T.J.Klune – John & Jackie[RECENSIONE]

Recensione meravigliosa a John & Jackie di TJ Klune da parte di Francesco Mastinu, sul suo blog “Personaggi in cerca di editore”.
Ma del resto questo libro è un gioiello.

Personaggi in cerca di Editore

Titolo: John e Jackie
Autore: T.J.Klune
Genere: LGBT
Pagine: 112
Prezzo cartaceo: 9.00 euro
Prezzo ebook: 2,99 euro
ISBN ebook: 9788899344986
ISBN cartaceo: 978-1544909301
Traduzione: Amneris Di Cesare

TramaJohn e Jackie si incontrano da bambini. Ora, settantuno anni dopo, Jack si prepara a dare a suo marito l’ultima immensa prova d’amore. Aspettando il tramonto, durante un intero pomeriggio, John e Jackie faranno rivivere cinque momenti chiave della loro vita insieme. Dal primo bacio alla violenza di un padre alcolizzato. Dall’insidia delle tentazioni del mondo alle difficoltà della maturità. Esperienze che hanno determinato quel che sono diventati e definito la  profondità del sentimento che li unisce. Mentre il sole declina, se fin dal primo giorno John non ha voluto altri che Jackie, nel loro ultimo Jackie dovrà farsi forza, vincendo ogni egoismo e remora, per concedere a John la morte decorosa che desidera.

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Prove di traduzione/2 (o i tortuosi percorsi dei traduttori)

Anche questo. Per ricordarmi di leggerlo con attenzione…

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Dopo la pubblicazione dell’articolo Cosa insegnano le prove di traduzione diversi linguaenauti mi hanno scritto per pormi la domanda fondamentale: Sì ma… come si fa a procurarsele? Così ho pensato di raccontarvi anche in questo caso la mia esperienza e di attendere le vostre per elaborare una casistica più o meno affidabile con cui affrontare l’impervia strada della traduzione.

Prima vorrei fare una premessa: se oggi come oggi nessuno viene a bussare alla porta per offrirci un lavoro, nel caso dei traduttori freelance questa verità è ancora più amara. Un freelance deve armarsi di molta pazienza e tenacia (e magari anche di un altro impiego…) in attesa di costruirsi un portafoglio clienti sufficiente a poter fare della traduzione il proprio mestiere. Questo non deve spaventarvi; al contrario, è un incoraggiamento a non arrendervi e a perseverare nel perseguire il vostro sogno, consapevoli che qualche anno di gavetta, di alti e…

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Tradurre o non tradurre? 7 dritte per orientarsi

Ribloggo. Articolo interessante!

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Sarà questione di attenzione selettiva o uno degli effetti collaterali del blog, ma ultimamente mi capita spesso di ricevere, o leggere nei gruppi di traduzione che frequento, messaggi di aspiranti traduttori che chiedono informazioni su questa professione. È sicuramente un bellissimo segnale, perché significa che questo settore è vivo, esercita ancora un certo fascino nonostante tutto, e stimola giovani menti avide di informazioni e suggerimenti per intraprendere questa long and winding (but very panoramic!) road.  Ma gli aspiranti sanno davvero a cosa vanno incontro? Hanno idea di cosa significhi fare questo mestiere? E queste idee sono chiare o ancora comprensibilmente confuse? Forse quello che serve è un po’ di orientamento… così ho pensato di scrivere un post tutto dedicato ai più giovani, basato sulla mia esperienza e su quella di traduttori conoscenti (d’ora in avanti “mia cugina”) per provare a dare una risposta alle domande che viaggiano nell’etere.

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Per…

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PERSIANE ABBASSATE E BRIVIDI DI PASSIONE: ALMENO FACCIAMOLO STRANO!

(foto presa da Google Images –  link al sito)

Avviso ai (pochi) lettori: questo post non fa riferimento a nessun libro in particolare, ma a tutti i self-published (anche quelli scritti da me).

Quanti romanzi abbiamo letto che iniziano con l’Eroe o l’Eroina svegliati dalla luce del sole che filtra tra le persiane?
Quanti invece in cui l’Eroe o l’Eroina passeggiano osservando un punto indefinito all’orizzonte mentre il mare, placido o in burrasca che sia, lambisce con le sue onde il bagnasciuga e magari anche i piedi dello stesso o stessa?
E ancora, quanti incontri avvengono attraverso saluti che son per lo più grugniti, mezze frasi sgarbate ma che poi, statene certi, si trasformeranno in passioni sfrenate?

Di nuovo, continuiamo: Quante Eroine si struggono per amore e smettono di mangiare, deperiscono e … perdono peso?  (Perché è un fatto assodato che le Eroine sofferenti perdono peso a ogni sospiro, smettono di mangiare all’istante, languendo fino al deliquio nelle loro camerette al buio, sì  proprio quelle da cui la luce penetra dalle persiane abbassate o dagli scuri accostati). Mai che un’Eroina sofferente soffra di bulimia e mangi e ingrassi.
Mai.

Proseguiamo? Quanti estratti di romanzi in promozione, con sconti Natale/Pasqua/SanValentino/Ferragosto/BlackFriday/Capodanno che sia, leggiamo sui social ogni giorno citare dal proprio testo passaggi edificanti quali:

  • “lui è una visione per gli occhi, non riesco a distogliere lo sguardo dai suoi muscoli,  dalle cosce tornite e dai bicipiti gonfi, incantata da quegli addominali scolpiti”
  • “l’aveva ormai fatta sua, impregnandosi dei suoi umori densi e caldi”
  • “un contatto bruciante che si insinuava negli strati più profondi dell’epidermide” 
  • “lui entra in me sento ogni fibra del mio essere vibrare ed esplodere in mille schegge di piacere”
  • “la lingua scivola sulla sua pelle lasciando tracce umide di godimento e provoca brividi incontenibili di lussuria”
  • “sussulti di straripante sensualità rompono gli argini del pudore”
  • “e lei seppe di amarlo con tutte le fibre del suo essere
  • “sussultò e sentì il ventre pulsarle di desiderio e di intimo godimento”

Quello che mi domando è: non è che ne abbiamo abbastanza di queste scene?
(Le ho scritte anche io, non credete che ne sia immune solo perché ne parlo, anzi, ne parlo proprio perché non ne sono immune!)

Non siamo stanche di sognare per stereotipi e soprattutto stereotipi così di poca fantasia? (Se stereotipare bisogna, almeno, facciamolo strano!)

Ho seguito il romance per qualche tempo. E per qualche tempo mi sono anche io lasciata coinvolgere. Ma ora? Sul serio? Non siamo ancora stanche di queste irrealtà? Non sappiamo scrivere e descrivere – non dico meglio, per carità, meglio è un concetto astratto, se non soggettivo – ma in maniera diversa i brividi e i sospiri e i tremiti d’amore appassionato?

Probabilmente sono arrivata alla fase in cui la sospensione di incredulità è diventata così ipersensibile da essersi annullata. Quello che so è che non riesco a smettere di leggere storie e questionare su ogni cosa, dall’atteggiamento remissivo di una nonna ottantenne alla passione sfrenata di certe Eroine che si sentono appagate perché il loro Eroe le lega, le umilia, le sodomizza con il massimo del godimento, salvo poi riempirle di docile lussuria e frasi d’amore zuccherose.

Insomma, il romance mi sta annoiando profondamente. Per un periodo abbastanza lungo – e un paio di centinaia di libri letti – certe ovvietà le ho potute evitare leggendo altro genere di narrativa, ma oggi anche la Lgbt/MM inizia a essere tutta uguale, stesse tematiche, stesse situazioni, stessi cowboy innamorati e cuccioli indifesi (crudeli Navy Seals o Soldati Senza Scrupoli che si commuovono davanti a un gattino spelacchiato raccolto in un canale nella “pampa sconfinata” del West, pericolosi Marines in preda a PTSD che si curano al suono del respiro dell’amato che dorme accanto a loro, e così via…) e soprattutto stesse scene d’amore e di sesso, tutte uguali, tutte ormai create con lo stampino.

Il fantasy, che un tempo era il mio angolo tranquillo dove rifugiarmi per svagare la mente ormai è un ripetersi di scene o di sesso sfrenato alla stregua di Game of Thrones o epiche  e medievalegganti del tipo Il Signore degli Anelli, e quando si vuole uscire dagli schemi del Fantasy e si entra nel Fantastico, ecco apparire come d’incanto Angeli e Vampiri e Licantropi e amenità del genere, tutti immersi nella contemporaneità di una high school americana o una “scuola per maghi” in stile Hogwarts. Tutto un riprodurre le stesse storie all’infinito, e il non preoccupandosi neppure di ricalcare persino gli stessi cliché.

Vero, non si inventa più niente. Tutto è già stato scritto.
Ma per l’amor del cielo, per lo meno, abbassiamo quelle serrande fino in fondo, ché quelle lame di luce danno fastidio agli occhi e troviamo modi differenti per descrivere brividi e sospiri. Tutte, io inclusa
Così, giusto per fare esercizio di stile. Se non altro. 

#BABBERS SU #WATTPAD: TERZA PUNTATA

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Continuano i miei consigli di scrittura su Wattpad. L’elenco completo:

1. Prendiamola alla larga: perché scrivere? 
2. Cosa serve per scrivere
3. Sempre sugli attrezzi da lavoro

Prossimo appuntamento:
4. D eufoniche, accenti, apostrofi.

Stay tuned!

SEMPRE SUL CREDERE: OGNI TANTO MI CAPITA DI RAGIONARCI SU

claudio-belotti-credere-extraordinary-750x400Immagine pressa da google (http://www.claudiobelotti.it/credere-sognare-e-vivere/)

Credere.
Hai detto niente.
Ultimamente è sempre più difficile.
Sempre più gravoso avere quella fiducia incrollabile e quell’abbandonarsi a braccia aperte che implica l’essere devoti e avere Fede.

Intendiamoci, non è difficile Credere in Dio. In Dio Padre e Onnipotente è facile. Se non altro perché ne ho bisogno. Ho bisogno di credere e quindi voglio. Che sia giusto oppure no, (il solo fatto di voler credere non è che sia proprio la stessa cosa che aprirsi a volo d’angelo e lanciarsi senza paura nel vuoto, sapendo – più che sperando – che dall’altra parte vi sono un paio di braccia forti che ti accolgono, siamo sinceri!), sinceramente non mi importa. Voglio credere in Dio. Voglio credere che ci sia un’Entità Superiore all’altro lato del cammino che mi aspetta e che mi dirà, alla fine della Vita, se ho fatto giusto oppure no durante questa parte della mia personale Eternità.

Ho sempre pensato che la religione mi fosse strumento per dimostrare, in un modo o nell’altro, il mio amore per questo Dio in cui voglio così tanto e tanto disperatamente credere. Se devi dire “ti amo” a un amante, oltre che alle parole ti puoi impegnare per un periodo più o meno lungo a scegliere il regalo più giusto per dirglielo senza aprire bocca, oppure puoi abbracciarlo, baciarlo, insomma avere con lui un contatto fisico di qualche tipo. Oppure puoi fare dei sacrifici, arrivare a sacrificare la tua stessa vita per dimostrargli il bene che vuoi. Stessa cosa avviene per un amico o un figlio, con modalità e intensità di sentimenti differenti.

Ma con Dio? Come gli dimostri che lo ami?

Attraverso il rispetto di dogmi che una religione, piuttosto che un’altra, ha stabilito in tempi antichi. E da qui, la decisione che la mia religione mi andava benissimo. Era un buon strumento per dimostrare di amare il mio Dio. I Sacramenti, i Comandamenti, la Preghiera, la Comunione intima con lui attraverso un Dialogo interiore. Il Rispetto e la Carità verso gli Altri miei simili che ho imparato a considerare Fratelli. E il NON GIUDICARE, (una delle azioni più aberranti, quella del giudicare che un uomo possa fare), soprattutto quando non si è capaci di guardarsi allo specchio e di guardare a se stessi di rimando.

Dicevo: era un buon strumento.
Era.

Oggi lo sta diventando sempre meno.
E’ come quando da adolescente riponevo tutta la mia fiducia nella figura materna. Mia madre poteva essermi Amica perché mi aveva messo al mondo, e, secondo il suo stesso ragionamento, chi più di una madre poteva esserti leale e volere il tuo bene, dato che appunto ti aveva generato? A sedici diciassette anni compresi che non era possibile. Una madre può esserti amica fino a un certo punto. Poi arrivano la vita reale, i problemi, il confronto con gli altri, e il divario di generazioni e di anima stessa impediscono all’una di comprendere le esigenze dell’altra e viceversa.
Fino a qualche tempo fa – anni fa – la mia religione era come un’amica, una madre che mi accoglieva e mi ascoltava dandomi le risposte giuste.

Ma poi sono cresciuta.
Sono uscita dal guscio.

Ho, forse commettendo un peccato originale come Eva nel mangiare la mela, cercato di esplorare mondi differenti dal mio. Mondi forse un po’ più audaci, più anticonvenzionali, più… umani. E mi sono resa conto di aver vissuto in una sorta di cappa di vetro che mi aveva alienato dal resto del mondo, mi aveva estraniato permettendo oltre tutto di far crescere in me una sorta di arroganza e presunzione.

Quel vetro prima si è crepato e poi è andato in frantumi.
E io mi sento fuori, nel mondo e senza più protezione.

Voglio sempre credere in Dio. Lo voglio fortissimamente, ma non ho più la protezione, la “copertina di Linus” della mia religione a proteggermi. Perché vedo ciò che prima non vedevo, in quella religione: l’intransigenza, la corruzione, la depravazione e soprattutto l’incoerenza.

Sento condannare chi ha, per natura un modo differente di sentire la vita e la fisicità della vita stessa ma premiare chi i dogmi della religione che dovrebbe proteggermi li ha più volte calpestati, talvolta anche in maniera disgustosa. E ciò mina anche la mia capacità di credere. La mina alle fondamenta stesse del mio voler credere.

E’ triste. Ma così è.
Forse devo cercare un nuovo strumento per dimostrare il mio amore per Dio. Uno strumento più ampio e tollerante. Uno strumento non giudicante.

Lo troverò?

TREDICI: RAGIONI PER LEGGERE IL LIBRO E GUARDARE LA SERIE TV

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Sui Social Network ne stanno discutendo in questi giorni, rimbalzandosi pareri e osanna: Tredici, tratta dallo YA dal titolo Th1rt3en reasons why del 2007, scritta da Jay Asher e adattata da Brian Yorkey per Netflix, resa disponibile dal 30 marzo u.s. Le opinioni che si sentono in giro sono tutte entusiastiche e ci si consiglia la visione con un tam tam impressionante che vaga da social a social, da un post all’altro.

Inizialmente doveva essere realizzato un film con Selena Gomes come protagonista principale nei panni di Hannah Baker. Ma alla fine del 2015 la Netflix ha comperato i diritti per l’adattamento e ne è stata realizzata una serie di 13 episodi, uno per ogni ragione che spinge Hannah al suicidio.

Perché la protagonista in realtà non c’è più. Hannah Baker, 17 anni, si è uccisa e racconta le 13 ragioni che l’hanno spinta a compiere il gesto estremo in 7 cassette registrabili, ogni lato dedicato a una ragione e alla persona che quella ragione ha provocato.

Ho visto prima la serie TV. Molto bella, molto ben fatta, rispettosa delle tematiche e della trama del libro. Libro che ho acquistato durante la visione e che ho appena terminato di leggere. La cosa sorprendente di questi due prodotti, libro e serie TV, è che sebbene siano praticamente l’uno la propaggine dell’altro possono altresì considerarsi due entità separate.

Nel libro la storia è ridotta al’essenziale: il racconto della progressiva alienazione ed emarginazione di Hannah e la reazione di Clay, l’unico compagno di scuola che la “vede” realmente per ciò che è senza lasciarsi condizionare dai pettegolezzi e le cattiverie dei compagni di scuola, e che rimane devastato dal gesto della ragazza che segretamente amava e che solo per un momento ha potuto stringere tra le braccia, è scarno e ridotto al minimo anche se narrato in presa diretta in contemporanea dalla protagonista (attraverso la voce revistrata sul nastro) e di Clay, appunto, che ogni tanto commenta e spiega la sua versione e visione degli avvenimenti narrati. In ogni caso il romanzo lascia totalmente spazio al bisogno di Hannah di spiegare, di descrivere ciò che ha vissuto e si focalizza sulla sua visione della situazione.

Nella serie la vicenda è più approfondita ed entrano a far parte della trama anche realtà parallele, come la vita e i problemi famigliari sia di Hannah che di Clay, le responsabilità scolastiche e i tentativi di depistaggio da parte del corpo insegnante, lo scaricare le responsabilità ora a questo ora a quel professore solo per evitare di pagare un risarcimento esorbitante, ma soprattutto le reazioni parallele dei compagni di Hannah chiamati in causa e fautori della decisione drastica della ragazzina. Molto interessante questo aspetto aggiuntivo perché in qualche modo corrobora la sottintesa denuncia alla società odierna di corruzione e ipocrisia e la totale incapacità dei giovani di gestire le conseguenze di azioni sbagliate e l’indifferenza nella quale tali conseguenze sembrano galleggiare.

Il libro è breve ma estremamente avvincente. La voce di Hannah imponente e talmente incisiva da colpire al cuore ogni volta con un colpo secco e ben assestato. La presenza di Clay è corroborante ma non invadente.

La serie televisiva è anch’essa discreta, rispettosa del tema che tratta: body shaming, slut shaming, bullismo, violenza carnale, voyerismo, stalking. Non c’è autocompiacimento non ci sono particolari effetti speciali volti a dare alla narrazione momenti di suspense o di colpi di scena eclatanti, per lo meno, quelli che ci sono sono quelli della trama originale, nessuna invenzione nessuna deviazione dal percorso iniziale, cosa che invece ultimamente non avviene nelle trasposizioni cinematografiche e televisive di libri noti.

Il libro e la serie trattano di argomenti di grande attualità e descrivono un mondo, quello degli adolescenti di oggi, con occhi schietti e senza sconti, realistici e pertanto ancor più doloroso è il rendersi conto di come sia difficile riuscire a traghettare i ragazzi dall’infanzia all’età adulta senza che nel percorso si feriscano a volte inesorabilmente.

Per lo meno il libro, forse più semplice e meno d’impatto emotivo, lo raccomando come lettura anche ai giovanissimi, anche se – forse – dietro la supervisione di un adulto competente. Perché è utile.

Voto: cinque stelline piene.

Tredici Jay Asher

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 246 p. , Brossura
EAN: 9788804626114

Età di lettura: Young Adult

 

 

 

 

CAMP NANOWRIMO: PROVA SUPERATA

 

E in largo anticipo!

La cosa bella del NaNoWriMo è che ti spinge a dare il massimo, di pigiare sull’acceleratore della tua scrittura senza pensare alle conseguenze successive (editing, correzione bozze, congruità e caratterizzazione, ecc.) ma lasciarti andate a tutta velocità come su una moto lanciata all’estremo, in una strada libera senza semafori o incroci e pensare solo ad arrivare alla fine della narrazione e solo allora tirare un sospiro di sollievo e dire
WOW!
Che corsa!
Che brividi!
Che sballo!

Il Camp NaNoWriMo rispetto al contest di Novembre ha una marcia in più: le Cabin. Che puoi scegliere random oppure puoi formare con altri 11 amici e dentro le quali puoi chattare e discutere di scrittura, di ciò che stai scrivendo e confrontarti su vari fronti. Aiuta a sentirti parte di un tutto di scrittura e meno solo in questa corsa folle verso le 50.000 parole in un mese. E anche su altri fronti perché sei ti ritrovi a doverti fermare per una ragione o per l’altra, i membri della tua cabin possono fare il tifo per te e spronarti a riprendere il ritmo.

Ho iniziato a scrivere PRIMA che il Camp NaNoWriMo iniziasse, l’ho già detto. E sono già arrivata alle 50.000 parole. Adesso devo trovare il modo di rallentare chiudere la storia che ho con così tanta forza raccontato. Speriamo di riuscirci. Almeno un po’ prima delle 70.000 visto che sono già a 58.228.

Ma a tagliare si fa sempre in tempo. Fa male ma si può fare.
Lo farò, magari revisionando il romanzo al NaNoWriMo di Novembre.

IMPOSSIBILE INGABBIARE L’IMMAGINAZIONE

 

 

Per anni ho lottato contro la pianificazione di un romanzo, quasi fosse una sorta di “scorciatoia”, di “ti piace scrivere facile” a usare un outline. Il solo pensiero di schematizzare e strutturare, di ridurre un’idea a un “progetto” mi faceva venire i brividi: era come se l’ispirazione venisse ingabbiata in statistiche, algoritmi, schemi. Mi sembrava di reprimere la creatività assoggettandola al mero opportunismo e alla mania di programmazione.
E poi mi sono arresa.
Ho pianificato.
Ho strutturato.
Ho schematizzato.
E la cosa buffa è che l’immaginazione corre veloce ugualmente, forse anche con maggior indipendenza. La mente, nonostante gli schemi e l’outline, non è in controllo sulla fantasia che vola a briglie scioltissime e addirittura si permette il lusso di deviare il percorso andando dove pare a lei, pur restando fedele alle tappe prestabilite.
Insomma, l’estro non si ingabbia.
Nemmeno volendo.

 

GLI AUTORI CHE VORREI VEDER TRADOTTI: SUKI FLEET

Inauguro oggi una sorta di rubrica di recensioni di romanzi scritti da autori stranieri che meriterebbero di essere tradotti e pubblicati in Italia. Ce ne sono tantissimi, pubblicano in self-publishing e scrivono romanzi “romance” e “lgbt” bellissimi, e non necessariamente inquadrabili in un genere che troppo spesso viene considerato limitante. E’ il caso di Suki Fleet, autrice inglese, già insignita di svariate premi prestigiosi e ancora sconosciuta in Italia. Presto avrò l’onore di tradurre il suo romanzo “cult”, This is not a love story, pubblicato con la Dreamspinner Press, vincitore di numerosissimi premi, e di cui ho già parlato qui, in una recensione a firma Annemarie De Carlo.

Suki Fleet scrive romanzi MM insoliti e inconsueti. La maggiore differenza tra un romanzo Lgbtq e un romanzo MM è quella di trama lineare e incentrata sullo scoppio della passione tra la coppia leader romantica e l’insostituibile lieto fine (caratteristica presente nei MM) che si contrappone, invece, alle tematiche più impegnate e dominanti, proprie del vivere gay (e argomenti predominanti nella narrativa LGBTQ). I suoi romanzi possono essere definiti “agro-dolci” per la durezza delle tematiche affrontate e per il sollievo di un finale lieto e potrebbe inquadrarsi a metà tra la narrativa puramente MM e quella Lgbtq.

I testi di Suki Fleet non sono incentrati sulla storia d’amore tra i due protagonisti principali, invece, ma sull’introspezione psicologica e la maturazione di entrambi attraverso l’esperienza cruda della vita e quella dell’amore che lentamente nasce e si sviluppa tra i due. Perché Suki Fleet racconta storie estreme, cariche di dolore e sofferenza che affliggono i personaggi da molto prima che la storia inizi a essere raccontata. Può essere una colpa ingiusta attribuita a uno dei protagonisti, o un incidente che ne ha menomato il corpo, una violenza subita e nascosta ma che da anni divora l’intimo del personaggio o il senso di solitudine e abbandono che si impone e si allarga nell’anima dello stesso. Problemi comunque di gravità intensa, sofferenze al limite del sopportabile. Suki Fleet racconta la vita di persone che spesso si lasciano condurre dalla corrente inesorabile della vita perché non hanno la forza necessaria per provare a contrastarla o anche solo tentare di risalirla, a cambiare percorso, a deviarne il corso, a cambiare la direzione ineluttabile verso l’oblio. Nelle storie di Suki Fleet c’è sempre un ritmo calmo e doloroso di descrivere fin nei minimi dettagli le emozioni, i dubbi, le angosce, gli incubi, e questa mancanza di frenesia mostra immediatamente al lettore la rassegnazione da parte dei protagonisti a subire le disgrazie e le torture che il destino ha assegnato loro, rendendolo così partecipe di un realismo che attanaglia e attrae, dimostrandogli altresì di non star leggendo il solito romanzetto banale ma storie che, seppur immaginate, hanno il pregio di rappresentare la realtà senza edulcorazioni e con una dose di spietatezza davvero rimarchevole.

E’ il caso di Innocence, meraviglioso romanzo ambientato nei campi gypsie, dove il giovane e, appunto, innocente Christopher è costretto a confrontarsi sia con la propria identità e quindi coi primi approcci sensual-sentimentali attraverso l’attrazione per un uomo più grande, misterioso e proibito e alla fine con la manifesta ostilità paterna. Il tutto assoggettandosi alle regole del campo in attesa dell’occasione giusta per scappare da quella condizione di sottomissione obbligata insieme al fratellino quindicenne che spera solo di poter ritrovare la madre fuggita anni prima e mai più ricomparsa. In questo romanzo Suki Fleet descrive situazioni ed emozioni con un linguaggio crudo ma al contempo gravido di lirismo che immerge il lettore nello sconforto e nello smarrimento dei giovani protagonisti in maniera davvero mirabile.

E’ il caso anche di The Glass House, dove Sasha, diciassettenne disadattato, senza speranze per il futuro percepisce ogni singolo attimo di vita come incombente  seppur fragile ed effimero, trascinandosi con sofferenza attraverso le  sue giornate grazie solo all’arte che riesce a produrre attraverso l’assemblaggio di cocci di vetro, aguzzi e taglienti come il dolore che il passato nascosto e negato già attanaglia la sua pur giovanissima età. Solo Thomas, compagno cicciottello e testardo riuscirà a fare breccia in quella coltre spessa di tenebre e a rischiararne sempre più i contorni fino a ridargli speranza e voglia di vivere.

E’ il caso di tutti i romanzi di Suki Fleet, nei quali la scrittrice di MM inglese dipinge la vita a tinte fosche e inietta in esse colori dalle tinte sanguigne, grondanti di sofferenza e ineluttabilità, lasciando pochissimo spazio alla speranza e alla redenzione ma che, con l’arrivo del lieto fine, porta con sé anche insegnamento ed esperienza. Un’autrice che meriterebbe di essere tradotta e apprezzata perché sebbene i suoi testi non siano mai semplicemente racconti facili per brevi momenti di svago, non sono comunque neppure banali ma anzi, galvanizzano senza forzare e lasciano sempre qualcosa di profondo al termine di ogni lettura.

This is not a love story, primo romanzo di Suki Fleet ad arrivare in Italia sarà pubblicato con Amarganta nella seconda parte del 2017