#QualcosaCheStoScrivendo: Diana

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Ovviamente va cambiato, corretto, limato, asciugato, magari totalmente riscritto…

La grande palla infuocata si tuffò nel mare spandendo le sue fiamme ovunque in maniera scomposta e allungando scintille dorate sulle onde calme, appena appena increspate. Dalla sua finestra Diana assisteva alla cerimonia come tutte le sere, imbevendosi occhi e mente di colore ed energia. Quando tutto fu avvolto nuovamente dall’azzurro e la luna, tonda, grandissima si apparecchiò all’orizzonte, seppe che era il momento di dare inizio all’altro rito. Mise la pentola sulla fiamma sempre accesa nel camino grande e nero che componeva la parte più ampia del raro mobilio della cucina, e iniziò a preparare la sua parca cena. In tavola dispose il piatto fondo, il cucchiaio e lo strofinaccio usato come tovagliolo. Un bicchiere, la bottiglia di vino mezza piena, metà di una pagnotta di pane di segale rimasta dalla cena precedente, una fetta di pecorino piccante. Nella pentola intanto bolliva la zuppa di ortiche, cipolle e cardi selvatici. Quando tutto fu pronto, si sedette e iniziò a mangiare. Sapeva bene che ciò che aveva davanti a sé era troppo. Non ne avrebbe mangiato, forse, neppure la metà; era sempre stata una donna risparmiosa, e il suo corpo esile e minuto non conteneva mai troppo cibo. Il resto lo avrebbe tenuto al caldo per il giorno dopo ma a tavola si concedeva la parvenza di un’abbondanza, esile lusso per i suoi occhi ormai stanchi e quasi addormentati.

Con gesti lenti replicò ogni azione con la pedanteria e la precisione che l’età avanzata obbliga ogni essere umano a compiere quasi per paura di dimenticarne passaggi fondamentali. Del resto lei ben lo sapeva: ogni tappa di rituale è importante, nessuno di essi può esser omesso. Questo glielo aveva insegnato la terra dalla quale proveniva e nella quale viveva, e il destino che l’aveva voluta testarda come le capre che allevava e che di giorno pascolavano serafiche nella brughiera. Dura, si sarebbe definita se qualcuno le avesse chiesto di descriversi. Come la roccia di quarzo che spunta dal terreno, a stento sfiorata dall’erba rada e dal muschio umido che più volentieri si avvinghia alla roccia. Dura perché non so perdonare avrebbe detto a chiunque le avesse chiesto il perché di quella definizione. Non so perdonare gli errori commessi e neppure quelli che inevitabilmente commetterò, avrebbe risposto Diana, la mammay della brughiera.

Sua madre era come lei. Piccola, minuta e silenziosa. Pochissime le parole e infiniti i gesti quotidiani che inondavano casa di luce e profumo. Entrando nella costruzione lunga e bassa, fatta di roccia e quarzo impastati con fango, muschio, pece e sterco di capra, che era la casa di famiglia, si sarebbe detto che un sortilegio fatato muovesse le cose, gli oggetti, riponendo pentole e piatti nelle madie, agitando scope e spazzole e allagando i pavimenti per la pulizia quotidiana. Mentre invece era lei che aveva il dono di muoversi svelta, a una velocità tale da sembrare invisibile; in pochi minuti tutto era lustro, lindo e profumato. Adorava la lavanda, la madre di Diana, tanto da metterla dappertutto, persino nelle pietanze da lei cucinate perché, diceva:
«Disinfetta e ammazza i vermi. Prima li stordisce con il profumo, poi li soffoca rendendoli sterili».

Non si fermò mai a spiegarle come fare un orlo a un pantalone o a disossare un cosciotto di agnello. Si limitava a guardarla con occhi neri, profondi e severissimi e quella capiva all’istante ciò che doveva fare: starle dietro e fare esattamente ciò che lei faceva. Era una figlia diligente e non una a cui piacesse molto parlare. Andavano d’accordo su questo, loro due. A entrambe piaceva il silenzio della casa svuotata dal disordine che seminano gli uomini e quando restavano sole, con i due fratelli più grandi e il padre nei campi a lavorare fino a sera, un timido sorriso, più una smorfia sottile, il taglio di un temperino sulla buccia di una castagna prima di metterla sul fuoco, le colorava il viso di soddisfazione. Lei e Diana al lavoro. Silenzio e velocità. Questo era il loro mondo. Il regno imperturbabile che accoglieva i loro sogni e i loro pensieri.

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Informazioni su amnerisdicesare

italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Dal 2005 gestisce il F.I.A.E. – Forum Indipendente Autori Emergenti http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it, insieme gruppo e laboratorio di editing autogestito per scrittori emergenti. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011); un suo racconto, intitolato “Zanna” è presente nell’antologia di racconti animalisti “Code di Stampa” (La Gru Edizioni 2011); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, Nient’altro che amare (Edizioni CentoAutori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura, e nel 2013 ha partecipato al progetto di scolastica coordinato da Manuela Salvi “Prossima fermata… Italia!” (Onda Editore) scrivendo il capitolo dedicato alla regione Calabria. Ha curato l’antologia benefica “Dodicidio” per il progetto POP di La Gru Edizioni scrivendo il capitolo “Febbraio” (2013) e ha vinto il “Concorso Cercasi Jane” indetto dalla Domino Edizioni con la quale il 1 settembre 2013 è uscito il suo romanzo “Sirena all’orizzonte” secondo classificato al Premio Letterario Magiche rose 2014 di Fiuggi. A giugno 2014 invece è uscito Mira dritto al cuore per i tipi della Runa Editrice, mentre un secondo saggio sulle figure materne nella saga di Harry Potter dal titolo “Mamma non mamma: le madri minori nel mondo di Harry Potter” uscirà a gennaio sempre con Runa Editrice. Collabora con il portale di informazione online Rete-News.it (www.rete-news.it) scrivendo articoli di cronaca, costume e musica e con la rivista letteraria digitale e online Inkroci (www.inkroci.it ) in qualità di traduttrice.

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