RECENSIONI, BELLE O BRUTTE, SI ACCETTAN TUTTE

(google images)

 

Micro Recensione per MIRA DRITTO AL CUORE

(grazie infinite, Gianna Martelozzo!)

Micro Recensione per VORREI AVERTI ADESSO

Grazie infinite, Erika! Di cuore!

Micro Recensione per FIGLIA DI NESSUNO

Dispiace non averti soddisfatto, Sofia Abbate. Sul serio.

 

Micro Recensione per FIGLIA DI NESSUNO

Grazie di Cuore, Bruno Barillà!

 

Ma per favore, non smettete di postarle. Belle o brutte che siano, le accetterò tutte!

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AMICHE…

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Ci sono amiche che ti restano vicine tutta una vita. Che ti telefonano tutti i giorni. Che appena stai male o hai bisogno sono subito sotto casa, per sostenerti, per abbracciarti, per anche solo dirti: dai che passa. Ci sono amiche con le quali litighi furiosamente, vi scambiate parolacce indicibili, vi sbattete reciprocamente in faccia le peggiori accuse, le più assurde recriminazioni ma basta un giorno, due, senza sentirsi e ci si ritrova di nuovo insieme ad abbracciarsi e a chiedersi perdono vicendevolmente.

Ci sono amiche che senti ogni tanto. Che sono occupatissime tra casa, marito, figli, lavoro e genitori anziani da accudire. Che lasciano passare il tempo perché il tempo non basta mai e quando sei pronta a fare quella telefonata, l’orario non è mai adeguato. E quindi rimandi a domani. E domani non è mai l’indomani. Ma quella volta che per caso riesci a incontrarle è come se non vi foste mai lasciati, come se vi foste visti il giorno prima.

Ci sono amiche che sai che ci sono. Anche se non le senti da anni. Perché sai che nel momento in cui le chiami sono pronte a esserti vicino, ad ascoltare i tuoi sfoghi, le tue stronzate e ti prenderanno sul serio come se avessi appena raccontato la Teoria Quantistica dell’Universo, e non ti giudicano e non ti criticano ma al massimo ti dicono in faccia la verità più cruda.

Ci sono amiche che non hai mai conosciuto. Ma che diventano amiche non appena le incontri. E sono uguali a quelle che hai appena descritto qui sopra.

Ci sono amiche che non sospettavi di avere e che scopri dopo decenni. Ma che ti fa bene sentire ogni tanto o più spesso, o sempre e soprattutto ti fa bene sapere che ci sono. In ogni caso.

Ci sono amiche.

Ed è bello che ci siano.

 

MISTERIOSO E’ IL CUORE A BREVE IN INGLESE SU TUTTI GLI STORE

 

Translated by Rosemary Dawn Allison 

On Kobo :  https://www.kobo.com/it/it/ebook/mysterious-is-the-heart  

On Amazon and other Online Stores soon. Stay Tuned!

Orlando is a painter with a cantankerous character and a soul in tumult, he is already more than fifty years old, he feels old and with no possibility of new stimulus, of new inspiration. A proud man and an “unrepentant imperialist” as he loves to define himself, for some time he has seen life flowing through his fingers like sand and had no idea of how to get it back. Elvira is a young woman disappointed by destiny, mostly sentimental. Suddenly abandoned by her boyfriend she feels betrayed and her soul emptied. Padre Alfonso is a strange priest: undisciplined, non-conformist he loves to graze souls and when the occasion arises have them meet. Orlando has been commissioned to do a work and he has Elvira as the subject to inspire the basis of something that could return soul and joy of two people who believe to have lost them irredeemably.

Mysterious is the heart (Misterioso è il cuore) received a special mention for the Vico Sul Gargano Prize for Short Novels 2008. la menzione di merito Premio Vico Sul Gargano – Romanzi Brevi 2008 Also contains the story Hearts on the Network, which received a prize at Stories on the Network –2003

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Author’s biography: Italian, born in Sao Paulo – Brazil, mother and wife first, writer in second place, scout and publisher’s catalogue section coordinator, and translator.  Amneris Di Cesare, Italian born in Sao Paulo, Brazil, lives in Bologna. Married to a Calabrese doctor, mom and full-time wife, works as a free-lance journalist for women’s magazines. Since 2005 she manages the F.I.A.E. – Independent Forum for Emerging Authors (http://fiaeforum.freeforumzone.leonar…), either group and self editing workshop for emerging writers. Published the essay “Mama or not Mama: the challenge of being mothers in the world of Harry Potter ” for the beneficial anthology “Potterology: Ten essays on the universe of JK Rowling” (Camelozampa 2011), one of her short stories, titled “Fang” is present in the beneficial anthology of short animal stories “Code di Stampa” (Edizioni La Gru 2011). In 2012 she published her first novel, Nothing but love (Edizioni Centoautori), which was the winner of the Mondoscrittura Literary Award, and in 2013 she took part in the educational school project coordinated by Manuela Salvi “Next stop … Italy!” (Onda Editore) writing the chapter dedicated to the region of Calabria. Di Cesare edited the beneficial anthology “Dodicidio” for the project POP Edizioni La Gru, she wrote the chapter “February” (2013) and won the contest “Jane Wanted” organized by Edizioni Domino, which released her novel “Siren on the horizon”. On June 24th 2014 her third novel “Straight to Heart” was released by Runa Editrice, and since Edizioni Domino closed in late 2014, Amarganta Edizioni released the novel Siren on the Horizon as an e-book. A new essay on Harry Potter’s mother and minor characters was released by Runa Editrice in January 2015. She has been given the job by Amarganta Edizioni as fantasy and children’s sections coordinator as well as scout for foreign rights and translator of manuscripts in English and Portuguese.

GLI ANNI PASSANO E…

Pixabay free copyright image

Gli anni passano e la morte si avvicina.

Era una specie di mantra, lo diceva sempre mia nonna e ogni volta che lo diceva sembrava parlare di qualcosa di alieno, di talmente lontano dal nostro immaginario e cosciente da farla sembrare una sorta di marziana menagramo.

Oggi, a un mese quasi di distanza dal mio compleanno – che come da decenni a questa parte ho trascorso completamente sola, ma con mucho gusto – e a soli tre anni dalla sesta decade di vita, mi rendo conto che questo pensiero ricorrente di mia nonna non è poi così lontano e astratto.

Perché mi capita sempre più spesso di pensare alla morte.

Attenzione, questo non è un post “depresso” di una persona che sta meditando di lasciare questo mondo, non è neppure una sorta di “sfogo” nel quale io mi aspetto milioni di risposte del tipo “non ci pensare, la vita è bella!”.

Lo so che la vita è bella. Io adoro la mia vita, e sopratutto questa vita.

Non cambierei la mia epoca per quella di nessun altro, solo ecco… mi piacerebbe che davvero una volta “tornati” da dove siamo venuti ci fosse la possibilità di una seconda chance e di essere rispediti sulla terra a viverne un’altra, magari nel futuro.

Perché se penso alla morte, quello che più mi intristisce è “la mancanza del futuro” in questa equazione. Il non poter vedere cosa ci sarà “dopo”. Il non avere più nozione degli amici e degli affetti di questa vita qui.

Sì, chi crede pensa che comunque si possa finire in una sorta di “bolla” temporale parallela, dove si può assistere a tutto senza però poter interagire con chi ci è caro. Il problema è: e se non fosse così? Se non fosse vero?

In ogni caso, più passa il tempo e più ci penso.

Mi sveglio la mattina e penso: chissà se domani potrò fare realmente questa cosa che ho programmato? Chissà se riuscirò a finire di scrivere quello che ho pianificato adesso di scrivere? Chissà…

Mi sento come in una sorta di stallo, di precarietà, di incombente.

Non sono più la persona fiduciosa e sicura di un futuro come lo ero anche solo un anno fa.

E non ho capito bene perché mi stia succedendo, né se è cosa buona questo vivere alla giornata, al minuto che passa. Però mi capita di rendere grazie più spesso e questa, secondo me non è cosa negativa del tutto.

La tristezza unica è che una volta che non sarò più su questa terra, nessuno si ricorderà di me e delle cose che ho scritto verrà fatta carta straccia. Anche il web non è eterno.
E devo farmene una ragione.

Perciò, Buona Giornata a tutti voi.
Sono tornata, ma come potete vedere, più riflessiva e fatalista, forse.
Sicuramente con più voglia di fare, di fare in fretta ciò che vorrei concludere.
Non ho più tanto tempo.

Dovessero anche restarmi anni e anni, quello che resta è pochissimo.
E devo farne tesoro.

 

SI’, SONO QUELLA CHE SCRIVE QUELLA ROBA LI’

Sul Blog Babette Brown Legge Per Voi un mio articolo su un argomento che in questi giorni ha tenuto banco sui social con innumerevoli polemiche. Questo il mio pensiero a riguardo:

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Un estratto del mio articolo. Se volete leggere l’articolo integralmente, qui in questa pagina

Allora quando è cominciata col romance? Sono onesta. Dopo aver letto Danielle Steel e, arrabbiata per la povertà stilistica della maggior parte dei suoi romanzi, mi dissi “ma quanti ne vogliono scritti così? gliene scrivo uno al mese!” E nacque il mio primo “romance”. Solo che non era affatto romance. Siccome non riuscivo a mantenere la storia sui binari canonici

dell’ incontro + scintilla che scocca + passione che sboccia + conflitto + separazione degli amanti + angoscia + incontro + chiarimento + lieto fine,

anche quel romanzo era troppo complicato e crudo per essere “romance” e scoprii poco dopo che c’è un genere che descrive quello che non è puramente rosa, ed è il “women’s fiction”. Pure lui non troppo popolare, mi dicono.

Ma la svolta è stata quando mi fu commissionato un manuale di scrittura romance. Scoprii che di “rosa e romance” non conoscevo nulla. Non sapevo da che parte cominciare. E da dove si comincia, quando si vuole conoscere qualcosa di cui si è quasi totalmente all’oscuro?

Si comincia dal fare domande. E domande le ho fatte. Trovate sul blogroll di questo blog le interviste che ho fatto sul romance in questi tre anni di indagine. E si legge. I libri rosa scritti dalle autrici e gli autori più… autorevoli (perdonate il bisticcio di parole). Si domanda, si legge e… si studia.

Ho scoperto così che il “romance” o “rosa” nasce dall’esigenza, alla fine dell’800 delle donne di far sentire la propria voce, di parlare e di leggere dei propri problemiIl “primo rosa” infatti non era poi così “roseo”. Raccontava di matrimoni combinati e mancanza di amore, di donne depresse e distrutte, desiderose di un po’ di sollievo da quello che immaginavano fosse il loro karma, il loro destino. In pratica, il “rosa” è il primo, vero grido di autonomia e indipendenza della donna. La prima vera, autentica rivendicazione dell’essere femminile. Certo, con altre regole e scopi, ma pur sempre la prima alzata di voci di donne in mezzo a un coro di voci perennemente maschili.

Non sono cambiate molto le cose in quasi 200 anni di storia del rosa. Le donne ancora oggi vogliono sentir parlare e leggere del loro mondo, dei loro problemi, soprattutto vogliono sentire parlare di amore. Di un amore spesso irrealistico, magari, ma pur sempre un moto dell’anima, un impulso, un’esplosione di sensazioni. Di sensualità, anche, certo. E perché mai non dovrebbero?

RECENSIONE: I CENTO COLORI DEL BLU DI AMY HARMON

21841402Comprato in offerta su Amazon, senza sapere che l’autrice è la stessa di Making Faces (che sto leggendo adesso e che nella versione italiana il titolo è Sei il mio sole anche di notte), edito da Newton & Compton per l’Italia.
Mi è piaciuto. Prima di tutto perché la protagonista è diversa dalle solite.  E’, ok, bellissima ma una bellezza che intimorisce e un carattere sgradevole, ribelle, ostile. La sua storia è devastante, dura, difficile e stringe il cuore fin dalle primissime battute. Il rapporto con Darcy Wilson, il suo professore di storia e poi affittuario e amico cresce piano piano, lentamente come è giusto che sia ed affascina proprio per la bravura nel dipingere un rapporto che inizialmente sembra destinato al fallimento.
La scrittura è fluida, il narrare sicuro e interessantissime sono le citazioni letterarie e le leggende indiane. L’ambientazione è insolita, se non altro non comune ai romance e questo è di sicuro un valore aggiunto.
Non ho apprezzato molto un unica scelta narrativa, che ho interpretato come forzata per27237358 poter essere inserita nella storia ma che secondo me mal si sposa con il carattere della protagonista: la madre di Wilson, di nascosto parla male di lei, la giudica, la infanga e lei per tutta risposta decide di lasciare sua figlia in adozione alla sorella di Wilson? Per quanto gentile, affettuosa e importante per la carriera futura di Blue, è una reazione che non si addice umanamente a un essere umano umiliato in quel modo. E dopo aver accettato di lasciare la figlia in adozione, la “futura suocera” l’accetta senza più pensare che sia una sgualdrina inadeguata per la posizione del figlio? Tutto cancellato, tutto perdonato? Sappiamo bene che le cose non funzionano in questo modo. Avrei preferito una soluzione dolce-amara, un’ostilità magari mitigata e mascherata ma comunque non nascosta da parte della madre di Wilson e Tiffa piuttosto che un “tarallucci e vino” così plateale.
Ma comunque una lettura avvincente, nuova per certi versi, di sicuro piacevole. E se di romance si tratta, un bel romance non banale e soprattutto non carico di cliché. Non è cosa da poco, in tempi come questi dove il luoghi comuni si sprecano.

 

IL MIO PERSONALE BIGINO SULLA SCRITTURA E PUBBLICAZIONE

Me ne ero dimenticata…
Ma ricordare non fa male!

Sono Solo Scarabocchi

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Di Amneris Di Cesare, Venerdì 13 giugno 2014 alle ore 11.08

pubblicato su  F.I.A.E. GROUP OF FACEBOOK

1. devi prima di tutto essere sicuro che il tuo libro sia scritto “bene”. Non serve aver avuto otto in italiano al liceo, essere laureato in lettere, in inglese o in storia dell’arte e scrivere poesie ispiratissime. Scrivere narrativa richiede la conoscenza di certe tecniche che bisogna apprendere e poi subito dimenticare.

2. Consiglio spassionato: fai leggere il tuo romanzo a qualcuno che NON ti voglia così bene da dirti che è bellissimo anche se magari non lo è affatto. Qualcuno che ti dica i suoi dubbi su dove e come non è interessante/comprensibile.

3. Guardati intorno nella rete. Ci sono siti web come Writer’s Dream che hanno un forum apposito dove si discute di questo e siti web che hanno liste di Editori NON a pagamento anche suddivisi per genere.

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SFIDA PER L’EGO ACCETTATA

 

Qualche mese fa sui social girava una sorta di “Sfida” a postare una propria foto vecchia, per non ricordo più bene quale iniziativa “benefica” e “virale”. Come sempre mi accade, seguo le mode a modo mio. E ho sì pubblicato una serie di ritratti di me stessa, fotografie fatte in svariati periodi di vita, ma non l’ho fatto per seguire quella “catena di S.Antonio benefica” dei social. L’ho fatto, invece,  per  “violentarmi”. E postare le mie immagini, dai quattro anni di età a quella di oggi. Sono le immagini di una me stessa passata che mano a mano che passa il tempo si avvicina a quella di oggi.

Non ho mai avuto il culto dell’immagine. E non amo neppure tanto mostrare le foto di vent’anni fa, le foto “di quando ero bella”, per dire. Ho sempre avuto molta “paura” dell’immagine. Paura di innamorarmi della mia immagine e farne una vera ossessione. Sì, ero una bella ragazza. Ma non mi sentivo tale, non mi sono mai sentita bella. E quando qualcuno mi cercò di convincere a far della mia immagine una professione (feci anche io, come tante, casting per entrare in un’agenzia per fotomodelle), ricordo che scappai a gambe levate. Non amavo la spinta che questo tipo di lavoro ti imponeva: quella di guardarti sempre allo specchio e osservarti in tutti i più piccoli difetti e importi di eliminarli uno per uno. Io li volevo i miei difetti. Ma io sono sempre stata una ribelle, in tutti i sensi.

Dai 35 anni ai 50 anni, per dire, mi sono rifiutata di farmi fotografare. Non esistono foto mie di quel periodo. Neppure prese per sbaglio. Perché odiavo talmente l’idea di esser ritratta, di avere la mia immagine stampata su carta che appena compariva una macchina fotografica io scappavo e mi nascondevo. Per anni ho evitato di mettere la mia foto su Facebook nel profilo. Ancora oggi, dopo un po’ devo toglierla perché mi dà fastidio.

Perciò il pubblicare i miei volti di ragazza e di donna, in qualche modo è stato come usarmi violenza. Non tanto per ricordare come ero da giovane, lo so bene come ero, o farmi fare complimenti per quella che ero, ma per mostrare il mio volto odierno e dimostrare a tutti cheEhi, ecco, adesso sono così. Questa è la mia vera me. Non quella bella che vedete di anni fa. Quella di adesso. Più grassa, più gonfia, più vecchia. Ma sempre e comunque… vera.”

Quindi, la sfida che ho intrapreso con la pubblicazione dei miei “volti” è stata accettata. Ma è un’altra sfida. Che forse debella un altro tipo di cancro: quello dell’esibizionismo. Che al giorno d’oggi è forse il più profondo e dannoso, visto come i giovani si fiondano sui videofonini e riprendono e uploadano tutto su youtube pur di avere qualche minuto di notorietà e click di apprezzamento.

#Sfidaccettata, dunque. Sì.
Quella di mostrarmi come realmente sono.
Oggi.
Adesso.
Ora.
Senza filtri né photoshop.

TREMATE, LE #BABBERS SON TORNATE!

E lo avevamo detto.

Eccole qua, più belle e agguerrite di prima…

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E mi hanno fatto un regalo.

Da oggi, le mie chiacchiere sulla scrittura sono in una raccolta unica.

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E’ proprio il caso di dirlo: tremate, le #Babbers son tornate!

 

IL NUOVO IN TELEVISIONE: LO SI TROVA ALTROVE

 

Io sono una persona molto curiosa. Non dei fatti degli altri, no, quelli li lascio ai pettegoli. Non mi interessano le vicende altrui se non quando i protagonisti delle stesse non decidono di raccontarmeli e di certo non divulgo le loro confidenze a meno che non mi sia espressamente richiesto. No, io sono una persona curiosa delle cose della vita, in specialmente delle “cose artistiche”. Mi piace scoprire nuovi talenti, leggere libri differenti, che si approcciano alla realtà con argomenti e avvenimenti diversi, con punti di vista insoliti o poco comuni. E amo la gioventù, il mondo di oggi, mi interessa scrutare i problemi e le conquiste dei giovani e giovanissimi di questa epoca e non guardo troppo al passato. Se lo faccio è per confrontare quella me stessa di allora con i giovani di oggi e molto spesso mi accorgo che allora come oggi, i problemi venivano affrontati in maniera simile e le differenze – di cuore – sono davvero molto poche.

Per questo motivo mi piace seguire programmi originali che parlino di giovani e ai giovani. E uno di questi programmi che incontra il massimo del mio gradimento è una “piccola” serie televisiva norvegese che, grazie al tam tam della rete e a una scrittura magnifica e di grande impatto, ha spopolato in questo ultimo anno suo web. Si tratta di SKAM. Scritta da [NOME E COGNOME] diretta da [NOME E COGNOME]  SKAM (traduzione: Vergogna), si divide in 4 stagioni che hanno ciascuna come protagonista uno degli attori/personaggi della serie TV e la sua storia. Ogni stagione affronta un “conflitto” specifico relativo alla storia del protagonista e le reazioni degli amici che gravitano attorno.

Nella prima stagione, protagonista è EVA. Il suo conflitto è l’auto-determinazione, l’identità, la mancanza di fiducia in se stessi.


Nella seconda stagione, protagonista è NOORA. Il suo conflitto è il femminismo, l’idealismo e la violenza sessuale.


Nella terza stagione, protagonista è ISAK. Il suo conflitto è l’omosessualità e il coming out


Nella quarta e ultima stagione, protagonista è SANA. Il suo conflitto è l’Islam e l’integrazione e l’identità della donna tra libertà di costumi e ideali di vita in un paese europeo e la rigidità dei dogmi dettati dalla propria religione.

I miei due cent su questa stagione che sta finendo.
E non saranno due cent corti. Quindi se non avete voglia di leggere questo lungo ragionamento, non aprite il post.
Nel senso.
Non sarà neppure un post totalmente negativo ma nemmeno totalmente positivo. Ci sono pro e contro questa stagione n.4
SANA: ok, non abbiamo visto molto di Sana. E confesso che avrei voluto vedere di più. Avrei voluto vedere, per esempio, Sana e il suo rapporto con la famiglia, MA REALISTICAMENTE rappresentati. Non qualche passaggio così, en passant. Qualche sua espressione – ore e ore di ammiccamenti, aggrottamenti di ciglia, sorrisi e corrugamenti di fronte, (perdonatemi ma quello non è NE’ recitare NE’ raccontare la vita di una ragazza musulmana) e di lei che legge e manda messaggi via cellulare – qualche mangiata di carote, qualche spiata di nascosto al fratello e agli amici, qualche momento (sempre statico) con Yousef.
Cioè, perdonatemi ma di SANA, veramente e realmente SANA come carattere e come modo di pensare io ho visto di più negli episodi precedenti dove non era protagonista.
Ora, però, c’è da dire una cosa, e si nota nel fatto che SANA attrice NON si toglie mai il velo quando è a casa o in compagnia delle sole ragazze. Neppure quando è sola con la madre (attrice che infatti NON porta il velo in casa quando non ci sono estranei) se lo toglie. Questo significa che, probabilmente per ragioni personali dell’attrice, molte scene non si sarebbero potute girare comunque. Cioè, una scena di bacio con Yousef, per dire, come quella tra Yousef e Noora non si sarebbe potuta girare perché l’attrice che impersona SANA non avrebbe accettato di girarla per ragioni personali. E’ un po’ quello che succede nei film di Bollywood (la mecca del cinema indiano) dove non ci possono essere scene di baci tra gli attori, neppure se sono sposati tra loro, per questioni di religione.
Ora, a voi questo non pare falsare un po’ tutto? Ha sicuramente falsato il copione. Secondo me.
Quindi, se siete rimasti delusi dal fatto che la 4 stagione su SANA non sia stata comunque tutta incentrata su SANA, e non avrà il lieto fine sperato è perché ci sono stati degli impedimenti iniziali in partenza.
La serie però ha messo in evidenza molte cose, molto interessanti: il conflitto che attraversa una ragazza che vive in Europa, in un paese liberale sia di costumi che di tradizioni e che invece vuole (o deve) vivere seguendo i dogmi della propria religione ed educazione famigliare. Non sono conflitti da poco. Quello di “Perché io non posso sposare un uomo non musulmano mentre mio fratello può sposare una donna non musulmana” è un conflitto enorme. Esattamente come quello del voler “diventare medico”, essere cioè una donna non dedita alla famiglia alla crescita dei figli ma avere una realizzazione personale e professionale al di fuori della famiglia. In questo, mi sembra di capire, che ciò che SANA dovrà affrontare sarà durissimo. Ha un padre gentile e comprensivo, mi sembra di capire che abbia una madre più rigida su certi punti, ma per SANA diventare una donna realizzata ed emancipata pur restando musulmana, ahimè la vedo dura.
Il cyberbullismo è stato un altro tema. Ma poteva essere affrontato meglio. Così è finita a tarallucci e vino. Però abbiamo saputo che in Norvegia certe pratiche non vengono tollerate e che uno slut shaming o altro tipo di bullismo via web, se arriva all’orecchio di un professore, anche se non perpetrato tra le mura di una scuola, arriva poi alla presidenza e la pena è l’espulsione. E questa, mi sembra una gran bella cosa, cosa che dovrebbe avvenire anche qui in Italia, e non solo per il bullismo via web.
Mi sarebbe piaciuto vedere SANA all’opera con il Bus. A molti non piaceva l’argomento, confesso che anche io non ho molto capito la dinamica di questi BUS, ma quando SANA presenta il suo progetto per vincere la sfida degli altri BUS mi era piaciuta e mi sarebbe piaciuto vederla “vincere”, mostrando alle “galline” che poi invece l’hanno estromessa come si può raggiungere la vetta attraverso l’intelligenza e il talento da leader e non solo focalizzarsi sul bere, pomiciare, fare festini.
Abbiamo visto la fatica che fanno i musulmani durante il Ramadan, e un piccolo spaccato della loro vita di tutti i giorni, religiosa. E sinceramente, accorgermi che non è poi tanto diversa da quella nostra di cattolici e/o cristiani secondo me non è un risultato da poco. Siamo così abituati a vedere solo l’aspetto terribile e orrorifico degli attentati e delle tragedie che la sola parola “Islam” evoca in noi che non ci rendiamo conto di quanta normalità invece ci sia.
E in questo, magnifico ISAK e il suo discorso a SANA.
Forse lasceremo SANA “incompiuta” nel suo amore per Yousef (forse no manca ancora qualche clip), ma di certo posso dire una cosa: SKAM non è una serie TV “romance” o “romantica”. Che la 3 su Isam ed Even parlasse di amore e fosse particolarmente coccolosa e romantica non vuol dire che non fosse comunque conflittuale e a tratti drammatica. E penso che SKAM3 volesse mostrare la normalità dell’essere gay attraverso appunto il romanticismo.
Esattamente come qui, SKAM4 vuol mostrare la normalità dell’Islam attraverso la quotidianità del Credere (e anche dello sbagliare, del cadere, del rialzarsi e del fare meglio).
Ecco.
Il finale ha aperto uno squarcio che non sospettavo su Vilde. E confesso che vorrei uno SKAM5 su di lei adesso.
Peccato che non ci sarà
a.