace di allontanare probabili lettori piuttosto che avvicinarli. Ma tant’è, queste sono le mie motivazioni. I miei argomenti, i miei temi. E non vi rinuncerei mai. Ho provato a cambiare ma alla fine son sempre tornata sui miei passi. Questa sono io. Questo è ciò che scrivo. E perché. 

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ARGOMENTO DEL MERCOLEDÌ:
PERCHÉ DOVREMMO LEGGERE UN VOSTRO ROMANZO?
CERCATE DI CONVINCERCI CON ARGOMENTI VALIDI.

Perché dovreste leggermi?
Bella domanda. Vorrei saperlo anche io.
Perché mi piacerebbe mi leggeste?
Ecco, così va meglio.

41oSJztlJ0L._SX331_BO1,204,203,200_Perché ci provo con tutta l’anima da anni, a scrivere storie che siano un po’ diverse. Le mie, infatti, a volte sono crude e devastanti; non sempre, lo ammetto, hanno un lieto fine, o per lo meno, il lieto fine classico che ci si aspetta dalle favole.

Dal primo racconto scritto ho deciso che avrei “cercato di trasformare il “comune” in “straordinario”. Per cui, nelle mie storie non troverete (quasi) mai il bellone palestrato e ricchissimo che si innamora perdutamente della ragazza goffa e “seeemplice” che poi si trasforma e da bruco diventa farfalla.

No, nelle mie storie troverete la donna con i “denti davanti sporgenti” che vive di stenti in un paesino sul mare della Calabria degli anni ’50, la Zannuta, o la Sirena che nasconde un passato misterioso, la sedicenne ingenua che si innamora del suo migliore amico e che per vent’anni lo inseguirà, la fanciulla delusa e depressa che riscopre se stessa attraverso il ritratto di un pittore scorbutico, i compagni di banco che si ritrovano innamorati, o, come in Figlia di Nessuno, la bella ballerina dell’Hotel Meridien, che vive in una favela del Brasile e che ha a che fare con turisti in cerca di attimi di piacere.

51JVVe52cILEcco, dovreste leggermi se cercate storie “normali”, laddove la normalità è intesa come “storie di tutti i giorni e comuni”: niente di eclatante o stupefacente, niente suspense o rocambolesche capriole su divani o ascensori, ma la vita. Quella che per tanti scorre senza fermarsi e senza che nessuno si fermi a osservarla.

Ed è invece quello che faccio io: nel gruppo di persone che tutti i giorni corrono verso il loro quotidiano, io ne fermo una dal mucchio e ne osservo la vita. E la racconto. O per lo meno, questo è ciò che tento di fare.

I libri e i racconti di Amneris Di Cesare li trovate QUI.

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EWWA, WORKSHOP IMOLA & THE NEW WOR(L)D.

Metti un Sabato di Fine Ottobre qualsiasi a Imola, aggiungici un gruppo di donne che scrivono e che si sono riunite in un’associazione, la EWWA – European Writing Women Association, che vuole abbracciare tutte le donne – professioniste e non – che scrivono o che lavorano nell’ambito dell’editoria (come grafico, traduttore, editor, organizzatore di eventi, blogger & co.) e che da qualche mese, proprio a Imola stanno seguendo un workshop sulla scrittura condotto magistralmente da uno “scrittore famoso” (tal Jadel Andreetto); metti che nel corso di questo workshop siano saltate fuori alcune espressioni (tirate fuori come da un cappello a cilindro da altro scrittore-in-incognito, mescolato tra la folla delle partecipanti al workshop, tale Stevano Tevini, direttore editoriale de La Ponga Casa Editrice) mai sentite prima ma che, pare siano di uso comune tra gli addetti ai lavori in campo editoriale; metti che una partecipante particolarmente attenta e pignola se le sia appuntate e che dopo, a casa, si sia fatta una bella ricerca su Google e su Wikipedia per capire realmente cosa queste espressioni volessero dire. Metti tutto questo e altro ancora, ed ecco che ne salta fuori un post per il mio blog.

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A voi l’arduo compito di seguirmi oppure riempirmi di virtualissimi pomodori e mele marce.

Mac Guffin o McGuffin: è un termine che ha coniato nientemeno che Alfred Hitchcock.

McGuffin Also found in: Thesaurus, Wikipedia. McGuffin (məˈɡʌfɪn) or MacGuffin n
1. (Film) an object or event in a book or a film that serves as the impetus for the plot
2. (Literary & Literary Critical Terms) an object or event in a book or a film that serves as the impetus for the plot
[Coined (c. 1935) by Sir Alfred Hitchcock] Collins English Dictionary – Complete and Unabridged, 12th Edition 2014 © HarperCollins Publishers 1991, 1994, 1998, 2000, 2003, 2006, 2007, 2009, 2011, 2014 [fonte: http://www.thefreedictionary.com/McGuffin ]

Il MacGuffin è un motore virtuale e pretestuoso dell’intrigo, un qualcosa che per i personaggi del film ha un’importanza cruciale, attorno al quale si crea enfasi e si svolge l’azione, ma che non possiede un vero significato per lo spettatore. [Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/MacGuffin]

In pratica, un espediente narrativo. 

Mexican standoff (o Stallo alla Messicana): è un termine che indica una situazione nella quale due o più persone (solitamente tre) si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi, in modo che nessuno possa attaccare un avversario senza essere a propria volta attaccato. [Wikipdia: https://it.wikipedia.org/wiki/Stallo_alla_messicana ]

In pratica, un cliché cinematografico che può essere usato anche in narrativa, specialmente in una scena d’azione.

Tag-line: La tagline è lo slogan del libro, è il suo motto, la frase che lo condensa e ne esprime tutta la forza. Se volete approfondire l’argomento, un articolo molto ben fatto, breve ma chiaro ed essenziale, vi rimando a questo blog: http://pennablu.it/tagline/

Log-line La logline è lʼessenza della storia. È il succo della trama, una o due frasi al massimo per riassumerla eincuriosire il lettore, perché lo introduce nel cuore stesso della storia.

A log line or logline is a brief (usually one-sentence) summary of a television program, film, or book that states the central conflict of the story, often providing both a synopsis of the story’s plot, and an emotional “hook” to stimulate interest. A one-sentence program summary in TV Guide is a log line. [Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Log_line]

Per maggiori approfondimenti a riguardo: http://pennablu.it/logline

Elevator pitch: è un’espressione rubata al marketing e alla pubblicità. Un discorso di pochissime parole, il numero di parole che un imprenditore riuscirebbe a utilizzare se si trovasse di fronte a un investitore e dovesse parlargli, convincendolo a investire, di un suo progetto durante il tragitto in ascensore, pertanto un discorso di presentazione chiaro ed esaustivo della durata massima di cinque minuti. E applicata alla narrativa, il discorso che un autore può fare a un consulente editoriale di una grande casa editrice per convincerlo a pubblicare il proprio romanzo, nello spazio di pochissimi minuti. Avete presente quello che i partecipanti di Masterpiece, il reality sulla scrittura di qualche anno fa, dovevano fare davanti a un editor di casa editrice in ascensore nell’ultima puntata?
Qui trovate un esempio di come o come non fare un Elevator Pitch.

Bene. Se conoscevate già queste espressioni, buon per voi, avrete fatto un ripassino e, magari, avrete cose da dire in proposito (i pomodori e mele marce di cui sopra). Se invece non li conoscevate, spero vi sia stato d’aiuto questo post. Io, trovo sempre più interessante frequentare e partecipare ai WorkShop di EWWA. Fateci un pensierino anche voi.

*DISCLAIMER: Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese da Google Images e inserite con link esterni a questo Blog. Se non gradito l’utilizzo, per favore segnalarlo nei commenti e saranno immediatamente tolte.

IMOLA, WORKSHOP EWWA 22 OTTOBRE: PAROLE & RISATE

Oggi ero a Imola. No, non per andare a vedere un Gran Premio, so che Imola è conosciuta da tutti per il suo Autodromo e per le corse, ma questa volta io mi trovavo lì per un’altro tipo di corsa, di gara, di evento: ero al Workshop sulla Scrittura Collettiva e sul Romanzo Organizzato dal Polo Romagnolo di EWWA così ben presieduto da Sabrina Grementieri.

E in compagnia di Emilia Cinzia Perri, amica da poco arrivata a Bologna; ci siamo avventurate nei meandri di Imola da vere pioniere. Infatti siamo riuscite a perderci immediatamente non appena arrivate (colpa mia: anziché via Aspromonte, per tutta la giornata di ieri avevo in mente un altro indirizzo, Via Ariosto. Sapere il perché è cosa ardua da scoprire, però!). Ma se “Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” cantava il mitico Lucio Dalla, figuriamoci in quel di Imola, piccola cittadina della provincia bolognese (ma già Romagna!): bastano pochi passi e qualche riferimento: L’Orologio – che poi scopriremo in realtà esser più d’uno – il Cinema Cristallo, la Libreria Giunti et voilà, siamo alla Biblioteca – splendida, così bella da desiderare di non volersene mai andare ma restare a perdersi tra i libri e nicchie – arriviamo anche un po’ in anticipo a destinazione.

L’accoglienza è sempre calorosa come in ogni incontro di EWWA: ci si ritrova tra “vecchie” amiche e nuove, colleghe con cui si è interagito per mesi se non anni via Facebook e con cui adesso si prende visione anche della forma “fisica” e non più virtuale, e altre con cui ormai c’è dimestichezza ed empatia anche personale da molto tempo: rivedere Cristiana, Velma, Fernanda, Sarah, Anna, Emma, Giulia dopo gli incontri di Roma lo scorso Aprile, e Firenze adesso agli inizi di ottobre è bellissimo, è il piacere di ritrovarsi, scambiarsi idee, pensieri, o più semplicemente un abbraccio.

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La prima conferenza, quella sulla scrittura collettiva è stata funestata da un imprevisto: Emilia non trovava il cellulare, ci siamo dovute allontanare per verificare che non fosse caduto in macchina (cosa che poi si è rivelata tale) e abbiamo approfittato per rifare a ritroso il percorso verso il parcheggio, fissando i punti di riferimento imolesi per non perderci più e ci siamo godute parte del centro cittadino in maniera particolare: la giornata era piena di sole, l’aria frizzante ma piacevole, questo sabato di fine ottobre da trascorrere camminando tra le bancarelle del mercato cittadino si stava davvero presentando come un piacevole modo per trascorrere un week-end fuori casa. Per cui, se volete avere un resoconto dettagliato di quanto è stato detto e discusso, vi rimando all’ottima cronaca che  Sabrina Grementieri  organizzatrice magnifica ha fatto sul suo blog. (Un grazie a lei va anche per le foto che le ho rubato senza ritegno) 

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Dopo la pausa pranzo – complimenti per il menu davvero gustoso!

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si è svolto il workshop sul romanzo tenuto dallo scrittore Jadel Andreetto. E meglio non si poteva coronare una giornata già di suo iniziata in maniera piacevole e divertente.

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Negli anni in cui ho trascorso a interessarmi di scrittura mi sono fatta un’idea su questa mia particolare predilezione: mi piace scrivere, sì, mi piace inventare mondi e personaggi nei quali passeggiare o lasciarmi proprio trasportare, ok, ma quello che veramente mi attrae come le api al miele è proprio lo scrivere in se stesso. Potrei sentir parlare di come ci si deve approcciare a un testo, come strutturare una trama, come delineare il carattere di un personaggio, persino come formattare un testo e fare le pulci all’ortografia e alla punteggiatura per ore e per mesi senza mai annoiarmi. Sarà per questo che non mi importa poi tanto di quanti ebook vendono le mie pubblicazioni, di quanto conosciuta possa essere io come autrice? Sarà forse per questo che negli ultimi due anni mi sono dedicata con maggior gusto e passione alla traduzione dei libri altrui piuttosto che scriverne di miei? Può essere. Sta di fatto che ieri pomeriggio ho assistito a un workshop di scrittura collettiva sul romanzo molto  divertente e sarei andata avanti a oltranza se avessi potuto.

img_4721-768x1024Circa la cronaca di quanto abbiamo fatto in gruppo e di come il bravissimo (direi spettacolare) Andreetto abbia condotto il workshop credo vi sarà un resoconto più dettagliato da parte del Polo Romagnolo EWWA, io mi soffermo solo a dire che: alla fine siamo riusciti  a fare della scrittura un momento di svago, condivisione, ironia, inventiva. Imbastendo praticamente uno schema completo per un romanzo psycho-thriller-noir-romance, ci siamo addirittura assicurati l’eventuale partecipazione al prossimo #NaNoWriMo, se volessimo utilizzare i consigli e le sub-plot che son uscite fuori ieri dalle quasi trenta menti presenti all’incontro.

Ok, adesso sono tutta NaNo-oriented e quindi mi dovrete sopportare, ma come ho detto prima tutto ciò che ha a che fare con la sperimentazione nella scrittura per me è meglio di un dolce di panna e cioccolato.

Bene, finita la mia esternazione sulla giornata imolese di ieri, vado a preparare gli strumenti per la maratona novembrina che mi aspetta!

#NaNo #NaNo!

QUANDO I TUOI LIBRI IMPARANO UN’ALTRA LINGUA E INIZIANO A VIAGGIARE.

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Era già successo. Prima con Misterioso è il cuore e poi con Duel. Avevano “imparato un’altra lingua”, grazie alla meravigliosa Sandra Santos, ed erano andati in giro per i paesi di lingua portoghese. Oggi è il turno di Sirena all’orizzonte. Sempre tradotta mirabilmente da Sandra Santos, a breve uscirà in tutti gli store, per Amarganta, e sia in versione ebook, stavolta, che in versione cartacea.

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Perché questa volta è diverso?

La lingua portoghese, per me, voi lo sapete già, ha un particolare valore. E’ la lingua che mi ha accolto quando sono nata ma nella quale non sono stata cresciuta, poiché essendo di genitori italiani rientrati in Italia subito dopo la mia nascita, sono cresciuta ed educata con la lingua italiana. L’italiano è la mia lingua madre. E ho imparato il portoghese relativamente molto tardi, quando avevo già trent’anni. Ma tra me e il portoghese è stato amore a prima vista (o ascolto). Un colpo di fulmine così intenso da farmi quasi vacillare. Ho curato ogni suo aspetto nell’apprendimento con la precisione maniacale di chi vuole possedere un oggetto prezioso e raro. L’ho fatto da autodidatta e mi mancano le conoscenze culturali di base ma il parlato e parte della grammatica sono miei e non mi lasceranno mai più. Altre lingue mi hanno lasciato, ma il portoghese no. E’ sempre qui, fedele, vicino a me. E la gioia di parlarlo, quando mi capita, è sempre immensa.

Per cui, figuratevi l’emozione di vedere Sirena all’orizzonte diventare Sereia ao horizonte.
Sirena è il mio primo libro scritto in assoluto. Quando decisi che sarebbe diventato un romanzo, misi dentro a questo racconto-che-non-voleva-essere-solo-un-racconto tutto l’amore e il desiderio che la scrittura suscitava in me. I miei protagonisti sono stati i primi a diventare reali, a parlare, a muoversi, a ridere e piangere di fronte a me. Li ho amati di un amore immenso. Immaginatevi oggi che ritornano, parlando la lingua che amo di più al mondo (dopo l’italiano, s’intende). Immaginatevi Marco, Federico, Gaetano, Luisa e Cecilia che parlano portoghese. E tornerà anche Rafael.

Oggi per me è un giorno speciale.

La mia casa editrice, Amarganta, ha creduto tanto in questo libro da volersi spingere con il mio romanzo in un’avventura estera e lo fa, come primo paese al mondo, con il Paese che ha visto i miei natali (e ovviamente, gli altri paese che questa lingua parlano, in primis Portogallo.).

Quando un anno e mezzo fa è iniziata la mia avventura in Amarganta, non sapevo dove sarei andata e che percorso avrei seguito. Oggi, posso affermare con certezza assoluta che il percorso che sta seguendo Amarganta è bellissimo e amo camminare insieme a tutti loro.

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Original Title: Sirena all’orizzonte
Tradutora: Sandra Santos
Editora: Amarganta http://www.amarganta.eu/
ASIN:B01GF9RUCA
Edition Language: Portuguese
Preço: Euro 2,49
Marco, Federico e Gaetano, passam juntos um verão quente, em uma localidade descoberta por acaso. Ligados por um fio visível e invisível, unidos pela amizade e pelo desejo de amar, encontrarão Cecilia, a sereia loira que se deleita ao sol sobre uma rocha, e que iluminará os dias deles sobre a toalha de praia e habitará em seus sonhos, dissolvendo, enfim, os seus pesadelos. Quando cada nó for desfeito, diante a cada um deles, se abrirá um horizonte cheio de promessas.
L’incipit di Sereia ao horizonte
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COME E PERCHE’ SCRIVE UNO SCRITTORE: L’HO CHIESTO A MARIANGELA SU BABETTEBROWN.IT

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Il Lunedì è giornata di interviste anche su http://www.babettebrown.it e per l’occasione ho fatto un po’ di domande sullo scrivere a Mariangela Camocardi (visto che era già allenata a rispondermi “SUL ROMANCE“), e questa è l’intervista che ne è risultata:

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Mah, credo di aver sempre avuto l’esigenza istintiva di mettere sulla carta i voli della fantasia. Ho una mente fervida e difficilmente sono a corto di materiale. Ma un conto è scrivere da dilettanti, un altro ambire a diventare una romanziera, facendolo con le necessarie competenze.  Il passaggio è avvenuto in modo spontaneo e per una concomitanza di eventi mai neppure immaginati. Mi piace scrivere e tessere  storie, mi piace calarmi nella trama e interagire con i miei personaggi, anche con quelli cattivi. Soprattutto mi emoziono e voglio emozionare chi mi leggerà, avventurandomi tra i sentimenti che li attraggono o che li  pongono in conflitto tra loro… la gente vuole sognare e i sogni sono fondamentali per noi essere umani. Però ancora oggi convivo con la paura di  poter deludere con un pessimo romanzo chi acquisterà il mio libro.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

Uso tutto quello che hai elencato. Ho anche un promemoria sull’iPhone per salvare gli spunti che mi saltano in testa,  ma amo particolarmente carta e penna e sono circondata da una marea di foglietti fitti di note che consulto e che a volte archivio. Nel cassetto della scrivania ho quaderni e quadernetti con notizie storiche raccolte durante gli anni: spaziano dagli episodi più strani avvenuti nel mondo ai veleni usati a Venezia nei secoli scorsi. Esiste per esempio una famosa e letale “acqua Tofana” che  una donna priva di scrupoli e alquanto avida di facili guadagni vendeva  alle mogli che  volevano sbarazzarsi in fretta di mariti diventati ormai ingombranti.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

Il mattino presto e la sera dopo cena mi risultano molto congeniali, ma in genere mi concentro con facilità e scrivo benissimo in qualunque orario della giornata.

<<<continua qui: www.babettebrown.it>>> 

SULLA BANALITA’ DELLO SCRIVERE

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Qualche giorno fa mi è capitato di rincuorare un’amica scrittrice circa il suo stile di scrittura. Aveva scritto un racconto, lo aveva fatto leggere in giro, le avevano mosso una critica che lei non comprendeva: la sua scrittura non era “empatica”. Per quanto si sforzasse di ragionarci su e di comprendere come quella scrittura potesse cambiare e diventare ciò che era risultato non essere, non riusciva a trovare una soluzione.
Quando si riceve una critica su ciò che si è scritto, si sa, le reazioni sono molteplici e in sequenza le riporto:

  • – stupore e confusione; come è potuto succedere?
  • – disappunto e rabbia: come è potuto succedere che il mio lettore non abbia capito?
  • – sconforto e delusione: come è potuto succedere che il mio lettore non abbia capito cosa volevo trasmettere?
    – ribellione e accettazione: il mio lettore non ha capito un cazzo.
  • – rinuncia e depressione: il mio lettore non ha capito un cazzo e io mollo tutto, tanto non capirà mai quello che volevo dire.
  • – ripresa e ri-scrittura: anche se il mio lettore non ha capito un cazzo, io non smetto di scrivere e riprendo.

Una decina di anni fa circa, agli inizi di quella che continua a essere oggi una meravigliosa avventura che è lo scrivere, iniziai a partecipare a concorsi letterari di vario genere con quelli che allora consideravo i miei scritti migliori. Avevo da poco fondato il FIAE, il forum laboratorio di editing autogestito che ha funzionato per quasi dieci anni, e tutti i partecipanti, chi più, chi meno, dopo i primi lavori di gruppo nell’area privacy al suo interno, avevano iniziato a vedere i primi frutti: concorsi e premi letterari vinti a man bassa. Mentre io restavo al palo. Mi sforzavo, lavoravo sui testi come una pazza, scrivevo e riscrivevo, ragionavo con loro su cosa funzionasse e cosa no, ma niente. Nessun risultato.
Poi, qualcuno mi disse una cosa che mi fece molto pensare: i miei racconti erano “banali”.
Esattamente come la mia amica citata all’inizio, rimasi molto confusa da quel giudizio. Banale. Cosa vuol dire banale? Andai persino a cercarne il significato sul dizionario. E’ una parola che usiamo comunemente, di cui conosciamo il significato empirico, ma, al momento di darne una seria connotazione e valore, non riuscivo a focalizzare il problema. Banale può voler dire tutto come niente. Ed era proprio quella, la forza del giudizio: qualcosa che non si può inquadrare o decifrare ma che rimane sospeso in un’aura di dubbio è infinitamente più potente di qualcosa che specifichi e descriva esattamente il problema.

banale agg. [dal fr. banal «appartenente al signore», poi «comune a tutto il villaggio», e di qui il sign. moderno; der. di ban «bando»].
1. Privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato, e sim.: discorso, frase, complimento b.; giudizî b.; un romanzo, una commedia, un film b.; con un b. pretesto; fare, condurre una vita b., un’esistenza b., piatta, uniforme (o, nell’esistenzialismo, inautentica). Si usa anche con sign. oggettivo e non spreg., riferito a modi, espressioni, tecniche, ecc., privi di originalità o di eccezionalità in quanto ormai noti ed estesi nell’uso comune: parole, locuzioni b.;un b. procedimento; o a fatti di poco conto, di scarso rilievo, insignificanti per sé stessi: per un b. incidente, ha rischiato di rimanere cieco. In partic., in matematica, soluzione b. di una equazione o sistema di equazioni algebriche o differenziali, soluzione di immediata evidenza, oppure priva di significato o di interesse, oppure immediata in base a quanto già noto in precedenza.

Banale.
Il tarlo di quel giudizio iniziò a tormentarmi e per giorni non riuscii a uscire dal circolo vizioso delle reazioni che un giudizio negativo – perché era inconfutabilmente un giudizio negativo – mi aveva provocato.
Come fare per far diventare un testo definito “banale” originale?
Cosa bisognava includere, scrivere, descrivere, intrecciare, prevedere, programmare?

Le mie storie parlavano di donne:

  •  madri sull’orlo della depressione post-parto: banale.
  •  fidanzate lasciate sull’altare da compagni colpiti da vocazione sacerdotale: banale.
  •  prostitute ballerine brasiliane nate in favelas: banale.

E di storie d’amore:

  • amore tra amici conosciuti d’estate: banale
  • amore tra compagni di scuola finito per un capriccio: banale
  • amore di un vecchio per un bambino che si immola per salvarlo: banale

Qualcuno mi disse: non è lo stile, la caratterizzazione, l’ambientazione dei tuoi racconti che è banale, sono le Tematiche! Tu parli d’Amore. Parlare d’Amore è la quintessenza della banalità.

Ragionai ancora un po’ su questo. Parlare d’Amore è banale. Eppure, io a quel tema non sapevo rinunciare. Non avevo voglia di parlare di omicidi e misteri, di mostri e vampiri che di notte perseguitavano gli esseri umani, non mi interessava neppure parlare di draghi, maghi ed elfi, per quanto mi piacesse leggere fantasy. A me piaceva parlare di Amore. Di incontri. Di sguardi, di parole buttate lì allo scopo di fare effetto su un altro essere umano, di attenzioni procurate e poi subito negate, di dita sfiorate involontariamente, di baci e carezze. Di Amore. Spirituale e carnale. Amore tra esseri umani. Umano sentire.
Era questo tema così banale?
Poi, il flash improvviso della risposta:

Ma Chissene Frega!

Io scrivo ciò che sento, che conosco, che vivo con più facilità nei personaggi che invento.
Banale?
Che sia.
Vorrà dire che la Banalità sarà la Forza del mio scrivere.
E così ho deciso: avrei smesso di prendere in considerazione i giudizi che non fossero “specifici”. Avrei smesso di attaccarmi tanto ai giudizi degli altri. Giudizi, non critiche. Le critiche circostanziate, quelle le prendo ancora in grande considerazione, anzi, le voglio, le pretendo.

La cosa buffa che accadde dopo?
Vinsi anche io alcuni concorsi letterari, prima di decidere di smettere del tutto di parteciparvi.
Pubblicai i miei tre romanzi.
E…
In tante recensioni e giudizi di lettori ne appariva sempre uno: trame e temi ed intrecci troppo complicati.
Un po’ di banalità sarebbe stata di auspicio.
Capito?
Amica carissima che ti sei sentita dire che non sei “empatica”: fregatene e continua per la tua strada.

IL “CANON” QUESTO SCONOSCIUTO…

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Da qualche tempo sto documentandomi sullo scrivere “romance”. Fino a poche settimane fa, ero (erroneamente) convinta che sotto la classificazione di genere “romance” rientrassero tutti quei romanzi che “parlassero di amore”, laddove l’Amore e la Storia d’Amore del romanzo fossero i protagonisti assoluti. Credevo bastasse questo, per scrivere “rosa”. Poi, scopro che non è affatto così. Che il genere “romance” ha un canon ben preciso, che se il “fantasy” è limitante per via di alcuni “paletti” che fanno di questo genere, un genere molto chiuso e inquadrato (nel fantasy devono essere presenti fate, nani, folletti, draghi, cavalieri, maghi e streghe, elfi e quante altre figure mitologiche e para-mitologiche possibili) il “romance” lo è assolutamente di più.

Fino a poche settimane fa, sono stata convinta che i miei romanzi (Nient’altro che amare, Sirena all’orizzonte, Mira dritto al cuore) fossero “romance” puri e invece, non lo sono affatto. Debbono pertanto essere inquadrati in quella categoria vaga e forse anche un po’ ibrida che va sotto la denominazione di “mainstream”.

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Queste alcune delle caratteristiche che spiegano il “perché no”:

Da un manuale per scrivere “romance”:

L’eroina romantica deve essere giovane, bellina, carina, snella, intelligente (ma non secchiona), l’ideale di donna che tutte le lettrici del romanzo rosa vorrebbero essere.
(Le mie eroine romantiche sono: bruttarelle, con i denti davanti sporgenti, cicciottelle, goffe, non particolarmente secchione ma presuntuosette, quando, per ragioni di destino, ignoranti perché non hanno potuto studiare)

– Non può provare attrazione per più di un uomo alla volta
(Zannuta ha sei figli con sei uomini differenti, Cecilia amoreggia con tutti e tre gli uomini protagonisti della sua storia, Sarah se li fa un po’ tutti, quelli del libro… vabbe’)

L’uomo/eroe della coppia non deve avere troppa differenza di età
(e qui ci siamo, sei/sette anni di differenza non son tanti giusto?)

Avere posizione di discreto benessere
(Thomas è un archeologo, Rudy un agente di viaggio… Gli uomini di Zannuta sono un marinaio vagabondo, il figlio del sindaco, un contadino, un turista di passaggio. Marco è un “portantino di ambulanza”, Federico studente non lavoratore, Gaetano sì, beh, lui architetto. Ok. Uno ricco gliel’ho messo in uno dei miei romanzi.)

Sensibile ma mai lagnoso. Educato e mai volgare.
(Thomas è taciturno e chiuso, ombroso. Rudy allegro, simpatico sciupafemmine, spesso sfacciato e sboccacciato. Marco in odore di depressione, Federico sempre arrabbiato, Gaetano scanzonato e disilluso. ‘Nzomma…)

Deve trasudare mascolinità: Thomas è indeciso e taciturno. Nega persino l’evidenza di un bacio con la protagonista romantica. Marco innamorato dell’amore, succube di Luisa…
L’eroe è amante ma anche padre e marito fedele: ah ah ah… Thomas ha tre donne/fidanzate e Rudy ne ha una ogni giorno che passa. Sarah si innamora lo stesso.

‘nzomma, vuoi vedere che i miei romanzi NON sono “romance” ?

Ora io so che amiche come Laura Costantini o Angela Di Bartolo (con la quale ho avuto lunghissime discussioni a riguardo) ma anche Heiko Caimi, che in un mio post di qualche tempo fa condannava la pratica di “etichettatura dei generi”, mi direbbero: ma perché vuoi inquadrarti in un genere, perché vuoi confinare la tua scrittura in un cerchio ristretto di regole e dogmi, perché vuoi essere classificata “rosa” quando i tuoi romanzi completamente rosa non sono?

Sinceramente non lo so. So che l’idea di appartenere a un genere mi sorrideva. Il pensare al fatto che le lettrici dei miei libri avrebbero riconosciuto subito, al primo sguardo verso la copertina, la storia d’amore (o le più storie d’amore) in essi contenuta mi dava serenità. Io, se non scrivo d’Amore, non riesco a scrivere. Non mi piace, non ne trovo giovamento. Esattamente come per la lettura: se in un romanzo non c’è anche solo il più piccolo accenno a una storia d’amore (magari anche solo suggerita) faccio fatica a finire quel libro.

Sono un’eterna romantica.

Allora, vorrà dire che sarò “alternativa”. Che il mio scrivere “rosa” sarà alternativo.
Et voilà, inventato un nuovo “sotto-genere”: il romance alternativo. 

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ci vuol così poco per essere felici… 

MANGA OBSESSION

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#‎MangaObsession‬
Mi sono drogata ben benino di storie d’amore agli albori, di rossori violenti, di sorrisi abbozzati, di sguardi carpiti, di baci rubati.
Mi sono ubriacata di appuntamenti mancati, di telefonate non ricevute, di incontri saltati.
Mi sono appassionata ai battiti di cuore all’incontro fortuito di dita e abbracci appena accennati.
Non parliamo poi dei baci, che arrivano solo dopo capitoli su capitoli di riflessioni sui propri sentimenti e quintali di pranzetti fatti in casa cucinati per complimentare il proprio amato.
Ho sorriso, ho riso, ho sospirato, ho sofferto, ho persino lacrimato, in una – tristissima e non a lieto fine – ho persino pianto.
Adesso sono pronta.
Ho imparato a far soffrire i personaggi e di riflesso i lettori.
A cambiare direzione proprio quando si sta pensando che finalmente la storia d’amore si risolve in bene o la situazione negativa scompare.
Adesso so come si fa a far restare il lettore sulle spine fino all’ultimo e per tanti, tantissimi episodi.
I Giapponesi sono geniali. Sono dei veri maestri.
Ho incamerato abbastanza zucchero e melassa.
Posso riprendere a scrivere storie d’amore infinite.

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IL MIO PERSONALE BIGINO SULLA SCRITTURA E PUBBLICAZIONE

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Di Amneris Di Cesare, Venerdì 13 giugno 2014 alle ore 11.08

pubblicato su  F.I.A.E. GROUP OF FACEBOOK

1. devi prima di tutto essere sicuro che il tuo libro sia scritto “bene”. Non serve aver avuto otto in italiano al liceo, essere laureato in lettere, in inglese o in storia dell’arte e scrivere poesie ispiratissime. Scrivere narrativa richiede la conoscenza di certe tecniche che bisogna apprendere e poi subito dimenticare.

2. Consiglio spassionato: fai leggere il tuo romanzo a qualcuno che NON ti voglia così bene da dirti che è bellissimo anche se magari non lo è affatto. Qualcuno che ti dica i suoi dubbi su dove e come non è interessante/comprensibile.

3. Guardati intorno nella rete. Ci sono siti web come Writer’s Dream che hanno un forum apposito dove si discute di questo e siti web che hanno liste di Editori NON a pagamento anche suddivisi per genere.

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4. Controlla nei siti degli editori RIGOROSAMENTE NON A PAGAMENTO il loro catalogo. Controlla se pubblicano il genere del tuo libro. Se è un genere fantasy sei fortunato, ce ne sono tanti di CE che pubblicano questo.

5. Controlla sempre le modalità di invio del manoscritto che la CE ti richiede. Se ti richiede il CARTACEO è inutile che tu invii il manoscritto via email. Se ti chiede SINOSSI, è inutile che tu invii il manoscritto per intero. Verresti subito cancellato.

6. Imposta una SINOSSI. Deve essere di 2 pagine (2 cartelle in Word da 1800/2000 battute spazi inclusi) e deve racchiudere tutta la storia, fino alla fine, ma deve ancheessere scritta in maniera accattivante.

7. Prepara un Curriculum letterario. Se hai vinto un concorso con qualche racconto, se hai partecipato a qualche corso di scrittura creativa; se hai pubblicato con una EAP non lo indicare. Potrebbe essere controproducente.

8. Prepara una mail di presentazione, che sia gentile, educata e SCRITTA BENE! Per scritta bene dico con tutta la grammatica e la punteggiatura e l’ortografia al posto giusto. Sembra assurdo specificarlo, ma ho visto cose che voi umani. In rete ci sono tanti blog di amici e colleghi scrittori che spiegano con un esempio come scriverne una al meglio.

9. Quando sei sicuro di tutto questo, spedisci. Ma NON aspettarti una RISPOSTA IMMEDIATA. Molti hanno fretta e dopo due settimane o anche meno iniziano a tempestare di telefonate le CE. Una risposta da una CE impiega mediamente dai 4 agli 8 mesi. Se dopo 8/10 mesi NON hai avuto risposta, vuol dire che è stato cestinato il tuo manoscritto.

Direi che questo potrebbe essere una base su cui lavorare…

ALTRI PUNTI CHE POTREBBERO SEMBRARE
INSIGNIFICANTI E INVECE NON LO SONO:

1. Controllare sempre le regole di impaginazione ortografica che la CE a cui si vuole spedire in manoscritto richiede. Se non ci sono, attenersi a queste:

  • a) Font: Times New Roman/Calibri misura 12 (ultimamente va molto di moda il Garamond o il Georgia, 14) spaziatura 1,5
  1. b) impostazione pagina: 1800/2000 battute spazi inclusi (in genere è 3,5 margine dx/sx e 4 superiore/inferiore)
  • c) Dialoghi: sempre meglio usare i CAPORALI  <<  E  >>  ultimamente quasi tutte le case editrici vogliono questi.
    Altrimenti ci sono la “LINEETTA LUNGA” —  (si ottiene con Alt+0151 in Ascii) o “le virgolette” (poco usate, perché  usate più spesso per i “pensieri” e le citazioni.
    I CAPORALI non hanno una specifica regola, se non che la punteggiatura
    (PUNTO, VIRGOLA DUE PUNTI E  PUNTO E VIRGOLA) va sempre fuori dal CAPORALE di CHIUSURA mentre PUNTO ESCLAMATIVO E INTERROGATIVO vanno sempre DENTRO)

<<Ciao!>>, disse sorridendo

    Le lineette lunghe invece hanno una regola ben precisa:

    — Ciao, — disse sorridendo — ci vediamo dopo!

se ci sono intercalari, la lineetta lunga deve chiudere il dialogo. Se NON ci sono più intercalari, la lineetta lunga non deve più chiudere.

— Basta, ti ho detto basta!
— E questo chi lo stabilisce?
— Lo dico io, lo stabilisco io.

  • d) I flash back e i pensieri in genere vanno messi in “corsivo“.
  • e) Possibilmente ricordarsi SEMPRE di giustificare il testo sia a destra che a sinistra
  • f) Non dimenticare MAI che Perché (come poiché, giacché) ha l’accento acuto e non grave. Gli editor controllano e ci guardano, dando per scontato che se NON si sa una cosa così elementare, NON si è in grado di curare il testo in maniera adeguata.
  • g) Attenzione alle D Eufoniche. Molte Case Editrici prendono l’uso della D Eufonica a pretesto di un testo Non accurato, altre invece discutono sul fatto che si tratti di scelta editoriale. In ogni caso, la D Eufonica è sempre un bene EVITARLA come le CIMICI!
  • h) Attenzione all’INCIPIT! Molti Editori, a causa dell’enorme mole di carta che ricevono ogni mese in redazione, leggono la prima pagina, l’ultima e qualcosina in mezzo di ciascun manoscritto. Se l’incipit funziona, passano il manoscritto sulla pila dei “probabile lettura!”. E’ forse una leggenda metropolitana questa, ma perché rischiare che invece sia vera? Fare sempre molta molta molta attenzione a come si inizia un romanzo.
  • i) Controllare che i dialoghi siano narrativamente credibili.
  • l) Controllare che i personaggi siano narrativamente credibili e caratterizzati bene
  • m) Controllare che le descrizioni e le figure retoriche inserite nel testo NON siano cariche di iperaggettivazione e periodare involuto. Se si fanno frasi corte e chiare NON significa NON saper scrivere, ma saperlo fare al meglio. Se si è inserita una sequenza di due, tre aggettivi per descrivere una cosa/persona/emozione/sensazione, considerare che un aggettivo, bello, centrato e adeguato è più che sufficiente.

CONSIGLIO PIU’ IMPORTANTE DI TUTTI, che pare assurdo ma invece è FONDAMENTALE:

 

LEGGERE, LEGGERE, LEGGERE
e poi ancora
LEGGERE, LEGGERE LEGGERE!

ho sentito troppi aspiranti scrittori (in genere i più giovani) dire:

“Mi piace tanto scrivere, purtroppo detesto leggere”.

Se NON LEGGI, NON SAPRAI MAI SCRIVERE!
#SAPEVATELO!

Questo bigino è in continua fase di aggiornamento, per cui, qualunque integrazione da inserire nei commenti è gradita e ben accolta.

Grazie

 

Lo specifico maschile in letteratura

Apuleio ha fatto raccontare una storia – in prima persona – a un uomo diventato asino: eppure, ne siamo certi, Apuleio non è mai stato asino; non ha avuto a disposizione risorse d’esperienza. Flaubert diceva Madame Bovary c’est moi, ma siamo abbastanza sicuri che non fosse – né fisicamente né in altro modo – una donna. Marguerite Yourcenar ha scritto Le memorie di Adriano, e ha pure raccontato come ha fatto a scriverle: studiando e studiando, immaginando e immaginando”.
“E Collodi?”.
“Ha raccontato le avventure di un burattino, senza mai essere stato burattino: anche lui senza risorse d’esperienza”.
“Ma lei che cosa vuole dimostrare?”.
“Niente. Dico solo che è normale, raccontando storie inventate, inventare. Inventare anche magari la voce che racconta”.

Grazie, Giulio Mozzi.

vibrisse, bollettino

Masculin_feminin_(Godard)

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