MASCHIACCIA

Castel del Rio-2

San Lazzaro – Bologna 1968

Questa è la strada che percorrevo per andare a scuola, vedi? Si doveva passare di qua, lungo un sentierino sterrato, facendo attenzione a non inciampare nelle grosse radici dei sailici chini fin dentro il ruscelletto, il Rio, come lo chiamavamo noi e poi oltrepassarlo.  Avevamo persino costruito una passerella con vecchi tronchi ammuffiti, in modo da addomesticare il percorso. San Lazzaro non era così grande allora, come la vedi adesso. Era circondata da fattorie. Molti dei miei compagni venivano da esse. Per questo da noi si studiava tutto il programma fino al secondo trimestre e poi, nel terzo, mentre loro lavoravano nei campi, noi si  ripassava. Mi sarebbe piaciuto andare insieme agli altri a spulciar granturco, e magari a giocare a cucco tra i covoni. Ma mia madre non me l’ha mai permesso. Ricordo la gioia intensa che provavo, quando di nascosto scappavo nei campi a racimolar le ultime patate sepolte nella terra screpolata dal sole, eppure così fresca, al tatto! Se avevi la fortuna di avere per madre una maestra, come la Rossana, arrivavi addirittura a scuola che sapevi già tutto, e venivi eletta capoclasse, perché eri la più brava. Io non sono mai stata eletta capoclasse in vita mia. Con il tempo, ti abitui all’idea e anzi, alla fine ti convinci che è un ruolo di cui fai volentieri a meno. Niente discussioni, niente regole, per chi non è il primo e deve dar l’esempio, certo.  Però all’epoca, guardando l’altezzosa Rossana che dettava legge, dirigeva la preghiera mattutina in classe e la schiera di amiche che la seguivano ovunque in giardino nell’ora di ricreazione quasi fosse una bussola, ti sembrava un grandissimo privilegio. Io non avevo amiche. Ero una maschiaccia, come chiamavano allora le bambine che salivano sugli alberi e nascondevano una fionda nella tasca del grembiule, o preferivano giocare con la cerbottana e arrotolare le freccette di carta con i maschi. E sebbene ammirati per tanta perizia nei giochi più sfrenati, non è che i maschi ti accettassero di più. Ti guardavano un po’ come una cosa rara da cui diffidare. “Tu non sei mica tanto normale” aveva un giorno osato dirmi Roberto il bello. Era il cocco della maestra, perché così biondo, sembrava un angelo del presepe, e la Rossana gli faceva gli occhi dolci, ricambiata. Si vede che esser capoclasse significava anche esser amata dal più ambito della scuola. “Hai un nome impronunciabile, vieni dall’altro capo del mondo, e non ti comporti come tutte le altre femmine. Non salti la corda, non giochi a regina reginella. Tu sei un maschio con la gonna! Non sei  normale… pappappero non  sei  normale… pappap…” Non riuscì a finire il pappappero successivo. Un pugno secco, ben assestato all’altezza del diaframma lo zittì. Ricordo ancora il suo viso, prima rosso paonazzo e poi subito dopo livido. Fui spedita dietro la lavagna a scrivere “le brave bambine non danno pugni” per cinquanta volte, quindi la maestra telefonò a mia madre nel pomeriggio. Lei,  lasciandosi sedere a tavola senza più forze,  si chiedeva desolata:
“Ma cosa devo fare io con te?”

 

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